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La vita sta cambiando pelle

MILLEPROROGHE 2011: DANSE MACABRE PER I TEATRI

Enrico Votio Del Refettiero

Conversione in Legge per i Milleproproghe 2011: nel silenzio assordante del Ministro Salvo Bondi inizia il conto alla rovescia per il mondo dello spettacolo

Da 48 ore il Senato ha ratificato il Decreto Legge "Milleproroghe" - nome degno più della Repubblica del Bunga Bunga che di una democrazia matura che fino a poco tempo fa si vantava di essere la settima potenza economica del mondo - e ha così ufficialmente staccato la spina. Il reintegro del FUS, da tutti auspicato e abitualmente messo in atto in questa "zona cesarini" della politica finanziazia italiana, non c'è stato. Ora si fanno le previsioni: chi già è in coma profondo (il Teatro Carlo Felice di Genova), chi prevede di resistere fino alla fine del mese (al Maggio Musicale Fiorentino già i soldi per pagare gli stipendi di fine mese in cassa non ci sono), i più fortunati e previdenti come l'Accademia di Santa Cecilia fino a Maggio. Poi il destino è incerto ma per tutti il fantasma della chiusura per insolvenza si fa sempre più vicino.

Da questa "danse macabre" sull'orlo dell'abisso sembrano per il momento salvarsi in pochi, i pochi privilegiati dal Milleproroghe, che hanno letto i commi 16ter e 16quinquies con sollievo e la soddisfazione di vedere la propria attività di pressione  sulle persone giuste premiata dal successo. In primis la Verdi, che si vede prorogato il contributo straordinario di 3 milioni di Euro anche per il 2011. Recita infatti, senza troppe perifrasi, il comma 16 ter: "Fino al 31 Dicembre 2011 è prorogato il finanziamento a favore della Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano G. Verdi con autorizzazione di spesa pari a Euro 3'000'000". Tra tanto politichese finalmente qualcosa di chiaro per tutti! Vale la pena aprire una parentesi su questa strana anomalia della vita musicale italiana che dopo aver lasciato "puffi" (debiti) ovunque - compresi contributi ENPALS non versati per anni sotto la falsa tipologia delle borse di studio ai musicisti, che erano a tutti gli effetti stipendiati dell'orchestra - pare destinata a elevati destini. La Verdi è da sempre legata alle alterne fortune di Luigi Corbani. Ex politico di rango del PCI, arrivato fino alla carica di Vice-Sindaco di Milano, all'inizio degli anni '90 si lancia nell'avventura della Verdi come un elefante nella cristalleria della decrepita magione di una vecchia signora: approfittando (ma c'è chi maligna, favorendo) la disparizione dell'Orchestra RAI di Milano, fonda un'orchestra, si conquista uno spazio in Conservatorio - che però pare non abbia mai pagato tanto che dopo qualche anno il debito ammontava a oltre 700 milioni di vecchie lire - e infine, all'inizio del nuovo millennio, riesce nel miracolo: la realizzazione di una nuova sala, quell'Auditorium di Milano che oggi troneggia tra i canali della ex-movida milanese del Ticinese. I cadaveri che stanno sotto l'impresa non si contano, ma per Corbani quel che conta (nella miglior logica della sua formazione politica e culturale) è il risultato. Dopo anni difficili, arriva d'apprima il provvidenziale aiuto della Banca Popolare di Milano (o meglio del suo Presidente, il redivivo ex-DC Mazzotta che Corbani aveva aiutato a detronizzare Paolino Bassi nel corso di una tempestosa assemblea degli azionisti). Poi il sostegno del Quirinale, grazie alla presenza accanto al Presidente Napolitano di un dinosauro di Botteghe Oscure come Gianni Cervetti: che oltre ad essere coscritto del nostro Presidente della Repubblica (o comunque ultra-ottantenne come lui) ed ex compagno di partito, è guardacaso il Presidente della Verdi. E di questi tempi, durissimi per il Governo Berlusconi - vuoi che si neghi un favore al Quirinale?  Ed ecco quindi l'obolo confermato per il 2011.

