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La vita sta cambiando pelle

Francesca Avanzini

Avanzini Francesca: giornalista culturale di Parma

UN OSPEDALE UNICO AL MONDO

Un Ospedale Unico al Mondo

Francesca Avanzini 

Nel 1996 Carmine Del Rossi, chirurgo pediatrico, già direttore dell’Ospedale dei Bambini di Parma, parte con un’équipe di medici alla volta del Bangladesh per operare in un ospedale di Saveriani. È la prima di una serie di missioni che realizzano un antico progetto covato fin dai tempi dell’Università e che purtroppo si interrompono con l’attentato di Dakha del 2016.

Fino a quel momento, ogni mese per sei-sette mesi l’anno, nell’ospedale di Dakha, città di circa 2 milioni di abitanti ai confini con l’India, si alternano équipe chirurgiche altamente qualificate in varie discipline, che vanno là a proprie spese sfruttando il periodo delle ferie e portandosi gli strumenti.

Il daffare è tanto, e impone ritmi disumani.  Ai cancelli, vagliate da un ineffabile portiere in  giubbotto jeans, premono masse di disperati, che magari si sono sottoposte a un viaggio di 500 km e si accampano per notti e giorni in attesa del consulto.

L’ultima missione partita consta di chirurghi pediatrici esperti in urologia e nella ricostruzione di genitali, anestesisti, infermiere e dello psichiatra Raffaello Roberti, già presidente della sezione emiliana della Società Italiana di Psichiatria, presente non in veste professionale ma, grazie alla sua passione ed esperienza letteraria, in qualità di cronista della missione. Le sue osservazioni sfociano nel libro “Un ospedale unico al mondo.”

Elliot Ackerman: ’Il buio al crocevia’ (Longanesi)

Il buio al crocevia

Francesca Avanzini

Bello di fama e di avventura, per adattare un famoso verso, Elliot Ackerman lo è. Alto, atletico, occhi luminosi e intelligenti, è la star indiscussa dell’autunno letterario. Dopo aver servito otto anni nei marines, combattuto in Iraq e Afghanistan, si è ritirato e messo a scrivere, sia da giornalista (suoi articoli compaiono sulle principali testate americane) che da romanziere, riflettendo in parte nei libri le esperienze di guerra.

“Sono tutte connesse, queste guerre”, dice in occasione di un incontro al Festival della Mente di Sarzana. ”La Siria è una reazione all’invasione dell’Iraq e l’Iraq una reazione, sebbene mal diretta, all’11 settembre, il quale a sua volta è legato all’Afghanistan e giù giù fino alla guerra fredda e alla Seconda guerra mondiale. Quando mi sono accorto che, contrariamente alle guerre di un tempo, la guerra non sarebbe finita mai, ho dichiarato la mia pace separata e deciso che era il momento di fare altro della mia vita.”

C’è chi sostiene che l’unico modo di raccontare la guerra sia il reportage dettagliato, chi  preferisce trasmetterne l’essenza tramite la narrativa e personaggi inventati.

Proverbi e modi di dire russi

Francesca Avanzini 

“Proverbi e modi di dire russi” è un piccolo libro scritto a scopi didattici ma non solo da Kumush Imanalieva. Musicologa laureata presso il Conservatorio di Mosca, vive da più di trent’anni in Italia e unisce la passione della musica a quella della sua lingua, che insegna per dieci anni alla Normale di Pisa e poi presso altre istituzioni e privatamente. E quale modo migliore per insegnarla, tenendosi al tempo stesso in contatto con le radici e attutendo la nostalgia, che non rivolgersi alla saggezza sempreverde dei proverbi, che ancora rispecchiano l’essenza della Russia? Un’occasione, anche, per comparare, così, a pelle, l’animo russo con quello italiano: i proverbi sono riportati in cirillico in ordine alfabetico, con sotto la traduzione letterale italiana e ancora più sotto l’analogo italiano se esistente.

