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La vita sta cambiando pelle

Francesca Avanzini

Avanzini Francesca: giornalista culturale di Parma

Carlo Levi: Paura della Libertà

Paura della libertà di Carlo Levi

Francesca Avanzini 

Non è di facile lettura o collocazione “Paura della libertà” di Carlo Levi. Di taglio antropologico, il saggio è necessariamente politico per le conclusioni a cui giunge.

Fu scritto tra il 1939 e il 1940 sulla spiaggia atlantica di La Baule, dalla quale l’autore assisteva agli inizi della guerra, sbocco inevitabile di “quella crisi che aduggiava la vita d’Europa da decenni” e del contrasto tra il leviatano nazista e altri assetti di governo.

Più che analizzare le cause della crisi, Levi intende trovare il minimo comune denominatore di tutte, e lo rinviene “nell’animo stesso dell’uomo”. Quello che scrive è un “poema filosofico”, appassionato e profetico, ricco di spunti ancora attuali.

È il terrore dell’indifferenziato, della massa informe, del caos, dell’oscuro prenatale, del sacro, in una parola, che spinge l’uomo a “a far dei miti, riti; del desiderio, matrimonio”, a tradurlo in leggi, preghiere, formule, incanalarlo in un ordine e un dicibile. La religione muta il sacro in sacrificale, crea idoli, simboli visibili di un inesprimibile. E chi più sacro, e come tale sacrificabile, dello straniero e dell’ospite? E ancora, se lo Stato è dio, tutti gli uomini sono servi, ma qualcuno più di altri “dovrà …portare sulle sue spalle, vittima consacrata, la divinità dello Stato”. Di nuovo  lo faranno gli stranieri, che lo siano per origine o per esercitare una funzione considerata estranea e servile, per esempio il commercio in tempi in cui l’unica disciplina nobile è la guerra. Gli ebrei erranti e senza idoli furono schiavi in Egitto come stranieri e come pastori.

A casa di Jane Austen

A Casa di Jane Austen

Francesca Avanzini

Jane Austen era rimasta nel grembo materno più a lungo dei canonici nove mesi. Sembra che ciò determini un busto lungo e cagionevolezza nei primi anni di vita. La prima caratteristica la Austen la mantenne  nel tempo, dato che era una donna alta e magra, un metro e settanta contro una media femminile del tempo di 1.57.  Il dato si ricava dallo studio svolto da una storica della moda su una pelisse (specie di vestaglia da casa e da esterno) marrone quasi certamente appartenuta alla  scrittrice. Il prolungato soggiorno nell’utero sembra sia causa anche di un carattere difficile, e se Jane lo mostrò raramente agli altri, con sporadici scoppi d’ira, certo il rapporto con la madre non fu idilliaco (mai le madri sono figure positive nei suoi romanzi, mentre lo sono le pseudo –madri o madri di elezione) al punto che a  soli otto anni fu mandata a studiare fuori casa, come già era stato allontanato-ma lui definitivamente-uno dei  fratelli sofferente di epilessia. D’altra parte l’istituto dell’adozione era frequente in epoca georgiana.

È ricchissimo di particolari “A casa di Jane Austen” di Lucy Worsley, curatrice del palazzo di Kensington e di altre dimore storiche, un volume di 477 pagine scorrevole come un romanzo che ricostruisce nei dettagli la vita della scrittrice a partire dalle case che occupò. La preoccupazione e l’interesse che molte delle sue eroine mostrano per le case, rispecchiano  quelli dell’autrice. “Zitella” e non economicamente indipendente, poteva sempre essere scacciata da casa sua. Cosa che difatti avvenne quando dovette lasciare l’amata canonica di Steventon dove era nata alla numerosa famiglia del fratello James, e vagare in cerca di ospitalità fino a nuova sistemazione

TRIADE MINORE romanzo d'esordio di Luigi Ferrari

Francesca Avanzini

TRIADE MINORE di Luigi Ferrari

Ancora prima di leggere l’epilogo chiarificatore, chi scrive è andata su Internet ad accertarsi se il musicista Nikolai Medtner fosse realmente esistito e, nel qual caso, se fosse possibile reperire un po’ della sua musica. Sì e sì, e dunque “Triade minore” è un romanzo diabolico, o, per restare in tema con i suoi caratteri, mefistofelico, perché parlando di personaggi che parlano di personaggi che vogliono rilanciare l’ingiustamente trascurato Medtner, insinua nel lettore la curiosità di ascoltarlo.

L’autore Luigi Ferrari, architetto, pluridiplomato in discipline musicali, manager musicale e da ultimo sovrintendente della Fondazione Arturo Toscanini di Parma, è tra i più qualificati per il revival del compositore russo, da lui incontrato per caso su Internet, molto famoso e promettente ai primi del Novecento-al punto da essere definito da Rachmaninov “il massimo compositore del nostro tempo”- fautore della musica tonale in epoca dodecafonica, artista puro che, come Parsifal, persegue controcorrente la sua ricerca artistica e inscindibilmente spirituale in solitudine e povertà.

