Home Blog

PARMA E L’UNITA’ D’ITALIA

0

PARMA: CRONACA DI UNA CITTA’ NEI SECOLI
a cura di Luigi Boschi 

Parma dal Ducato all’Unità nazionale
1859: Una società civile e le sue istituzioni nella crisi della transizione

In forza dell’atto del 15 agosto 1859 del Municipio di Parma, il Ducato di Parma è stato soppresso e il suo territorio è entrato a far parte del Regno d’Italia, come Provincia di Parma.

Questa delibera era stata assunta in un clima di entusiasmo che non permise di valutare criticamente il valore di un patrimonio che, se dopo la partenza della Duchessa, fosse stato dichiarato proprietà del demanio provinciale, come aveva suggerito l’inascoltato Filippo Linati, avrebbe potuto arricchire l’economia delle pubbliche amministrazioni cittadine e provinciali. Una serie successiva di leggi privò Parma e il suo territorio di uno straordinario patrimonio artistico.

Il patrimonio ducale, già impoverito da precedenti spoliazioni (Carlo di Borbone nel 1734; Napoleone nel 1796) e dissestato da funzionari scarsamente onesti, comprendeva ancora la sede ducale di Parma, le ville ducali di Colorno e di Sala Baganza e tutte le suppellettili che via via le avevano rese celebri. Tutto fu donato al Re, a fronte della sua promessa che sarebbe venuto a villeggiare qualche periodo ogni anno in una delle ville ex ducali. Una promessa che il nuovo Parlamento non ratificò, dando l’avvio ad un’impietosa e sistematica spoliazione di tutto il patrimonio ducale. La reggia ducale di Parma è diventata la Prefettura, quella di Colorno è stata adibita a manicomio provinciale, il Casino dei Boschi di Carrega è stato regalato, per la mancanza di fondi, come compenso all’Ingegner Grattoni che aveva progettato e realizzato il traforo del Frejus. In seguito, la reggia di Sala è stata posta in vendita.[1]

Il prezzo pagato da Parma all’Unità d’Italia in beni culturali di alto pregio, e dunque in costi per l’identità parmense, è stato alto e ricompensato, almeno all’inizio, con ben scarsi contributi. Il passaggio al regno d’Italia fu decisamente traumatico. La città da capitale di uno Stato indipendente divenne capoluogo di provincia. Con la ferrovia che collegava Milano con Bologna e costituiva la nuova via di comunicazione, Parma assumeva la funzione di una semplice stazione di passaggio, perdendo le caratteristiche di tappa che svolse all’epoca delle diligenze Fu soppressa la barriera doganale e applicata la tariffa sarda. L’economia locale dovette confrontarsi con il resto dell’Italia.. Il sistema assistenziale creato da Maria Luigia e proseguito dai Borbone, mostrò i limiti di una società che si doveva confrontare col liberalismo Piemontese. La mancanza della Corte procurò disoccupazione non solo tra i braccianti avventizi, ma anche negli artigiani. Le casse pubbliche erano esauste e gli appalti di opere vedevano impegnate imprese non locali con propria manodopera. Intorno alla città si viene formando una terra di nessuno che unisce la miseria della campagna con quella della periferia urbana fatta di acquitrini, fetidi bacini dove si riproduceva pellagra e malaria; le persone erano preda di turbe psichiche. L’analfabetismo era quasi totale. L’agricoltura versava in una situazione disastrosa ed erano sconosciute le nuove tecniche dell’economia agricola. Anche l’industria risentiva della situazione. Chiusero molti opifici tessili. Resistevano le filande di seta, che chiusero pochi anni dopo. Scomparve l’industria dei cappelli. Fu crisi per le tipografie, sopravvivevano le cartiere. Chiude l’industria dei tabacchi della Certosa. L’inondazione del 1868 aumentò il disagio popolare; gli stessi entusiasmi patriottici entrarono in crisi. In questo clima esplosero i moti contro la tassa del macinato nell’inverno del 68-69. Una situazione drammatica con un altissimo tasso di mortalità.