I proverbi affondano per la maggior parte nella cultura contadina, ormai finita ma di cui afferriamo ancora gli estremi lembi e che, non avendone sperimentato di persona la durezza, talvolta rimpiangiamo. Quando si tratta di faticare, c’è poca differenza tra i popoli. I russi possono  ben dire “Senza fatica non si pesca nemmeno un pesciolino da uno stagno”, e gli italiani “Chi non suda, non ha roba”, sempre di sgobbare si tratta.

Salvare la scrittura a mano

 testo astratto di scrittura a mano

Francesca Avanzini

SALVARE LA SCRITTURA A MANO 

È centrale in molte distopie: si priva l’uomo della scrittura a mano per poterlo meglio dominare. Coloro che si oppongono, i ribelli, i fuoriusciti, rischiano la vita per accedere a vecchi alfabeti proibiti, per salvare liste della spesa e quaderni delle elementari dei secoli precedenti. Perché senza scrittura l’accesso al passato, e quindi alla memoria, all’identità, è sbarrato: chi non produce scrittura non la sa neanche riconoscere, ed è come aver perduto Palmira e i Budda di Bamiyan.

La scrittura a mano è come il filo del ragno: qualcosa che viene dalla nostra pancia e parla di noi. Pensiamo all’emozione di leggere scritti autografi di grandi, chessò, Churchill Freud  o Galileo, o anche, più nel piccolo e privato, di ricevere una lettera d’amore la cui calligrafia, nel riconoscerla, ci fa battere il cuore. E si potrebbe continuare a lungo: dall’autografo, sigillo personale, emanazione fisica che i fan chiedono all’idolo, alla serie di Harry Potter scritta in prima battuta a mano da J.K Rowling, ai figli di Steve Jobs tenuti lontani dai computer fino ai quindici anni…

EAT MANTUA

Palazzo Te  MANTOVA

Francesca Avanzini

Si potrebbero, com’è tradizione, gustare i tortelli d’erbetta con relativa rugiada la notte del 23 giugno, e tirare fino a mattina e fino a Mantova per il dessert. Ne vale la pena, perché, dalle 10 del 24, le pasticcerie di Mantova, comprese le più vecchie e raffinate, imbandiscono gratuitamente per il pubblico presso le Fruttiere di Palazzo Te un buffet a base di dolci. L’evento è organizzato dal Comune e dagli organismi di Palazzo Te, e a ciascuna pasticceria è affidato il compito di eseguire tre dolci della tradizione e uno dimenticato. Così, invece che sulla boccaccesca montagna di parmigiano, sarà possibile sedersi su-e gustare-montagne di crema fritta, pile di veneziane e finte pesche, cumuli di torte alla Crimea, alla crema di burro e Bocca di Dama. E non fosse che abbiamo parlato di sedersi, anche di torta Istrice, nuziale e molte altre.

La manifestazione rientra nell’ambito di Eat Mantua, contenitore pensato per valorizzare la cucina locale. La città, già capitale italiana della cultura nel 2016, lo è nel 2017, insieme a Bergamo Brescia e Cremona, anche del cibo, dato che la Lombardia dell’est è stata proclamata per l’anno Regione Europea della Gastronomia.

Molto si è insistito, nel corso della presentazione dell’evento presso la sala “Amore e Psiche” di Palazzo Te, scelta  forse anche per via degli affreschi raffiguranti un sontuoso banchetto gonzaghesco, sul fatto che il cibo è cultura. “Stiamo facendo un lavoro sull’identità della nostra città e della nostra terra”, ha spiegato il sindaco Mattia Palazzi, “che non è mai stata di chiusura…La manifestazione aiuta a capire come la bellezza e la cucina siano state per i Gonzaga le armi buone della diplomazia”.

