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La vita sta cambiando pelle

Cinema - Art from Arctic e Cape Farewell

di Daniele Federico

L'arte può servire al nobile scopo dell'educazione ambientale, in questo caso constatiamo le velleità di un occidente che crede di lottare a difesa del pianeta

Il colophon dettagliato della mostra Cape Farewell, con il  dettaglio delle spedizioni

Solo dieci anni fa nessuno ne parlava, invece nell'ultimo biennio abbiamo avuto un aumento esponenziale di concerti, film, libri e iniziative sociali a difesa del nostro pianeta. Se inizialmente l'obiettivo degli ecologisti più convinti era quello di ottenere degli spazi abbastanza importanti e con una certa risonanza, oggi che l'opinione pubblica è più interessata al futuro della Terra ci si inizia a interrogare su quali siano i metodi più efficaci per sollecitare il cambiamento. Al fine di sensibilzzare il grande pubblico si prova di tutto: prodotti culturali, dibattiti pubblici, campagne pubblicitarie e manifestazioni. Ma cosa accade dopo che una platea ha dedicato dieci minuti di applausi all'ultimo sconvolgente documentario? Dobbiamo aspettarci che nella confusione delle nostre quotidianità i messaggi passino via come macchie di caffé dalla tovaglia?

Una delle tre mostre ospitate dall'Auditorium Santa Cecilia ha per titolo Cape Farewell: Art and Climate Change, un grande progetto pluriennale a cui era legato un documentario in programmazione per la recente edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. L'artista David Buckland è il creatore di Cape Farewell che dal 2001 si muove per stimolare una risposta culturale e comportamentale al cambiamento climatico. Buckland ha organizzato alcune spedizioni nell'Artico formate da artisti, scienziati a comunicatori con l'obiettivo di fare ricerche e nel contempo creare opere dal forte potere comunicativo.
Da qui la BBC ha prodotto il documentario per la tv: Art from Arctic.

Cape Farewell Project

Il documentario non vuole spiegare i processi che portano a fenomeni come lo scioglimento delle calotte polari, ma si concentra sulla contemplazione della bellezza dell'Artico come emblema di un pianeta in pericolo, sulle interpretazioni degli artisti e sulle emozioni che le loro opere dovrebbero provocare, essendo ispirate proprio dalla spedizione di David Buckland. Nel documentario vengono mostrati alcuni dei processi creativi e i dialoghi tra i protagonisti persi tra contemplazione e randomiche riflessioni senza un filo conduttore e senza molto senso.

Così si rivelano quasi tutte le loro opere: insensate e fastidiose. In una delle migliori, se non altro per il potere evocativo delle foto scattate, l'artista visuale proietta brevi estratti poetici, sempre a tema ambientale, sulle pareti del pack per poi fotografarle in notturna; in un'altra (no, non era la migliore) costruisce, attraverso un procedimento complicato, una scultura di ghiaccio antropomorfa con cui l'equipaggio si diverte a scattare fotografie ricordo; a seguire gli esperimenti di un musicista che, affascinato dalla totale mancanza di elementi sonori umani, inizia a produrre lui stesso dei suoni, negando il motivo del suo stesso stupore. Il documentario raggiunge momenti che mettono a dura prova la pazienza di uno spettatore coscienzioso e intelligente: come quando vediamo l'intero equipaggio preso a fotografare febbrimlente i pezzi del pack che si staccano, una manifestazione reale ed esplicita del riscaldamento globale, per poi ridere della loro condizione (si eccitavano ad ogni blocco di ghiaccio che sempre più grande crollava in mare, mentre "lottavano" affinché tutto quello finisse). Ma l'apice si raggiunge quando, durante una delle cene dentro la loro nave a vela, i membri del suddetto equipèaggio discutono amabilmente e scherzano sul loro bicchiere di vino e sul progresso che li ha portati a godere di quel momento, lo stesso progresso che vorrebbero cambiare.

Art from arctic non dice nulla: non spiega il cambiamento climantico, e non era sua intenzione ok, ma neppure riesce a trasmettere un messaggio forte, a meno che la casetta di neve messa su dagli architetti di Cape Farewell, esterrefatti dalla leggerezza e compatezza della neve, non sia di monito a fare la raccolta differenziata. Tra parentesi: neppure un cenno viene fatto agli scienziati che costituivano l'altra metà dell'equipaggio secondo il progetto. Per finire tutto questo è terribilmente noioso, un semplice montaggio di chiacchierate e dichiarazioni rivolte alla telecamera, un backstage e dei paesaggi mozzafiato.

Volete davvero salvare l'Artico? Inziate sbarazzandovi della vostra auto.

Cape Farewell Project

(alphabetcity.it)