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Trecento anni fa il terremoto che distrusse L'Aquila

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Una città rinata dalle macerie

(urcanet.it) L'AQUILA. Era il giorno della Candelora, e i fedeli rimasero sepolti coi ceri in mano. Era il 2 febbraio del 1703, nelle chiese aquilane si celebrava la festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Ma, quella volta, non restarono in piedi nemmeno i templi. Anzi, ottocento persone rimasero sotto le macerie nella chiesa di San Domenico. Tantissime, poi, furono sorprese durante altre cerimonie, visto che la terra tremò in pieno giorno.

Data nefasta per la storia della città. Ma anche punto di partenza per una rinascita che, seppur lenta, fu coraggiosa e significativa. Oggi - a distanza di 300 anni da quell'evento - restano soltanto le parole degli storici e i racconti dell'epoca. Il tempo ha cancellato i segni visibili della catastrofe, che rivive nei libri di storia. «Il giorno due febraro, festa della Purificazione di Maria Sempre Vergine Nostra Signora, su l'ore diciotto e mezza, celebrandosi l'ultima messa per la funzione della distribuzione delle Candele, si fece di nuovo sentire nella medesima città dell'Aquila con treplicate scosse il Terremoto, e dannegiò a segno in un Miserere, che sono quasi a terra le Chiese di San Bernardino, San Filippo, la Cattedrale di San Massimo, San Francesco, Sant'Agostino. Tutti i palazzi, o rasi o cadenti. Nel Tempio di San Domenico, ove si faceva la Communione Generale, in quella mattina morirono da ottocento persone, e all'ingrosso si fa il conto che perissero in quella Città più di tre milia abitanti, ed è impossibile che quel luogo possa risorgere». Il resoconto è tratto da una relazione dell'epoca, riportata nel capitolo «L'Aquila», scritto dallo studioso Walter Capezzali nel volume «L'Abruzzo nel Settecento», edito da Ediars. «Ma il ben triste presagio dell'impossibilità di far risorgere la città rasa al suolo non doveva realizzarsi», annota Capezzali. «Di ben diverso tono appare l'altra relazione coeva del terremoto, licenziata il 10 maggio 1703. Vi si legge, infatti, fra l'altro:... Si animarono gli smarriti Cittadini rendendoli coragiosi à non dishabitare la loro Patria, come havevano principiato a fare alcune famiglie. Fu creato il Governo della Città, in luogo degli estinti del tremuoto. Si aprirono alcune strade più principali al commercio, buttando a terra l'avanzo delle muraglie, che minacciavano morte a' passegieri. Si fabricarono più forni da cuocere il pane, essendo rimasti atterrati quelli che vi erano... Furono accomodati gli acquedotti della Città...». «Insomma», sostiene Walter Capezzali, «vi si documenta una forte volontà di rinascita e ricostruzione che in effetti doveva dare gradualmente i suoi frutti positivi». «Il drammatico momento del terremoto è ancora significativo punto d'intersezione tra le due storie civile ed ecclesiale, quando la diocesi risulta affidata a un vicario capitolare, Francesco Antonelli, il cui nome si conta tra gli oltre 2400 abitanti periti sotto le macerie, lui rimasto sotto quelle del Duomo, crollato come quasi tutte le numerose chiese della città. E la Chiesa aquilana», scrive ancora Capezzali nel capitolo "L'Aquila e la sua Chiesa", tratto dal catalogo della mostra Ad perpetuam Aquilae iuventam, «risorse anche materialmente, come il resto della struttura urbana e contro le insistenti e funeste previsioni di una fine senza scampo, con un grande protagonista di questo miracoloso recupero, il vescovo Domenico Taglialatela, che volle reagire con provvido decisionismo: promuovere un sinodo, restaurare la Cattedrale, istituire una nuova Accademia». «I palazzi che risultano crollati con eccidio degli abitatori», annota Raffaele Colapietra nel capitolo intitolato L'edilizia residenziale aquilana (tratto dal libro, di Ediarte, L'Aquila: i Palazzi), «sono quelli Cresi, dove è morto Alessandro, il camerlengo in carica della città, Bonanni, Burri, Carli all'Annunziata, Rustici, Zuzi e Pica oggi distrutto all'attuale via Fortebraccio». «Oggi, una sorta di terremoto investe l'occupazione di questa città. Se nel 1703 si ebbe l'unanime forza di reagire», conclude Colapietra, «è augurabile che la stessa cooperazione vi sia anche oggi».  

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