ALBANIA E MACEDONIA racconto di un viaggio

Francesca Avanzini
Racconto da un recente viaggio 

Il primo impatto è forte. Sulla strada che dall’aeroporto di Tirana conduce a  Kruja, sfilano prati verdi con sopra villette venute su senz’ordine, molte di cemento vivo, incomplete,  apparentemente abbandonate. Le spiegazioni sono tante, dice la guida, “forse i proprietari non hanno più soldi, forse sono all’estero e contano di aggiungere pezzo su pezzo a ogni ritorno, forse sanno che la costruzione verrà abbattuta perché abusiva…”

Sui prati pascolano mucche e capre, qualche occasionale asino è legato vicino a casa, qualche occasionale pastore sospinge greggi. I fossi e i margini della strada sono pieni di sacchetti di plastica, che si attaccano anche ai pali piantati qua e là nel terreno. Eppure c’è qualcosa di vitale nel paesaggio, forse il tentativo di convivenza tra passato rurale e modernità. 

Ma una volta entro le bianche mura di Kruja, una cinquantina di chilometri a nord di Tirana, resta solo il passato. Le case sono circondate da vigneti, ulivi, rosai tra cui razzolano galline. Quasi tutte hanno al primo piano un terrazzo coperto da una pergola e sotto un tavolo a cui siedono gli uomini a chiacchierare, un bicchiere  davanti.

A Kruja impariamo la tipologia di molte città albanesi: una cittadella fortificata entro cui convivono la moschea col suo minareto, la chiesa cristiana e la teqe dei musulmani bektashi. Qui non ci sono mai state lotte di religione, le fedi coesistono fianco a fianco e  anche oggi l’islam non è estremizzato.

Molte case, tra cui l’interessante Museo Etnografico, risalgono al periodo ottomano.

Autobiografia di una femminista distratta incontro con Laura Lepetit

Autobiografia di una femminista di Laura Lepetit

Dall'incontro con Laura Lepetit, fondatrice della Tartaruga, il 23 aprile 2017 alle Giornate della Laicità di ReggioEmilia [LINK]

Francesca Avanzini

In “Autobiografia di una femminista distratta”, Laura Lepetit, mitica fondatrice della mitica  “Tartaruga”, racconta la sua vita e quella della casa editrice da lei creata, “importantissima nel panorama culturale italiano, senza la quale tanti aspetti della nostra crescita culturale non si sarebbero concretizzati. “

Così la filosofa Annarosa Buttarelli introduce l’autrice nell’incontro svoltosi a Reggio Emilia il 23 aprile nell’ambito delle Giornate della Laicità.

“Un libro necessario” continua, “grazie al quale la casa editrice viene collocata al suo giusto posto, quello che le compete nell’ambito della cultura italiana.”

Senza “La Tartaruga” scrittrici come Karen Blixen, Nadine Gordimer, Doris Lessing, la stessa Virginia Woolf, per non citarne che alcune, non avrebbero avuto il rilievo che meritavano o sarebbero addirittura passate inosservate. Molte di loro sono state tradotte per la prima volta o lanciate, come è il caso di Silvana La Spina e altre eccelse italiane o straniere.

“Non mi accorgevo, mentre scrivevo il libro, di stare facendo il catalogo della “Tartaruga”. Come il contadino della storia di Karen Blixen, che nella notte corre qua e là a caso per i suoi campi, e solo la mattina si accorge di avere creato il disegno perfetto di una cicogna, anche a me il disegno si è rivelato solo in fondo”, spiega Laura Lepetit.

DONNE CHE SI PENTONO DI ESSERE MADRI

Pentirsi di essere madri

Dall'incontro con la scrittrice/sociologa Orna Donath e Michele Murgia il 22 aprile 2017 al salone del libro di Milano durante "Tempo di Libri

Francesca Avanzini 

A ben vedere il dibattito non è nuovissimo, è quello tra nature and nurture, natura e cultura, di shakespeariana memoria, ma nuovo, forse, e impensabile prima è il modo di porlo, che tocca uno dei tabù della società: ”Pentirsi di essere madri” è infatti il titolo che la sociologa israeliana con nonna italiana, milanese per la precisione, Ornah Donath, dedica all’argomento, intervistando donne che si sono pentite della suddetta condizione.