LE LIBERE (SI FA PER DIRE) DONNE DEGLI ANNI ‘50

LE LIBERE (SI FA PER DIRE) DONNE DEGLI ANNI ‘50

Francesca Avanzini

Fino a poco tempo fa, il paese aveva due anime, una cattolica e una comunista. A volte si fondevano, dal momento che si trattava pur sempre di due chiese o fedi, a volte divergevano. Gli archetipi di Don Camillo e Peppone sono lì a provarlo. Per quanto riguarda l’immagine della donna, quella dei compagni, certo, era più evoluta, ma entrambe le parti, soprattutto nel privato, pescavano nello stesso atavico retroterra culturale.

Nel suo libro “L’evoluzione dell’immagine della donna nell’Italia degli anni Cinquanta: ‘Vie Nuove’ e ‘Famiglia Cristiana’” (youcanprint, pp.179, € 17) Simona Zannoni, operatrice olistica, laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università di Parma, mette a confronto l’idea del femminile così come presentato dalle due riviste-veicolo rispettivamente del PCI e della DC-non esclusivamente rivolte alle donne ma che di donne comunque si occupano.

Se il modello di “Vie Nuove” è la donna sovietica con pochi vezzi, che va a teatro direttamente dopo essere smontata dal lavoro, senza neanche cambiarsi d’abito o pettinarsi, la donna cattolica è l’angelo del focolare. Nelle foto di copertina veste sempre grembiulini pieni di pizzi, oppure aspetta sorridente il marito in eleganti vestaglie; ha sempre a che fare con pargoli e fornelli, è bionda, magra e bella al pari dei suoi figli. E qui un certo prestito dal modello americano è innegabile.

L’INQUIETUDINE DELLE ISOLE di SILVIA UGOLOTTI

L'inquietudine delle isole di Silvia Ugolotti

Francesca Avanzini

È piccolo ma prezioso, dalla prosa cristallina come il mare di cui parla, “L’inquietudine delle isole” di Silvia Ugolotti, che consacra la sua autrice da eccellente giornalista di viaggio a scrittrice a tutti gli effetti. Come Bruce Chatwin, Bill Holm, Paolo Rumiz, non a caso tutti citati nel libro e, potremmo aggiungere, le mitiche “madri” viaggiatrici Freya Stark e Alexandra David-Neel, posseduta dal demone della conoscenza e della scoperta.

Le isole come destino, forse, dato che l’autrice si è accorta che tutti i suoi viaggi finivano in un’isola e che, di tutti i magnifici posti visitati, di tutti i tramonti, le jungle, le rovine, le bestie selvatiche, i ricordi più vividi e “attaccati alla memoria come il sale sulla pelle”, erano quelli delle isole.

Il libro alterna riflessioni sulla natura e l’essenza delle isole, atolli sabbiosi o rocce aguzze emerse dal mare, enormi e ghiacciate come la Groenlandia, focose e telluriche come le Eolie, trasparenti di luce nordica come le Faroe o certune al largo dell’Inghilterra, penitenziari o fari, di lago o di fiume, livide e ritrose, accoglienti e conviviali, a esperienze di vita vissuta sulla loro superficie.

Di tutte le persone incontrate, ognuna le ha insegnato qualcosa: la dolce inuit Anouk il debito nei confronti della propria terra d’origine, il pescatore sardo Christian la doppia natura paradisiaca e infernale delle isole, il polinesiano Thomas a distinguere la voce di ciascuna di esse

Notte al Casablanca, primo noir di Daniela Grandi

Notte al Casablanca

Francesca Avanzini

DONNA E NERA, LA DETECTIVE DI DANIELA GRANDI SBARAGLIA MALVIVENTI E PREGIUDIZI

All’ambientazione parmigiana ci aveva già abituato Soneri, il commissario creato da Valerio Varesi, eppure fa sempre una certa impressione riconoscere in un libro la propria città, seguire sulla pagina i percorsi abituali, le vie del passeggio e i borghi ancora pittoreschi nonostante l’incalzante modernità. “Notte al Casablanca”, primo noir di Daniela Grandi, parmigiana trapiantata a Roma dove lavora come giornalista per La7, è ambientato a Parma e ha per protagonista il maresciallo anomalo Nina Mastrantonio, di padre italiano e madre somala, pelle color caramello, fisico da urlo. E, si badi, italiana, italianissima, educata nelle nostre scuole e nelle nostre nebbie, una passione per i libri, un’intelligenza brillante, concorsi per entrare nell’arma dei carabinieri superati, si intuisce, col massimo dei voti.

Siccome però il pregiudizio è duro a morire e c’è chi si morde la lingua per non chiamarla “la negretta”, Nina un po’ diversa la rimane, e non è detto che sia un  male, visto che la porta a solidarizzare con i deboli e gli ultimi. Donna, nera e bella, ha dovuto crearsi una corazza per sopravvivere e farsi rispettare, e rivendica il suo piglio e anche il suo diritto ad avventure di una notte senza implicazioni sentimentali, proprio come fanno gli uomini.

