Non è mai stato un battutista facile, ma un critico colto e cattivissimo fino al cinismo sadico della pancia di una nazione insoddisfatta e frustrata. Probabilmente oggi non sarebbe più possibile arrivare a tale perfezione narrativa e comica, visto che un Fantozzi dei giorni nostri potrebbe sfogare le frustrazioni sui social, trasformando il fallimento in invidia sociale vomitata in un tweet, eppure l'attualità di quel personaggio resta intatta

Domenico Naso

I comici efficaci, gente che fa più o meno ridere, non sono poi così rari. Ci si accontenta, spesso, di una risata facile, di battute telefonate che facciano leva sulla pancia dello spettatore. Praticamente l’opposto di quanto ha fatto Paolo Villaggio nella sua carriera. Attraverso Fantozzi, innanzitutto, maschera irresistibile ma dolorosissima di un signor Travet alle prese con gli schiaffoni e le umiliazioni della vita, affrontate con rassegnato fatalismo. Non c’è mai lieto fine, perché le disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, impiegato vessato dell’Ufficio Sinistri, si susseguono una dietro l’altra senza soluzione di continuità.

E le risate che queste vicende di misera umanità hanno provocato nello spettatore (e prima ancora nel lettore, visto che i libri su Fantozzi contengono pagine di ottima letteratura umoristica) non sono mai risate fini a se stesse, ma frutto di una spietata critica sociale e morale, di una descrizione efficace all’insegna di un realismo grottesco solo all’apparenza contraddittorio.