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SCOPPIA LA BOMBA SULLE INOCULAZIONI DEI SIERI: Il PM di Pordenone indaga contro lo stato per lesioni colpose e omicidio colposo Art. 445 Codice Penale

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piazza Giustiniano Pordenone

Intasato in Tribunale l’ufficio dedicato alla registrazione delle notizie di reato: Tra le ipotesi di reato l’art. 445 codice penale, ma anche lesioni colpose e omicidio colposo

Il pubblico Ministero di Pordenone dovrà valutare in merito alla dose eterologa (Astrazeneca con Pfizer, Astrazeneca con Moderna, Pfizer con Moderna etc, etc), la terza dose e ora anche la quarta, sono tutte somministrate Off Label cioè fuori scheda tecnica, il che richiederebbe l’esistenza di studi almeno di fase II pubblicati per essere a norma di legge, ma questi studi – che dovrebbero esserci tra l’altro per ogni percorso immunologico creato “tra mescolamenti di vaccini e guarigioni”, affermano i farmacisti, “non ci sono”.

“Per esplicita ammissione della Commissione Consultiva Tecnico Scientifica (verbale 72 dell’11 luglio 2022) la stessa non ha approvato l’utilizzo off-label della 4°dose secondo studi di fase due pubblicati (e si ribadisce la necessità che ve ne sia uno per ogni percorso immunologico creato) ma “sulla base dei dati esaminati e in considerazione dell’attuale andamento epidemiologico” eventualità e condizioni non previste nella legge 648/96 per l’inserimento off-Label di una nuova indicazione o variazione posologica. E chiedono “ai Direttori delle Farmacie Ospedaliere della aziende sanitarie del FVG, tutelari dell’appropriatezza prescrittiva all’interno della propria azienda sanitaria e sul territorio competente, di avere evidenza di quali studi hanno fornito ai medici vaccinatori delle Aziende Sanitarie affinché potessero fare adeguate valutazioni rischio/beneficio e dove abbiano trovato l’aggiornamento dell’elenco della 648/96.

E qui tocchiamo un altro punto cruciale infatti gli autori della lettera chiariscono “Il mancato aggiornamento della nuova indicazione in elenco imporrebbe al medico, farmacista ed infermiere vaccinatore di non poter vaccinare se non violando la norma stessa e facendoci ricadere nella violazione prevista dall’articolo 445 c.p.”. La norma penale citata si riferisce alla “Somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica”. Ma cosa accadrebbe se dalla somministrazione di un farmaco in violazione dell’art. 445 cp derivassero la malattia grave o addirittura la morte di una o più persone? Potrebbero configurarsi anche i reati di lesioni e/o omicidio colposo a carico dei medici, infermieri e ora anche farmacisti vaccinatori? Riteniamo di sì.

Inoltre la dott.ssa Tiziana Coccoluto (Capo di Gabinetto d’Ordine del Ministero)- che in molti ricorderanno se non altro per il video esplicito che la dott.ssa Barbara Balanzoni ha diffuso sui social proprio in merito alla circolare che autorizzava la vaccinazione nei guariti – ebbene la dott.ssa Coccoluto firmataria della circolare- a giugno, interpellata dagli ordini delle professioni sanitarie in merito proprio alla confusione creata da quella circolare, ha “ritenuto necessario interpellare il Consiglio Superiore di Sanità per avere rassicurazioni sulla vaccinazione dei guariti (nota 11385 del 01 luglio 2022). Peccato che ad oggi il CSS non abbia ancora risposto, ricordano nella pec i farmacisti.

“Si ritiene doveroso- concludono – ricevere risposta a tutti i quesiti posti ed in mancanza di risposte esaustive al riguardo si invita a prendere in considerazione la possibilità di sospendere ogni tipo di vaccinazione al di là delle uniche autorizzate in scheda tecnica o supportate da studi che ne permettano il reale inserimento in 648/96 (con aggiornamento dell’elenco relativo).”

Fonte: https://t.me/davide_zedda/16897

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Rovinati dai vaccini, testimonianze. Intervista con il ricercatore Maurizio Zanetti

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prof. Maurizio Zanetti
prof. Maurizio Zanetti

NOI, ROVINATI DAI VACCINI ORA VI CHIEDIAMO VERITÀ

Si chiamano Giovanni, Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta» Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti»

Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie

«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo.
Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente,

Francesco Schenone
«Vertigini e tachicardia A 28 anni non ho un futuro»
Costretto ad abbandonare tutte le attività dopo la prima dose
 «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano». Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita » . È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso. «Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Marianna Canè

 

Giovanna Viotto
«Volevo tutelare i pazienti ma nessuno ha protetto me»
Due paralisi, addio occupazione: troppe assenze per malori
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna. «Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale. «Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze. «Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima». E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Marianna Canè

 

Giuseppe Sanacore
«Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Per i medici aveva patologie nascoste che si sono svegliate n «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid. «Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto. Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti – il ricovero in ospedale è durato quasi un mese – i medici non hanno trovato una cura. «Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?»
Marianna Canè

 

Michele Pavan
«È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Infermiere non viene creduto, l’ultimo stipendio è di 330 euro
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan , 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla». Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?». È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato». Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Marianna Canè

Tony Taffo
«Mi è impossibile deglutire Da un anno vivo di pappette»
Giardiniere rischia il soffocamento, dichiarato invalido al 75%

«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione» . Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Marianna Canè

 

Itervista al prof. Maurizio Zanetti

«Ho trovato il vaccino senza mRna contro ogni variante»
Il ricercatore che lavora in California: «A differenza degli altri, questo preparato innesca una risposta anticorpale mirata»

Un vaccino contro tutte le varianti? L’ha elaborato un team di ricercatori dell’Università della California a San Diego, guidato da un italiano, Maurizio Zanetti. Il professore, sentito dalla Ve – rità , ne ha approfittato anche per illustrarne le differenze tra il suo e i vaccini a Rna messaggero (mRna). Professor  Z a n etti , il suo non è un vaccino a  mRna, dunque? «No. È un vaccino Dna e funziona in base a principi un po’più sofisticati, sui quali ho lavorato per 20 anni. Quando è scoppiata la pandemia mi sono sentito moralmente obbligato a studiarne il possibile utilizzo». Cioè? «È un vaccino a Dna plasmidico, quindi fondamentalmente di origine batterica. È costruito in modo mirato e ragionato». Ragionato? Che intende? «Ci siamo focalizzati sulla porzione del virus che ha il maggior contatto con il recettore. Ora l’id ea pare ovvia; due anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorarci, non lo era». Si riferisce alla «chiave» che il virus usa per entrare nella cellula? «Certo. La proteina Spike si lega al recettore della cellula; ma non tutta la Spike è coinvolta. Noi abbiamo pensato che bisognasse bloccare il sito di legame fondamentale per l’attaccamento del virus al recettore. È quello che chiamerei il punto di vulnerabilità del virus». Come ci siete arrivati? «Analizzando, con l’aiuto del Supercomputer Center di San Diego, i primi modelli tridimensionali del virus che erano disponibili nella primavera del 2020. Diciamo che, di profilo, la parte del virus che si lega al recettore somiglia a una sella con tanto di corno e arcione. Abbiamo scelto il corno in quanto più apparentemente coinvolto nel legame con il recettore Ace2». I n ietta n d o il vaccino cosa succede? «S’innesca una risposta anticorpale mirata, non come quella derivante dal vaccino a mRna: questa attiva il sistema immunitario contro una moltitudine di siti nella Spike protein, creando una risposta eccessiva contro siti irrilevanti alla protezione. La nostra idea era che la risposta immunitaria dovesse essere concentrata e mirata contro il sito di vulnerabilità». Il vaccino amRna mandain campo battaglioni, missili, artiglieria… Il suo vaccino schiera le forze speciali. «Esatto, le forze speciali. Tradotto in termini immunologici, ciò che fa questo vaccino è educare il sistema immunitario a vedere quello che è davvero rilevante, concentrandosi sul sito di vulnerabilità. È diverso dal principio per cui esso viene stimolato a rispondere a tutto, indistintamente». Ovvero, quel che fanno i prodotti a mRna? «Fin dall’inizio, quando è venuto fuori che si stavano preparando vaccini di quel tipo, era chiaro che non avrebbero indotto una risposta immunitaria importante contro la trasmissione». All’opinione pubblica era stato assicurato: ne usciremo grazie ai vaccini. «In parte è stato così, anche se i vaccini mRna si sono rivelati poco efficaci nel bloccare la trasmissione»

