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La vita sta cambiando pelle

VIOLENZA SESSUALE, IO E MIA FIGLIA NELLE MANI DEL BRANCO

Francesco Nuccio

(ansa.it) "Sentivo mia figlia urlare 'mamma aiutami', cercavo di tenerle la mano mentre sentivo le 'loro' mani sul mio corpo. Poi me l'hanno strappata, così come facevano con i miei vestiti. Per un attimo ho pensato, è finita...". Sembra la scena del film La Ciociara, che valse l'Oscar a Sofia Loren, ma la violenza di gruppo nei confronti di madre e figlia da parte di un gruppo di extracomunitari questa volta non è una finzione cinematografica. E non è ambientata negli anni difficili della guerra ma la notte di Capodanno a Milano, davanti al Castello Sforzesco, mentre migliaia di persone festeggiano l'arrivo dell'anno nuovo. A raccontare quegli attimi terribili è Francesca (i nomi sono di fantasia), 48 anni, originaria della Sardegna, che dal settembre scorso si è trasferita a Milano per motivi di lavoro. "Pensavo di cominciare una vita nuova in una città grande, moderna, sopratutto sicura. Ed invece ho conosciuto l'inferno". La donna trattiene a stento le lacrime mentre parla sottovoce; la figlia Claudia, che ha 21 anni, dorme ancora. Tra poco dovrà accompagnarla all'ospedale Mangiagalli, lo stesso dove le hanno ricoverate il giorno dopo l'aggressione, per una visita ginecologica. "Hanno cercato in tutti i modi di stuprarla, ha graffi su tutto il corpo, anche nelle parti intime.

Ma le ferite più laceranti sono quelle che ci hanno lasciato dentro". Anche se il ricordo è doloroso, Francesca ricostruisce nei dettagli quel Capodanno maledetto: "Insieme a Claudia e all'altra mia figlia Marisa, che ha 25 anni, e al marito avevamo deciso di andare al Castello Sforzesco per assistere ai fuochi d'artificio. Ci siamo avvicinati al palco per sentire la musica, ma siamo stati importunati da un giovane extracomunitario che faceva il galletto con Claudia. Per questo abbiamo preferito allontanarci. All'improvviso siamo state circondate, erano tantissimi, almeno una cinquantina. Ci hanno gettato per terra e hanno cominciato a spogliarci, incuranti delle nostre grida". Solo a quel punto l'altra figlia e il genero di Francesca, rimasti indietro, capiscono cosa sta accadendo e si lanciano in soccorso, ma vengono respinti dal muro umano che si è formato attorno alle due donne. "Ormai ci avevano sopraffatte" ricorda Francesca, che tiene a puntualizzare: "Hanno detto che siamo state salvate grazie all'intervento di alcuni passanti e della polizia. E' falso. E' stato uno di loro che a un certo punto ha detto ai suoi compagni di fermarsi. E quando ha visto che continuavano ci ha scaraventato dietro uno steccato gridando 'scappate via'". Madre e figlia, seminude e con i vestiti a brandelli, riescono finalmente a raggiungere insieme con gli altri due congiunti alcune pattuglie della polizia in servizio nella zona.

"Gli agenti ci hanno chiesto cosa era accaduto, ma non sembravano particolarmente turbati. Siamo rimasti fermi dentro le loro camionette, attendendo per un'ora e mezzo l'arrivo di un'ambulanza". Francesca, che lavora come precaria in un negozio di gastronomia, non cerca vendetta ma giustizia: "Una mia collega mi ha aiutato a trovare una penalista che adesso mi sta assistendo. Anche un funzionario della Questura ha deciso di aiutarmi, mi telefona ogni giorno per sapere se abbiamo bisogno di qualcosa. Ma io voglio soltanto che arrestino quegli 'animali'. Mi hanno detto che sono sulle loro tracce. Non sono razzista, non vorrei diventarlo: anche chi ci ha salvato è un extracomunitario. Ma occorrono più controlli, più sicurezza. Ce l'ho con questa città che speravo mi accogliesse e che adesso mi sembra invece lontana e indifferente".

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