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La vita sta cambiando pelle

Il Concilio e le donne

Quante donne entrarono in Concilio? Ventitre, presenti come uditrici, dal 25 settembre 1964 al luglio 1965. Dieci religiose e tredici laiche, scelte con criteri di rappresentanza internazionale, chiamate da Paolo VI l’8 settembre 1964. Le madri del Concilio, come le chiama Adriana Valerio nel suo bel libro edito di recente da Carocci. I padri erano 2540, in rappresentanza della Chiesa universale.

Le donne, che avevano l’ordine di tacere nelle assemblee conciliari, non esitarono a incontrare vescovi e cardinali e teologi come Henri De Lubac, a proporre testi, a influire sul dibattito. Superarono molte barriere, compresa la separazione del locale adibito a bar. Lasciarono, comunque, tracce significative.

Nel secolo delle donne il Concilio Ecumenico Vaticano II, aperto l’11 ottobre 1962, non le vede protagoniste. Ma, appunto, il Concilio era stato convocato da Giovanni XIII per aprire nuove vie alla Chiesa e per determinare un suo nuovo rapporto con il mondo, e sarà su queste strade, nel dopo Concilio, che le donne prenderanno la parola e si faranno sentire.

Quando il Concilio si celebra, la prima metà del secolo è già trascorsa e la questione femminile si è già imposta nell’occidente europeo e nord americano. I primi anni del secolo vedono la battaglia per il suffragio universale, per l’uguaglianza e per l’emancipazione femminile e anche la Chiesa cattolica ne sente gli influssi. E’ l’epoca del modernismo, della sfida democratica che attraverserà tutto il ‘900 e vedrà l’incontro progressivo anche della Chiesa con la democrazia. Le prime Settimane Sociali dei cattolici italiani vedono le donne protagoniste in ruoli di primo piano come quello assegnato a Lina Schwarz nella Settimana Sociale del 1907. Nei decenni successivi in Italia sarà la Gioventù Femminile dell’Azione Cattolica di Armida Barelli a formare le giovani e le donne all’impegno nella Chiesa e nella società. Una linfa profonda , rappresentata dalle donne, percorre la Chiesa nella sua vita interna di base e nella pastorale, più di quanto non appaia.

Un esempio di questo impegno è rappresentato da Adelaide Coari, maestra e animatrice sociale, amica di Angelo Roncalli a Bergamo fin dai tempi del Vescovo Giacomo Maria Radini – Tedeschi, che manterrà con lui un rapporto di amicizia fino alla morte del Pontefice, facendo visita a lui anche in Vaticano. Adelaide Coari, tra le fondatrici del Gruppo d’Azione per le Scuole del popolo nei primi anni del ‘900, nel 1908 corre in aiuto delle popolazioni di Messina e Reggio Calabria, colpite dal terremoto. Non di rado, accanto ai Pontefici, si registra la presenza di una donna, spesso nella discrezione. Celebrate dalla storia come Matilde di Canossa, che fu accanto a Gregorio VII per la riforma della Chiesa e la “libertà spirituale degli europei”, come scrisse Bonhoeffer parlando di Canossa, o interlocutrici spirituali come Adelaide Coari con Giovanni XIII o come  Wanda Poltawska che fu amica fino alla fine di Giovanni Paolo II.

Quando inizia il Concilio, i diritti delle donne, compreso quello al voto, sono già sanciti nelle Costituzioni del 1948, nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo dello stesso anno, nella Convenzione sui diritti politici delle donne del 1952. Ma ancora la Chiesa non sembra avere elaborato al proprio interno i valori e gli effetti della cultura democratica. E’ in quegli anni, nel 1949, che esce l’opera di Simone De Beauvoir “Il secondo sesso” che rompe lo schema culturale vigente da secoli della supremazia maschile.

Quanto, di questa storia, e delle domande da tempo presenti nella società e nella stessa Chiesa entrano nel Concilio? Assai poco. E tuttavia il magistero della Chiesa, in particolare di Giovanni XIII con l’enciclica Pacem in Terris (1963), indicherà nella emancipazione della donna uno degli straordinari segni dei tempi dell’epoca. La scelta di Paolo VI di invitare le uditrici fa irrompere nella Chiesa, in modo irreversibile, le donne. Tra la rassegnazione del Segretario Generale del Concilio Pericle Felici e l’apertura di alcuni vescovi come mons. Gérard Huyghe, vescovo di Arras, che le vorrebbe ammettere all’assemblea, e il Patriarca di Venezia Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I, che si compiace della loro presenza. Ma sono la forza e la grazia del Concilio Vaticano II che, nonostante il silenzio sulle donne e delle donne, sapranno cambiare in profondità gli uomini e le donne della Chiesa. Quando il Concilio riporta al centro della vita della Chiesa la Parola di Dio (Dei Verbum) e rinnova la liturgia aprendola alla partecipazione dei fedeli (Sacrosanctum Concilium), quando definisce la centralità del popolo di Dio e del sacerdozio regale dei fedeli (Lumen Gentium), quando apre la Chiesa al mondo, alle sue sofferenze e alle sue speranze (Gaudium et Spes) lì la Chiesa incontra le donne come soggetto nella Chiesa e nella storia.