L’estate scorsa ci promettevano l’immunità di gregge entro l’au – tu n n o… « L’immunità di gregge è un concetto relativamente moderno e i suoi principi sono sempre stati definiti su popolazioni vaccinate. Per ogni patogeno, l’immunità di gregge si ottiene se una certa soglia di popolazione viene vaccinata in tempi relativamente omogenei, con un vaccino che blocchi la trasmissione. In questo caso mi permetterei di dire che i vaccini mRna, pur avendo mitigato i sintomi della malattia, non sono riusciti a bloccare la trasmissione». Il suo vaccino, invece, blocca la trasmissione del virus? «È disegnato per questo». Quel famoso sito di vulnerabilità non muta? «Si poteva immaginare che si sarebbero sviluppate tante varianti, perché i coronavirus sono noti per avere un alto tasso di mutazione. Però nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Il fatto è che il sito di vulnerabilità, per necessità, non muta: se cambia l’ancoraggio, infatti, il virus fallisce il suo destino biologico, perché non riesce più a infettare» . Quindi? «In effetti, quello è un sito di resistenza alla mutazione. In vari studi di laboratorio è stato dimostrato che esso non mutava e, quando veniva alterato intenzionalmente, l’affinità di legame con la cellula cadeva e così il potere infettante del virus. Si è rivelata felice l’intuizione di investire tutto su quella porzione di virus che è indispensabile alla sua sopravvivenza». Per ora, avete condotto esperimenti solo sui topi. «Sì, abbiamo iniettato direttamente questo Dna nella milza, cioè l’organo linfatico secondario più grosso che esiste nei mammiferi. La risposta immunitaria comincia negli organi linfatici secondari. In Be’, l’mRna è un one shot deal: per intenderci, una produzione di proteina massiccia ma limitatissima nel tempo. Quello che io ho sempre immaginato, invece, è che il sistema immunitario gradisce essere educato progressivamente e non aggredito». Dal topo all’uomo come si arriva? «Il nostro obiettivo è di incorporare il Dna in un veicolo semplice da somministrare: una pillola. L’unica cosa di cui si avrà bisogno per assumerlo, dunque, sarà un bicchier d’acqua». Potenziali effetti collaterali? «Questo tipo di plasmide lo avevamo già iniettato nei pazienti con tumore: 60 volontari, zero effetti collaterali. Il Dna che entra nelle cellule umane viene degradato nel giro di 15 giorni».

Non dobbiamo aspettarci miocarditi e pericarditi? « Nooo…mi sento di escluderlo. Il Dna è catturato dai linfociti B all’interno degli organi linfatici, e dopo 10-15 giorni è degradato. End of the story. Tuttavia, anche nel caso dei vaccini a mRna, il Center for disease control Usa riporta che miocarditi e pericarditi sono rare e il loro nesso con la vaccinazione è ancora da dimostrare». Quante dosi servirebbero? «Non lo sappiamo ancora. Posso ipotizzare una pillola al giorno per tre giorni, o una mega pillola una volta». E i richiami? «Uno ogni tanto. Ma abbiamo visto che, con il nostro sistema, la memoria immunologica nei topolini si conserva fino a due anni, quindi siamo ottimisti sulla durata». Una bella differenza, rispetto alle punture ogni 4-6 mesi, cui ci stanno sottoponendo ora. «Perché il nostro è un meccanismo studiato per funzionare e durare, sfruttando il naturale funzionamento del sistema immunitario». Ma se era possibile intuirne i difetti, perché i governi hanno puntato sui vaccini a mRna? «Era una tecnologia ready to go. C’erano laboratori privati in Germania e negli Stati Uniti che da anni la studiavano, in verità con pochi risultati. Nel 2018, Curevac pubblicò dati che dimostravano come mRna, iniettato in volontari, non inducesse una risposta immunitaria anticorpale significativa». Ah. E poi? «Biontech, specializzata nei vaccini tumorali, aveva la tecnologia pronta nel cassetto: ci hanno messo poco a prendere l’Rna della proteina Spike e sostituirlo a quello che stavano usando. È andata più che bene, vista l’emergenza». Anche lo sforzo logistico è stato notevole. Basti pensare alla catena del freddo per conservare le fiale. «Ho ancora negli occhi la foto del primo furgoncino che arriva in Italia, attraversando le Alpi e portando i vaccini in mezzo alla tormenta di neve… Una difficoltà enorme, insieme alle mille problematiche legate alla somministrazione. Invece, le pillole del nostro vaccino sono stabili a temperatura ambiente, le può tenere nel suo medicine cabinet per dieci anni, e non cambia niente: il Dna si conserva perfettamente. La catena del freddo, che è sempre stata un anello fragile nella conservazione dei vaccini, viene completamente eliminata». Ma lei si è vaccinato con i preparati a mRna? «Certo, come la maggior parte della popolazione; ho anche un’età in cui c’è bisogno di proteggersi. Per onestà intellettuale, bisogna dire che i vaccini mRna inducono la risposta immunitaria cellulo-mediata, cioè quella a cellule T, che mitigano gli effetti della malattia. Quindi, dal punto di vista sociale, i vaccini mRna hanno impedito il collasso dei sistemi sanitari dei nostri Paesi, consentendo di riprendere una semi normalità e di far ripartire l’economia». Ci accontentiamo? «Diciamo che nessuno era pronto ad affrontare un’emergenza sanitaria di queste dimensioni. Si è cercata una soluzione rapida e immediata, anche se, come abbiamo visto, non del tutto efficace. Ora siamo nella condizione di poter immaginare un vaccino mirato, razionale, che punti dritto all’obiettivo. Non male».

Alessandro Rico

Fonte: la Verità dell’8 agosto 2022. Pag 7-8-9-11

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: La roccia nella paura affonda

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07 Agosto 2022
XIX Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi
Lc 12,32-48