Gli altri miracolati sono le Fondazioni Lirico-Sinfoniche che rispondono ai parametri del comma 16quinquies, che questo sì, invece, è un capolavoro di oscurità politichese. Vi risparmio la citazione, ma i più coscienziosi (o coloro che soffrono di insonnia) possono deliziarsi nella lettura dell'intero "Milleproroghe", che è qui nella sua versione integrale a disposizione dei nostri lettori. Di fatto i parametri sono stati studiati con la massima cura a tavolino perchè a beneficiare dell'assegno di 3 milioni di Euro rilasciato a fatica dal cerbero Ministro Tremonti siano solo in due: il Teatro alla Scala e l'Arena di Verona. Anche qui è ovvio l'intento politico: la Scala è troppo visibile e dopo il plateale intervento di Baremboim in diretta radio-televisiva il 7 Dicembre scorso, non si poteva abbandonarla. In ballo c'è la poltrona di Sindaco di Milano e il PDL (o quel che resta), non può certo rischiare di perderla. Verona è poi la roccaforte leghista per eccellenza e vuoi, anche qui, che Tremonti possa permettersi di scontentare il suo più fido sostenitore? Ed ecco, 3 milioni anche per l'Arena! Per gli altri restano le briciole, senza distinzione: per i più meritevoli come il Teatro Regio di Torino e l'Accademia di Santa Cecilia, come per le cicale miracolate come l'Opera di Roma e il Teatro di San Carlo di Napoli. Alla faccia della meritocrazia sbandierata dal Direttore Generale dello Spettacolo dal Vivo all'inizio del suo nefasto mandato. Alla faccia della stampa inglese, che ha recentemente posto l'Orchestra di Santa Cecilia tra le 6 migliori orchestre al mondo (ma il Ministro Bondi legge la stampa estera?) accanto a orchestre mitiche come i Berliner, i Wiener o la London Philharmonic. E alla faccia dei risultati strabilianti del Teatro Regio di Torino che ha totalizzato nella passata stagione il record assoluto di biglietti venduti con la fortunata produzione de "La Traviata" (12 recite tutte esaurite) e ha conquistato il raffinato mercato giapponese con una residenza estiva alla prestigiosa Bunka Kaikan, che gli è valsa la nomination da parte della stampa giapponese per il miglior complesso straniero del 2010.

Figure inquietanti e immonde si agitano in quest'agonia. Prima fra tutte quella di Alberto Veronesi, che  avendo come unico merito quello di essere il figlio dell'oncologo più famoso d'Italia sventola i suoi soldi - e quelli dei suoi misteriosi sponsors - sulla faccia delle ormai miserabili istituzioni musicali non solo in Italia ma perfino in America. Dove ha letteralmente "comprato" una compagine orchestrale semi-dilettante, la New York Opera Orchestra, abbandonata dal suo vecchio nume tutelare Eve Queler (ormai in pensione per raggiunti limiti di età) e letteralmente allo sfascio. Il nostro, che non sa dirigere ma la politica la conosce benissimo, ci ha visto l'opportunità della vita: l'orchestra infatti un privilegio ancora ce l'ha ed è quello di presentarsi periodicamente alla mitica Carnegie Hall e approfittando del provincialismo e dell'incompetenza della stampa italiana, ne ha fatto un evento mediatico da lancio ANSA: tanto che perfino il Corriere delle Sera, ormai forse più pratico delle misure di Ruby che di vicende culturali, ha annunciato che Veronesi era stato nominato addirittura "Direttore Musicale della Carnegie Hall". Di che sbellicarsi dalle risa. Salvo che con queste credenziali, unite a qualche cofanetto pubblicato a pagamento dalla una volta prestigiosissima casa discografica Deutsche Grammophone con la partecipazione di un ex tenore famosissimo come Placido Domingo, si candida ormai ovunque. Dal Teatro Comunale di Bologna dove gli sprovveduti musicisti della neonata Filarmonica del Teatro Comunale gli affidarono addirittura, tra squilli di tromba della prona stampa nazionale, la Direzione Musicale. Salvo poi sparire con la cassa - gli informati parlano di diverse decine di migliaia di Euro spariti nel nulla - pochi mesi dopo ed essere ancora oggi, dopo quasi tre anni, una figura degna di una puntata di "Chi l'ha visto?". Al Teatro Carlo Felice di Genova al quale nel Novembre scorso prometteva la dotazione di un milione di Euro di sponsorizzazioni contro la carica di Direttore Artistico: a questo siamo arrivati, alla simonia conclamata nel sacro mondo della lirica...
Lo annunciava festosamente La Repubblica dalle colonne della sua edizione di Genova lo scorso 26 Novembre: "Carlo Felice: il figlio di Veronesi sarà il nuovo direttore artistico" (vedere per credere). Poi le smentite e il silenzio, ma la pietra nello stagno era lanciata e quella di candidato alla Direzione Artistica e Musicale delle maggiori istituzioni italiane pare essere divenuta la professione del "Forrest Gump" della deprimente vita musicale italiana.

