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La vita sta cambiando pelle

La creatura bambina

Gian Carlo Marchesini

Un tiro mancino della vita le ha reso la parola stenta e impedita. Oggi, a nove anni, è come una sorgente preziosa d'acqua purissima che trova ostacolata la sua musicale e sonora via d'uscita. Prigioniera, si spinge inutilmente contro l'innaturale sponda,  ti scruta naufraga in un mare dove latita la pienezza dell'onda.

Un tesoro di energie inibite, una famelica voglia di comunicazione sospesa, premono sottopelle in moto perpetuo e agitazione febbrile, si concentrano in uno sguardo che non ti molla, ti fruga e avido aderisce come mastice e colla.

Non potendo scandire bene il tuo nome, lo ripete storpiato in continuazione. Non riuscendo a dare voce compiuta ad un solo elementare pensiero, lo riflette come uno spezzato specchio nero.

Per la sua immagine ferita, per  la sua  relazione sociale inibita, reclama di essere ripagata. L'ossessività con cui si propone è misura della sua sofferenza avvilita. Infatti non ti si rivolge: si aggrappa. Non ti chiede: ti supplica. Non  ti chiama: ti perseguita e inchioda. La disgrazia l'ha così truffata e trafitta che, a risarcimento, reclama la tua dedizione assoluta.

La creatura bambina è incarnazione dolente di una straordinaria energia primitiva impedita da un ostacolo che le rende difficile la fruizione piena della vita: e così che una infinita mitezza originaria può trasformarsi in frenetica compulsione ossessiva.

Per ciò, da chi le sta accanto pretende risarcimento immediato, e di chi le si mostra compassionevole è pronta a farsi schiava. Ma l'effetto più frequente, ahimé, è l'altrui insofferenza, sottrazione e fuga. E questo per lei si traduce in ulteriore angoscia e pena.

La creatura è immagine di una vita che avrebbe potuto essere piena e felice, e che invece è rimasta segnata da uno stigma ostile. E'così diventata memento di ciò che noi tutti sotterraneamente  affligge,  specchio e tormento di un nostro sottrarci, di un egoismo vile.

Sdraiato sull'amaca, ho avuto il privilegio di accogliere il suo corpo disteso sopra il mio, la sua schiena sul mio petto, la cupola delle sue natiche sul mio ventre, la forma affusolata delle sue gambe snelle sulle mie. Alle mie narici arrivava l'odore amarognolo lieve dei suoi capelli. Ero per lei contatto rincuorante e sicuro, ansa e rifugio. Pelle su pelle, muscolo su muscolo, il calore e le vibrazioni, nel passaggio da corpo e corpo, fornivano beneficio come nessuna parola, nessuna medicina, nessun ascolto di musica o assaggio di dolce squisito. In silenzio, in ascolto, senza fretta né artificio, ci siamo assaporati così lontani e diversi,  nel reciproco rifugio accoglienti. 

Lei, bambina sulla soglia di diventare signorina, impedita nella parola ma così  intensamente espressiva, femminilissima nel suo essere ancora cucciola. Io, maschio legnoso più che adulto, pieno di letture e scritture che sono voci effimere tutt'al più ben coltivate, miracolosamente prescelto e onorato, così felice del dono che a confronto l'Arca dell'Alleanza e il Calice del Santo Graal sono  altisonanti chiacchiere.