Ne ha parlato il 22 aprile a Milano, a “Tempo di Libri”, insieme a Michele Murgia, la scrittrice che, come più volte da lei stessa spiegato, ha scelto di non essere madre adottando però, secondo la tradizione sarda, un “figlio d’anima”, la giornalista e scrittrice Serena Marchi, che ha appena dedicato il libro “Mio tuo suo loro” all’argomento della gestazione per altri, e l’attrice Veronica Pivetti.

Le due scrittrici si muovono a latere di un pensiero forte italiano, “mater sempre certa”, e “di mamma ce n’è una sola”. A volte invece, come nel caso delle donne  pentite, non ce n’è nessuna, oppure più di una, quella che fa il figlio e quella che lo “riceve”.

Giornate della Laicità dal 21 al 23 aprile 2017 a Reggio Emilia

giornate della laicità 2017 Reggio Emilia

OTTAVA EDIZIONE

Francesca Avanzini

Anche quest’anno, dal 21 al 23 aprile, si svolgono a Reggio Emilia, prevalentemente presso l’Università, in V.le Allegri, le Giornate della Laicità, dedicate al tema  “Trasformazione è donna. Pratiche, pensieri, esperienze femminili per nuovi modelli di vita e convivenza.”

Diversi sono i temi sul tappeto. Di uguaglianza di genere e di come questa possa favorire uno sviluppo sostenibile, anche tramite il riconoscimento di molte attività femminili non pagate, superando così una visione puramente economicistica del benessere, si occupano Chiara Saraceno e Jacopo Tondelli venerdì 21 alle 18.30 presso l’aula 2, preceduti la mattina dello stesso giorno, alle 9.30, presso la CGIL di Via Roma, da Monica Lanfranco ed Enzo Mazzo con un argomento attinente. Di come cioè la maggioranza del pianeta sia femminile, ma abbia meno diritti della controparte maschile a causa di un intrico di visioni patriarcali culturali  e religiose, e di come la laicità sia quindi  un potente strumento di costruzione della democrazia.

Sabato 22, sempre presso l’università, si segnala l’intervento “Donne e religioni: sottomissione o libero arbitrio?” Molte religioni, sotto una copertura teologica, hanno escluso le donne dal contatto diretto col sacro, mentre solo questo potrebbe operare una vera innovazione in seno alle religioni stesse.

Il confine di Giulia Nutrimenti di Giuliano Gallini

Il confine di Giulia "Nutrimanti" di Giuliano Gallini

Francesca Avanzini

Molto a ragione promosso dai librai, è recentemente uscito per Nutrimenti “Il confine di Giulia” (pp.137, € 15), opera prima del dirigente d’azienda Giuliano Gallini, che con prosa personale e non standardizzata, indaga sulla figura di Ignazio Silone, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900 e al tempo stesso, pare ormai assodato, spia fascista, forse anche con la connivenza di Togliatti. Forse per aiutare il fratello Romolo, antifascista in carcere duro, forse per una sua connaturata indecisione, quasi un caso di personalità multipla, di cui si trova traccia anche nei tanti pseudonimi adottati. Ignazio Silone uno di essi, vero nome Secondino Tranquilli. Fatto sta che l’uomo è un depresso, e negli anni ’30, durante il suo esilio zurighese, è in cura da Jung, circostanza che l’autore non specifica se vera o verosimile. E tra vero e verosimile, tra documentatissime circostanze storiche, personaggi veri e inventati, si gioca il romanzo, nel tentativo di scavare nella complessa personalità di Silone e di fornire al contempo un ritratto della società di espatriati politici  a Zurigo dove, tra una cioccolata e uno strudel nei saloni art déco dei Grand Hotel, si poteva incontrare Brecht e Tristan Tzara, intellettuali ed artisti.   

Il personaggio della poetessa Giulia Bassani, tracciato con sensibilità e delicatezza, è totalmente di fantasia e totalmente verosimile, aderente ai canoni di certa femminilità intellettuale d’epoca. Simile, per dire, a un’Antonia Pozzi o Sabine Spielrein.

