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La vita sta cambiando pelle

Eros e lirica nel mondo greco

Eros - Visioni d'amore

Ricordi d'amore

Oscar Fuà

Eros e lirica nel mondo greco


(argonline.it) Anche intorno all'eros, come intorno ad ogni altra esperienza fondamentale dell'uomo, i Greci hanno consegnato alle età e culture successive numerosissime riflessioni, teorizzazioni e archetipi esemplari. Sarebbe, però, fuorviante ripetere l'errore, spesso compiuto in passato, di considerare il mondo greco quasi l'unico modello possibile di perfezione assoluta: esso - non dimentichiamolo - è stato un organismo complesso, dagli aspetti molteplici, solo diacronicamente indagabile, e non privo di problemi, paure, incertezze in maniera analoga a quanto accade in ogni epoca. Il merito maggiore della storia del popolo greco antico, come è stato felicemente detto, è quello di appartenere a gente che, alla stregua di qualsiasi altra, ha vissuto,

con in più però qualcosa che ne fa un precedente grandioso per tutta l'esperienza umana, cioè la coscienza, la riflessione, la teorizzazione, la parola che le ha espresse, la scrittura che ha dato alla parola forma stabile;1

tutto ciò, insomma, che della grecità ha fatto una sorta di "inventario di archetipi" ancor oggi in grado di offrirci qualcosa di valido, pur di non volere a tutti i costi rilevare una falsa e forzata identità fra noi e i Greci antichi, ma a patto di rintracciare piuttosto una "alterità" che sia in grado di far sorgere, di volta in volta, una tensione produttiva con gli eventuali aspetti di identità.2

Nel mondo greco Eros è una divinità, generalmente paredros di Afrodite.3 È ben noto come nel ricco pantheon mitologico ellenico ogni realtà emotiva trovi personificazione e divinizzazione: così, l'eroe che combatte con feroce forza distruttiva ha vicino Ares; così, Odisseo polytropos, mentre escogita stratagemmi vincenti, ha accanto Pallade Atena; egualmente, l'uomo (o il dio) che giace con l'amante è trascinato da Afrodite che instilla, tramite Eros, una tensione e un desiderio di forza straordinaria. In qualche modo, perciò, Afrodite ed Eros sono complementari, e la dea, il cui nome è metonimia dei piaceri amorosi, nulla sembra potere senza l'aiuto del dio, vera e propria forza invincibile che spinge l'uno verso l'altro gli amanti; in realtà, però, le due divinità sono talora intercambiabili in rapporto alla sessualità, anche se Eros sovrintende più specificamente all'istinto del desiderio amoroso, mentre Afrodite eccelle nell'attuare le lusinghe della seduzione. Il desiderio sessuale è naturalmente in stretto rapporto con la riproduzione e, d'altro canto, l'impulso erotico attraversa ogni territorio della vita in tutte le epoche e in tutte le società, ma è vero che gli antichi Greci, più di ogni altro popolo, sembrano quasi ossessionati dal volere esplorare il potere di Eros/Afrodite in tutti gli ambiti culturali, nelle arti figurative come nella letteratura, nel mito come nella filosofia.4