Fotografia Europea 2018 a Parma, presso lo Csac: FIGURE CONTRO. FOTOGRAFIA DELLA DIFFERENZA

FIGURE CONTRO. FOTOGRAFIA DELLA DIFFERENZA

Francesca Avanzini

Oggi, 21 aprile, nell’ambito di Fotografia Europea 2018, dedicata quest’anno a “RIVOLUZIONI. Ribellioni, cambiamenti, utopie”, apre allo CSAC di Parma, presso l’Abbazia di Valserena, che rimarrà fino al 30 Settembre, la mostra “Figure contro. Fotografia della differenza”. Non nel senso che ha dato il femminismo alla parola, ma come presa di distanza dal conformismo, da quello che un tempo si chiamava “il sistema”. “Abbiamo scelto autori”, spiega Cristina Casero, che insieme a Paolo Barbaro e Claudia Cavatorta ha curato la mostra, “che hanno puntato l’obiettivo su situazioni escluse dal racconto trionfalistico del boom economico (iniziato negli ’60, n.d.r.)”.

Perché sempre da lì si parte: quando si tratta di rivoluzioni, è giocoforza tornare al ’68 e dintorni, laboratori di ogni ribellione presente e futura, ancora fertili di suggestioni, come dimostra l’interesse non scolastico che, sempre nelle parole di Casero, hanno mostrato gli studenti in visita in anteprima alla mostra.

“L’esposizione è interamente realizzata con materiali appartenenti allo CSAC, ”continua la curatrice. ”E non si è trattato semplicemente di ‘tirare fuori dagli scaffali’, perché qui da noi il tema è sempre stato prioritario”.

MARIAGRAZIA VILLA: “Il giornalista digitale è uno stinco di santo”

Il Giornalista digitale è uno stinco di Santo

Francesca Avanzini

Mariagrazia Villa o dello spirito. Chiamatelo come volete, verve, intelligenza, brio, effervescenza e anche qualcosa di più alto che guida l’individuo, è comunque quello che circola nel volume “Il giornalista digitale è uno stinco di santo”. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”.

La giornalista Mariagrazia Villa, parallelamente a una lunga carriera nei quotidiani e come copywriter e foodwriter, insegna, per riassumere una lunga specializzazione, etica applicata al giornalismo presso l’istituto Universitario Salesiano di Venezia e Verona. Benché tecnicamente rivolto agli studenti di giornalismo digitale, il manuale, travalicando il genere e sfociando nella letteratura, costituisce ottima lettura per tutti, particolarmente per quanti, anche solo di striscio, sfiorino il web. Forse non tutti sanno che ci sono norme del codice deontologico dei giornalisti, per esempio quelle riguardanti il diritto alla privacy, che si applicano a chiunque usi i social, ed è bene conoscerle per non incorrere in reati. Inoltre è nell’interesse di tutti mantenere sano ed eticamente pulito “l’oceano del web”, proprio come ci si dovrebbe curare dell’ambiente fisico.

Festival Psicologia 2018 a Torino dal 6 all’8 aprile

Francesca Avanzini

Si tiene a Torino dal 6 all’8 aprile presso la Cavallerizza Reale di Via Verdi 9, sede dell’Università degli Studi, il IV Festival della Psicologia, progettato e voluto dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte con la direzione scientifica di Massimo Recalcati.

Il titolo di quest’anno è “Io non ho paura”, e il tema la paura legata al terrorismo e ai suoi attacchi imprevedibili che rendono debole e quasi vana ogni difesa.

Oltre a psicologi e psicoanalisti, sono chiamati a confrontarsi scrittori, intellettuali e filosofi, con lo scopo principale di capire la mente del terrorista per poter adeguatamente rispondere alle sue mortifere provocazioni.

Aprono i lavori il 6 aprile Enzo Bianchi a colloquio col Presidente  dell’Unione  delle Comunità Islamiche d’Italia Izzedin Elzir e nei giorni seguenti si segnalano interventi dello scrittore Marco Belpoliti e del giornalista Gad Lerner che si alternano a vari e illustri esperti della mente.

La lectio magistralis di Massimo Recalcati di sabato 7 aprile, dal titolo “Violenza e Terrore”, sostiene una tesi affascinante: Caino odia Abele in quanto ideale irraggiungibile, per eccesso di fascinazione, anche se esiste un odio dovuto alla destabilizzazione  provocata dallo straniero delle nostre abitudini e credenze. Particolarmente interessante la lectio magistralis della psicoanalista franco-marocchina Houria  Abdelouahed dal titolo “Donne Islam e violenza” che chiude il festival. Tutti gli incontri sono gratuiti, anche lo spettacolo teatrtale che però è necessario prenotare.