Nessuno può fermarmi di Caterina Soffici

Francesca Avanzini

In “Nessuno può fermarmi” (Feltrinelli, pp.253, € 16) Caterina Soffici recupera una pagina di storia su cui è volutamente calata una cortina di silenzio. Il 2 luglio 1940 l’Arandora Star, transatlantico di lusso requisito a scopi bellici, che stava deportando dall’Inghilterra verso il Canada presunti fascisti, viene colpito da un siluro tedesco e affondato. Delle circa 800 persone a bordo, tra cui italiani, tedeschi, inglesi, 446 annegano. Molti di loro erano emigrati dei nostri Appennini, che a costo di sacrifici e duro lavoro erano riusciti a farsi una posizione in Inghilterra, ed erano stati ingiustamente accusati di fascismo nel rigurgito xenofobo e di “dagli all’italiano” che segue la dichiarazione di guerra di Mussolini. Xenofobia sempre pronta a ripresentarsi a ogni latitudine, ammonisce il libro, perché, come citato in esergo nelle parole di Tahar Ben Jelloun, “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.  

Controlli di Rosaria Lo Russo Edizioni Mille Gru

Controlli di Rosaria Lo Russo Edizioni Mille Gru

Francesca Avanzini 

C’è chi ha detto che chiunque voglia fare poesia in Italia non può prescindere da Rosaria Lo Russo. Esce ora presso Mille Ggru la sua ultima fatica, “Controlli”, che per la prima volta, dopo tanto indagare nelle tematiche femminili, mette in scena protagonisti maschili .

“Controlli” è un dittico, un poemetto diviso in due parti. La prima è dedicata al tuffatore Klaus Di Biasi, oro alle Olimpiadi messicane del 1986, e si ispira a un’intervista dello stesso, genialmente trascritta in poesia. L’idea centrale è quella del controllo, che l’atleta deve esercitare al mille per mille sul corpo. Non pensa a niente Di Biasi prima di volare, non può. Deve solo respirare e controllare ogni minima parte del suo organismo, in quella che è una perfetta condizione yogica e mistica.

L’atleta è il narciso, completamente concentrato su di sé, è dunque l’artista, ma anche l’uomo comune. La poesia si estende a tutti, allude al controllo che bisogna costantemente esercitare per non cadere nel baratro delle passioni. Perché, come dice Vasco Rossi, la vita “è tutta un equilibrio sopra la follia”.

Eppure esiste una caduta controllata ed estatica, quando “il candido ossame“ si fonde con l’elemento acqua e diventa tutt’uno con essa, per poi riemergerne.

IL MALE OSCURO di Giuseppe Berto Edizioni Neri Pozza

Francesca Avanzini 

Lodevole l’iniziativa di Neri Pozza di ripubblicare, a 52 anni dalla prima uscita,  “Il Male Oscuro” di Giuseppe Berto (pp. 512, € 18).

Abbiamo avuto, in Italia, fior di narratori, da Fenoglio, a Pavese, a Carlo Levi, al tanto vituperato e invece ottimo Cassola, ad, appunto, Giuseppe Berto e molti altri ancora.

È ora che, in un sussulto di orgoglio nazionale, impariamo a valorizzarli, scrollandoci di dosso il senso di inferiorità nei confronti di letterature di altri paesi.

“Il Male Oscuro” mantiene intatta la sua modernità, e stupisce anzi, dato il carattere innovativo e sperimentale della scrittura, che ai tempi abbia avuto un successo tale da richiedere ben dieci ristampe e abbia vinto insieme il Viareggio e il Campiello.

