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ALMUNIA LANCIA L'ALLARME DEFLAZIONE

Enrico Tibuzzi

(ansa.it) STRASBURGO  - La recessione rischia di essere accompagnata dalla deflazione: questo il nuovo segnale d'allarme lanciato oggi dal commissario Ue per gli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, in occasione del suo intervento al Parlamento Ue per il dibattito sui primi dieci anni dell'euro. Lo spettro di una caduta dei prezzi causata dal crollo della domanda rischia quindi di materializzarsi insieme alla recessione e per fare fronte alla crisi, per Almunia, come per il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker (anch'egli intervenuto davanti all'Europarlamento) è assolutamente necessario che l'Europa "parli con una voce sola" e agisca in maniera coordinata. Tanto che Juncker, davanti alla possibilità di fughe in avanti che alcuni - come la Germania nel caso degli aiuti al settore auto - ha lanciato un appello affinché anche l'Europarlamento si mobiliti nel chiedere ai governi di non adottare misure anti-crisi senza averle prima presentate all'Eurogruppo e all'Ecofin. "Chi parla tanto di coordinamento deve anche dimostrare con i fatti" di crederci, ha accusato Juncker.

"Tutto il resto sono chiacchere". Davanti a una crisi molto più grave di quanto si prevedesse solo qualche mese fa, le preoccupazioni di Almunia e Juncker sono concentrare sulla necessità di interventi a sostegno dell'economia reale e quindi dei consumi. Grazie alla riforma del 2005, il Patto di stabilità, hanno rilevato sia il commissario Ue che il presidente dell'Eurogruppo, può essere applicato con una flessibilità che é ora possibile utilizzare per reagire alla crisi. Ma è chiaro, ha evidenziato Juncker, che "oggi i Paesi che sono stati meno virtuosi" nella gestione dei conti pubblici "hanno più difficoltà" a utilizzare strumenti anti-crisi basati sulle politiche di bilancio. Almunia ha quindi ricordato che il 26 novembre prossimo la Commissione Ue presenterà un suo "piano d'azione" anti-crisi che ha come principale obietto quello di "rendere coerenti con una politica su scala europea le scelte fatte a livello nazionale". Toccherà poi all'Ecofin di inizio dicembre mettere insieme misure nazionali ed europee per sottoporle all'esame del Consiglio Ue di metà dicembre. Intanto cresce una problematica di cui sono ancora pochi a parlare apertamente. Una delle più grandi preoccupazioni che oggi serpeggia in Europa è l'avvio di una corsa agli aiuti all'industria automobilistica, sull'onda di un possibile salvataggio delle grandi case di Detroit, che avrebbe un impatto pesante sui conti pubblici. Un tema su cui il Parlamento europeo tornerà a discutere dopodomani.

GIAPPONE: ENTRA IN RECESSIONE, PRIMA VOLTA DAL 2001

Il Giappone segue Eurolandia ed entra in recessione tecnica per la prima volta dal 2001: il Pil nel periodo luglio-settembre segna una contrazione dello 0,4% su base annua, che si aggiunge al -3,7% dei tre mesi precedenti. Due trimestri negativi secondo la dottrina macroeconomica (-0,1% rispetto ad aprile-giugno, già in contrazione dello 0,9% rispetto a gennaio-marzo, invece del preliminare 0,7%) ed ecco che la seconda economia al mondo è ufficialmente in panne. "Siamo in recessione e vi è il pericolo che la situazione peggiori ulteriormente", ammette Kaoru Yosano, ministro alle Politiche economiche e fiscali, prendendo atto della fine del ciclo espansivo più lungo del dopoguerra, durato in tutto sei anni e mezzo. La Borsa di Tokyo, in scia al dato negativo ma non del tutto sorprendente (le attese erano di un magro +0,1/0,2%), ha ampliato le perdite fino a sfiorare il 3%, per chiudere (+0,71%) in leggero rialzo sul rally sostenuto dal rafforzamento del dollaro sullo yen, risalito a quota 96-97. Quanto alle prospettive, Yosano ha messo subito le cose in chiaro: "così come per l'economia mondiale è atteso un rallentamento - rileva - i movimenti al ribasso per il Giappone dovrebbero proseguire a seguito della frenata della domanda domestica e soprattutto di quella estera". La recessione, in altri termini, potrebbe essere più lunga dell'ultima, che durò i tre trimestri fino a dicembre 2001, perché "le cose sono solo destinate ad andare peggio", dice Masamichi Adachi, senior economist di Jp Morgan, aggiungendo che il raffreddamento della domanda "potrebbe causare la più profonda recessione degli ultimi 10 anni". Il Giappone poggia la sua economia sulle esportazioni: in presenza di una recessione in Europa, con gli Usa ormai a un passo (manca la certificazione) e con la Cina che ha allentato il passo, diventa problematico attendersi sbocchi per l'export del Sol Levante verso Paesi emergenti o in via di sviluppo, già in difficoltà. A maggior ragione in presenza di uno yen forte su dollaro ed euro. Tra le voci più negative del Pil figura il ribasso delle spese e degli investimenti da parte delle imprese (-6,7% annuo e -1,7% su base trimestrale) assieme all'export (-0,7%), mentre i consumi (che sono il 55% del prodotto interno lordo) risalgono dello 0,3%. Toyota si appresta, in base a indiscrezioni, a tagliare la produzione del 2009 sotto i 9 milioni di auto, e lo stesso stanno per fare i colossi dell'hi-tech Panasonic e Sharp, a conferma dell'impatto sull'economia reale delle turbolenze finanziarie internazionali. In attesa che produca i suoi effetti il secondo pacchetto di misure anti-crisi per l'economia di fine ottobre, del valore di 207 miliardi di euro di cui quasi 40 di spese extra budget, il premier Taro Aso ha ragioni sufficienti per rinviare le elezioni forse fino alla conclusione naturale della legislatura, a settembre 2009, tra le proteste delle opposizioni. C'é un vertice dei ministri finanziari da organizzare, in previsione del prossimo summit del G20 di Londra, a primavera. E c'é poi la popolarità in forte calo del suo esecutivo: per un sondaggio della Tv Asahi, il gradimento verso l'azione di governo è sceso al 29,6%, ben 13,3 punti percentuali in meno rispetto a un mese fa. A nulla è valso il bonus da 120 dollari destinato alle famiglie per sostenere i consumi.