“Les Jolies Choses” romanzo di Virginie Despentes

Les Jolies Choses di Virginie Despenses

Francesca Avanzini

“Les Jolies Choses” è un romanzo del 1988 di Virginie Despentes, mai tradotto in italiano, dal quale è stato tratto un film con Marion Cotillard, anche questo mai circolato in Italia, mentre “Baise-moi-Scopami”, tratto dall’omonimo romanzo, sempre della Despentes, ha avuto una qualche distribuzione in Italia e un successo anche di scandalo.

“Les Jolies Choses” è un’altra storia nera e trucida, a volte al limite del porno, infarcita di gergo giovanile, che narra vicende di degradazione ed emarginazione. E se per metà o più del libro il giudizio rimane sospeso-dopodiché vira decisamente al positivo- una cosa bisogna riconoscere alla Despentes fin dall’inizio: è una narratrice di grande talento, sa come tirare dentro per i capelli il lettore in una storia e tenercelo inchiodato fino alla fine.

Claudine e Pauline sono due gemelle, messe l’una contro l’altra, come spesso succede, dall’inclinazione patriarcale della società. Una ha poca intelligenza e molto corpo che è largamente disposta a usare per arrivare, l’altra è schiva e talentuosa, convinta di essere brutta. In realtà le gemelle rappresentano due aspetti della psiche femminile, la tendenza a seguire il mondo e le sue leggi, giocandosi esclusivamente come corpo per ottenere un qualche potere-unico messaggio d’altronde che i maschi possano capire- e la tendenza all’ideale. Cordelia contro Gonerilla e Regana, voilà.

APPUNTI D’ETIOPIA

Francesca Avanzini

Quello che colpisce soprattutto è la gente. Tanto in campagna che nelle città, sciamano ai lati della strada, diretti verso imperscrutabili mete, un flusso ininterrotto di donne, alcune col bambino assicurato alla schiena, anziani, ragazzini, uomini, troppi uomini a tutte le ore del giorno, segno che l’occupazione non è molta o che se ne ha un concetto diverso dal nostro.

La folla è fluida, le donne indossano abiti lunghi, a volte scintillanti, gli uomini lo shamma, uno scialle bianco portato anche sui vestiti moderni, mentre altri sono avvolti in mantelli blu elettrico o zafferano. Si vedono pure jeans e felpe, ballerine e ciabattine, oh quante ciabattine cinesi di plastica, appese anche a grappoli colorati fuori dai piccoli negozi. Sotto turbanti bianchi, facce incavate nel legno di vecchi preti o pellegrini. Procedono appoggiandosi al bastone o, per mantenere la postura, se lo passano orizzontale dietro le spalle.

Oltre il centro trafficato e cementificato di Addis Abeba-ad alcuni non piace, e invece ha un suo fascino africano e contradditorio, perché proprio in mezzo al cemento si colgono perle: palazzi, cattedrali, jacarande dai fiori lilla, musei come quello che ospita i resti ingialliti e commoventi di Lucy, bar ed edifici coloniali -oltre il centro, si diceva, iniziano le baraccopoli dai sentieri fangosi ricoperti di detriti e sporcizia.

Anche qui la gente sciama o, accoccolata per terra, vende quel che può, due frasche di ceci, qualche banana o gingillo. Le baraccopoli assediano l’ex palazzo di Menelik, il sovrano che verso la fine dell’‘800 cominciò a modernizzare l’Etiopia. Alto sulle colline Entoto a 3000 metri d’altezza, consta di elegantissime, essenziali, non tanto grandi costruzioni a forma di capanna.

Otto mesi a Ghazzah Street

Gazzah Street


Francesca Avanzini

Non succede molto per tre quarti di “Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel, scrittrice inglese due volte insignita del Man Booker Prize.

Né molto può succedere. La protagonista, Frances, segue il marito ingegnere civile a Gedda: la promessa di lauti guadagni è una scorciatoia per i sogni da realizzare insieme.

Lei, una donna che ha sempre lavorato, sa a che cosa va incontro: la reclusione in un appartamento, e per tutto svago le visite alla biblioteca inglese, il circolo di croquet e il tè con le mogli dei colleghi del marito. Una volta in loco, scopre che la realtà è molto peggiore: fuori il caldo è opprimente, la luce sempre filtrata da una pellicola di sabbia, la città un contrasto di edifici grandiosi, cantieri abbandonati e costruzioni fatiscenti. La cosa più sconcertante, però, sono le donne “ridotte a sagome ballonzolanti dentro un velo nero”, che viaggiano in macchine oscurate e che il personale dei pubblici esercizi ignora, preferendo rivolgersi ai mariti.

Relegata lontano da altri espatriati, Frances fa amicizia con le vicine musulmane, donne intelligenti, avvolte in abaya nere, che servono caffè con braccia cariche di ori.

Ma non è distrazione sufficiente: la realtà a poco a poco perde i suoi contorni e la paranoia sale, in un paese dove niente è quel che sembra, la verità è del più forte e rischi l’arresto per indossare una catenina d’oro durante il Ramadan (mentre i Rolex d’oro esibiti dai locali non recano offesa).