La tecnica è quella del flusso di coscienza mutuata, a dire dello stesso autore, da Svevo e Gadda (da un passo della “Cognizione del dolore” proviene il titolo), per cui le pagine si succedono alle pagine con rarissimi segni di interpunzione, mentre il soggetto assolutamente autobiografico è il racconto di una nevrosi che, originata dall’inflessibile autorità paterna trasformatasi in un altrettanto implacabile Super Io, bracca l’autore e lo costringe praticamente al perimetro della sua camera, impedendogli a causa del panico di prendere ascensori, frequentare posti affollati, spostarsi con mezzi che non siano la propria automobile ecc. Per non parlare della paura di oltrepassare la barriera e cadere nella follia.  

Notti al circo di Angela Carter

 Notti al Circo di Angela Carter

Francesca Avanzini 

Si rivela un classico, “Notti al circo” di Angela Carter (pp.428, € 18) appena ripubblicato da Fazi a trentatré anni dall’uscita. Con un di più di speranza in un mondo migliore rispetto al cinismo odierno, la carica iconoclasta, ribelle e femminista tipica delle scrittrici anglofone degli anni ’80 (cfr., per non citarne che due,  Jeannette Winterson o Fay Weldon) la  spinta egualitaria, l’attenzione a emarginati, freak e outsider che avrebbero dovuto portare la fantasia al potere, i personaggi della Carter si librano (è il caso di dirlo) tra il mito e immortali creature della fantasia quali Gargantua o Morgante.

Fevvers è una gigantessa di “un metro e ottantacinque senza calze” per ottantotto chili, nata da un uovo e dotata di un paio d’ali di proporzionale apertura, tinte di cremisi e viola per potersi più efficacemente esibire nel circo di cui è l’attrazione principale. La Venere Cockney, abbandonata nei bassifondi e venuta su in un bordello, è tanto pronta ad aiutare i più sfortunati e commuoversi per le loro vicende, quanto avida, pragmatica e terra terra sebbene, come tutti i personaggi del libro, incline a filosofeggiare. Londra è ai suoi piedi, ricchi e potenti le offrono preziosi regali tra tonnellate di fiori, caviale, champagne e carrozze foderate di zibellino. (La vicenda è ambientata tra l’ultimo anno dell’ 800 e l’inizio gravido di aspettative del nuovo secolo).

L’ETÀ DELLA GUERRA di Giancarlo Bocchi

 L'Età della Guerra

Francesca Avanzini

Bosnia, Libia, Somalia, Palestina, Kosovo, Egitto. Dappertutto mozziconi di case anneriti, muri crepati, stracci, sacchi a pelo, pentole di latta, i paraphernalia delle ordinarie storie di miseria che i conflitti lasciano dietro di sé, anche quelli di cui siamo a malapena al corrente, come i persistenti scontri etnici in Birmania, o la persecuzione in Kurdistan degli yazidi, seguaci di una misteriosa religione misterica.

Immagini a cui la TV ci ha abituato, a cui purtroppo siamo quasi assuefatti. Eppure vedersele tutte una in fila all’altra, fotografate nero su bianco, le ingiustizie del pianeta, con protagonisti loro, i bambini- vittime ovvie, frequenti e non più innocenti delle guerre, dato che l’innocenza gli è stata strappata a forza, sostituita da una amara consapevolezza-riesce a scalfire anche le corazze più dure.

Al caffè degli esistenzialisti” di Sarah Bakewell, Fazi Editore

Al caffè degli esistenzialisti” di Sarah Bakewell, Fazi Editore

AL CAFFÈ DEGLI ESISTENZIALISTI

Non mantiene forse tutte le promesse implicite nel titolo “Al caffè degli esistenzialisti” di Sarah Bakewell (Fazi Editore, € 20, pp.470) e tuttavia è un libro che vale la pena leggere, se non altro per vedere se hanno ancora qualcosa da dirci oggi gli esistenzialisti.

Le pagine più coinvolgenti sono quelle dedicate a Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, e ricostruiscono la loro complessa vita e rete di relazioni nella Parigi a cavallo dell’ultima guerra e oltre. Immersi nel flusso multiforme e cangiante dell’essere, convinti che il compito del filosofo non sia trovare la causa ultima delle cose, ma descrivere il qui e ora, il fenomeno, sono anche convinti che l’intellettuale debba essere engagé, prendere parola e partito circa le questioni scottanti della sua epoca. Una bella distanza dalla letteratura d’intrattenimento -o gastronomica che dir si voglia- prevalente oggi!