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: ³²«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. ³³Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. ³⁴Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. ³⁵Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; ³⁶siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. ³⁷Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. ³⁸E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!  ³⁹Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. ⁴⁰Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». ⁴¹Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». ⁴²Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? ⁴³Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. ⁴⁴Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. ⁴⁵Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, ⁴⁶il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. ⁴⁷Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; ⁴⁸quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Continua il cammino di Gesù e dei discepoli verso Gerusalemme, là dove avverrà il suo esodo (cf. Lc 9,31), la sua morte. Gesù sa cosa lo attende, perché ormai l’ostilità della gerarchia religiosa giudaica si è fatta ossessiva, mentre la simpatia della gente va scemando ogni giorno di più, perché non sembra realizzarsi quel Messia che pretendevano di trovare in Gesù. Egli appare sempre più deludente per la folla e il profilo del fallimento di una missione e di una vita si fa sempre più evidente.
È in questo contesto che Gesù pronuncia alcune parole che dopo due millenni vengono ascoltate dai credenti con commozione profonda e convinzione perseverante: “Non temere, piccolo gregge, perché è benevolenza del Padre vostro dare a voi il Regno!”. Gesù guarda la piccola realtà della sua comunità, una “baracca” più che una costruzione, una ventina di uomini e alcune donne che lo seguono, sovente perplessi e ansiosi, e si rivolge loro con un linguaggio affettivo e fraterno: “Non avere paura, piccola realtà, che sembri inadeguata a compiere una missione riguardante tutto Israele, tutta l’umanità. Non avere paura, minoranza debole e visibilmente fragile, senza appoggi nel mondo. Non avere paura, realtà poco visibile, inerme, senza influenza e impotente nel mondo. Non avere paura, comunità che merita rimproveri e continuamente ha bisogno di richiami, di correzioni”.
Perché? Perché comunque il Padre, Dio, nel suo amore vuole dare a questa comunità il Regno, farla partecipare a quella vita che è la sua, la vita salvata, sensata, nella sua mano dalla quale nessuno potrà mai strapparla. Quella del piccolo gregge è un’immagine distante da noi e probabilmente anche poco eloquente, ma ciò che in essa è decisivo è il carattere della piccolezza. Gesù vede dietro a sé una piccola realtà, mentre grande è la realtà religiosa dei giudei, grandissima è la realtà del mondo in cui quella piccola comunità è apparsa ed è cresciuta poco. Essa però non tema, non si lasci assalire dall’ansia e dalla paura perché, in quella situazione così precaria, ciò che è decisivo è accogliere la promessa di Gesù di partecipare al Regno di Dio.
Certo, per accogliere tali parole di Gesù e, di conseguenza, non temere ma gioire, bisogna essere davvero il piccolo gregge che segue lui, coinvolto nella sua vicenda fino al fallimento e alla morte. Non basta dirsi cristiani, ma per esserlo veramente occorre essere “poveri”, peccatori che desiderano conversione, uomini e donne che non confidano in se stessi ma sanno mettere la fede e la speranza in Gesù e nel suo Regno veniente. Non diamo per scontato che queste parole abbiano noi come destinatari, poiché ci diciamo cristiani! Come dirsi figli di Abramo poteva essere un inganno (cf. Lc 3,8; Mt 3,9), così pure dirsi discepoli di Gesù può coincidere semplicemente con il vanto di un’appartenenza, con il darsi un’identità che copra il vuoto personale.
Comprendiamo allora l’affermazione seguente di Gesù: “Vendete ciò che avete e condividetelo; fatevi borse che non si consumano, un tesoro inattaccabile nei cieli, là dove il ladro non arriva e il tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. Per avere questa gioia del dono del Regno ci vuole poco, pochissimo: distaccarsi dai beni, condividendoli! Confesso che mi impressiona questa parola, unica condizione posta per essere piccolo gregge: spogliarsi e condividere. Spogliarsi di ciò che si ha – beni, denaro, terra – non per disprezzo, non in nome di un cinismo filosofico, ma semplicemente per condividere con quanti non hanno e non possiedono. Ognuno ha delle ricchezze: soldi, possessi, ma anche forza, tempo disponibile, doni personali. Basta condividere ciò con gli altri, che sono tutti fratelli e sorelle. Solo così un discepolo, una discepola, diviene veramente tale, smette di avere due padroni (cf. Lc 16,13; Mt 6,24), smette di porre sé al centro della vita e non è più tentato di essere alienato all’avere, al possesso, non è più tentato di mettere la fiducia e la speranza nelle ricchezze.
Sì, lo ripeto, è così semplice, eppure richiede una conversione mai avvenuta una volta per sempre, ma che va rinnovata giorno dopo giorno alla sequela di Gesù, perché i beni, il denaro, quasi sempre ci accompagnano e crescono. Penso spesso alla nostra vita di monaci: giungiamo in monastero rispondendo alla vocazione e non abbiamo nulla, siamo veramente poveri, perché, se avevamo beni o denaro, li abbiamo lasciati; poi però, poco per volta, partecipiamo ai beni e al denaro, senza i quali una comunità non può vivere, e purtroppo li lasciamo crescere e finiamo per giustificare l’accumulo, fino a confidare in essi. Allora – occorre dirlo – non siamo più il piccolo gregge di Gesù!
Per questo Gesù chiede grande vigilanza e profonda intelligenza nella vita cristiana. Chiede di restare nell’atteggiamento e nella tenuta dei servi, che per servire si cingevano la veste ai fianchi; chiede di tenere le lampade accese, di restare in attesa della venuta del Signore, per ascoltare lui che bussa alla porta e potergli aprire quando arriva. Servi in attesa del Signore che viene: ecco chi sono i cristiani, per i quali risuona la beatitudine: “Beati quei servi che il Signore al suo arrivo troverà vigilanti”, cioè beato chi, avendo come suo tesoro il Signore, sarà in attesa di trovarlo e lo incontrerà alla sua venuta, a qualunque ora arrivi, anche se dovesse tardare.
Gesù aggiunge un brevissimo detto, performativo per i discepoli, seguito da un’esortazione: “Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi restate pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Vegliare, non dormire, non essere preda del sonnambulismo e dell’intontimento spirituale, tenere gli occhi aperti non è facile: la stanchezza del giorno, il lavoro, i molti servizi fatti, la lunghezza della vita cristiana, la monotonia del quotidiano, sono tutti attentati alla vigilanza, che significa anche consapevolezza e responsabilità. “Lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mc 14,38; Mt 26,41), dice altrove Gesù a tre discepoli che non riescono a vegliare con lui nella notte della passione.
E se è vero che tutti i discepoli, i servi, devono vigilare, c’è qualcuno che di questa attenzione è più responsabile degli altri. Nel piccolo gregge tutti sono fratelli e sorelle, tutti hanno ricevuto il compito di vigilare, ma non tutti hanno la stessa responsabilità. Ecco perché, sollecitato da Pietro, Gesù dice con chiarezza che nella comunità c’è una distinzione tra i semplici discepoli e i responsabili, che non devono separarsi ma anzi realizzare di più la fraternità e l’uguaglianza dei figli di Dio. C’è qualcuno che nella comunità ha un compito preciso, quello dell’oikonómos, del preposto alla casa, chiamato a svolgere il suo servizio nel dare da mangiare ai suoi fratelli e sorelle, nel dare il cibo della parola e della sapienza di Dio, “ministro” perché dà a ciascuno la minestra: questo è il sostentamento necessario, che fa vivere, di cui l’oikonómos è responsabile. Spetta a lui la cura spirituale e materiale dei fratelli, ed egli deve svolgere il servizio di servo affidabile (pistós) e intelligente, sapiente (phrónimos).
Ma se questo servo si pone al centro della vita comunitaria; se afferma solo se stesso e non fa crescere gli altri; se pensa a fare la “sua vita”, senza una condivisione con i fratelli e le sorelle; se organizza il consenso intorno a sé perché ha nel cuore i sentimenti del tiranno, per il quale gli altri sono nient’altro che strumenti del suo potere e successo; se non sa mostrare umanitari misericordia nei rapporti comunitari; e se, nutrito di narcisismo, pensa di essere “irreprensibile”e fustiga solo i difetti degli altri, allora…
Non aggiungiamo più nulla, basta leggere il brano evangelico fino alla fine. Allora il Signore veniente si separerà da quel servo e lo metterà tra le persone non affidabili… Attenzione dunque: a chi più è dotato di doni, più è intelligente, più a responsabilità nella comunità del Signore, più sarà richiesto! Perché il giudizio di Dio, che si manifesterà quando staremo davanti a lui dopo la nostra morte, dipenderà non solo da ciò che abbiamo operato ma anche dal grado di coscienza e di responsabilità avuto e dall’uso dei doni di cui siamo stati dotati. Tutti i cristiani, ma soprattutto le loro guide, devono sempre tenere lo sguardo fisso sull’orizzonte escatologico: il Signore è il Veniente, dunque occorre essere vigilanti e capaci di attenderlo!