Parma: una città postducale alla ricerca di una sua identità socio-culturale, politica, economica e religiosa

In un centinaio d’anni (1860-1960), il tempo di quattro generazioni e di tante lotte, passioni, rabbie, delitti, amore, beffe, parole e cose (anche le cose: gli oggetti quotidiani, gli attrezzi da lavoro, i vicoli, le osterie, l’acciottolato, i lampioni…) di tutta una cultura di tradizione remota, non è rimasto che qualche avanzo semimuto, un’eredità scomoda, confusi ricordi e molta retorica.[2]

Al di fuori di trionfalismi di maniera e di settarismi denigratori, l’annessione al Regno d’Italia ha comportato, anche per Parma, l’avvio di un processo lungo e difficile di adeguamento alle normative e alle esigenze dell’Unità nazionale, che si è venuta consolidando gradualmente, tra difficoltà di ogni genere.[3]

Si trattava, infatti, di unificare le legislazioni e le economie dei vari ducati e regni in assenza di adeguate risorse finanziarie e di disegnare una rete di comunicazioni, a iniziare dalle ferrovie.

Questo processo ha avuto effetti positivi ed effetti negativi per la città di Parma.

Tra gli effetti negativi, sono da segnalare le conseguenze sull’identità di Parma prodotte dalla spoliazione dei segni della realtà ducale. I Savoia, annettendosi il Ducato, hanno cancellato sistematicamente i segni dell’identità ducale della nostra città, disperdendo un patrimonio artistico di grande rilevanza nelle loro varie residenze (a differenza, ad esempio, di quanto è capitato in altre città ducali che, al momento del passaggio dal Ducato al Regno d’Italia, si sono mantenute i loro beni culturali, come demanio della città o della Provincia).

D’ora in avanti Parma diventa una città come qualsiasi altra e ad essa, in particolare, tocca un degrado culturale e di identità in rapporto al periodo ducale con ripercussioni negative soprattutto sui ceti meno abbienti. Si pensi a cosa dovette significare la scomparsa della millenaria nobiltà ducale, travolta in quanto incapace di aggiornarsi o, al massimo, confinata fra la folla dei nuovi ricchi.

Era la fine di un mondo patriarcale, contadino, sostanzialmente immobile.

La storia dei primi decenni dopo l’abolizione del Ducato è apparsa, a Parma, analoga a quella che accadeva nel resto del Paese.

Si sono avuti segnali di anarchia e di disordine. Il popolo dell’Oltretorrente, invece, stava a guardare sempre più irrequieto, scotendosi a tratti con motivazioni legate a insoddisfazioni antiche e a problemi di sopravvivenza.

Certamente da un punto di vista economico, l’unità d’Italia ha appesantito le già precarie condizioni delle classi popolari.

Tra gli effetti positivi, la società civile di Parma si è accorta che il mondo si era fatto più grande. Nonostante la miseria si alimentò comunque un desiderio di riscatto sociale.

Sono state aperte strade, è stata sviluppatala rete ferroviaria già avviata da Carlo III, la rete di comunicazione cittadina e forese, e realizzata l’illuminazione elettrica della città (1890). Si è sviluppata una forte mobilità sociale, un’inedita autocoscienza da parte del mondo del lavoro, una percezione del proprio ruolo politico di cittadini e una prima industrializzazione di tipo manifatturiero. L’industria pur risentendo del disagio che perversava nella società presentava alcune positive situazioni. Mostravano vitalità le vetrerie Bormioli, che avevano rilevato la reale fabbrica delle maioliche, e l’industria alimentare: successivamente nacquero la Braibanti (1870), la Barilla (1875), si è registrata una disseminazione nella campagna di piccole fabbriche di conserva di pomodoro e di lavorazione dei salumi. Prendono vigore l’industria meccanica e le imprese edili, così come un certo fermento si rilevava nei laboratori calzaturieri. In città, invece, accanto ai primi nuclei industriali si sviluppa un solido indirizzo di commercio, anche con l’estero, specialmente di generi alimentari (formaggio parmigiano, salumi e manifatture varie). Già nel primo periodo postducale, però, si avvertono alcuni fatti innovativi. L’aumento numerico della popolazione, sia pure in precarie condizioni di vita, ne è uno dei segnali più evidenti, anche dovuto ad un certo numero di contadini e braccianti fuggiti dalle campagne per trovare condizioni possibili di vita in città (com’era già accaduto durante il medioevo): questi nuovi immigrati si sono insediati prevalentemente nell’Oltretorrente.