UN OSPEDALE UNICO AL MONDO

Un Ospedale Unico al Mondo

Francesca Avanzini 

Nel 1996 Carmine Del Rossi, chirurgo pediatrico, già direttore dell’Ospedale dei Bambini di Parma, parte con un’équipe di medici alla volta del Bangladesh per operare in un ospedale di Saveriani. È la prima di una serie di missioni che realizzano un antico progetto covato fin dai tempi dell’Università e che purtroppo si interrompono con l’attentato di Dakha del 2016.

Fino a quel momento, ogni mese per sei-sette mesi l’anno, nell’ospedale di Dakha, città di circa 2 milioni di abitanti ai confini con l’India, si alternano équipe chirurgiche altamente qualificate in varie discipline, che vanno là a proprie spese sfruttando il periodo delle ferie e portandosi gli strumenti.

Il daffare è tanto, e impone ritmi disumani.  Ai cancelli, vagliate da un ineffabile portiere in  giubbotto jeans, premono masse di disperati, che magari si sono sottoposte a un viaggio di 500 km e si accampano per notti e giorni in attesa del consulto.

L’ultima missione partita consta di chirurghi pediatrici esperti in urologia e nella ricostruzione di genitali, anestesisti, infermiere e dello psichiatra Raffaello Roberti, già presidente della sezione emiliana della Società Italiana di Psichiatria, presente non in veste professionale ma, grazie alla sua passione ed esperienza letteraria, in qualità di cronista della missione. Le sue osservazioni sfociano nel libro “Un ospedale unico al mondo.”

Elliot Ackerman: ’Il buio al crocevia’ (Longanesi)

Il buio al crocevia

Francesca Avanzini

Bello di fama e di avventura, per adattare un famoso verso, Elliot Ackerman lo è. Alto, atletico, occhi luminosi e intelligenti, è la star indiscussa dell’autunno letterario. Dopo aver servito otto anni nei marines, combattuto in Iraq e Afghanistan, si è ritirato e messo a scrivere, sia da giornalista (suoi articoli compaiono sulle principali testate americane) che da romanziere, riflettendo in parte nei libri le esperienze di guerra.

“Sono tutte connesse, queste guerre”, dice in occasione di un incontro al Festival della Mente di Sarzana. ”La Siria è una reazione all’invasione dell’Iraq e l’Iraq una reazione, sebbene mal diretta, all’11 settembre, il quale a sua volta è legato all’Afghanistan e giù giù fino alla guerra fredda e alla Seconda guerra mondiale. Quando mi sono accorto che, contrariamente alle guerre di un tempo, la guerra non sarebbe finita mai, ho dichiarato la mia pace separata e deciso che era il momento di fare altro della mia vita.”

C’è chi sostiene che l’unico modo di raccontare la guerra sia il reportage dettagliato, chi  preferisce trasmetterne l’essenza tramite la narrativa e personaggi inventati.

Proverbi e modi di dire russi

Francesca Avanzini 

“Proverbi e modi di dire russi” è un piccolo libro scritto a scopi didattici ma non solo da Kumush Imanalieva. Musicologa laureata presso il Conservatorio di Mosca, vive da più di trent’anni in Italia e unisce la passione della musica a quella della sua lingua, che insegna per dieci anni alla Normale di Pisa e poi presso altre istituzioni e privatamente. E quale modo migliore per insegnarla, tenendosi al tempo stesso in contatto con le radici e attutendo la nostalgia, che non rivolgersi alla saggezza sempreverde dei proverbi, che ancora rispecchiano l’essenza della Russia? Un’occasione, anche, per comparare, così, a pelle, l’animo russo con quello italiano: i proverbi sono riportati in cirillico in ordine alfabetico, con sotto la traduzione letterale italiana e ancora più sotto l’analogo italiano se esistente.

I proverbi affondano per la maggior parte nella cultura contadina, ormai finita ma di cui afferriamo ancora gli estremi lembi e che, non avendone sperimentato di persona la durezza, talvolta rimpiangiamo. Quando si tratta di faticare, c’è poca differenza tra i popoli. I russi possono  ben dire “Senza fatica non si pesca nemmeno un pesciolino da uno stagno”, e gli italiani “Chi non suda, non ha roba”, sempre di sgobbare si tratta.

Salvare la scrittura a mano

 testo astratto di scrittura a mano

Francesca Avanzini

SALVARE LA SCRITTURA A MANO 

È centrale in molte distopie: si priva l’uomo della scrittura a mano per poterlo meglio dominare. Coloro che si oppongono, i ribelli, i fuoriusciti, rischiano la vita per accedere a vecchi alfabeti proibiti, per salvare liste della spesa e quaderni delle elementari dei secoli precedenti. Perché senza scrittura l’accesso al passato, e quindi alla memoria, all’identità, è sbarrato: chi non produce scrittura non la sa neanche riconoscere, ed è come aver perduto Palmira e i Budda di Bamiyan.