Vale la pena, fare un breve giro di orizzonte sulla situazione delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche Italiane; e procediamo geograficamente.

Cominciamo dal caso più triste, quello del Carlo Felice: a chi visitasse il sito del Teatro la visione che appare è desolante: nessuno spettacolo in futuro è previsto nella sezione dedicata al calendario delle attività! Stipendi in ritardo (40 lavoratori lamentano di non riceverlo dallo scorso mese di ottobre), una programmazione annunciata a singhiozzo, di settimana in settimana addirittura. E a fine gennaio scorso l'incasso, immagino non milionario, di una recita poco più che parrocchiale di "L'elisir d'amore" pignorato per pagare il credito di quasi 400'000 Euro vantato dall'ex Sovrintendente Gennaro Di Benedetto.

Il Teatro Regio di Torino vive una stagione miracolosa, ma un taglio di quasi 6 milioni di Euro rispetto allo scorso anno, in un momento in cui il Comune di Torino ha le sue belle gatte da pelare e non ha certo le risorse per correre in soccorso del suo gioiello musicale, rischia di essere esiziale.

Il Teatro alla Scala è al centro di una vicenda che ha del grottesco: priva del Direttore Musicale - per la prima volta nella sua storia - dalla clamorosa cacciata di Riccardo Muti nel 2005, ci ha messo una pezza nominando Daniel Baremboim con il titolo, curioso quanto improbabile, di "direttore scaligero". Che non vuol dire quasi nulla, tanto che in questa stagione colui che dovrebbe fare le veci del Direttore Musicale del più importante teatro italiano - una volta leader nel mondo - dopo la produzione inaugurale in teatro non metterà praticamente più piede. Bruciata la candidatura prima di Riccardo Chailly e poi di Daniele Gatti (vittima del fuoco amico all'inaugurazione di due anni fa con la sfortunata produzione di "Don Carlo"), la Scala vive oggi una crisi d'identità gravissima. Affida il repertorio che dovrebbe essere più vicino alla sua identità, a direttori che non lo hanno mai frequentato e che probabilmente non conoscono nemmeno la trama delle opere che dirigono: il caso del disastroso esito del più famoso dittico della storia dell'opera italiana, "Cavalleria rusticana" e "Pagliacci", affidato a un direttore come Daniel Harding che "Cavalleria" non l'ha mai diretta e "Pagliacci" l'ha letto di sfuggita in una recita in forma di concerto con la sua pur ottima orchestra di Stoccolma (?), mi pare emblematico.

L'Arena di Verona è ormai un ente a pieno titolo "padano"; affidato alle cure dell'agronomo Girondini (d'altra parte gli agricoltori del veneto sono probabilmente il serbatoio di voti più solido della Lega), la sua programmazione è ormai un encefalogramma piatto e il "Festival Zeffirelli" dello scorso anno, che ormai in carrozzella e in preda a una sempre più evidente demenza senile si è visto affidare le regie dell'intera stagione areniana, è il segno dell'incapacità di presentare una proposta culturale degna di tal nome. L'opera è ormai un museo delle cere aperto ai turisti di tutto il mondo e all'Arena la cosa appare evidentissima.