Ma a Parma nel periodo 1859-1900, si avvertono anche segnali positivi da cui ha preso avvio una nuova società civile. Le persone hanno gradualmente percepito il passaggio dalla condizione di suddito a quella di cittadino grazie alla fruizione di esperienze sociali, culturali e di avviamento alla politica, con il concorso di un centinaio di giornali e di periodici che in quel mezzo secolo hanno inondato Parma (Capitolo 5.3.9). In questo periodo si sono venuti evidenziando i primi nuclei di idee e di analisi che sarebbero poi confluite nei partiti politici (Liberali, Repubblicani, Socialisti).

La legge sul macinato del 1874 e nel 1896, la lotta contro l’invio delle truppe in Africa, iniziata dagli studenti cui si è unito il popolo dell’Oltretorrente; nel 1898, la rivolta per l’aumento del prezzo del pane; nel 1909, l’appoggio dato agli scioperanti delle campagne hanno senza dubbio concorso ad avviare e potenziare la prima affermazione di una coscienza civile. Nel 1860 era sorta la prima società operaia che aveva eletto a proprio presidente Giuseppe Garibaldi. A Parma la Camera del Lavoro venne costituita nel 1893, dopo che erano sorte a Piacenza, Milano e Torino. Nel Congresso delle Camere che si tenne nello stesso anno a Parma, venne fondata la Confederazione Generale del Lavoro con 500 iscritti e in pochi mesi triplicarono con 22 società aderenti. Camera del Lavoro e Partito Socialista Italiano (1892) sono le organizzazioni attorno a cui si sviluppa l’azione popolare che rivendicava migliori condizioni di vita. Nel 1901 lo sciopero di Montechiarugolo ha una risonanza nazionale, ma si risolse sfavorevolmente per i lavoratori. Nasce il movimento cooperativistico da Borgo san Donino e Salsomaggiore.

Il processo di ammodernamento del contesto edilizio urbano è stato fatto, purtroppo, con scarsa attenzione a conservare i segni della memoria e il valore storico di essi (ad esempio l’abbattimento sistematico delle mura e delle beccherie del Bettoli in Ghiaia, etc.)

All’amministrazione della città, come già si è notato, hanno provveduto alcuni notabili borghesi liberali che avevano aderito ai moti del Risorgimento, a indirizzo illuminista e con aderenze massoniche.

In quegli anni ha visto la luce un numero cospicuo di pubblicazioni periodiche, anche popolari, soprattutto grazie a giovani intellettuali e l’affermazione dei sindacati.

Verso la fine del secolo XIX diventa visibile lo sviluppo del movimento politico-culturale cattolico (che poi confluirà nel Partito Popolare Italiano) anche se le difficoltà frapposte dai Vescovi legati al “Non expedit”, ne hanno in qualche modo ritardato uno sviluppo e una diffusione più capillare.[4] [5] [6]

La Chiesa di Parma dopo l’Unità d’Italia (tratto da una ricerca del Prof. Mons Antonio Moroni)

Mons. Cantimorri, mons. Villa, mons. Miotti e mons. Magani si sono susseguiti come Vescovi di Parma nei primi quarant’anni dopo la riunificazione d’Italia: intransigenti (seppur con diversi toni e stili) e fedeli al dettato papale del non expedit. Erano Vescovi che, eccetto Cantimorri, oriundo da Russi, francescano, tutti gli altri provenivano dal Lombardo-Veneto, con una esperienza pastorale in società del tutto differenti da quelle dell’Emilia Romagna. Questo fatto potrebbe indurre a pensare ad un disegno della Santa Sede di inviare Vescovi di regioni tradizionali cattoliche in regioni come l’Emilia Romagna rifiorirono lotte sociali, nasceva e si espandeva il partito socialista, la borghesia si organizzava intorno a idee anticlericali e massoniche.

Si trattava di Vescovi, la maggior parte dei quali, di una certa età e che avevano già un loro modo sperimentato di pensare e di un loro metodo collaudato di governo della Chiesa, magari in grosse parrocchie delle loro diocesi di provenienza. Questi Vescovi hanno trovato difficoltà a porsi in dialogo con questa società emergente e ciò spiega con abbastanza chiarezza a comprendere come l’attività svolta da questi Vescovi sia stata prevalentemente rivolta ad intra (catechesi, tentativi di strutture ecclesiastiche innovative, etc.).