La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez

La vedova Van Gogh di Camilo Sanchez

Francesca Avanzini 

Camilo Sánchez è un giornalista e poeta argentino. Colpito dalla figura della moglie di Theo e cognata di Vincent, Johanna Van Gogh Bonger, fuggevolmente citata in un documentario della BBC, decide di indagare su di lei e comincia a battere musei e biblioteche.

Il risultato è “La vedova Van Gogh” (Marcos y Marcos, 2016, pp 189, € 16) la storia vera, poco e male raccontata prima, avvincente come un romanzo e in verità un poco romanzata, di come Johanna sia riuscita a imporre al mondo l’arte del cognato, diventando l’artefice della sua fama. Più per ideale che per soldi, convinta com’era di trovarsi di fronte a un grande artista che, per il bene dell’umanità, non doveva restare sconosciuto.

Dopo la morte di Theo, mercante d’arte di successo, avvenuta, com’è noto, a neanche un anno da quella del fratello per legame simbiotico, depressione e nefrite causata da una sifilide mal curata, Johanna rimane sola nell’appartamento di Pigalle con un bambino appena nato, circondata dalle tele esuberanti del cognato. Impara a conoscerle e amarle nei dettagli, così come legge e ama le lettere di Vincent a Theo. È lei a selezionarle ed editarle. Van Gogh è un poeta, ancora prima che un pittore, e i commenti alle opere sue e di altri contenuti nella corrispondenza, gettano nuova luce sulla sua pittura. Lettere e pittura formano un tutt’uno inscindibile.

Nel 1891 Johanna è già ritornata in Olanda, suo paese natale, dove apre una graziosa locanda a Bussum, villaggio a pochi chilometri da Amsterdam. Le pareti sono adorne delle tele mandate a prendere a Pigalle. Sfortunatamente, delle 600 che erano, 300 sono rimaste là, e non si saprà mai che fine hanno fatto.

Novita Amadei: Finché notte non sia più

Finché notte non sia più - libro di Novita Amadei

Francesca Avanzini

Novita Amadei 

Un libro in qualche modo contro corrente “Finché notte non sia più” (pp 236, € 16.50) appena uscito per Neri Pozza e scritto dalla parmigiana risiedente a Parigi, dove lavora nella cooperazione, Novita Amadei.
Il suo romanzo d’esordio “Dentro c’è una strada per Parigi”, si era piazzato tra i finalisti nel concorso “per voci nuove” indetto dalla casa editrice, e questo secondo, come si diceva, si stacca dalla moda corrente. Niente frustini e tacchi a stiletto, niente sangue o morti orribili, niente ambienti patinati, bensì storie di gente più povera che ricca, più normale che eccezionale, ciascuna con una mancanza da compensare, una punta di freddo nel cuore. Caterina fa l’infermiera, anche se ha talento come parrucchiera, e la madre la vorrebbe con sé nel suo salone romano. Ma come molti giovani di oggi, Caterina ha bisogno di andarsene per trovare se stessa, e approda in un piccolo paese della Francia del sud, dove la sorella della madre ha pure un negozio di parrucchiera. Nel villaggio Caterina trova due mentori, l’anziano Delio, anche lui italiano, che vive col suo cane in una casa isolata di campagna, impregnata dell’assenza della moglie morta e di quella, rancorosa e priva di notizie, del figlio Daniele, e il geniale, un tantino eccentrico professore in pensione Mathelot, vedovo anche lui, che le dà lezioni di francese.

Massaggia cuti, taglia con garbo capelli Caterina, quando il sabato aiuta la zia, molce e lenisce, ascoltando sfoghi più di uno psicanalista, fedele alla sua vocazione d’infermiera-mestiere che pure esercita gli altri giorni della settimana- di dare e aiutare.

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