6 agosto: Trasfigurazione del Signore

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autore: Raffaello Sanzio anno: 1520 titolo: Trasfigurazione luogo: Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
autore: Raffaello Sanzio anno: 1520 titolo: Trasfigurazione luogo: Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
Trasfigurazione del Signore
Titolo: Gesù rivela ai tre discepoli diletti il Corpo del Vero Uomo
Ricorrenza: 6 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Festa
Il Divin Redentore Gesù aveva già predicato per due anni il Vangelo dell’amore per tutta la Palestina, e si era già scelti i dodici Apostoli, ma la Buona Novella non era ancora stata compresa che in piccola parte: i suoi discepoli medesimi restavano ancora dubbiosi e tiepidi.

Per confermare nella fede almeno i più amati fra gli Apostoli, prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse sulla cima del Tabor ed innanzi ad essi si trasfigurò. Il suo viso divenne risplendente come il sole e le sue vesti candide come la neve. Ed apparvero Mosè ed Elia che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: « È bene per noi lo star qui; se vuoi facciamo qui tre tende: una per Te, una per Mosè ed una per Elia ». Mentre ancora parlava una lucida nuvola li avvolse e da essa si udì una voce che diceva: « Questo è il mio Figliuolo diletto nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo ». Udendo tale voce i discepoli caddero bocconi a terra e furon presi da gran timore, ma Gesù, accostatosi a loro, li toccò dicendo : « Levatevi e non temete »; ed essi alzati gli occhi non videro che Gesù. Egli poi nello scendere dal monte ordinò di non parlare a nessuno di quella visione, prima che il Figliuol dell’Uomo fosse risuscitato dai morti.

Questo bellissimo tratto del Santo Vangelo è preso da S. Matteo, ma lo si trova pure in S. Luca ed in S. Marco. Gesù prende con sè, e vuole testimoni della sua gloria: Pietro, il discepolo dal cuore ardente e generoso fino all’eroismo; colui che pochi giorni prima era stato costituito capo della Chiesa. Giacomo, il fratello di Giovanni, impetuoso e fedele che voleva sedere alla destra di Gesù, per cui si disse disposto a bere lo stesso calice amaro della passione. Giovanni, prediletto perchè il più giovane ed il più innocente. Tutti e tre li vedremo in seguito seguire il Maestro nell’Orto degli Ulivi, recarsi per primi al sepolcro, predicare con zelo ardente la fede, e dare la vita per il loro Maestro.

PRATICA. Il Padre sul Tabor ha proclamato: «Questo è il mio Figlio diletto, lui ascoltate ». Ascoltiamo questo Maestro Divino quando ci parla per mezzo della Chiesa o dei suoi ministri.

PREGHIERA. Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri e, con voce partita da nube luminosa, hai meravigliosamente proclamata la perfetta adorazione dei figli, concedici, propizio, di poter divenire coeredi del Re della gloria e partecipi della sua medesima gloria.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa della Trasfigurazione del Signore, nella quale Gesù Cristo, il Figlio Unigenito, l’amato dell’Eterno Padre, davanti ai santi Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, avendo come testimoni la legge ed i profeti, manifestò la sua gloria, per rivelare che la nostra umile condizione di servi da lui stesso assunta era stata per opera della grazia gloriosamente redenta e per proclamare fino ai confini della terra che l’immagine di Dio, secondo la quale l’uomo fu creato, sebbene corrotta in Adamo, era stata ricreata in Cristo.
Fonte Link: santodel giorno.it

Draghi vede nubi all’orizzonte: pesa l’incertezza politica 

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Mario Draghi
Mario Draghi

CARMELO CARUSO
“La situazione richiede un clima di consapevolezza e credibilità”, dice il premier. Varato il dl “Aiuti-bis”. Tensione con Franceschini

Da oggi diventa premier emerito, l’assente che sarà presente, l’altro, “l’immeritato”. Sorprendendo tutti, partiti, ministri, Mario Draghi ha deciso di parlare alla stampa da presidente “corrente” per celebrare l’ultimo dei suoi Cdm “robusti”, il Cdm “eredità”. 15 miliardi di euro spalmati tra bonus, taglio cuneo fiscale (1,6 miliardi) conguaglio per pensioni e poi anche riforma del penale. 40 articoli da esaminare. I ministri sono rimasti seduti a Palazzo Chigi oltre due ore. La conferenza annunciata slittava e slittava. Draghi tardava ad arrivare tanto che i giornalisti con aria di festa dicevano “eh, che è? Si è dimesso un’altra volta?”.

Quando si è presentato era radioso ma “preoccupato”.  Il provvedimento, raccontava Draghi, era, “ancora straordinario”, e Daniele Franco “che lavoro che hai fatto, quasi quattro finanziarie senza ricorrere a scostamento, eh”. Draghi non ha nascosto che “all’orizzonte ci sono le nuvole”. E cosa sono le nuvole? “Caro vita, inflazione, caro energia, e l’incertezza politica e geopolitica. Le previsioni per il futuro sono preoccupanti. Bisogna difendere la ripresa che c’è stata”. Ha anche detto una volta per tutte cosa sia l’agenda Draghi: “Significa credibilità e dare risposte pronte. Credibilità internazionale alta. Come l’Italia l’ha avuta oggi”.

Sembrava non finisse mai. E’ stato uno dei Cdm più lunghi di sempre. Lo ha animato Dario Franceschini, il ministro della Cultura, l’eternità del Pd, che è già in campagna elettorale. Durante il Cdm ci sarebbe stato un confronto accesso su una norma che riguardava opere sul territorio. Franceschini si batteva per “valutare l’impatto ambientale” per ripristinare l’enormità di potere dei sovrintendenti. Sono tutti i veti che Draghi insieme al ministro Roberto Cingolani (lo cercano già all’estero per offrirgli un lavoro, altro che doppio mandato) ha provato a smontare in questi mesi di governo. La conferenza prevista si è allargata alla fine, negli ultimi minuti, a un altro partecipante. Presente era anche il “soprasegretario” Roberto Garofoli (“il più bravo di tutti” lo ha definito il premier; ma cosa aspettano i partiti seri a dire “continua a fare quello che stavi facendo”?).

Ci sono ministri che hanno portato a casa pezzi di agenda Draghi. Il solito Giancarlo Giorgetti (10 miliardi per tv nelle zone montane) e poi Andrea Orlando, Renato Brunetta. Ma a Orlando non bastava: sta già inseguendo Carlo Calenda, “ti faccio vedere io come trionfa il socialismo”. Alla fine del Cdm, Orlando ci teneva a fare sapere che a lui le risorse del taglio al cuneo fiscale “non sono bastate” e che in “sede di conversione cercherà di fare di più”.  Anche Draghi avrebbe voluto fare di più se glielo avessero lasciato fare. Quando illustrava le misure non nascondeva quelle che appunto ha chiamato le nuvole… Garofoli parlava della siccità, della crisi idrica. Molti leader dicono siamo pronti a governare. Anche Draghi ha detto che il suo governo è stato “pronto” e i livelli dei nostri stoccaggi “sono i più alti d’Europa”. Ma quando gli chiedevano “quali priorità avrà il prossimo governo?” Draghi si scostava “non sta a me stabilirlo”.  E Ita, la ex Alitalia, a chi la vendete? Franco diceva che nessuna delle proposte arrivate erano sufficienti ma Draghi aggiungeva “non lasceremo al prossimo governo. La delega fiscale sarà votata il 7 settembre. Draghi: “I partiti hanno promesso che non ci saranno scherzi. Sono certo che il prossimo governo rispetterà gli impegni del Pnrr”. Scacciava le nuvole che per Aristofane non erano solo le nuvole ma la metafora per indicare i demagoghi.
05 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Per il lettone Rinkevics, Mosca va messa sulla lista europea degli stati terroristi

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Il ministro degli Esteri di Riga chiede di utilizzare nei confronti della Russia di Vladimir Putin “parole precise”

a notte tra giovedì e venerdì un campo per prigionieri di guerra nell’oblast di Donetsk è stato bombardato. La Russia ha accusato l’Ucraina e l’Ucraina la Russia. Tra i prigionieri c’erano anche alcuni dei combattenti di Mariupol e, secondo Mosca, Kyiv avrebbe deciso di bombardare i suoi soldati per paura che svelassero di essere stati costretti a combattere. Secondo l’Ucraina il motivo per cui Mosca avrebbe bombardato  è per nascondere le torture. Il ministero della Difesa russo ha detto che permetterà alla Croce Rossa e all’Onu di fare delle indagini, ma per ora nessuno è entrato, gli ucraini non hanno accesso anche perché il campo è nella parte di Donetsk sotto controllo russo e hanno potuto soltanto studiare delle immagini satellitari che sembrano mostrare l’esistenza di fosse comuni.