La decisione del “Non expedit” ha costituito un grave trauma per tutta la Chiesa italiana perché ha privato le istituzioni e una società civile del contributo che laici cristiani avrebbero potuto dare alle nuove istituzioni cittadine. Si può anche ritenere, a tutta ragione, che questa fase assai delicata dei rapporti tra la Chiesa di Parma e le istituzioni civili abbia approfondito, per il modo col quale è stata condotta, quel distacco del cittadino credente dallo Stato, con implicazioni dell’etica sociale.

In sostanza, sul versante pastorale, la Chiesa di Parma entra nella bufera, con i cittadini cattolici lacerati tra il dovere di amare la Patria e il dovere di obbedire alla Chiesa che si sentiva defraudata di secolari diritti con la nascita del nuovo Stato Italiano.[7] [8]

Nelle tre ricerche citate di Pelosi, di Manfredi e di Cocconi si conferma un intensificarsi delle attività ad intra promosse da questi Vescovi, specialmente di attività catechistiche. Alcune buone analisi sugli indirizzi pastorali che hanno caratterizzato l’attività della Chiesa in questo periodo possono fornire elementi per comprendere l’avvio tra il popolo di un processo di laicizzazione (secolarizzazione). E’ questo un dato importante, perché dall’analisi delle possibili cause di questo processo, sembra emergano anche dei fattori della transizione dalla secolarizzazione al secolarismo.
Cocconi[9] ha individuato in questo periodo:

  • la tendenza alla disgregazione dei paesi rurali, con la conseguente migrazione verso la città e mete nazionali e internazionali;
  • l’avvio dell’alfabetizzazione di massa; un processo al quale hanno concorso soprattutto nel quarantennio 1859 – 1900 anche gruppi religiosi e di laici cattolici assieme a forze socialiste, repubblicane e al movimento garibaldino;[10]
  • a fronte delle nascenti ideologie socialista e repubblicana nei quartieri poveri cittadini e nelle campagne, e al persistere di tendenze radicali nella borghesia, si avverte sia la mancanza di proposte pastorali vivaci (da parte dei parroci, dei vescovi, dei canonici, dei consorziali, etc.) sia la mancanza di progetti idonei per tentare di risolvere, in collaborazione con altre forze sociali, le cause di situazioni ataviche di miseria che attraversavano i rioni popolari e le masse contadine.

Si fa sentire l’assenza di un gruppo di intellettuali cattolici (oltre al Circolo Leone XIII avversato da Magani), come pure l’assenza di una cultura ecclesiastica che potesse innovare, i metodi della pastorale grazie all’ascolto dei bisogni e delle domande acute in un periodo carico di richiesta di senso, ma smarrito in una solitudine culturale sulla quale gravavano i poteri forti.

Né a questa richiesta sembra che non abbia saputo o voluto rispondere quell’istituzione che pure a ciò era più specificatamente deputata, cioè il Collegio dei teologi.

 

In un’analisi estremamente sintetica dell‘evoluzione di questo periodo, è possibile individuare nella Chiesa di Parma post unitaria due ordini di forze che spesso, purtroppo, si sono mosse in senso opposto.

· In positivo, un certo numero di presbiteri, religiosi e religiose, cui si sono aggregati laici cristiani, hanno avviato a Parma indirizzi innovativi di attività caritative e sociali.[11] E’ questo il periodo in cui la Chiesa di Parma vede il sorgere di un’età dei Santi, impegnati in attività di carità; tra loro Anna Maria Adorni (Istituto “Buon Pastore”), mons. Agostino Chieppi (Piccole Figlie, 1865), Maria Lucrezia Zileri Dal Verme (ha innovato l’Istituto delle Dame Orsoline 1839-1929), il futuro cardinale Andrea Ferrari, padre Lino Maupas, mons. G. Conforti (fondatore dell’Istituto Missioni Estere).

· In negativo si avverte un’incertezza dei Vescovi e dei loro collaboratori nell’affrontare i nuovi problemi sorti nella città e nella Diocesi dopo il crollo del collateralismo tra Ducato e Chiesa, nei rapporti sia con la classe borghese e liberale sia con le nuove espressioni delle masse popolari che hanno trasferito con tutta evidenza nel socialismo la speranza per la soluzione delle loro miserevoli situazioni.