La scrittura a mano è come il filo del ragno: qualcosa che viene dalla nostra pancia e parla di noi. Pensiamo all’emozione di leggere scritti autografi di grandi, chessò, Churchill Freud  o Galileo, o anche, più nel piccolo e privato, di ricevere una lettera d’amore la cui calligrafia, nel riconoscerla, ci fa battere il cuore. E si potrebbe continuare a lungo: dall’autografo, sigillo personale, emanazione fisica che i fan chiedono all’idolo, alla serie di Harry Potter scritta in prima battuta a mano da J.K Rowling, ai figli di Steve Jobs tenuti lontani dai computer fino ai quindici anni…

EAT MANTUA

Palazzo Te  MANTOVA

Francesca Avanzini

Si potrebbero, com’è tradizione, gustare i tortelli d’erbetta con relativa rugiada la notte del 23 giugno, e tirare fino a mattina e fino a Mantova per il dessert. Ne vale la pena, perché, dalle 10 del 24, le pasticcerie di Mantova, comprese le più vecchie e raffinate, imbandiscono gratuitamente per il pubblico presso le Fruttiere di Palazzo Te un buffet a base di dolci. L’evento è organizzato dal Comune e dagli organismi di Palazzo Te, e a ciascuna pasticceria è affidato il compito di eseguire tre dolci della tradizione e uno dimenticato. Così, invece che sulla boccaccesca montagna di parmigiano, sarà possibile sedersi su-e gustare-montagne di crema fritta, pile di veneziane e finte pesche, cumuli di torte alla Crimea, alla crema di burro e Bocca di Dama. E non fosse che abbiamo parlato di sedersi, anche di torta Istrice, nuziale e molte altre.

La manifestazione rientra nell’ambito di Eat Mantua, contenitore pensato per valorizzare la cucina locale. La città, già capitale italiana della cultura nel 2016, lo è nel 2017, insieme a Bergamo Brescia e Cremona, anche del cibo, dato che la Lombardia dell’est è stata proclamata per l’anno Regione Europea della Gastronomia.

Molto si è insistito, nel corso della presentazione dell’evento presso la sala “Amore e Psiche” di Palazzo Te, scelta  forse anche per via degli affreschi raffiguranti un sontuoso banchetto gonzaghesco, sul fatto che il cibo è cultura. “Stiamo facendo un lavoro sull’identità della nostra città e della nostra terra”, ha spiegato il sindaco Mattia Palazzi, “che non è mai stata di chiusura…La manifestazione aiuta a capire come la bellezza e la cucina siano state per i Gonzaga le armi buone della diplomazia”.

ALBANIA E MACEDONIA racconto di un viaggio

Francesca Avanzini
Racconto da un recente viaggio 

Il primo impatto è forte. Sulla strada che dall’aeroporto di Tirana conduce a  Kruja, sfilano prati verdi con sopra villette venute su senz’ordine, molte di cemento vivo, incomplete,  apparentemente abbandonate. Le spiegazioni sono tante, dice la guida, “forse i proprietari non hanno più soldi, forse sono all’estero e contano di aggiungere pezzo su pezzo a ogni ritorno, forse sanno che la costruzione verrà abbattuta perché abusiva…”

Sui prati pascolano mucche e capre, qualche occasionale asino è legato vicino a casa, qualche occasionale pastore sospinge greggi. I fossi e i margini della strada sono pieni di sacchetti di plastica, che si attaccano anche ai pali piantati qua e là nel terreno. Eppure c’è qualcosa di vitale nel paesaggio, forse il tentativo di convivenza tra passato rurale e modernità. 

Ma una volta entro le bianche mura di Kruja, una cinquantina di chilometri a nord di Tirana, resta solo il passato. Le case sono circondate da vigneti, ulivi, rosai tra cui razzolano galline. Quasi tutte hanno al primo piano un terrazzo coperto da una pergola e sotto un tavolo a cui siedono gli uomini a chiacchierare, un bicchiere  davanti.

A Kruja impariamo la tipologia di molte città albanesi: una cittadella fortificata entro cui convivono la moschea col suo minareto, la chiesa cristiana e la teqe dei musulmani bektashi. Qui non ci sono mai state lotte di religione, le fedi coesistono fianco a fianco e  anche oggi l’islam non è estremizzato.

Molte case, tra cui l’interessante Museo Etnografico, risalgono al periodo ottomano.

Autobiografia di una femminista distratta incontro con Laura Lepetit

Autobiografia di una femminista di Laura Lepetit

Dall'incontro con Laura Lepetit, fondatrice della Tartaruga, il 23 aprile 2017 alle Giornate della Laicità di ReggioEmilia [LINK]

Francesca Avanzini

In “Autobiografia di una femminista distratta”, Laura Lepetit, mitica fondatrice della mitica  “Tartaruga”, racconta la sua vita e quella della casa editrice da lei creata, “importantissima nel panorama culturale italiano, senza la quale tanti aspetti della nostra crescita culturale non si sarebbero concretizzati. “

Così la filosofa Annarosa Buttarelli introduce l’autrice nell’incontro svoltosi a Reggio Emilia il 23 aprile nell’ambito delle Giornate della Laicità.