Il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevicčs,  ha detto a Politico che stiamo assistendo a “tutta la brutalità delle forze russe, che in realtà assomigliano molto allo Stato islamico, che abbiamo sempre chiamato organizzazione terroristica”. E ha proposto di etichettare la Russia come stato sponsor di terrorismo: “Chiamiamo le cose con il loro nome”.  Kyiv ha già chiesto ai suoi partner di farlo, dopo gli innumerevoli bombardamenti contro i civili, la brutalità di Bucha e Irpin, le deportazioni.  

“La società ha bisogno di sentirlo, se condanniamo paesi come l’Iran, la Russia non è diversa”, ha sottolineato  il ministro lettone. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che “il riconoscimento formale della Russia come stato terrorista non è necessario come gesto politico ma come efficace difesa del mondo libero”. Il punto è proprio questo e Rinkevicčs lo condivide, lui che è ministro di un paese in cui sabato Gazprom ha annunciato il taglio del gas come ritorsione.  Le parole servono a farci entrare bene dentro ai significati e se la Russia si comporta come lo Stato islamico, che per noi è un’organizzazione terroristica ed è trattata come tale, per Mosca non dovrebbero esserci altre definizioni. E’ questione di difesa e anche di valori.
2 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Tutti i guai dell’agenda Camusso

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Susanna Camusso
Susanna Camusso

L’accordo tra Pd e Azione prevede l’impegno reciproco a non candidare, nei collegi uninominali, figure particolarmente divisive. Chissà, allora, come la prenderanno gli elettori calendiani, se troveranno sulla scheda il nome di Susanna Camusso. E chissà se la Camusso sarà candidata all’uninominale o in lista col Pd. Si capisce perfettamente che Enrico Letta abbia la necessità di coprirsi a sinistra, specialmente dopo che si è incrinato l’asse con Si e VerdiMa siamo sicuri che l’ex segretaria della Cgil sia il volto giusto per salvare capra e cavoli? Sotto la guida di Camusso, la Cgil si è caratterizzata per una costante guerriglia di retroguardia contro ogni proposito riformista: dalla lotta contro il Jobs Act alle critiche al decreto Dignità ritenuto troppo tiepido.

Anche nei confronti di Mario Draghi, Camusso non è stata tenera: appena venti giorni fa, parlando con Metropolis di Repubblica, dell’agenda sociale di Draghi diceva che “sono solo belle parole ma ancora non ci sono gli impegni e non è la prima volta che poi succede altro”. Della lettera Trichet-Draghi del 2011 ha detto che “le politiche prescritte erano disastrose”. Perfino sul green pass ha tenuto una posizione ambigua, dando un colpo al cerchio (“sono a favore dell’obbligo vaccinale”) e uno alla botte (ci vorrebbe “un’opera di persuasione senza il ricatto della punizione”). Eppure non mancano, anche tra le file del sindacato, figure coraggiose che hanno cercato di mettersi al passo coi tempi, come Marco Bentivogli, che ha lavorato per ottenere accordi tali da migliorare in concreto la condizione dei lavoratori. Tralasciando il fatto che anni addietro Camusso dichiarò di voler essere la prima leader della Cgil a non fare il salto in politica (capita a tanti di ripensarci), c’è un problema per il Pd di Letta se intende rappresentare il mondo del lavoro e portare avanti l’agenda Draghi attraverso chi ha fatto del sindacato un avamposto conservatore e, poi, ha avuto nei confronti del riformismo del premier un atteggiamento che eufemisticamente si può definire passivo-aggressivo.
Fonte: ilfoglio.it

Letta-Calenda: un accordo sulla strada giusta

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Il dialogo si è concluso in positivo per costruire un’unione fatta di radicalismi smussati, apertura ai “minori” e una reale prospettiva politica, il tutto sulla scia dell’impronta di Mario Draghi

L’accordo raggiunto tra il Pd, Azione e +Europa è un passo importante per la costruzione di un fronte di centrosinistra competitivo e non solo per l’estensione dell’alleanza. Anche sul piano programmatico vengono sanciti alcuni princìpi che aiutano a elidere alcuni aspetti di radicalismo precedentemente sostenuti dal Pd, soprattutto in materia fiscale e sulla questione cruciale dei rigassificatori. Anche l’esclusione dalle candidature uninominali dei leader dei raggruppamenti che parteciperanno all’alleanza finale ha un senso preciso: le formazioni minori dovranno battersi per superare la soglia del tre per cento, altrimenti i loro leader resteranno esclusi dal Parlamento.

Insomma Matteo Renzi, Nicola Fratoianni e Luigi Di Maio non vengono esclusi pregiudizialmente, ma dovranno superare la prova del rapporto con gli elettori. In questo modo l’architettura politica dell’alleanza comincia a consolidarsi: al centro c’è l’accordo tra Enrico Letta e Carlo Calenda, su contenuti programmatici più moderati ma in sintonia con la spinta riformista del governo di Mario Draghi, alla quale potranno accodarsi formazioni minori in una condizione obiettivamente subalterna.

Il Pd ha fatto un atto di generosità accettando una ripartizione dei collegi che va a vantaggio di Azione, problema che dovrà gestire in sede locale, ma lo potrà fare in base a una speranza non illusoria di poter competere efficacemente con lo schieramento di centrodestra. Il dato essenziale è proprio questo, dare all’area che gravita attorno al Pd e ai centristi non disposti a collegarsi a Matteo Salvini una prospettiva reale, il che può promuovere l’attivismo e la mobilitazione, superando una fase di rassegnato torpore che sembrava annebbiare la volontà di partecipare con convinzione a una competizione elettorale rilevante. Si dovranno compiere altri passi e trovare altri accordi, ma ormai la strada è tracciata, le condizioni sono chiare e questo è un cambiamento di scenario davvero rilevante. 03 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Il problema della coalizione di destra è dove piazzare Salvini

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Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

Ecco perché il “capitano”leghista vuole che siano noti i componenti del Governo prima del voto. Solo un interesse personale, perché nessuno lo vorrebbe. LB

SALVATORE MERLO
Il leader della Lega vuole il Viminale mentre Giorgia Meloni affronta un interrogativo di primissima grandezza: è più difficile governare lui o l’Italia?

l Viminale, lo sanno tutti, giocherebbe con i barchini dei migranti e i citofoni degli spacciatori. Un film già visto. Agli Esteri sarebbe un problema perché si dovrebbe riuscire a spiegare al mondo come mai il signor ministro fino a ieri se ne andava in giro per l’Europa con la maglietta di Putin addosso, tipo ragazza pon-pon dello zio Vlad. Alla Difesa non ne parliamo. Sarebbe una cosa alla Woody Allen, benché il surrealismo abbia un suo indubbio fascino: “Cari ucraini, mentre vi bombardano voi mettete fiori nei vostri cannoni”. Allora al ministero del Lavoro? Eh, no. Nemmeno lì può andare. Stai sicuro si metterebbe a fare il piccolo chimico con Quota cento, Quota quarantuno e legge Fornero. Tutto questo mentre a Bruxelles si riscrive il Patto di stabilità. In pratica cercherebbe di mandare gli italiani in pensione a cinquant’anni e senza contributi. Ovviamente solo via Twitter. Ma comunque niente da fare. Resta l’Economia. Ma lì è lui che non ci vuole andare, mica fesso. Non fosse altro perché tra inflazione e debito da quelle parti c’è da lavorare sul serio (e per di più bisogna anche saper fare di conto, altro che flat tax al 15 per cento). Insomma dove diamine lo piazziamo? Allo Sport? Ma non era già abbastanza complicato dover scovare i ministri competenti?