Naturalmente anche fattori esterni al non expedit, hanno reso difficile un rapporto costruttivo della Comunità ecclesiale con l’amministrazione civile e hanno prodotto una legislazione statale accentuatamente anticlericale e punitiva.

Questa complessa situazione potrebbe spiegare, ma non certo approvare, atteggiamenti spesso intransigenti dell’Episcopato verso la richiesta di cattolici a partecipare alle elezioni politiche e forse anche una mancata presa di posizione sui nuovi problemi del lavoro (a differenza, ad esempio, del mondo cattolico milanese e nonostante la pubblicazione dell’Enciclica “Rerum Novarum[12]) e dall’altro un nutrito comportamento anticlericale di buona parte della classe borghese liberale e, come ricaduta, dalle stesse masse popolari cittadine e rurali indigenti.

Qualche Vescovo, ad esempio Bonomelli a Cremona, aveva tentato con un gesto, anche moderato, il superamento del non expedit, ma ne era stato duramente frenato.[13] Questi fatti hanno pesato sulla formazione del clero e hanno impedito lo sviluppo nei sacerdoti e nei religiosi, di un’attenzione e di un amore verso la propria Patria (ricordare il pianto di Gesù su Gerusalemme), di un senso civico e di un comportamento retto dalla legalità di cittadini.[14]

Il vescovo Francesco Magani, persona colta e storico insigne, ha preso possesso della sede di Parma dopo mesi dalla sua designazione alla nostra Diocesi, per difficoltà ad ottenere l’exequatur regio. Qui, ha trovato una situazione drammatica del clero, attraversato da dispute dottrinali, ma anche da difficoltà economiche pesanti. Il suo episcopato (1893-1907) è stato un periodo di accentuata intransigenza verso l’autorità civile: un aspetto questo, che collegato ad altri, ha acuito una situazione di forte insicurezza sia all’interno del clero diocesano[15] sia di laici cattolici, soprattutto giovani.

In questo periodo è stato istituito a Parma, per iniziativa del futuro card. Ferrari – accanto all’Almo Collegio Teologico – l’Accademia di Filosofia di San Tommaso, con un forte indirizzo antirosminiano. Un’analisi di alcuni anni di pubblicazioni dell’Accademia non evidenzia prese di posizione intellettuali autorevoli sulla difficoltà dei rapporti tra Chiesa e Istituzioni civili della città.

Degna di nota è stata anche la creazione di un luogo d’innovazione e di formazione per giovani intellettuali, il Circolo di cultura “Leone XIII”, uno spazio nel quale sotto l’azione del salesiano don Baratta si sono formati giovani ad una cultura aperta alla realtà sociale della città e gradualmente ad un’apertura verso indirizzi politici e amministrativi innovativi.[16] Non sono mancati episodi di duro contrasto con il vescovo Magani; ma, in ogni caso, dal circolo di don Baratta sono usciti Giuseppe Micheli e Jacopo Bocchialini ed altri che hanno curato iniziative tese a sviluppare attività sociali a favore dei ceti meno abbienti, hanno avviato rapporti con le Pubbliche Amministrazioni e con le forze politiche per collaborare a risolvere problemi nuovi sorti nella città e nella Provincia di Parma post unitarie.

Particolarmente significativa l’attività di Giuseppe Micheli che già da studente universitario aveva promosso la fondazione, in molti Comuni del parmense, di casse rurali, di circoli sociali che facevano riferimento all’Opera dei Congressi di emanazione diocesana.[17] A Parma erano sorte la Conferenza di San Vincenzo (istituita presso la Cattedrale e a Ognissanti), la Società di mutuo soccorso San Bernardo ed altre. Un secondo grande centro cristiano, finalizzato soprattutto alla formazione dei giovani dell’Oltretorrente, è stato affidato dal vescovo Miotti ai Padri Stimmatini, sotto la direzione pastorale e organizzativa dell’indimenticabile padre Lingueglia.

