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La vita sta cambiando pelle

Unità d'Italia

Unità d'Italia

Erri De Luca: Garibaldi ha invaso Napoli, non l’ha liberata

L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole, perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori. Garibaldi invase Napoli, non la liberò.

L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole. Domandatevi perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori e non i Vinti che stanno emergendo …

L’unita d’Italia fu un imposizione violenta con tanto di genocidio dei popoli del sud eseguiti dagli ordini di Garibaldi noto massone e commissionata da qualche famiglia potente criminale …

Anche Beppe Grillo scriveva dal suo Blog “Siamo tutti borbonici” nel 2006.

E se il Borbone fosse in realtà il Savoia ? E i veri patrioti i briganti ?
Il Regno delle due Sicilie esisteva, in modo assolutamente legittimo, da secoli.

Napoli era la terza capitale d’Europa.

Napoli aveva istituito la prima cattedra di economia in Europa. La prima linea ferroviaria: Napoli-Portici. Poi arrivarono i Savoia. La resistenza durò dieci anni. Qualcuno pensa che sia attiva ancora oggi.
Dopo l’occupazione piemontese i capitali si trasferirono al Nord e, grazie alla tassa sul macinato, i meridionali nelle Americhe.

Il Sud non fu liberato, ma consegnato al sottosviluppo.

La Questione Meridionale deriva da un esproprio.

GIUSEPPE NOVERO "I PRIGIONIERI DEI SAVOIA" ed. SUGARCO


GIUSEPPE NOVERO

La storia della Caienna italiana nel Borneo

Nuovi documenti emergono dagli archivi: per battere il brigantaggio il governo unitario cercò di deportare in Paesi lontani i meridionali e i ribelli.

Per quasi dieci anni (e fino al 1873) i ministri dei Savoia cercarono così di fondare una colonia di deportazione prima nel mar Rosso, poi in

Patagonia e in Tunisia. Ma i tentativi della diplomazia si orientarono, ad un certo punto, sull'isola del Borneo dove i piemontesi avevano intenzione di creare una vera e propria Caienna.

I prigionieri dei Savoia è il primo libro che affronta, con documenti originali, i problemi irrisolti dalle guerre risorgimentali e l'interesse italiano per fondare una colonia penale nell'Estremo Oriente.

L'autore ha ritrovato i carteggi diplomatici, le relazioni di governo, i dispacci e i diari di bordo delle navi inviate in terre lontane che testimoniano tutte le fasi del progetto.

Il volume ripercorre, poi, molte altre storie dimenticate del Risorgimento: l'assedio di Gaeta e il romantico eroismo della regina Maria Sofia, i «falsi della storia», icampi di detenzione dei prigionieri, le vicende che opposero soldati e briganti, fino al doloroso epilogo dell'emigrazione.

Emerge dal volume la storia dell'Italia nata dal Risorgimento con tutte le sue sfaccettature: con gli eroismi e le viltà, le indecisioni e le nefandezze.

Giuseppe Novero è nato a Ciriè (Torino) e vive a Roma. Giornalista, ha lavorato nell'editoria, nella carta stampata, in Rai e, in

posizioni di vertice, alle Reti Mediaset. Saggista, negli ultimi tempi con Mussolini e il generale (Rubbettino 2009) si è dedicato a

Corrado D'Ottavi e "Italia, Italie. Noi, gli altri e il bel paese....."

"Idee colorate" del 1978 di Corrado D'Ottavi sarà esposto nella collettiva

Italia, Italie
Noi, gli altri e il bel paese nell'arte contemporanea

L'Italia interpretata dai maggiori artisti contemporanei

DOCUMENTO PDF

a cura di Valerio Dehò

Inaugurazione sabato 16 aprile ore 17.30
dal 16 aprile al 22 maggio
Centro Espositivo Pake,
via Cialdini 9  Centro Storico
Castelvetro di Modena

Centro Espositivo Pake
sabato 16 aprile                      ore 18.00 - 20.00
domenica 17 aprile                  ore 10.30 - 12.30
                                             ore 16.00 - 19.00
dal 23 aprile  al 22 maggio aperto sabato e domenica dalle 16.00 alle 19.00

ingresso gratuito

info:
Comune di Castelvetro di Modena
www.comune.castelvetro-di-modena.mo.it
ufficio cultura: 059/758818     u.r.p: 059758875
cultura@comune.castelvetro-di-modena.mo.it

Il 150mo anniversario dell'Unità d'Italia

Gian Carlo Marchesini

Appunti su una accalorata discussione per la scelta del titolo di un volantino...