Ecco. Quanto scritto fin qua è grottesco, ma tutt’altro che irrealistico. Bisogna infatti proprio immaginarsela Giorgia Meloni, in queste ore, alle prese con un interrogativo esistenziale di primissima grandezza: governare Matteo Salvini può risultare più difficile che governare l’Italia? Fateci caso. Lui le chiede con insistenza di scegliere ora i membri del governo. Lei nemmeno gli risponde.

Matteo Salvini contrappone la rapidità schizzata della pallina del flipper alla cautela quasi maniacale, da secchiona, che Giorgia Meloni sta mettendo non solo nella ricerca dei tre o quattro ministri supertecnici di cui vuole circondarsi, ma persino nella compilazione delle sue liste elettorali. Nella scelta dei parlamentari. Li passa ai raggi X infatti. Al Senato lei sta facendo all’incirca l’analisi del sangue ai potenziali candidati che saranno selezionati entro il 22 agosto. Se potesse, li sottoporrebbe pure alla macchina della verità. Solo gente fidatissima, ché non si sa mai. Secondo un ragionamento che suona all’incirca così: faccio un governo stellare, ma se poi le cose vanno male e mi abbattono, almeno non perdo la truppa. L’esperienza insegna. Ecco. Questa è lei, che non ha ancora nemmeno vinto le elezioni ma già, accigliatissima, si è fatta spiegare da Mario Draghi cosa troverebbe nei cassetti di Palazzo Chigi. Si prepara. S’informa. Eccede persino. 

E poi invece c’è lui, Salvini. Il compulsivo che tra un comizio e l’altro, in spiaggia, in bicicletta, col gelato o il lecca-lecca in mano fa capire (in pubblico) e conferma (in privato) di voler assolutamente tornare al ministero dell’Interno perché “è da lì che ho portato la Lega dal 17 per cento al 35 per cento. E se l’ho fatto una volta, posso farlo di nuovo”. Allora eccolo che twitta su tutti i casi di cronaca nera. Cerca i militanti della bile. Spiega che quando c’era lui queste cose non succedevano.

Infatti dice: “Io al Viminale? Punto in alto”. E ancora: “Io al Viminale? Vado dove vogliono gli italiani”. E sembra proprio Ciccio Ingrassia quando recitava il ruolo del picchiatello nel film “Amarcord” di Fellini. Saliva su un albero e urlava: voglio una donna. Lui invece vuole il Viminale, per continuare la campagna elettorale anche quando sarà finita. Per fare il Meloni della Meloni. La destra della destra. Pensa di poter risalire la china. Grattare consensi. Tornare ai fasti di un tempo. Dunque fa sapere a Giorgia che “dovremmo scegliere ora i membri del governo”. Ma lei, che intanto i ministri (i suoi) li sta scegliendo sul serio, gli oppone il silenzio. Un viso chiuso come un guscio di mandorla. Figurarsi se gli promette un ministero adesso. E poi: quale ministero? Quello dove lo metti, non sta. E dove lo metti ti pianta una grana. Al governo non ci va mica per governare. A lui ci penserà poi Mattarella. Sì, forse. Ci penseranno gli elettori con i freddi numeri che inchiodano la Lega alla sudditanza. Sì, forse. Ma se  non dovesse andare male alle elezioni… Ritorna così il dubbio esistenziale, sul serio: governare Matteo Salvini può risultare più difficile che governare l’Italia? 03 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Ecco i punti dell’accordo tra Letta e Calenda: dal programma alle candidature

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L’ALLEANZA
Nei collegi uninominali non saranno candidati i leader delle forze politiche dell’alleanza: fuori Di Maio, Calenda, Letta, Fratoianni, Gelmini e Carfagna. La suddivisione dei collegi, gli aspetti programmatici e i compromessi tra i leader: il testo del patto elettorale tra Pd, Azione e +Europa

Dopo circa due ore di incontro le delegazioni di Partito democratico, Azione e +Europa hanno aggiunto un’intesa sottoscritta da Enrico Letta, Carlo Calenda e Benedetto Della Vedova, in vista delle elezioni del 25 settembre. Di seguito il testo dell’accordo.

La visione, il programma 

Le prossime elezioni sono una scelta di campo tra un’Italia tra i grandi Paesi europei e un’Italia alleata con Orban e Putin. Sono uno spartiacque che determinerà la storia prossima del nostro Paese e dell’Europa. Partito Democratico e Azione/+Europa siglano questo patto perché considerano un dovere costruire una proposta vincente di governo fondata sui seguenti punti.

PD e Azione/+ Europa si impegnano a promuovere, nell’ambito della rispettiva autonomia programmatica, l’interesse nazionale nel quadro di un solido ancoraggio all’Europa e nel rispetto degli impegni internazionali dell’Italia e del sistema di alleanze così come venutosi a determinare a partire dal secondo dopoguerra. In questa cornice le parti riconoscono l’importanza di proseguire nelle linee guida di politica estera e di difesa del governo Draghi con riferimento in particolare alla crisi ucraina e al contrasto al regime di Putin. 

Per quanto riguarda le conseguenze del mutato scenario internazionali in ambito energetico, PD e Azione/+Europa si  impegnano a mettere in campo le politiche pubbliche più idonee per garantire l’autonomia del Paese attraverso un’intensificazione degli investimenti in energie rinnovabili, il rafforzamento della diversificazione degli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal gas russo, la realizzazione di impianti di rigassificazione nel quadro di una strategia nazionale di transizione ecologica virtuosa e sostenibile.

In ambito economico e sociale, le parti s’impegnano a contrastare le disuguaglianze e i costi della crisi su salari e pensioni, convenendo di realizzare il salario minimo nel quadro della direttiva UE e una riduzione consistente del “cuneo fiscale” a tutela in particolare dei lavoratori. 

Le parti condividono e si riconoscono nel metodo e nell’azione del governo guidato da Mario Draghi. I partiti che hanno causato la sua caduta si sono assunti una grave responsabilità dinanzi al Paese e all’Europa.  

Per quanto riguarda le riforme da completare e/o emendare dopo l’interruzione traumatica del  governo, PD e Azione/+Europa concordano sulla necessità di: 
a) realizzare integralmente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nel rispetto del cronoprogramma convenuto con l’Unione europea; 
b) improntare le politiche di bilancio alla responsabilità e le politiche fiscali alla progressività, promuovendo al contempo una riforma del Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea che non segni un ritorno alla stagione dell’austerità; 
c) non aumentare il carico fiscale complessivo; 
d) correggere lo strumento del Reddito di Cittadinanza e il “Bonus 110%” in linea con gli intendimenti tracciati dal governo Draghi; 
e) dare assoluta priorità all’approvazione delle leggi in materia di Diritti civili e Ius scholae.

Le candidature, il Patto elettorale

Le parti si impegnano a non candidare personalità che possano risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi uninominali, per aumentare le possibilità di vittoria dell’alleanza. Conseguentemente, nei collegi uninominali non saranno candidati i leader delle forze politiche che costituiranno l’alleanza, gli ex parlamentari del M5S (usciti nell’ultima legislatura), gli ex parlamentari di Forza Italia (usciti nell’ultima legislatura).