Nel frattempo si affacciava un secolo, il ‘900, in cui la grande borghesia, in una Europa diventata un grande cantiere di innovazioni, incurante degli stenti di milioni di persone, esaltava se stessa nell’esposizione universale di Parigi, di cui la torre Eiffel è rimasta il simbolo trionfale di una modernità scientifica, economica, politica e tecnologica.[18]

Maturava e si diffondeva il movimento socialista, avanguardia organizzata ed emergente di quelle masse popolari sempre più rigettate ai margini dal sistema. Purtroppo la borghesia non ne fu interessata, indifferente anche a richiami come quelli di Pio X.[19]

Nel 1908 è diventato Vescovo di Parma mons. Guido Maria Conforti. La sua figura di Vescovo della nostra città e di fondatore dell’Istituto Saveriano per le Missioni Estere ha ricevuto un’approfondita illustrazione in numerose pubblicazioni, redatte soprattutto in occasione del centenario della fondazione dell’Istituto Missioni Estere (1895-1995).[20]

Qui si abbozzano solo poche considerazioni.

L’opera pastorale di mons. Conforti fu indirizzata soprattutto a riportare unità tra il clero e al tentativo di recuperare un rapporto non conflittuale con lo Stato in un clima difficile, gravato anche da alcune prese di posizione rigide prese in precedenza su queste tematiche dal vescovo Magani, dall’influsso infausto sulla società civile e sul clero di una gestione conflittuale del lascito Ortalli e, da ultimo, dalla volontà dello Stato di acquisire il cospicuo patrimonio del Consorzio dei Vivi e dei Morti,[21] per la costruzione dell’Ospedale Maggiore di Parma.

Questi fatti hanno gettato ombre sulla credibilità della Chiesa di Parma, in un momento estremamente delicato per l’orientamento della comunità parmense nella quale si stava radicando, da un lato un secolarismo anticlericale di amministratori liberali a tendenze massoniche e, dall’altro, una propaganda socialista rivolta soprattutto alle masse popolari, ambedue queste forze sfruttavano ogni occasione per diffamare la Chiesa.

Particolare attenzione mons. Conforti ha posto nella formazione di una solida cultura dei sacerdoti. Scriveva nel marzo del 1910: “Se il sacerdote si presenterà al mondo intellettuale fregiato della duplice aureola della santità e del sapere, costituirà la più eloquente confutazione dell’accusa che asserisce l’impossibilità di connubio tra la rivelazione e la scienza, tra la fede e la ragione”.[22]

Con il governo di mons. Conforti assume visibilità il movimento cattolico dei laici, che però, incappa subito nelle sconvolgenti vicende delle agitazioni sociali prima (sciopero agrario del 1908) e, in seguito, nelle difficoltà relative ai periodi bellici (guerra di Libia e prima guerra mondiale e la nascita del Partito Fascista).[23]

La fine di questa guerra aveva fatto emergere la nuova potenza degli Stati Uniti d’America, il nuovo sistema socialista sovietico e, all’interno, un nuovo sviluppo di processi produttivi diretti per lo più da grandi famiglie. Anche nel sistema produttivo parmense si registrò l’avvio di analoghe tendenze.

Masse popolari, a cui era stato chiesto di sostenere lo sforzo bellico fornendo “carne da cannone”, non accettano più di esercitare un ruolo subalterno e marginale nella politica e si costituirono come nuovo soggetto politico.

Una lucida analisi delle diverse anime presenti nel mondo cattolico nel 1922 è stato tracciato da Bonardi P.[24]

Nella relazione “ad limina” del 1926 sulla Diocesi di Parma, Conforti ha tracciato un quadro preoccupato di questa situazione socio-ambientale ed economica.[25]

Ma grazie alla sua attività e, almeno in parte, anche al mutato quadro socio-politico, si ha la sensazione che mons. Conforti abbia potuto, prima di morire, vedere realizzato il trapasso da una situazione dilacerata ad un sostanziale rapporto di fiducia entro il presbiterio parmense, così come tra la Chiesa di Parma, le Pubbliche Amministrazioni e la società civile.[26]

3.3.3 Il periodo del fascismo: la crisi dell’anima popolare di Parma

Il fascismo è nato in risposta a non risolti problemi della prima guerra mondiale, ha avuto la sua giustificazione nella crisi del 1929, dando origine alla messa in discussione del sistema liberale-capitalistico e delle sue capacità di autogovernarsi.