Eravamo una decina riuniti nella sede di Rifondazione Comunista di via degli Ausoni in San Lorenzo: donne e uomini, giovani e anziani, alcuni militanti di Rifondazione, altri del PD, tutti iscritti alle sezioni ANPI attive sul territorio del Terzo Municipio. La riunione era convocata per discutere il programma delle iniziative decise per il 17 marzo, giorno anniversario del 150mo dell'Unità d'Italia, la loro organizzazione concreta, i testi dei manifesti da affiggere e i volantini con i significati della celebrazione da diffondere. Il punto specifico della discussione, che è durata oltre due ore, riguardava in particolare il taglio e quindi la scelta del titolo icasticamente riassuntivo del volantino di convocazione e annuncio della manifestazione - che si svolgerà il mattino al Verano davanti la tomba di Goffredo Mameli, il pomeriggio in una sala conferenze del quartiere dove sarà proiettata e commentata una scelta di sequenze di film dedicati al Risorgimento, seguita da una lectio magistralis di Giuseppe Vacca, presidente dell'Istituto Gramsci.

GARIBALDI Giuseppe Maria - Eroe dei due mondi e cittadino del Perù

Nato a Nizza il 4 luglio 1807 - morto a Caprera il 2 giugno 1882. Patriota. Generale dell'Esercito Italiano. Inizia a lavorare  nella Marina Mercantile come mozzo nel 1822. Ferito alla mano destra in combattimento contro pirati greci nel 1831. Nominato Capitano marittimo il 27 febbraio 1832. Comandante del "Nostra Signora delle Grazie" dal 27 febbraio 1832. Comandante in 2^ del "Clorinda". Nel luglio 1833 incontra Mazzini a Marsiglia e si iscrive alla Giovane Italia col nome di Borel. Soldato di leva di 3^ classe della Marina Sarda dal 26 novembre 1833 al 3 febbraio 1834. Il 3 febbraio 1834 partecipa all'ammutinamento della nave su cui è imbarcato ed è costretto a fuggire. 

Il primo inno (sardo) d’Italia

AGENDA STORICA

inno d'Italia

(telesabterno.it   domenica, 20 febbraio 2011) Forse non tutti lo sanno, o lo ricordano, ma l'Italia ha ancora un inno provvisorio. "Fratelli d'Italia" di Goffredo Mameli (ma il vero titolo originale è "Canto degli Italiani") è stato adottato "in via provvisoria" il 12 Ottobre 1946, e da allora non è più stato assunto alcun provvedimento che lo ufficializzasse in modo definitivo.
Ma pochissimi, crediamo, sanno che l'Italia ha anche un inno di riserva, o meglio che l'Inno di Mameli, ha un predecessore ufficiale... in lingua sarda.
Si tratta di "S'hymnu sardu nationale", adottato da Casa Savoia come primo inno nazionale, nel 1844, quando l'Italia come espressione politica si chiamava ancora Regno di Sardegna.
"S'hymnu sardu nationale" era stato composto da Giovanni Gonella, musicista sassarese , su parole di Vittorio Angius, un ex sacerdote convertito alla causa liberale dell'Unità d'Italia, divenuto deputato al parlamento Subalpino.

Recensioni : “La strana unità” La menzogna risorgimentale

risorgimento

La menzogna risorgimentale

Una recensione dello storico Paolo Mathlouthi sull'ultimo volume di Gilberto Oneto

 

(ininsubria.it) Uno spettro dispettoso si aggira per l'italico stivale: il suo nome è Risorgimento. Nessuno sa chi o che cosa sia con esattezza questo illustre sconosciuto, eppure per le strade e le piazze delle nostre città targhe commemorative, altari e cippi rammentano ad ogni angolo, a passanti distratti, luoghi e vicende troppo lontani nel tempo perché possano essere ricordati: Solferino, San Martino, la breccia di Porta Pia, lo sbarco dei Mille per i più non sono altro che nomi, rimasti sepolti tra le pagine dei libri, flebili echi di studi mal digeriti e presto dimenticati.
Il severo profilo del Re galantuomo e le agiografiche pose dell'eroe dei due mondi hanno ormai la scultorea fissità delle statue di marmo, e fanno capolino qua e là lungo i viali dei parchi o negli atri degli edifici pubblici. Chi può vantare un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni ha poi fatto in tempo a subire la sottile tortura della lettura obbligata di "Cuore", il celebre romanzo di Edmondo De Amicis, vero e proprio incubo della nostra infanzia, che eserciti agguerritissimi di maestre hanno ammannito implacabilmente ad intere generazioni di scolari.

