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VICENZA: VIA LIBERA AI LAVORI BASE USA

E i ribelli occupano l'aeroporto. Proteste dalla sinistra radicale e da parlamentari veneti dell'Unione. Gli antagonisti per un'ora nello scalo di Vicenza

Giusi Fasano

(Corriere.it) VICENZA - Un po' si intuiva, un bel po' si sapeva: sull'allargamento della base Usa di Vicenza sarebbero arrivate presto grandi novità. Presto, cioè dopo la visita italiana di Bush. Così ieri non è stata certo una sorpresa, in città, l'annuncio dell'ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli: «Gli Stati Uniti hanno ricevuto dall'attuale governo italiano il nulla osta scritto che autorizza il progetto per il Dal Molin, ora inizia la parte attuativa ». Data di fine lavori, prevista dagli Usa: 2011. Arrivano le ruspe, quindi, per quella che il movimento no-base definisce «non un ampliamento ma una nuova gigantesca base militare». L'ambasciatore ha aggiunto anche che Prodi ha confermato il suo impegno al «sì» ben due volte prima dell'incontro con Bush, a gennaio e a maggio.

E il popolo anti-base si è infuriato. «Il governo ci ha mentito» è stato il primo commento di Cinzia Bottone, portavoce del presidio permanente «No Dal Molin». «Da poco ci avevano assicurato che non c'era nessuna firma per il via ai lavori. Bugie. Dovranno mandare l'esercito per fermare i cittadini. Faranno di Vicenza una città sudamericana, con i soldati contro la gente». Così alle tre del pomeriggio. Alle dieci di sera la «controffensiva »: dopo una breve assemblea, centinaia di antagonisti hanno deciso di occupare l'aeroporto Dal Molin (la zona civile dello scalo), l'area sulla quale è prevista la nascita di Ederle 2, il camp che, nelle parole entusiastiche del generale Frank Helmich (capo della Setaf di Vicenza) servirà «a riunificate la 173/a Brigata di sei battaglioni, quattro dei quali sono in Germania e due in Italia». I dimostranti hanno tagliato le reti e sono rimasti dentro un'ora. Una specie di «prova tecnica» di occupazione in attesa di quella vera, quando saranno le ruspe a far saltare le recinzioni. «Una cosa è certa, noi non abbiamo intenzione di cedere» scandisce Stefano Priante, anche lui del Presidio permanente. «La base non si farà né ora né mai, né con le buone né con le cattive» chiude il leader dei Cobas Piero Bernocchi. Se queste sono le premesse non si può dire che sarà compito facile quello dell'europarlamentare della Margherita Paolo Costa, ex ministro ai Lavori Pubblici ed ex sindaco di Venezia, nominato da Prodi rappresentante della presidenza del Consiglio per tutte le questioni della base Dal Molin. «Se la base non fosse stata già decisa sarebbe più semplice — riconosce lui — ma i margini di mediazione ci sono sempre. Parlerò con tutti, dove per tutti si intendono coloro che rappresentano interessi legittimi».

La partita Dal Molin, comunque, ora è tutta politica. E non promette toni pacifici. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, da sempre contro l'allargamento della base, è chiaro: «L'Italia ha bisogno di politiche sociali, non di nuove basi militari ». Il sottosegretario all'Economia Paolo Cento parla di «pessima notizia» e prevede che «la questione rischierà di diventare dirompente».

Il capogruppo dei Verdi alla Camera Angelo Bonelli dice: «Non accetteremo passivamente ». Il sindaco della città, Enrico Hullweck, si augura che «la decisione tenga conto di tutte le necessarie conseguenze» e cinque parlamentari no-base dell'Unione — Laura Fincato (Ulivo), Lalla Trupia (Sd), Elettra Deiana (Prc), Luana Zanella (Verdi) e Tiziana Valpiana (Prc) — prendono atto stizziti «del fatto che ancora una volta l'ambasciatore è informato prima del Parlamento».

Quanto basta per far dire al capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani, «questo governo dimostra ancora una volta che non ha una politica estera unitaria, ombra che grava sulla possibilità di tener fede agli impegni con Bush e che scredita il nostro Paese». (15 giugno 2007)

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