Ad esse indirizza uno dei messaggi finali nel giorno della chiusura del Concilio,l’8 dicembre 1965, che così si apre: “Ed ora è a voi che ci rivolgiamo, donne di ogni condizione, figlie, spose, madri e vedove; anche a voi, vergini consacrate e donne nubili: voi siete la metà dell’immensa famiglia umana!”. In poche righe vivono insieme l’approccio alle differenti condizioni delle donne e il senso storico della loro forza nel genere umano. Se la vocazione delle donne viene descritta nei ruoli diversi in cui essa si è venuta socialmente ad esprimere, dalla custodia del focolare alla verginità consacrata, nella conclusione del messaggio si affida alle donne, come mai prima era accaduto, il destino della storia: “Donne di tutto l’universo, cristiane e non credenti, a cui si è affidata la vita in questo momento così grave della storia, spetta a voi salvare la pace del mondo”. Destinatarie di un messaggio, più che coautrici di esso, ma finalmente chiamate per nome ad assumere responsabilità nella storia. Vi è in questo messaggio il passaggio dalla cultura precedente alla nuova che già si intuisce.

Il cambiamento infatti è già iniziato. Nei decenni successivi al Concilio il femminismo da un lato, le donne teologhe dall’altro, apriranno il mondo e la Chiesa all’universo femminile. Pochi anni dopo il Concilio esplode il 1968 e con esso il movimento studentesco e il movimento delle donne. Non a caso, quest’ultimo, riconducibile in Italia al vasto investimento sull’istruzione anche delle ragazze attuato dalle politiche nazionali del centrosinistra che vedono nello stesso anno dell’apertura del Concilio, il 1962, l’approvazione della legge della nuova scuola media obbligatoria per tutti. I processi di cambiamento sono sempre accelerati dall’istruzione.

Dopo il Concilio la relazione donne – teologia cambia radicalmente. “Nulla sarà assolutamente più come prima” dirà Cettina Militello in una conferenza in Alsazia del marzo 1999. Nel 1970 vengono proclamate “dottore della Chiesa” Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila e nel 1987 Santa Teresa di Lisieux. Nel 1988 esce la lettera Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, una riflessione profonda offerta alla Chiesa universale, che sposta l’attenzione sull’essere della donna a partire dalla creazione, rispetto al precedente approccio sociologico. Non tutto è risolto sul piano teorico, culturale, teologico ma la discussione è certamente più avanzata.

Il Concilio rappresenta uno spartiacque, e ciò che ha messo in moto è ancora oggi incalcolabile. Sarebbe interessante tentare un bilancio degli ultimi cinquant’anni nella Chiesa e nel mondo sulla presenza delle donne. E sul loro potere. Lasciando a lato la questione del sacerdozio femminile, possiamo osservare i ritardi tuttora visibili della Chiesa rispetto alla valorizzazione delle donne al suo interno, dalla Curia alla direzione della pastorale, all’attenzione verso le comunità religiose femminili. Ciò che più colpisce è la difficoltà ad assumere con coraggio la dignità della donna, in ogni angolo del pianeta, come valore fondativo della dignità dell’umano; la difficoltà ad affrontare il tema della libertà delle donne come chiave interpretativa della secolarizzazione, come risorsa per l’umanizzazione del mondo; la difficoltà a fare della corresponsabilità tra uomini e donne la chiave di volta per la Chiesa e per il mondo. Si potrebbe partire semplicemente dal rapporto che Gesù ebbe con le donne.

A distanza di 50 anni una cosa oggi possiamo dire: che allora mancò alla Chiesa la forza di chiamare le donne e di dare loro la parola, oggi sono le donne che hanno in se stesse la forza di chiamare la Chiesa facendosi soggetto dell’evangelizzazione. Come da decenni peraltro avviene in America Latina e in Africa, ma anche in Europa e in Asia.

Non solo. Mentre la Chiesa nel Concilio si faceva visibilmente popolo di Dio, chiamando tutti alla partecipazione, la storia del mondo in Europa, nei Paesi dell’est, dell’ovest e del sud del mondo era chiamata alla sfida globale della democrazia. Che è, innanzitutto, sfida di partecipazione. La crisi della democrazia oggi, anche in Italia, che cos’è se non una grande domanda di partecipare alla vita sociale e civile come soggetti di diritti e di doveri, di potere e di servizio, a cui non viene data adeguata risposta? Chi, se non le donne, può rappresentare la risorsa più fresca e innovativa per la democrazia, essendo da secoli escluse dallo spazio pubblico? L’Italia fa testo. Mai come ora vi è così bisogno delle donne e mai come ora si restringono gli spazi della politica.

Le donne, la Chiesa, la democrazia: ecco un tema che il Concilio ci lascia in eredità. Il cambiamento è iniziato, per la Chiesa e per il mondo, e le donne ne sono le nuove interpreti.

sen. Albertina Soliani

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