Ambiente - Risparmio energetico e Unità "Caterpillar" lancia la sfida

La trasmissione di RadioDue celebra la settima edizione di "M'illumino di meno". Il 18 febbraio "luci spente e tricolori accesi" per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia

Risparmio energetico e Unità "Caterpillar" lancia la sfida

150 anni dell’unità d’Italia. Il sindaco di Predappio: dobbiamo fare i conti con il fascismo

"150 anni di storia vanno presi tutti. Non se ne possono ricordare 150 meno 20. La storia del nostro Paese dobbiamo ricordarla per intero, anche se non ci piace. E dobbiamo farci i conti.

 Perché solo così si può evitare di ripetere gli errori del passato". Giorgio Frassineti è oggi il sindaco della città che diede i natali a Benito Mussolini, e in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia spiega al sito dell'Anci la sua idea di celebrazione. "Può capitare che salendo in un taxi a Roma qualcuno quasi si butti ai tuoi piedi. Così come può succedere che in un Comune dove da sempre governa il centrosinistra ti invitino a parlare di Mussolini e ti becchi urla e insulti.

Eppure i conti con la nostra storia vanno fatti". Frassineti spiega che in realtà Predappio "può essere considerato un luogo di studio per la storia del ‘900 e per la storia d'Italia". Prima di Mussolini, infatti, a Predappio approdò anche Garibaldi: "Dopo la disfatta della Repubblica romana nel 1849 - spiega Frassineti - l'Eroe dei due mondi alloggiò durante la sua fuga nella casa dove 5 anni dopo sarebbe nato Alessandro Mussolini, padre di Benito".

Ancora sul piede di guerra gli industriali bolognesi per le celebrazioni del Tricolore

"E' decisamente sgradevole che la decisione del Consiglio dei Ministri di considerare la giornata del 17 marzo 2011 festività nazionale, per i 150 anni dell'unità d'Italia, scarichi i costi della ricorrenza esclusivamente sulle imprese, che erogheranno la retribuzione per una giornata non lavorata." A ribadirlo nuovamente il mondo degli industriali bolognesi sul piede di guerra da giorni. Che si tratti di un problema reale - mandano a dire oggi - lo dimostra l'attenzione ‘bipartisan' ottenuta dalla politica

(telesanterno.com) Il 17 marzo in Italia si festeggeranno i 150 dell'unità nazionale. una ricorrenza una tantum, precisamente, solo per quest'anno che però sta scatenando diverse polemiche anche sul territorio emiliano. Prima si erano levate quelle della Lega nelle sue diverse roccaforti per l'insofferenza federalista del carroccio verso il tema dell'unità.

Ora la questione lascia il piano ideologico e a Bologna diventa tutta economica. Il presidente degli industriali Maurizio Marchesini ha sollevato un caso: un giorno in più di festività sul calendario del 2011 peserà tutto sulle spalle delle aziende già duramente provate dalla crisi. A dargli man forte è arrivato il deputato Pdl Giuliano Cazzola che ha sottolineato il fatto che si tratterà di un giovedì, coincidenza che favorirà la scelta di molti di allungare la festa facendo il ponte.

L'unità d'Italia

(wittgenstein.it) Durante il discorso di Barack Obama sullo Stato dell'Unione, seguendo l'invito di un senatore democratico del Colorado (che a sua volta aveva ripreso l'appello di un'associazione), i parlamentari americani hanno sovvertito l'uso di dividersi in due spazi distinti per appartenenza di partito e si sono mescolati tra loro. L'idea era partita come sforzo di civiltà e serenità di rapporti umani dopo l'attentato contro Gabrielle Giffords. "Non cambiamo le cose se non cominciamo a lavorare a una collaborazione tra di noi", ha detto il vicepresidente Biden.

