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La vita sta cambiando pelle

UN MONDO SENZA LUCCHETTI DIGITALI

Creative Commons 3.0, senza Drm.
Alla Normale l'adattamento per l'Italia della licenza che determina come condividere, modificare e riusare la proprietà intellettuale.
Parla De Martins, coordinatore italiano: "Diversamente dagli Usa noi salviamo il concetto di diritti morali. Che restano inalienabili"

di Valerio Maccari

(Repubblica.it) CONDIVIDERE, riusare, modificare. Legalmente. È lo slogan della Creative Commons, che propone uno schema "open-source" di licenze flessibili per la protezione della proprietà intellettuale. E che adesso, con il rilascio della versione 3.0, diventa disponibile in doppio formato: uno per gli Stati Uniti e uno internazionale, il cui adattamento italiano viene presentato oggi pomeriggio alla scuola Normale superiore di Pisa nella conferenza "Un miliardo di creatori: il progetto Creative Commons".

Le Creative Commons nascono nel 2001 negli Stati Uniti ad opera di Lawrence Lessig, docente di diritto d'autore alla Stanford Law School. L'obiettivo è offrire un modello di copyright adatto ai problemi di condivisione posti dalle nuove tecnologie digitali. Al dogma del "tutti i diritti riservati", l'iniziativa contrappone lo slogan "alcuni diritti riservati". Applicando alle proprie opere le licenze Creative Commons, è possibile, ad esempio, renderne possibile la condivisione legale su internet. Un tema che in questi giorni è percepito come caldo.

In Italia l'associazione è attiva dal dicembre del 2004 e si occupa dell'adattamento dello schema di licenze al quadro legislativo italiano. Un lavoro durato più di un anno. Alla conferenza di oggi, nell'ambito delle attività del Signum - Centro di ricerche informatiche per le discipline umanistiche- il relatore è proprio Juan Carlos De Martin, capo ricercatore dell'Istituto di Elettronica e di Ingegneria dell'Informazione e delle Telecomunicazioni del Cnr: è il coordinatore per l'Italia delle Creative Commons.

De Martins spiega come è nata la licenza nostrana. "In realtà abbiamo modificato molto poco. Alla fine ha vinto un approccio, per così dire, minimalista. L'adattamento non ha richiesto uno sforzo molto grande, ma un anno di lavoro per scegliere che e cosa modificare". Certo, rispetto al quadro americano rimangono delle differenze, anche importanti, come i diritti morali. "A riguardo dei diritti morali - spiega De Martin - che noi abbiamo e gli americani no, abbiamo scelto di non fare nulla. In questa ultima versione abbiamo deciso di menzionarli e deciso di spiegare che non possiamo alienarli".

Altra voce importante è quella relativa ai Drm, i lucchetti digitali inseriti - ad esempio - dentro i file mp3. Le licenze CC, annuncia De Martins, continueranno ad essere incompatibili con qualsiasi forma di Digital Rights Management. "Fino ad oggi le licenze vietavano di aggiungere un controllo tecnologico all'opera. Abbiamo deciso, dopo un lungo ragionamento, di mantenere il divieto. I ragazzi di Debian (una distribuzione di Linux) proponevano di lasciare all'autore la possibilità di inserire i drm a patto di distribuire parallelamente una versione senza protezioni. Ma ci è sembrato un procedimento macchinoso".

Una decisione importante, visto che proprio intorno ai Drm si è sviluppato, nell'ultimo mese, un dibattito rovente, aperto dal Ceo di Apple Steve Jobs, che ne chiede l'abolizione. "Ma la posizione di Jobs - spiega De Martins - è un falso provato. Dice che i drm gli vengono imposti dalle case discografiche. Ma sono anni che le etichette indipendenti lo scongiurano di pubblicare i loro brani senza protezione. Ed è lui a rifiutarsi, spiegando di non fare eccezioni".

Il dibattito, in realtà, vede schierate due filosofie diverse di protezione della proprietà intellettuale, una basata sulla "forza" tecnologica, un'altra sulla flessibilità. "I lucchetti digitali aumentano. I grandi produttori di contenuti, come le case discografiche, dicono si essere spaventate dal fatto che la tecnologia digitale permette copie infinite perfette e distribuibili quasi a costo zero. Ma la tecnologia in realtà lavora a loro vantaggio, permettendo una chiusura un enforcement del copyright senza precedenti. A questo risponde il creative Commons, che è un tentativo di creare beni intellettuali com'unici".

Si va verso un mondo più copyleft (dove è l'autore a indicare come fruire o modificare la sua opera) o più copyright? "Non è facile rispondere a una domanda del genere, ma di sicuro il pendolo si sposterà quando comincerà ad esserci un caso di successo basato sul copyleft. Ma già oggi Creative Commons ha tassi di crescita elevatissima. Non mancano grandi nomi, come i Pearl Jam e Gilberto Gil, che usano le nostre licenze.

Ed anche in Italia, nonostante mancasse una versione ad hoc, siamo arrivati più lontani di quanto si pensi. Ricevo centinaia di mail di persone che mi ringraziano dell'opportunità offerta. Le nostre licenze sono usate dal blogger più o meno oscuro fino alla regione Sardegna: il portale della cultura sarda offre 250 libri scaricabili sotto licenza Creative Commons". (

27 marzo 2007

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