“Un libro necessario” continua, “grazie al quale la casa editrice viene collocata al suo giusto posto, quello che le compete nell’ambito della cultura italiana.”

Senza “La Tartaruga” scrittrici come Karen Blixen, Nadine Gordimer, Doris Lessing, la stessa Virginia Woolf, per non citarne che alcune, non avrebbero avuto il rilievo che meritavano o sarebbero addirittura passate inosservate. Molte di loro sono state tradotte per la prima volta o lanciate, come è il caso di Silvana La Spina e altre eccelse italiane o straniere.

“Non mi accorgevo, mentre scrivevo il libro, di stare facendo il catalogo della “Tartaruga”. Come il contadino della storia di Karen Blixen, che nella notte corre qua e là a caso per i suoi campi, e solo la mattina si accorge di avere creato il disegno perfetto di una cicogna, anche a me il disegno si è rivelato solo in fondo”, spiega Laura Lepetit.

DONNE CHE SI PENTONO DI ESSERE MADRI

Pentirsi di essere madri

Dall'incontro con la scrittrice/sociologa Orna Donath e Michele Murgia il 22 aprile 2017 al salone del libro di Milano durante "Tempo di Libri

Francesca Avanzini 

A ben vedere il dibattito non è nuovissimo, è quello tra nature and nurture, natura e cultura, di shakespeariana memoria, ma nuovo, forse, e impensabile prima è il modo di porlo, che tocca uno dei tabù della società: ”Pentirsi di essere madri” è infatti il titolo che la sociologa israeliana con nonna italiana, milanese per la precisione, Ornah Donath, dedica all’argomento, intervistando donne che si sono pentite della suddetta condizione.

Ne ha parlato il 22 aprile a Milano, a “Tempo di Libri”, insieme a Michele Murgia, la scrittrice che, come più volte da lei stessa spiegato, ha scelto di non essere madre adottando però, secondo la tradizione sarda, un “figlio d’anima”, la giornalista e scrittrice Serena Marchi, che ha appena dedicato il libro “Mio tuo suo loro” all’argomento della gestazione per altri, e l’attrice Veronica Pivetti.

Le due scrittrici si muovono a latere di un pensiero forte italiano, “mater sempre certa”, e “di mamma ce n’è una sola”. A volte invece, come nel caso delle donne  pentite, non ce n’è nessuna, oppure più di una, quella che fa il figlio e quella che lo “riceve”.

Giornate della Laicità dal 21 al 23 aprile 2017 a Reggio Emilia

giornate della laicità 2017 Reggio Emilia

OTTAVA EDIZIONE

Francesca Avanzini

Anche quest’anno, dal 21 al 23 aprile, si svolgono a Reggio Emilia, prevalentemente presso l’Università, in V.le Allegri, le Giornate della Laicità, dedicate al tema  “Trasformazione è donna. Pratiche, pensieri, esperienze femminili per nuovi modelli di vita e convivenza.”

Diversi sono i temi sul tappeto. Di uguaglianza di genere e di come questa possa favorire uno sviluppo sostenibile, anche tramite il riconoscimento di molte attività femminili non pagate, superando così una visione puramente economicistica del benessere, si occupano Chiara Saraceno e Jacopo Tondelli venerdì 21 alle 18.30 presso l’aula 2, preceduti la mattina dello stesso giorno, alle 9.30, presso la CGIL di Via Roma, da Monica Lanfranco ed Enzo Mazzo con un argomento attinente. Di come cioè la maggioranza del pianeta sia femminile, ma abbia meno diritti della controparte maschile a causa di un intrico di visioni patriarcali culturali  e religiose, e di come la laicità sia quindi  un potente strumento di costruzione della democrazia.

Sabato 22, sempre presso l’università, si segnala l’intervento “Donne e religioni: sottomissione o libero arbitrio?” Molte religioni, sotto una copertura teologica, hanno escluso le donne dal contatto diretto col sacro, mentre solo questo potrebbe operare una vera innovazione in seno alle religioni stesse.

Il confine di Giulia Nutrimenti di Giuliano Gallini

Il confine di Giulia "Nutrimanti" di Giuliano Gallini

Francesca Avanzini

Molto a ragione promosso dai librai, è recentemente uscito per Nutrimenti “Il confine di Giulia” (pp.137, € 15), opera prima del dirigente d’azienda Giuliano Gallini, che con prosa personale e non standardizzata, indaga sulla figura di Ignazio Silone, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 e al tempo stesso, pare ormai assodato, spia fascista, forse anche con la connivenza di Togliatti. Forse per aiutare il fratello Romolo, antifascista in carcere duro, forse per una sua connaturata indecisione, quasi un caso di personalità multipla, di cui si trova traccia anche nei tanti pseudonimi adottati. Ignazio Silone uno di essi, vero nome Secondino Tranquilli. Fatto sta che l’uomo è un depresso, e negli anni ’30, durante il suo esilio zurighese, è in cura da Jung, circostanza che l’autore non specifica se vera o verosimile. E tra vero e verosimile, tra documentatissime circostanze storiche, personaggi veri e inventati, si gioca il romanzo, nel tentativo di scavare nella complessa personalità di Silone e di fornire al contempo un ritratto della società di espatriati politici  a Zurigo dove, tra una cioccolata e uno strudel nei saloni art déco dei Grand Hotel, si poteva incontrare Brecht e Tristan Tzara, intellettuali ed artisti.   

