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La vita sta cambiando pelle

GAZA: NEL MAGAZZINO DELLA MORTE, RACCONTO DEI SUPERSTITI

Safwat al-Kahlout

(ansa.it) "Ma dove è finito Walid?". Ricoverata in una corsia dell'ospedale Shifa di Gaza, Amal Samuni, nove anni, non riesce a darsi pace. Walid (17 anni) è il suo cugino prediletto, è sempre disponibile a giocare e scherzare con lei, ogni tanto la sorprende donandole caramelle. La sua presenza sarebbe dunque oggi più che mai necessaria. Ma Walid non si trova. "Walid - insiste con un filo di voce - dove sei?". I parenti di Amal cercano di distrarla. Due dei suoi fratelli e il padre sono morti e Walid da quattro giorni non si trova più. Probabilmente è ancora sotto le macerie del 'magazzino della morte', nel rione Zaitun di Gaza. Secondo l'ufficio dell'Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) il 5 gennaio in quell'edificio hanno trovato la morte circa 30 persone, colpite dal fuoco israeliano, e decine sono state ferite. Un portavoce militare israeliano, maggiore Jacob Dallal, ha però escluso, al termine di una inchiesta preliminare, che l'edificio sia stato colpito intenzionalmente. Il portavoce ha anche smentito che il giorno precedente all'eccidio i soldati abbiano ordinato ai civili palestinesi di chiudersi nell'edificio, come affermato da alcuni testimoni.

La cognata di Walid, Mayssa Samuni, 23 anni, è ricoverata nella stanza accanto. E' seduta sul suo letto e tiene in mano la figlia più piccola, Jumana, di 9 mesi. Una mano della bebé ha tre dita amputate. "Domenica (4 gennaio), di prima mattina, i soldati israeliani sono entrati nella nostra abitazione e in quella di nostri parenti e ci hanno ordinato di radunarci tutti in un locale vicino, una specie di magazzino di cemento" racconta Mayssa all'ANSA. Erano diverse decine di persone, tutte del clan familiare dei Samuni. Senza acqua, senza cibo. Così è trascorsa una giornata. "La mattina di lunedì (5 gennaio) tre miei cugini hanno socchiuso la porta, hanno visto che la situazione sembrava tranquilla e hanno deciso di avventurarsi fuori. Ma fatti pochi passi sono stati colpiti: da un razzo sparato da un aereo senza pilota o da un carro armato, non saprei". "Noi - prosegue Mayssa - eravamo molto spaventati. Poi, dopo due ore circa, c'é stata una seconda esplosione, all' interno del magazzino che si è riempito di fumo e di polvere. Quando abbiamo potuto vedere cosa era accaduto attorno a noi, abbiamo constatato che per terra c'erano decine di cadaveri e di feriti". "Ho visto subito che mio marito era morto. Poi fra i cadaveri ho riconosciuto anche mio suocero, mia suocera, delle zie, alcuni nipoti....". "E' stato mio cognato ad infondermi coraggio" prosegue Mayssa. "Mi ha detto che ormai per chi era morto non c'era più niente da fare e che dovevamo pensare ai feriti. Io ero ferita in modo non grave, così siamo usciti in cerca di aiuti. Con un fazzoletto ho cercato di fermare la emorragia nella mano di Jumana, che aveva perso tre dita". Da un letto vicino Ula Samuni aggiunge altri dettagli. "Per strada ci siamo imbattuti in soldati israeliani che ci chiedevano dove fosse Ghilad Shalit..." il soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006. Nel bombardamento Ula ha perso due dei sei figli. Altri due, che in un primo momento erano stati dati per morti, sono stati trovati feriti sotto le macerie due giorni fa. Mayssa a fatica è riuscita a trovare un'ambulanza che l'ha portata all'ospedale Shifa. Altri, meno fortunati, hanno percorso a piedi il tragitto di 5-6 chilometri fino all' ospedale, agitando bandiere bianche. Rivolta ai giornalisti, Ula esclama: "Israele dice di voler combattere Hamas e poi invece colpisce noi, che siamo solo vittime. Tutto il mondo è colpevole di questo crimine". Poi Ula si chiede chi vendicherà mai quei morti. "Meshaal (Khaled, il leader politico di Hamas, ndr), - chiede - dove sei ?".

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