La totalità dei candidati nei collegi uninominali della coalizione verrà suddivisa tra Democratici e Progressisti e Azione/+Europa nella misura del 70 per cento (Partito Democratico) e 30 per cento (+Europa/Azione), scomputando dal totale dei collegi quelli che verranno attribuiti alle altre liste dell’alleanza elettorale. Questo rapporto verrà applicato alle diverse fasce di collegi che verranno indentificati di comune intesa.

Le parti si impegnano a chiedere che il tempo di parola attribuito alla coalizione nelle trasmissioni televisive sia ripartito nelle stesse percentuali applicate ai collegi.

Le liste del Partito Democratico e di Azione/+Europa parteciperanno alla campagna elettorale guidate da Enrico Letta, frontrunner per i democratici e progressisti, e Carlo Calenda, frontrunner per Azione/+Europa e liberali.
02 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

2 agosto: Santa Maria degli Angeli

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Nome: Santa Maria degli Angeli
Titolo: Il perdono di Assisi
Ricorrenza: 2 agosto
Tipologia: Commemorazione
Il 2 agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso.

San Francesco rispose prontamente: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

IL PERDONO DI ASSISI
COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI


(Si può applicare per sé o per i defunti)
Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.

CONDIZIONI RICHIESTE:
  1. Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa francescana, cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
  2. Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  3. Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  4. Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
  5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

    Fonte Link: santodelgiorno.it

Kissinger: Il realismo non prevede concessioni a Putin.

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Henry Kissinger
Henry Kissinger

Henry Kissinger ha modificato il suo approccio alla guerra o forse soltanto l’obiettivo della sua politica realista. Novantanove anni, Nobel per la Pace per il negoziato in Vietnam del 1973, ex consigliere per la Sicurezza ed ex segretario di stato, uno degli architetti della politica estera americana dagli anni Settanta e ancora oggi molto influente, Kissinger ha detto in un’intervista alla Zdf tedesca (anche lui è tedesco: scappò da Hitler) che fare concessioni territoriali alla Russia in Ucraina non è un’opzione da prendere in considerazione e che l’occidente deve concordare con Kyiv quali sono le questioni sul tavolo e quali no, in qualsiasi circostanza. La guerra di Vladimir Putin è entrata nel sesto mese, non c’è un vincitore sul campo, l’unico accordo siglato è stato quello sullo sblocco dell’esportazione del grano su cui la Russia non collabora (ha già rubato e rivenduto grano ucraino in grandi quantità) e l’idea che l’Ucraina debba accettare decurtazioni territoriali che significano un’occupazione violenta e sanguinosa ha finito per risultare indigesta anche per il realista Kissinger. Il quale dice di non essere stato ascoltato con attenzione sulla guerra, a partire dal discorso a Davos, a maggio, quando aveva detto che l’Ucraina doveva negoziare “prima di creare sconvolgimenti e tensioni che difficilmente potranno essere superati”.

Era sembrato ai più un monito a Kyiv: non volere troppo, altrimenti la guerra non finisce o diventa nucleare. Kissinger ha detto di essere stato frainteso, che l’occidente assieme all’Ucraina deve dotarsi di obiettivi politici oltre che militari. In realtà ci sono già gli obiettivi politici, come quello dello sblocco dei porti, ma quando sembrano raggiungibili Putin fa capire che non è così. Kissinger pensa che si debba insistere, così come pensa che, visto che con la Russia i margini del realismo sono ormai minuscoli, si debba cercare di evitare di ritrovarsi nella stessa situazione con la Cina: “il confronto senza fine”, ha detto il realista più noto del mondo, è pericoloso. 28 LUG 2022
Fonte: ilfoglio.it

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: Una vita non è salvata dai beni accumulati

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31 Luglio 2022
XVIII Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi

Lc 12,13-21
¹³In quel tempo uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». ¹⁴Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». ¹⁵E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». ¹⁶Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. ¹⁷Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? ¹⁸Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. ¹⁹Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». ²⁰Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». ²¹Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Gesù era considerato dalla gente un rabbi, un maestro autorevole nell’interpretare le sante Scritture, tra le quali la Torah, la Legge. Molte volte venne dunque interrogato da vari ascoltatori riguardo a temi in discussione nel giudaismo del tempo, ma anche su questioni quotidiane.

Il vangelo secondo Luca testimonia che durante il suo viaggio verso Gerusalemme gli venne posta, tra le altre, una domanda molto concreta riguardo alla spartizione dell’eredità, affinché egli dirimesse la contesa tra due fratelli. La Legge stabiliva che alla morte di un soggetto proprietario di beni immobili, cioè terra e casa, l’eredità spettava al figlio maschio primogenito, così che il patrimonio non fosse diviso, spezzettato (cf. Dt 21,17). Tuttavia agli altri figli era riservata una parte dei beni mobili. Nel nostro caso, per l’appunto, sembrerebbe che sia il figlio minore a chiedere a Gesù di intervenire perché sia onorato il suo diritto, probabilmente non riconosciuto dal fratello maggiore. Era sempre possibile, anzi era la norma ideale che i fratelli condividessero l’eredità, mostrando in tal modo di riconoscere la fraternità come un bene (cf. Sal 133,1); ma non sempre ciò avveniva…

Di fronte a questa richiesta, formulata più come un comando che come una domanda, Gesù non solo si rifiuta di esaudirla, ma in tono spazientito ribatte: “O uomo (ánthrope), chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Vi è un rifiuto di Gesù a rispondere direttamente alla domanda postagli. Non possiamo dimenticare come anche questo faccia parte dello stile di Gesù: rispondere con un mashal, una parabola, oppure con un’altra domanda enigmatica, soprattutto in occasione di controversie con i suoi avversari. Ribattendo: “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”, Gesù si rifiuta forse di sostituirsi all’autorità dei giudici stabiliti dalla Torah di Israele (cf. Dt 16,18-20; 21,15-17)? O vuole indicare che spetta a ciascuno agire secondo la sua coscienza, sempre ispirandosi alle esigenze di giustizia e di amore indicate dalla Legge di Dio?
E le domande da parte nostra si susseguono, collegandosi l’una all’altra. Perché Gesù risponde in questo modo? Per dire con chiarezza che a lui non interessano questioni economiche? Per manifestare che la sua missione è di carattere spirituale? Per lasciare ai due fratelli la responsabilità di decidere e risolvere il conflitto? Io credo che Gesù replichi in modo spazientito perché ha letto in quella pretesa non una sete di giustizia ma una brama di possesso. Lui che aveva detto di dare anche la tunica a chi ci toglie il mantello (cf. Lc 6,29), che raccomanderà di condividere i beni con i poveri (cf. Lc 12,33; 18,22), come potrebbe essere uno che regola questioni di eredità? Se avesse preso una decisione giuridica ed economica, avrebbe potuto beneficiare della gratitudine della parte favorita. Invece sceglie di andare dalla superficie alla radice, di decentrare l’attenzione di chi ha fatto ricorso a lui.

Gesù sa che la brama, la cupidigia, quando sono presenti nel cuore umano, finiscono per alimentare i conflitti, per accecare gli occhi, che non riescono più a vedere né i fratelli né il prossimo. Ecco perché prosegue con un’ammonizione: “Fate attenzione (horâte) e guardatevi (phylássesthe) da ogni cupidigia (pleonexía) perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. È un avvertimento alla vigilanza continuamente rinnovata affinché la seduzione del possesso e dei beni, veri idoli, non impedisca al credente non solo il vero e autentico riconoscimento di Dio, ma anche una vita pienamente umana, che resta per ciascuno sempre un compito. Noi umani siamo preda di una facile illusione: credere che la pienezza della vita ci venga da ciò che possediamo, dal denaro, dalla proprietà, e non da ciò che siamo. Come scriveva oltre quarant’anni fa Erich Fromm, con parole tuttora attualissime: “Si direbbe che l’essenza vera dell’essere sia l’avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla”.