Nella vicenda della nascita del fascismo,[27] Parma ha giocato un ruolo particolare. A differenza di Bologna, Ferrara, Piacenza, che furono città all’avanguardia nella realizzazione del movimento fascista (che vide impegnati soprattutto i giovani tornati dalla guerra, o i ventenni che non avevano combattuto e che non avevano lavoro), Parma con le forze socialiste, parte dei nazionalisti e dei cattolici popolari e i centri dell’Azione Cattolica si oppose al nuovo regime. Ci furono, comunque, incertezze anche tra i cattolici sull’accettazione o meno del fascismo che corrispondevano del resto, ad un’incertezza presente nell’episcopato. Significativa è stata la già ricordata rivolta delle Barricate dell’Oltretorrente e della zona della Parrocchia della Trinità. La fermezza dell’azione compiuta dalla gente ed il successo ottenuto erano stati incisi in quei giorni sui muri con questa frase: “Balbo, t’è passè l’Atlantic, ma nt’è miga passè la Pärma.

Il passaggio al sistema politico fascista, presentava rischi che, da un punto di vista della Comunità cattolica, erano stati lucidamente tratteggiati da mons. Giovanni Del Monte, direttore del settimanale diocesano “Vita Nuova”.[28]

Dal 1929 al 1933 il podestà Mantovani ha proceduto al risanamento dei quartieri dell’Oltretorrente, un gesto che, oltre alla volontà di realizzare un antico progetto di drastica bonifica dei vecchi borghi malsani, ha avuto come una delle conseguenze, certo cara al Partito Fascista, la distruzione di un centro di opposizione libertaria al regime fascista.

L’intervento edilizio, certamente necessario, fatalmente si è risolto, infatti, in un cambiamento sociale: la situazione dell’Oltretorrente è stata radicalmente modificata e l’identità tradizionale di Parma vecchia è andata scomparendo. Il trasferimento ai “capannoni” segna un punto a favore rispetto ai tuguri precedenti, ma l’abbandono della secolare sede urbana è stato vissuto come una deportazione in una riserva indiana. Anche oggi dire “capannoni” significa, per le persone anziane e adulte, dire “teppisti, persone triviali, sguaiate”. Ma, se ci si mette all’ascolto, con l’orecchio di padre Lino o di don Lambertini, il leggendario “parroco dei capannoni”, di questi anziani che hanno avuto la loro radice in questo ambiente, si trova che erano persone di cuore, disponibili ad aiutare chi aveva bisogno, a fare le barricate contro la violenza, ma anche a commuoversi davanti al dolore, a lottare contro l’ingiustizia: erano i veri rappresentanti dell’anima popolare della città di Parma.[29]

3.3.4 1859-1900 Parma: un itinerario di ricerca per una nuova identità socio-culturale, politica, economica e religiosa[30]

A differenza di quanto era capitato in altre città che avevano avuto continuità nella gestione socio-politica, i parmigiani, se si eccettuano alcuni periodi di autenticità della società civile (ad esempio, il periodo medioevale), nella società ducale erano le persone autorevoli che generalmente provenivano da famiglie illustri di altre città a immettere Parma nella grande cultura, soprattutto di indirizzo umanistico, ma al prezzo di cambiare di statuto dei suoi abitanti, passando da cittadini a sudditi.

Ciò ha concorso per buona parte, a creare nella società civile di Parma:

un’ indifferenza verso la gestione politica dei problemi della città da parte della popolazione, degli stessi ceti colti e offuscamento del senso civico nel mondo cattolico;

una frammentazione della memoria socio-culturale in questi secoli a fronte però della persistenza della cultura popolare e delle tradizioni ad essa collegate.

Nel quarantennio 1859-1900 la coscienza dei cittadini, dopo l’eclissi avvenuta nel periodo ducale, è stata oggetto di un risveglio vorticoso e complesso, in ciò favorita da un salto quantitativo e qualitativo registrato nel settore delle pubblicazioni periodiche dopo il crollo del Ducato (1859).

In quel periodo sono state edite circa 188 testate periodiche, indicative di una società in movimento. Si tratta di pubblicazioni spesso di breve durata, ma che hanno avuto il tempo necessario per lanciare una proposta, sondare reazioni e magari, scomparire per uno o due anni e riapparire con un altro titolo per rispondere ad altre domande. In appendice al presente testo saranno elencate e classificate queste testate. Ci si limita, qui, ad indicare il titolo dei vari gruppi di periodici. Da questo dato si avverte la ricchezza dell’informazione che correva nella città di Parma. Si stampano a Parma vari quotidiani: L’amico del popolo (1848, giornale di educazione, arti, scienze e lettere che, dopo la soppressione, rinasce con il titolo di Vero amico del popolo, 1857-58); Gazzetta di Parma (iniziata già nel 1760); Bollettino ufficiale della guerra (1859); Il Patriota (1859-70 che stampa due edizioni, mattutina e serale); Il presente (1867-94, giornale quotidiano politico, letterario ed economico, soggetto a frequenti cambiamenti d’indirizzi e di periodicità).

