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La vita sta cambiando pelle

Ceccio da Chiaramonti l’eterno provocatore

Gian Antonio Stella

I colpi alla Dc e agli altri

(corriere.it) «Te la diamo vinta, basta che stai zitto», titolò a un certo punto Cuore, dopo la milionesima puntata del tormentone esternatorio. Ora che se n'è andato, però, saranno probabilmente in tanti a sentire, in certi momenti di passaggio, la mancanza della voce di «Ceccio da Chiaramonti», come Francesco Cossiga con vezzo autoironico si era ribattezzato rivendicando l'amata «sarditudine». La voce più imprevedibile della politica italiana. La più corrosiva. La più irridente.

«È come il tempo nel Maine: prima o poi cambia», lo immortalò un dì Arturo Parisi, che lo conosceva da quando faceva il chierichetto in quella chiesa sassarese di San Giuseppe che ha avuto tra i parrocchiani Antonio Segni e suo figlio Mario più il giovane Cossiga più tutti i suoi cugini Berlinguer (da Enrico a Giovanni, da Sergio a Luigi) più Luigi Manconi. E la sua svolta, da presidente-notaio ossequioso delle liturgie a pirotecnico picconatore del mondo che lo aveva eletto a larghissima maggioranza («i partiti si erano illusi di aver spedito al Quirinale un uomo scialbo, di seconda fila, disciplinato e obbediente») fu davvero un uragano.

 

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Cominciò dando battaglia al giudice Felice Casson fino a proclamare la fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il 18 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d'Italia. Giovani dicì armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato ». Furente con la «sua» Dc e soprattutto con Giulio Andreotti dai quali si sentiva sempre più isolato, allargò il tiro. E prese a mettere in discussione tutto e tutti. Davanti allo sconcerto, sulle prime, ci rise su: «Qualcuno dice che sono un po' matto. Ma dalla diagnosi di schizofrenia si è passati a quella di nevrosi e ormai siamo vicini a un leggero stato d'ansia. Alla fine del mio mandato sarò completamente sano ».

Feroce nelle battute sugli altri, si sentiva libero di sorridere anche di se stesso. Fino a dire a Claudio Sabelli Fioretti: «Sono stato il peggior Presidente nella storia. Sono quello che ha combinato di meno. Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un velleitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale». Lo pensava davvero? Mah... È lecito dubitarne. Ogni tanto, nelle sue sventagliate, sbagliava mira. E magari poi si scusava. Come fece con l'ex procuratore di Napoli: «Nella vita accade talvolta di sbagliarsi, anche gravemente. Occorre allora il coraggio di riconoscerlo. Ed è quello che oggi faccio con Agostino Cordova con il quale sono stato in grave, anche se parziale dissenso su alcune sue iniziative giudiziarie quando era procuratore di Palmi (..)

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Gli chiedo pubblicamente scusa per giudizi forse grossolani e affrettati e atti che non volevano essere offensivi da me compiuti nei suoi confronti ». Quali atti? Una serie di regali. Ai quali il magistrato aveva reagito con una denuncia. Dove spiegava, come riassunse l'Ansa, «d'avere ricevuto in dono un triciclo, una papera-salvagente e "Supercluedo" un gioco da piccoli detective, accompagnati dall' invito di prendersi una vacanza». C'era tutto Cossiga, nei regali che faceva. Alla senatrice Tana De Zulueta, che gli pareva naif, consegnò «Alice nel paese delle meraviglie». A Massimo D'Alema inviò un bambolotto di zucchero: «Siccome Berlusconi dice che mangia i bambini...» A Franco Mazzola, un fedelissimo accusato di tradimento, fece recapitare 30 denari di cioccolato. A Cesare Salvi, reo d'aver chiesto l'abolizione dei senatori a vita, mandò un pacco di pannoloni perché «la smettesse di avere gli incubi notturni e di fare la pipì a letto».

Passata la metà della vita a controllarsi fino a raggiungere tutti i traguardi possibili, trascorse l'altra metà infischiandosene di ogni liturgia. Anzi, più scandalizzava e più si divertiva. Come quando, alle prime manifestazioni dell'Onda studentesca, consigliò a Roberto Maroni di «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Anche i docenti? «Soprattutto i docenti». Le avesse dette venti anni fa, quelle cose, sarebbe venuto giù il soffitto. Adesso, alzarono un po' tutti le spalle: «Uffa, Cossiga! ».

Marcello Dell'Utri ne diede una definizione folgorante: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande ». Lasciato il Quirinale a 64 anni ancora da compiere, tre lustri prima dell'età in cui comunemente gli altri presidenti vengono eletti, confidava agli amici di annoiarsi, in quella sorta di pensione anticipata di lusso. Si era dunque ritagliato uno spazio eccentrico. Dal quale si divertiva a lasciar cadere dentro la politica italiana tutte le provocazioni possibili (spesso dense di verità che nessun altro poteva permettersi di confessare) come certi monelli lanciano petardi in mezzo alle cerimonie solenni. Implacabile «impiccababbu» sugli avversari (a Marcello Pera che l'aveva accusato di rubare parlamentari come i suoi avi rubavano pecore, rispose ricordando che «che nella tradizione italiana i nomi inanimati sono sempre stati assegnati a chi aveva incerte origini. Lascio dunque immaginare al presidente Pera quale fosse il mestiere delle sue ave») aveva il merito di non risparmiarsi le auto-punzecchiature. Neppure nella veste di Externator: «In realtà non esterno: comunico. Parlo e qualche volta straparlo. Eccedo».

Dotato di un'ottima opinione di se stesso, per dirla con un eufemismo, si prendeva il lusso di confidare con leggerezza gli errori più gravi: «In nome della carità e della solidarietà ho sbagliato. Credevo che la politica economica dello stato dovesse ricalcare le linee della San Vincenzo. Abbiamo scambiato la solidarietà con lo spreco. La solidarietà con l'inefficienza. Pensavamo che i soldi non sarebbero finiti mai». Forte di questa disponibilità all'autocritica, si prendeva il lusso parallelo di non prendere sul serio nessuno: «Ho una grande stima per i comici. Sa di chi ho paura io? Di quelli che, credendosi seri, fanno ridere». Lasciò dunque agli archivi una serie di battute omicide per il puro gusto di stupire. Su Paolo Cirino Pomicino: «Nell'Udr non può far correnti. Al massimo correnti d'aria». Su Romano Prodi: «È la rivincita di Dossetti su De Gasperi». Su Enrico La Loggia: «Non è mia abitudine bastonare i servi al posto del padrone». Su Giuliano Amato: «Ha la vocazione alla ciliegina. Gli altri fanno le torte e lui le completa». Su Rocco Buttiglione: «Scusate, sapete dirmi a quest' ora come la pensa Buttiglione?». Su Gianni Letta: «È come padre Giuseppe, l'eminenza grigia di Richelieu. Ma lui è l'eminenza azzurrina». Ma soprattutto su Silvio Berlusconi. Una per tutte: «Pa-Peron». A rendergli l'ultimo saluto, potete scommetterci, andranno tutti. Anche quelli che non lo sopportavano. Quanto all'epigramma, uno lo suggerì lui stesso. Beffardo: «Per una ricostruzione della mia vita vedrei bene dialoghi in stile "A cena con il diavolo"».

18 agosto 2010