Di Bologna, con il bando farsa della Cancellieri, ci siamo occupati da queste pagine a lungo, e non credo valga la pena, ora, di ritornarci, anche perché poco si sa di cosa voglia fare Ernani. Certo sarebbe stato corretto conoscere il suo "piano industriale" (così è stato definito) prima di chiedere ai soli artisti dei tagli alle loro remunerazioni.

Vorrei soffermarmi e spendere una parola per La Fenice. Il Sovrintendente Vianello, che pur aveva dato ottima prova di se', non è stato riconfermato per manovre di piccolo cabotaggio politico locale, che hanno visto il trionfo di una risorsa interna, anzi internissima: Cristiano Chiarot non parla quasi l'italiano ma se la cava benissimo in veneziano e pare l'uomo perfetto per fare della Fenice il salone delle feste della nobiltà locale e il salotto per accogliere gli emiri di passaggio. Con i tagli in vista e il totale disinteresse della leadeship culturale italiana, la condanna al localismo e alla logica dell'evento a pagamento pare l'ipotesi più ragionevole, ma anche la fine più ingenerosa per un teatro che è stato un tempo motore di proposte culturali a livello internazionale.

A Firenze regna, novella Madame Pompadour, una signora che vanta nel suo curriculum - oltre che la pratica di sport estremi - una signioficativa presenza nel letto di uno dei finanzieri più discussi ma anche più influenti del Paese, quel Francesco Micheli che dopo averla nominata Direttore Generale del MITO Festival e averla poi candidata alla guida delle attività culturali dell'EXPO 2015, l'ha finalmente liquidata con la poltrona di Sovritendente del Maggio Musicale Fiorentino e la promessa - per quel teatro agonizzante - di importanti sponsorizzazioni. Che per il momento non si vedono tanto che, come abbiam detto, pare siano nuovamente in pericolo gli stipendi di febbraio (ovvero il mese in corso). In tempi di "Rubygate" mi paiono davvero "quisquiglie e pinzillacchere..."

E arriviamo a Roma e al suo Teatro dell'Opera: l'inedito e curioso tandem Vespa - Alemanno aveva fatto l'assedio al Maestro Muti: il quale non certo alieno dalle lusinghe della politica (non dimentichiamo che la nomina a Direttore Musicale del Maggio Musicale Fiorentino a soli 28 anni fu dovuta, oltre che agli indubbi meriti musicali, alla parentela della moglie con uno degli uomini di vertice della DC nazionale), ha ballato la tarantella della Direzione Musicale per mesi fino alla dichiarazione finale di "non disponibilità" dello scorso dicembre. Ha nel frattempo assunto la Direzione Musicale della Chicago Symphony Orchestra dove però, a causa di due consecutivi e abbastanza misteriosi malori, non ha mai diretto. E a Roma qualcuno ha gridato: "Dio esiste!"

A Napoli, dove pur sospirano per la presenza a singhiozzo e con il contagocce del grande Maestro, si è appena vissuta la tragi-commedia dell'arrivo e della immediata partenza del Direttore Artistico Serge Segalini. Il Teatro, eletto a Teatro di Corte del Direttore Generale dello Spettacolo dal Vivo, è privo ormai da anni di una vera Direzione Artistica, di una Direzione Musicale - il routinier Maurizio Benini non può certo fare gran chè - e pure di una qualunque proposta artistica. Ma, coi tempi che corrono, i soldi almeno ci sono, i salari sono assicurati e pure le tournée, invero piuttosto  improbabili (le zone minerarie del Cile). Per il resto "chi se ne frega!".

E sulle isole? A Cagliari la situazione è simile a quella di Genova, i soldi in cassa non ci sono, mentre i lavoratori si agitano ma non hanno nessuno con cui parlare dato che Sovrintendente, Direttore Artistico e Direttore Amministrativo hanno tagliato la corda. Al timone è stato messo, senza poteri di sorta, quel galantuomo di Giuseppe Cuccia che gestisce la quitidianità di un corpo in evidente stato di decomposizione, ma solo fino a Maggio. Poi, probabilmente, la chiusura. A meno che le vicine elezioni amministrative non facciano ancora una volta il miracolo all'italiana.