L'idea è bella e invitante. Sono sempre diffidente delle iniziative a "valore simbolico", soprattutto in tempi in cui i valori simbolici sostituiscono quasi sempre le pratiche concrete e ne diventano surrogati. Mi sono chiesto quindi non tanto se si potrebbe importare in Italia così (immaginatevi le polemiche e i capricci che sputtanerebbero subito tutto), ma quanto regola stabile. La fine della distribuzione dei posti nelle camere in base all'appartenenza di partito: di fatto, la fine concreta della Destra e della Sinistra, dopo che per anni si è parlato della loro fine ideologica. E l'annullamento di una delle mille sanzioni di divisione in Italia.

Somiglia un po' a quando la maestra dice "vi divido!" ai compagni di banco molesti o litigiosi, è vero (di fatto, è l'opposto). Ma non è che la maestra non abbia le sue buone ragioni. E di fatto, l'iniziativa avrebbe risultati certi: le imbarazzanti scene di molte recenti gazzarre parlamentari diminuirebbero inevitabilmente, e anche il clima da ultras in curva. Ho consultato un mio amico esperto sulla gravità delle controindicazioni - il lavoro collaborativo all'interno dei gruppi sarebbe assai più complicato - e lui mi ha confermato che sono abbastanza rilevanti.

Risorgimento a luci rosse. All’osteria di Graziano Ballinari

"L'è mai stracc de alzà i gonel" si diceva di Vittorio Emanuele II

di Graziano Ballinari
Risorgimento a luci rosse. All'osteria di Graziano Ballinari

Orge, festini e amanti di entrambi i sessi: i padri della patria in mutande e sotto le lenzuola

(ininsubria.it) Altro che i presunti festini di Palazzo Grazioli. Il Risorgimento è stato veramente hard. E le liaison dei protagonisti dell'unità d'Italia fanno impallidire gli scandali moderni. Parola di Graziano Ballinari, gestore dell'osteria Cose di Altri Tempi e studioso della storia italiana. Che ha dedicato la sua mostra storica a Vespa, Santoro e Floris.

Ovvero "ai conduttori delle peggiori trasmissioni mai create nella nostra storia".
La rabbia di Ballinari è giustificata dal fatto che in questi talk show hanno avuto ampio spazio le vicende personali del premier, soprattutto quelle legate ad escort, minorenni e marocchine.
"E ci si indigna senza sapere - dice Ballinari - che quello che si dice faccia Berlusconi tra un festino e l'altro è una minima parte di quello che fecero i protagonisti del Risorgimento".

ABBASSO LA PATRIA

MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

(comedonchisciotte.org) Antonio Di Pietro ha dichiarato: "Chi è contro l'Unità d'Italia è un traditore". Io sono un traditore. L'Italia migliore e più vitale è stata quella preunitaria. L'Italia dei Comuni, delle Repubbliche Marinare, dei Granducati. L'Italia-laboratorio dove, con l'affermarsi, a Firenze e nel piacentino, di una forte classe di mercanti (che oggi si chiamano imprenditori) ha avuto inizio la Modernità. L'Italia della grande letteratura, Dante, Petrarca, Cavalcanti, Boccaccio, poi il Tasso e l'Ariosto su su fino a Foscolo, Manzoni, Leopardi. L'Italia della grande arte, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Tiziano, Tiepolo. L'Italia delle cattedrali, delle chiese, delle pievi, dei borghi e del suo straordinario paesaggio (oggi ampiamente e unitariamente sconciato) che sono poi i motivi per cui i turisti stranieri vengono ancora da noi.

L'Italia unitaria, dal punto di vista culturale, ha avuto ancora un buon periodo ai primi del Novecento, con le avanguardie, la grande stagione delle riviste, La Voce, La Ronda, La Cerba, il Leonardo e durante il fascismo dove fummo primi in un settore modernissimo quale il design industriale. Sul secondo dopoguerra, cinema a parte e qualche eccezione, è meglio stendere un velo pietoso.