Il personaggio della poetessa Giulia Bassani, tracciato con sensibilità e delicatezza, è totalmente di fantasia e totalmente verosimile, aderente ai canoni di certa femminilità intellettuale d’epoca. Simile, per dire, a un’Antonia Pozzi o Sabine Spielrein.

Nessuno può fermarmi di Caterina Soffici

Francesca Avanzini

In “Nessuno può fermarmi” (Feltrinelli, pp.253, € 16) Caterina Soffici recupera una pagina di storia su cui è volutamente calata una cortina di silenzio. Il 2 luglio 1940 l’Arandora Star, transatlantico di lusso requisito a scopi bellici, che stava deportando dall’Inghilterra verso il Canada presunti fascisti, viene colpito da un siluro tedesco e affondato. Delle circa 800 persone a bordo, tra cui italiani, tedeschi, inglesi, 446 annegano. Molti di loro erano emigrati dei nostri Appennini, che a costo di sacrifici e duro lavoro erano riusciti a farsi una posizione in Inghilterra, ed erano stati ingiustamente accusati di fascismo nel rigurgito xenofobo e di “dagli all’italiano” che segue la dichiarazione di guerra di Mussolini. Xenofobia sempre pronta a ripresentarsi a ogni latitudine, ammonisce il libro, perché, come citato in esergo nelle parole di Tahar Ben Jelloun, “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.  

Controlli di Rosaria Lo Russo Edizioni Mille Gru

Controlli di Rosaria Lo Russo Edizioni Mille Gru

Francesca Avanzini 

C’è chi ha detto che chiunque voglia fare poesia in Italia non può prescindere da Rosaria Lo Russo. Esce ora presso Mille Ggru la sua ultima fatica, “Controlli”, che per la prima volta, dopo tanto indagare nelle tematiche femminili, mette in scena protagonisti maschili .

“Controlli” è un dittico, un poemetto diviso in due parti. La prima è dedicata al tuffatore Klaus Di Biasi, oro alle Olimpiadi messicane del 1986, e si ispira a un’intervista dello stesso, genialmente trascritta in poesia. L’idea centrale è quella del controllo, che l’atleta deve esercitare al mille per mille sul corpo. Non pensa a niente Di Biasi prima di volare, non può. Deve solo respirare e controllare ogni minima parte del suo organismo, in quella che è una perfetta condizione yogica e mistica.

L’atleta è il narciso, completamente concentrato su di sé, è dunque l’artista, ma anche l’uomo comune. La poesia si estende a tutti, allude al controllo che bisogna costantemente esercitare per non cadere nel baratro delle passioni. Perché, come dice Vasco Rossi, la vita “è tutta un equilibrio sopra la follia”.

Eppure esiste una caduta controllata ed estatica, quando “il candido ossame“ si fonde con l’elemento acqua e diventa tutt’uno con essa, per poi riemergerne.

IL MALE OSCURO di Giuseppe Berto Edizioni Neri Pozza

Francesca Avanzini 

Lodevole l’iniziativa di Neri Pozza di ripubblicare, a 52 anni dalla prima uscita,  “Il Male Oscuro” di Giuseppe Berto (pp. 512, € 18).

Abbiamo avuto, in Italia, fior di narratori, da Fenoglio, a Pavese, a Carlo Levi, al tanto vituperato e invece ottimo Cassola, ad, appunto, Giuseppe Berto e molti altri ancora.

È ora che, in un sussulto di orgoglio nazionale, impariamo a valorizzarli, scrollandoci di dosso il senso di inferiorità nei confronti di letterature di altri paesi.

“Il Male Oscuro” mantiene intatta la sua modernità, e stupisce anzi, dato il carattere innovativo e sperimentale della scrittura, che ai tempi abbia avuto un successo tale da richiedere ben dieci ristampe e abbia vinto insieme il Viareggio e il Campiello.

La tecnica è quella del flusso di coscienza mutuata, a dire dello stesso autore, da Svevo e Gadda (da un passo della “Cognizione del dolore” proviene il titolo), per cui le pagine si succedono alle pagine con rarissimi segni di interpunzione, mentre il soggetto assolutamente autobiografico è il racconto di una nevrosi che, originata dall’inflessibile autorità paterna trasformatasi in un altrettanto implacabile Super Io, bracca l’autore e lo costringe praticamente al perimetro della sua camera, impedendogli a causa del panico di prendere ascensori, frequentare posti affollati, spostarsi con mezzi che non siano la propria automobile ecc. Per non parlare della paura di oltrepassare la barriera e cadere nella follia.  

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