Il Teatro Massimo di Palermo sopravvive, ma restano da pagare - oltre all'ordinaria amministrazione - le rate del mutuo da 25 milioni di Euro lasciato in eredità dall'ineffabile Avvocato Gaetano Armao. E con i tagli ormai conclamati non sembra resti molto ossigeno.

Tra i teatri di tradizione limito alcune note al Regio di Parma. Nel Ducato il chitarrista-motociclista Mauro Meli si è ricandidato ufficialmente alla propria successione: il suo mandato scade nel 2012 e con la Giunta Vignali sempre più a rischio di mancata rielezione, è meglio assicurarsi subito un nuovo incarico: coi tempi che corrono e i risultati davvero deludenti della sua gestione Meli farà magari pure lo sconto (era il Sovrintendente più pagato l'Italia 336.000 euro anno più benefit). Mi aspetto nelle prossime settimane grande agitazione di compassi e grembuilini, e magari qualche editoriale delirante di Paolo Isotta a celebrare le gesta di Meli con ben studiato richiamo sulla "prima" del Corriere della Sera.

O tempora, o mores!

A chi ha scritto l'aticolo,

A chi ha scritto l'aticolo, sottolineo che ha dimenticato la Fond. Teatro lirico Guseppe Verdi di Trieste, interessante sapere  anche la sua situazione, come per gli altri teatri, qualcosa posso dirla io che ci lavoro, produzione sicura fino al mese di maggio, poi? bah.., corpo di ballo eliminato.

Il Teatro Verdi di Trieste

Caro Lavoratore del Teatro Verdi di Trieste,

Grazie per avermi ricordato di questa imperdonabile dimenticanza: in effetti il Teatro Verdi soffre di una sindrome asburgica, quindi viene spesso a torto considerato un caso a parte e di lui pochissimo di parla.

Per farmi perdonare, le prometto di dedicargli un intervento specifico anche perchè il recente accorparmento con il Teatro Stabile del FVG ne fa un caso da studiare con attenzione.

Quanto al "dire qualcosa": la incoraggio a farlo. La rete serve soprattutto a questo, ovvero a dare voce a coloro che non ce l'hanno e la meriterebbero molto più delle tante Ruby di turno.

Con simpatia

Enrico Votio del Refettiero

certe tristi verità non

certe tristi verità non vengono rese note dai cd media nazionali tutti sudiciamente proni al potere costituito e chi finge di fare opposizione trova più semplice attaccare il governo x causa puttane e varie mignottelle da strapazzo piuttosto che denunciare certe schifezze in cui probabilmente sguazza da anni anche chi sta all'opposizione .... ma prima era al potere

repubblica di merdaaaaa altro che festeggiare 150 dell'unità nazionale (portata da un RE !!!!) 

non abbiamo abbastanza fame per scendere in piazza come i libici o gli egiziani e liberarci di TUTTI questi maiali che stanno al potere e si punzecchiano l'un l'altro per far credere di voler cambiare ..... ricordiamo il Gattopardo

ci satollano e noi ci lasciamo andare nel benessere senza reagire più di tanto

almeno teniamo svegli i nostri figli perché loro trovino il coraggio di sbarazzarsi di tutto questo e darsi un futuro migliore 

moshe61 

La repubblica

Caro Moshe61,

Condivido appieno il primo paragrafo del suo intervento. La rete serve a questo ormai, a rimpiazzare una stampa "ufficiale" che è sempre meno indipendente e fa sempre meno "giornalismo". Ma il numero dei fruitori della rete aumenta, mentre quello dei lettori dei giornali diminuisce.

Sono meno d'accordo con lei sulla "Repubblica di merda": la Repubblica siamo noi e siamo noi che la facciamo così. Ha invece perfettamente ragione quando parla delle nuove generazioni, sono loro che la dovranno rifondare. Quando finalmente decideranno di scendere in piazza sul serio, io sarò con loro.

Coraggio!

Enrico Votio del Refettiero