Unità d' Italia, proteste dei separatisti in Alto Adige: "No all'obbligo del tricolore"

I Suedtiroler Freiheit, partito della "pasionaria" Eva Klotz, contestano le celebrazioni del 150° anniversario: "Alto Adige divenuto parte dell'Italia contro la propria volontà"

zoom Il manifesto sequestrato

Il manifesto sequestrato

6 Gennaio: la maglia azzurra compie 100 anni

(telesanterno.it   giovedì, 6 gennaio 2011) Colori e simboli. La "maglia azzurra" per tutti gli italiani vuol dire "nazionale", un simbolo indiscusso e riconosciuto a tutte le latitudini del nostro paese, fors'anche in misura maggiore dello stesso spirito unitario dello stato. In fondo l'Unità d'Italia ha solo cinquant'anni in più della maglia azzurra, che fu adottata per la prima volta il 6 Gennaio 1911, esattamente 100 anni fa, all'Arena di Milano in occasione di un incontro di calcio contro l'Ungheria (vinto da quest'ultima per 1 a 0). In quella occasione la squadra italiana abbandonò infatti l'originale divisa bianca di cui si era rivestita in occasione dei primi due incontri della sua storia: nel 1910 contro la Francia (vittoria italiana per 6 a 2) e ancora contro l'Ungheria (vittoria straripante dei magiari per 6 a 1).

L'adozione del nuovo colore azzurro fu decisa per onorare la Casa Savoia che aveva unificato la nazione. Da allora fu quello il colore dell'Italia del pallone (e per similitudine di tutte le altre rappresentative nazionali degli altri sport, con l'unica eccezione delle gare motoristiche dove la tradizione assegna invece alle vetture ed alle moto italiane, come la Ferrari e la Ducati, il colore rosso fiammante).

In cento anni gli "azzurri" del calcio hanno conquistato quattro Coppe del Mondo (1934, 1938, 1982, 2006), un titolo Europeo (1968), un titolo Olimpico (1936) e due coppe internazionali conquistate negli Anni Venti e Trenta.

Nord e Sud, un'unità che va ritrovata

Ernesto Galli della Loggia

(corriere.it) Una questione domina su tutte le altre della politica italiana e in vario modo le riassume tutte: il problema dell'unità nazionale, ovvero il problema di come tenere ancora insieme il Nord e il Sud del Paese.

È chiaro, per chi sa vedere, che siamo ad uno di quei momenti in cui la politica è chiamata a fare i conti con una vera e propria svolta storica: la fine della prima Repubblica ha significato molto di più di ciò che allora ci è sembrato. Ha significato anche la fine degli equilibri economico-sociali (e della relativa ideologia) che avevano reso possibile e accompagnato la secolare industrializzazione-modernizzazione italiana. Con ciò è giunto ad un suo punto critico anche il secolare patto nazionale la cui forma, risalente al vecchio Statuto Albertino, la Costituzione del '48 aveva, sì, profondamente innovato, ma in un certo senso ripreso e confermato.

La Padania non esiste, l'Italia forse sì

(beppegrillo.it) Se la Padania non esiste (e non esiste) perché la Lega ha consenso? E se il Regno del Sud ha cessato di esistere con Garibaldi perché (di fatto) è vivo e vegeto suddiviso in quattro mandamenti mafiosi (camorra, sacra corona unita, 'ndrangheta e cosa nostra) che comandano più di quanto abbiano mai fatto sia i Borboni che la Repubblica Italiana? Se il Vaticano fu spossessato nel Risorgimento del Centro Italia, dalla Romagna alle Marche, perché ha decine, forse centinaia, di parlamentari ai suoi ordini? Il Trentino, l'Alto Adige, la Valle d'Aosta, il Friuli sono mondi a parte. In Veneto c'è chi preferisce sposare un extracomunitario che un "italiano", un valdostano chiama ancora oggi "giapunès" i veneti immigrati in Valle durante il fascismo.
L'Italia non ha mai fatto la pace con sè stessa, non si è mai rassegnata a un'unificazione voluta da una élite e dall'appetito di Casa Savoia, la famiglia reale più indebitata d'Europa. Loro, i lombardi, i laziali, i pugliesi che c'entravano?

MalaUnità

Gian Carlo Marchesini

Vacanze al Sud. O i critici furiosi della Mala Unità.
A proposito di idee che circolano sul Risorgimento e l'Unità d'Italia, definita senza mezzi termini Mala Unità,  ovvero forma di un dominio perseguito e perpetrato dal capitalismo espropriatore di un Nord colonialista ai danni di un Sud sfruttato come mano d'opera a basso prezzo e mercato per il consumo.

Garibaldi e Cavour? Agenti dell'imperialismo annessionistico dei piemontesi.

Il brigante Carmine Crocco? Un piccolo Che Guevara della guerra di guerriglia lucana.

Martiri del Risorgimento come Costabile Carducci e Carlo Pisacane? Utili idioti  funzionali al disegno della Mala Unità.