La poesia lirica,5 pur nella frammentarietà con cui ci è giunta, è senz'altro, assieme alla tragedia,6 il genere letterario che meglio permette di avere potenti squarci sui vari topoi della tematica amorosa. Premesso che la lirica greca arcaica non è da intendere quasi mai come puro sfogo autobiografico, sorta di confessione romantica, ma che l'«io» lirico può far parte di una convenzione e, in molti casi, afferma cose che non appartengono solo al poeta ma vengono condivise dalla comunità cui egli si rivolge (eteria, tìaso, compagni del simposio), non si può non rilevare nei testi pervenutici un'atmosfera angosciosa, spesso dolorosa, del sentimento amoroso: rara infatti è l'immagine dell'amore/felicità dell'uomo,7 mentre spesso eros colpisce l'essere umano con la forza distruttiva di una malattia e si risolve nel sentimento della morte. Archiloco è poeta giambico, quindi poeta dell'invettiva violenta, del biasimo, eppure la musa erotica non gli è affatto sconosciuta se alcuni suoi frammenti anticipano Saffo per intensità drammatica di accenti: ricordiamo, fra gli altri, 191 W: «Così forte una brama d'amore fa viluppo al cuore / e una coltre di buio agli occhi cala, / ruba dal petto la gracile anima...», e 193 W: «Stremato, nella brama / boccheggio. Acuti spasimi, per colpa degli dèi, / mi bucano le ossa». Nel secondo frammento l'espressione «per colpa degli dèi» ricorda la concezione omerica secondo cui l'amore colpisce l'uomo per volontà divina: ma se il poeta epico vede in questo sentimento una delle attrattive piacevoli della vita, alla stregua del vino o del sonno,8 per Archiloco, al contrario, l'amore è una passione che brucia, un'esperienza che provoca nell'uomo un mancare di energie vitali, e non appartiene, quindi, ad un'esistenza serena. L'amore è coronamento di ogni altro valore terreno in Saffo, la voce poetica capace di trascrivere in maniera ineguagliabile ogni sussulto dell'anima o trasalimento dei sensi. Così, l'amore è promosso a principio di vita, al di sopra di ogni altra visione di potenza, in 16 V «Quale la cosa più bella / sopra la terra bruna? Uno dice "una torma / di cavalieri", uno "di fanti". / Io, "ciò che s'ama"»: segue nei versi successivi la riabilitazione di Elena, che osò abbandonare la casa e i suoi per seguire la passione amorosa. Se solo pensiamo alla fama, non propriamente benevola, in genere moralistica, che accompagna Elena sin da Omero, spicca la novità della scala di valori in cui crede la poetessa e la rivoluzione etica da lei operata con piena adesione sentimentale alla scelta d'amore dell'antica eroina. Ancora nella poetessa di Lesbo (130,2 V) Eros è contrassegnato da due epiteti forti, glykypikron, ‘dolceamaro' e amachanon, ‘cui non si può resistere', ‘invincibile': con l'ardita coniazione del termine ossimorico - che avrà fortuna nei poeti successivi, specialmente epigrammatisti - Saffo vuole rendere l'ineffabile sensazione che proviene dai due aspetti contrastanti della passione, mentre con il secondo epiteto, marcatamente agonale,9 allude al carattere dell'eros come forza invincibile, vero e proprio tiranno cui nessun essere vivente può resistere e sfuggire. È topica la rappresentazione di Eros che determina uno stato di follia nella persona che assale (confrontare, ad esempio, Anacreonte 46 G «Amo e non amo, sono / pazzo e non sono pazzo» e Ibico 286,10 sgg. P «È come il tramontano che divampa / di folgori: impavido, fosco, / sfoga da Cipride con aride / follie»), impadronendosi della sua mente;10 ed anche a questo riguardo Saffo presenta un'immagine, grandiosa, di Eros che squassa la mente di chi è suo bersaglio, come un vento che agita alberi con violenza (47 V: «Mi scrolla amore, / come vento nell'alpe su roveri piomba»). Suggerisce qualche considerazione anche Alcmane nel partenio (3 P) pervenutoci in un papiro di Ossirinco, allorché leggiamo che una fanciulla, Astimelusa, «ha l'occhio più struggente / del sonno e della morte» (vv. 61 sg.); al di là del fortunato topos di «amore e morte» e dell'affinità, anch'essa di lunga tradizione, tra amore e sonno, il nostro interesse si appunta sullo «sguardo» della fanciulla che suscita il desiderio, sguardo che «si pone come vettore del sentimento amoroso».11 Che nella ricercata strategia di seduzione e di conquista ricopra un posto fondamentale la vista, lo testimonia con efficacia, fra gli altri, Anacreonte in 5 G «Cleobulo è l'amore mio, sono pazzo / di Cleobulo, adocchio / Cleobulo», dove l'oggetto del desiderio è percepito mediante il vedere, il cui verbo (dioskeo) chiude in klimax il tono ossessivo del frammento; e ancora in 15 G «Bimbo d'occhi femminei, / cerco te: tu non senti. E non / sai che tieni le redini / di quest'anima mia»: Eros sembra risiedere proprio negli occhi virginei di chi (probabilmente lo stesso Cleobulo) desta la brama erotica, invadendo di lì il soggetto che prova il desiderio.12 Ma della presenza di Eros nella lirica greca non può non essere giusto sigillo il famoso 31 V di Saffo; il frammento, al di là delle numerose interpretazioni offerte dagli studiosi, con relative, inevitabili polemiche, mostra, con un'intensità di accenti che avrà pochi eguali nella poesia di ogni tempo, lo sconvolgimento dei sensi operato da Eros sulla poetessa:

Pari agli dèi mi sembra / quell'uomo: innanzi a te / siede e tanto vicino sente la tua voce / dolce, / il desiato riso. Oh, a me / il cuore sbatte forte e si spaura. / Ti scorgo, un attimo, e non ho / più voce; / la lingua è rotta; un brivido / di fuoco è nelle carni, / sottile; agli occhi il buio; rombano / gli orecchi. / Cola sudore, un tremito / mi preda. Più verde d'un'erba / sono, e la morte così poco lungi / mi sembra...

Un po' tutti i motivi, che abbiamo incontrato separatamente nei frammenti citati, sono in questo componimento sintetizzati e accumulati in successione incalzante e, al tempo stesso, elevati ad un'intensità che non si riscontrerà più nelle imitazioni e traduzioni successive (pensiamo, in particolare, al carme 51 di Catullo o alla traduzione foscoliana): così, risalta il motivo della vista («Ti scorgo, un attimo», v. 7), cui tien dietro il susseguirsi serrato di turbamenti fisici che assomigliano a quelli tipici di una persona malata,13 dalla mancanza della voce alla vampata di calore, dalla difficoltà visiva al rimbombo delle orecchie, dal sudore e dal tremito all'impallidire, fino all'estremo desiderio della poetessa di perdersi nella morte, desiderio evidentemente dettato dall'impossibilità di un rapporto duraturo e stabile con l'oggetto del suo amore. Ma, lontani dal voler ricostruire la storia interiore di Saffo impiegando, come spesso si è fatto, piatto psicologismo di maniera e sottili interpretazioni freudiane, ci limitiamo a rilevare, alla stregua del critico antico (l'Anonimo del Sublime, cui va il merito di averci "regalato" l'ode), l'efficacia, la precisione, in una parola la sublimità del linguaggio con cui la poetessa ha saputo "tradurre" il travolgente operato di Eros.

La breve antologia poetica tracciata ha permesso di scorgere vari aspetti, anche contrastanti, di Eros, quali la forza distruttiva del suo incontro o, più raramente, la gioiosità del suo conforto. Ebbene, ancor oggi - e possa essere così per i millenni futuri! - siamo qui a sperimentare gli effetti di questo dio come un alternarsi irrequieto di gioia, paura e stupore, lo sentiamo cioè un qualcosa che sfugge al nostro controllo, malgrado gli enormi progressi compiuti negli ultimi tempi in campo psicologico e biologico; proprio per questi suoi effetti misteriosi Eros è sempre il dio affascinante che conoscevano un tempo i Greci, purché se ne rispetti l'antica sacralità e lo si consideri divinità dell'autentico, sincero rapporto con l'altro.