Per imprimere meglio la sua ammonizione nel cuore e nella mente di chi lo sta ascoltando, Gesù racconta una parabola. C’è un grande proprietario terriero la cui campagna prospera in modo straordinario. Il frutto è abbondantissimo, tanto che egli si trova impreparato: dove ammassare tutto il raccolto? Comincia allora a pensare a come poter sfruttare quell’abbondanza e decide di demolire i vecchi magazzini, troppo piccoli, e di costruirne altri più grandi, per conservare in essi il grano e gli altri beni. Ma a quel punto si considera anche soddisfatto, autosufficiente, sicuro di sé, fino a poter dire a se stesso: “Ora che disponi di molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!”. È un programma di vita nel quale il suo io diventa l’unico soggetto: “Io farò, io demolirò, io costruirò, io raccoglierò, io dirò a me stesso!”. E tutto il resto – raccolti, magazzini, e beni – sono accompagnati dall’aggettivo possessivo “miei”.
Questo, in verità, è un programma che non ci è estraneo, ma che forse è sopito nel profondo del nostro cuore, pronto a diventare desiderio e progetto non appena sembra che i nostri beni aumentino e possano darci sicurezza. In questa situazione non si riesce nemmeno a intravedere la possibilità della condivisione, a leggere che l’abbondanza dei raccolti, o delle ricchezze da noi accumulate, è un’occasione per distribuire quei beni inattesi ai poveri e a chi non ha questa fortuna. Quest’uomo, presente anche in noi, sa vedere solo i propri beni, in una solitudine della quale non è consapevole, accecato dalle proprie ricchezze, inebetito…

Ma ecco arrivare per lui una sorpresa, che fa apparire l’intero suo programma come grande stoltezza e stupidità: giunge improvvisa la fine della sua vita, ed egli non potrà portare con sé nulla di ciò che ha accumulato! Solo allora, troppo tardi, questo ricco si accorge che la ricchezza non dà la felicità, non assicura la vita autentica, ma solo addormenta, acceca, impedisce di vedere la realtà umana. Qui occorre ricordare la lezione del salmo 49, con il suo tagliente ma realissimo ritornello: “L’uomo nel benessere non capisce e non dura, ma è come gli animali avviati verso il mattatoio!” (cf. Sal 49,13.21). Lo stesso salmo afferma che anche se l’uomo si arricchisce e accresce il lusso della sua casa, quando muore non porta nulla con sé (cf. Sal 49,17-18): il suo unico pastore e padrone è la morte (cf. Sal 49,15)… Sì, ragionare e comportarsi in questo modo si dimostra folle, insensato, perché manifesta un’illusione mortifera: quella che la ricchezza e la proprietà di molti beni salvino, diano senso e significato alla vita. Spesso non lo ammettiamo, ma in realtà lo pensiamo, e facciamo di questo criterio l’ispirazione di molte nostre scelte…

In verità la morte che ci attende tutti, proprio perché fa parte della nostra vita senza che possiamo rimuoverla, rivela il limite del possesso, del potere, del piacere, e riconduce ogni persona alla realtà e alla fragilità umana. Se teniamo presente l’orizzonte della nostra propria morte, siamo spinti a interrogarci in profondità: in cosa consiste la nostra vita? In cosa troviamo un senso alla fragilità e cerchiamo salvezza dalla morte? Non è un caso che nella sua lettera Giacomo, rivolgendosi ai ricchi che si vantano di ciò che fanno e possiedono, li interroghi: “Di cosa è fatta la vostra vita?” (cf. Gc 4,14).

L’ora della morte sarà anche quella dell’incontro con il giudice, Dio, il quale renderà manifesto ciò che ciascuno di noi ha pensato, detto e fatto nei giorni della sua vita terrena. Allora sarà evidente la verità di ciò che si è vissuto qui e ora: ovvero, dell’aver tenuto conto o meno della volontà di Dio che tutti gli esseri umani siano fratelli e sorelle e partecipino con giustizia alla tavola dei beni della terra, in quella condivisione capace di combattere la povertà. Ma chi ha accumulato per sé con un folle egoismo, chi non si è “arricchito presso Dio”, cioè condividendo i suoi beni, sarà nella solitudine eterna. La vita umana non finisce qui, anche se spesso lo dimentichiamo, e la vera eredità da desiderare è la “vita eterna”, che si può ricevere nell’amare Dio e il prossimo, non accumulando beni terreni.

Forza del destino a Parma per il Festival Verdi 2022: sarà solo contestazione

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immagine dell'opera La Forza del destino

 

immagine dell’opera La Forza del destino

Forza del Destino a Parma per il Festival Verdi 2022: sarà solo contestazione
E contestazione sia! La prima della Forza del Destino a Parma per il Festival Verdi 2022, prevista per il 22 settembre 2022 agli spettatori sarà riservato uno spettacolo inedito: l’opera non si farà, ma andrà in scena la contestazione per l’ assurda programmazione che né Pizzarotti prima, né Guerra, né Lorenzo Lavagetto (vicesindaco e assessore alla cultura nella nuova Giunta), vi hanno voluto metter mano per modificare l’utilizzo delle masse artistiche (sostituire a Parma quelle locali Filarmonica Orchestra Toscanini e Coro di Parma e mantenere quelle di Bologna a Fidenza per il Trovatore). E quindi sia contestazione totale. Ci ho provato in tutti i modi. Niente da fare! E’ la prepotenza del burocrate che pensa di decidere lui per il bene comune e non accetta suggerimenti ne rivedere in meglio il proprio progetto a fronte di un palese insulto a tutta la città e uno sgarro alle masse artistiche locali che nulla hanno da invidiare a quelle di Bologna. Pensate che volendo il Maestro Roberto Abbado (già direttore principale della Filarmonica di Bologna, in palese conflitto professionale e personale) un coro di 80 persone, Bologna, non avendoli, ha chiesto gli aggiunti al Coro di Parma, che in risposta gli hanno fatto dei salami come quello del Cavaliere di Felino. Terminerà così nel peggiore dei modi la presidenza del Regio di Pizzarotti e inizierà nel peggiore dei modi quella di Michele Guerra, così come finirà nel peggiore dei modi l’incarico della direttrice Marameo (che termina con il cambio della presidenza Pizzarottiana).
Bravi tutti per aver dimostrato una sensibilità culturale e per l’ascolto (non basterebbe una visita da Amplifon per migliorare l’udito.. avreste bisogno di innesti di cellule neuronali per capire meglio). Vorrei sapere qual è il senso di spostare masse artistiche da Bologna a Parma per le prove e le recite (forse per la transizione ecologica così cara a Bonaccini?), quando a Parma abbiamo tutto a disposizione con costi inferiori e una qualità artistica di altissimo livello, da tutti riconosciuta.
Sarebbe opportuno che il pubblico si facesse rimborsare il biglietto o annullare la prenotazione finché è in tempo, ameno che la contestazione ne valga il costo. Un inedito certamente fuori cartellone. Tanto l’incasso verrebbe calcolato per il Fus nel 2023 del Teatro Comunale di Bologna che è partner istituzionale del Festival Verdi 2022.
Federico Pizzarotti (l’ex Sindaco eletto per interposta persona -Grillo- con promesse elettorali tradite, e successivamente rieletto per mancanza di alternative e il palese sostegno di Bonaccini). Ci provi a chiedere il voto per le prossime elezioni politiche (non si sa per quale vero pensiero o progetto politico; propone solo una fantomatica lega di liste civiche finalizzate al consenso, da proporre a qualche coalizione, nulla più), nel tentativo di assicurarsi un’altra poltrona o attenzione mediatica per non cadere nel dimenticatoio, nemmeno Letta o  Di Maio, nè il suo sponsor Mauro Del Rio lo salverà dalla figuraccia. L’psiota non finisce mai il suo culto per Chance giardiniere: “la vita è solo uno stato mentale” [LINK] (Parma, 29/07/2022)
Luigi Boschi

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