L'esercito piemontese? Una masnada di stupratori di donne e sterminatori di un milione di poveri e indifesi contadini del Sud.

Un milione di meridionali sterminati in dieci anni dalle truppe sabaude: centomila l'anno, diecimila al mese, trecento al giorno. Una carneficina che manco in Vietnam e in Iraq. Ma dove avrà preso questi dati Pino Aprile  (Terroni - Piemme editore) ?

Roberto Saviano? Aberrante perché legge il mondo attraverso il filtro unico ed esclusivo delle imprese di mafia e camorra, mentre esse non sono altro che il braccio armato della borghesia capitalista. Imprese sane distinte dalle imprese della camorra? Tutte uguali, tanto sempre imprese capitalistiche sono. (Questa è di Giovanni Pagano, letta su internet nel blog del gruppo politico napoletano Insurgencia)

Quindi:   Ambrosoli, Falcone e Borsellino, e le decine di magistrati, poliziotti e giornalisti morti ammazzati perché cocciutamente onesti? Idealisti imbecilli che non hanno capito nulla.

Lega, il senso di italianità solo in un elettore su quattro

L'osservatorio. Tra i votanti prevale il sentimento di appartenenza a Comuni e Regioni

(corriere.it) La Lega Nord si trova in un momento di decisioni complesse, stretta su un crinale assai difficile da percorrere. Lo hanno descritto con grande lucidità, tra gli altri, sia Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, sia Stefano Folli su Il Sole 24 Ore. In estrema sintesi, il movimento di Bossi è soggetto a due lealtà contrapposte. Da un verso, la fedeltà nei confronti dell'esecutivo di cui fa parte, con la partecipazione di ministri di primissimo piano, ai quali si affianca un rapporto privilegiato con il responsabile dell'economia, Giulio Tremonti. Il sostegno all'esecutivo è infatti l'unica strada che il Carroccio può intraprendere per tentare di assicurarsi la (quantomeno parziale) realizzazione del federalismo fiscale che è, come si sa, l'elemento qualificante del programma su cui ha ricevuto la fiducia-e su cui gode del sostegno crescente-degli elettori.

Dall'altro canto, Bossi non può ignorare la rivolta generalizzata delle Regioni - comprese quelle del nord che, anzi, in qualche modo la stanno guidando - contro la manovra economica proposta dal governo (e, in particolare, dallo stesso Tremonti). Queste ultime affermano che, con i tagli economici previsti, si lede fortemente l'autonomia degli enti locali e, di fatto, si giunge a negare l'attuazione e lo sviluppo del federalismo.

Il dramma del federalismo in Italia e in Europa

EUGENIO SCALFARI

(repubblica.it) LA SETTIMANA si è chiusa con le Borse di nuovo in caduta verticale. Dunque la speculazione non è ancora domata e non lo sarà fin quando l'Europa non avrà fatto passi decisivi verso uno Stato federale compiuto e dotato di una sua politica economica e fiscale come di una sua politica estera e militare. Per noi italiani il tema del federalismo europeo si intreccia con quello del federalismo italiano, arrivato ormai alla sua fase cruciale. La scatola vuota tanto propagandata dalla Lega dovrà nei prossimi mesi ed anni esser riempita di concreti contenuti che incideranno sulla struttura dello Stato, delle Regioni, degli enti locali; sull'equilibrio sociale e politico, sui poteri costituzionali, su alcuni grandi servizi pubblici a cominciare dalla sanità e dall'istruzione.

Federalismo italiano e federalismo europeo sono dunque due percorsi paralleli con reciproche influenze. Del primo si sono occupati nei giorni scorsi su Repubblica Giorgio Ruffolo (che ha anche scritto un libro interessante in materia) e Massimo Salvadori. Del secondo ha trattato Luigi Zingales su 24 Ore del 9 maggio. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dal canto suo è ripetutamente intervenuto in questa così delicata questione, tanto più attuale per noi italiani nell'anno in cui si celebra l'impresa garibaldina dei "Mille" e i centocinquanta anni dell'Unità d'Italia. Da questo tema dobbiamo quindi cominciare la nostra analisi.

* * *

Il Risorgimento fu concepito e attuato da una "élite", minoritaria come tutte le "élite".

Italiani a metà un popolo diviso

Fieri di appartenere alla comunità nazionale anche se spesso pronti a considerare il Sud un peso. L'Italia si presenta ai 150 anni dell'Unità con molte contraddizioni ma con un'identità. Costruita soprattutto intorno all'attaccamento ai familiari e all'arte di arrangiarsi. Ecco perché, nonostante le tensioni, continuiamo a sentirci cittadini dellostesso Paese. E perché rischiamo di scoppiare

ILVO DIAMANTI

(repubblica.it) CI SI avvia al 150esimo anniversario dell'unità nazionale fra molte divisioni. Tanto che alcuni fra i più autorevoli componenti del Comitato dei Garanti per le celebrazioni si sono dimessi. Per primo: Carlo Azeglio Ciampi, il Presidente della Repubblica che, nel corso del suo mandato, ha investito sulla riaffermazione delle feste e dei simboli nazionali. Un atteggiamento che non pare condiviso dalla maggioranza di governo. Nella Lega, soprattutto. I cui leader, a partire da Bossi, fanno a gara nel sottolineare che c'è poco da celebrare. Che, per i padani veri, l'unità d'Italia  anzi: l'Italia stessa  non merita di essere celebrata. Così, ci si avvia a questo 150enario in modo dimesso e reticente. Un po' come l'atteggiamento degli italiani verso l'Italia, descritto da un sondaggio di Demos per Repubblica. Difficile da interpretare in un solo modo. Tratteggia un popolo di "italiani a metà". Visto che, fra le diverse appartenenze territoriali, il 28% sceglie, anzitutto, l'Italia (comunque, in crescita di 5 punti rispetto al 2006). Il resto: cosmopoliti (27%) e localisti (45%). Dunque, veneti, siciliani, lombardi, napoletani, nordisti "e" - non "o" - italiani. Visto che quasi tutti (l'88%) si dicono (molto o abbastanza) "orgogliosi" della propria appartenenza nazionale. E quasi tutti (l'84%) considerano "positiva" (il 24% "molto") l'Unità d'Italia.

Viva l'Italia dei quattro cantoni e addio al centralismo giacobino

garibaldi.jpgIl dibattito sui 150 anni dell'Unità

Raffaele Iannuzzi

(loccidentale.it) 7 Maggio 2010 - Non c'è niente da fare. Il politicamente corretto alla fine stufa. E' palloso e stantìo e soprattutto non indica nessuna strada alla politica. Il limite più grave. Prendiamo l'unità d'Italia. Ne parlano i leghisti con il classico senso della realtà e subito si agitano le acque come se si bestemmiasse in chiesa. Calderoli afferma il principio di realtà: se l'unità d'Italia, oggi, non passa per il federalismo, si fa solo chiacchiera salottiera. Infatti, fino ad oggi, con il freno a mano tirato su questo snodo cruciale si è fatto chiacchiericcio indistinto, senza tono e sostanza.

L'Italia ha visto in campo molti progetti di unità nazionale, ha vinto quello delle élites piemontesi. Qualcuno dirà massoniche, qualcun altro dirà anticlericali, sia come sia, ha vinto quell'idea. Ma questo non è un dogma perché nella storia vige il revisionismo intelligente. Dunque, cari laici filo-sabaudi, largo alle critiche e al pensiero. Zaia, fra gli altri, ne ha uno niente male: la nazione è divisa, ci sono già due Italie, il Nord e il Sud, allora tanto vale prendere di petto la questione e sottrarre al centralismo giacobino l'egemonia.

Dopo 150 anni, fatta la storia d'Italia bisogna fare anche quella degli italiani

Caratteri nazionali e identità nazionale

Federico Anghelé 2 Maggio 2010 

(loccidentale.it) Gli italiani? Furbi e creativi. I francesi? Superbi e raffinati. I tedeschi? Precisi e un po' noiosi: non c'è popolo che non possa vantare un articolato bagaglio di stereotipi, positivi e negativi, che ormai da secoli hanno contribuito a delineare il loro carattere nazionale. Se nel linguaggio corrente la nozione di carattere nazionale viene di frequente assimilata a quella di identità nazionale, si tratta in realtà di concetti diversi e non sovrapponibili: "Si può dire che il carattere nazionale tende a riferirsi alle disposizioni 'oggettive', consolidate (un insieme di particolari tratti morali e mentali) di una popolazione, mentre l'identità nazionale, espressione coniata più di recente, tende ad indicare una dimensione più soggettiva di percezione e di auto-immagini che possono implicare un senso di missione e di proiezione nel mondo".

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