Scorrendo la Gazzetta di Parma di questo periodo, la pubblicità libraria è sempre presente ed esprime due indirizzi: le edizioni di origine piemontese, impegnate culturalmente e socialmente, con testi e manuali professionali per le scuole e per l’affrancamento attivo delle persone dal bisogno, mentre la produzione lombarda volgeva soprattutto allo svago.

Negli stessi anni cominciano a circolare nelle riviste i racconti a pie’ di pagina e poesie. Nascono i primi fogli con interessi sociali, legati al passaggio a una democrazia risorgimentale, legata a Garibaldi, che si esprime con le Società di Mutuo Soccorso a carattere laico, diffuse anche nel parmense, (ad esempio a Felino) e anche con pubblicazioni espressione del socialismo anarchico.[31]

Sempre in questo periodo si registra la comparsa delle prime pubblicazioni a indirizzo spiccatamente sociale, segno dell’avvio ad una democrazia civile e responsabile, anche se ancora alle prime armi. Questi periodici confluiranno in seguito nei partiti politici (partito socialista, repubblicano, anarchico, etc.)[32] Tra questi: Il reduce (1879); Il lavoratore (1882); La speranza (1883); L’artigiano (organo della Società di Mutuo Soccorso, 1861); Il miserabile (periodico socialista, 1873); Il Mutuo Soccorso (1879-1881) giornale popolare d’istruzione e beneficenza, d’impostazione garibaldina in concorrenza con la Società cattolico-conservatrice di S. Bernardo, i cui membri per irrisione vennero chiamati dalla Società di Mutuo Soccorso “la covasa”.

Come è facile intuire, la società post ducale è in forte fermento ed evoluzione, stimolata anche da queste pubblicazioni, a prendere coscienza della propria identità personale e sociale, e a rispondere a bisogni specifici.

E’ significativo che molteplici attività dell’editoria siano state indirizzate a servizio dell’educazione e della pedagogia: Il mentore delle famiglie (tip. Fiaccadori 1888-‘89, continuazione con La sveglia 1890-‘94); Annuario pubblica istruzione della Provincia di Parma (1867); Patria, scuola, famiglia (periodico politico, didattico e ricreativo, quindicinale, 1878-‘79); La frusta pedagogica (quindicinale, 1895); Il lavoro educativo (quindicinale illustrato, 1899-1900).

E’ presente anche un’attenzione al mondo culturale e intellettuale: Atti e memorie delle R. R. Deputazioni (1863); Atti e memorie delle R. R. Deputazioni di Storia Patria per le province parmensi e modenesi (1877); Il Letterato moderno (mensile di critica letteraria, 1866); Libero pensiero (rivista dei razionalisti, 1866-‘71); Il movimento letterario italiano (quindicinale, 1881-‘82); Prime armi (trimestrale di scienza, letteratura, arte, 1878-‘79); Rivista italiana di paleontologia (1897- ad oggi, varie sedi di stampa); Annali del Conservatorio di musica di Parma (1899-1901).

Non mancano i periodici di svago e satirici, indicatori della vivacità di una società che cercava di leggere ciò che avveniva nelle stanze del potere: L’uomo che ride (1887); Il cantastorie (1866); Il Barabba (1871-‘76, giornale serio-faceto); Il diavoletto (settimanale antipolitico, umoristico, letterario, artistico, 1871-‘75); L’onorevole sugaman (1890); L’onorevole canela (settimanale, 1891); Il postprandio (gazzettino di genialità cittadina, 1879); El furlon (settimanale satirico illustrato, 1880); Sior bonierba ad bon umor (“giornel capas ad tut, con figuri e figureini”, 1895).

Ma particolare rilievo assumono i periodici politici per l’orientamento dei cittadini nella scelta elettorale. Sono già presenti in nuce le idee e la fisionomia dei grandi partiti politici. L’apostolato popolare (settimanale repubblicano, 1896-‘98); La battaglia (periodico repubblicano, 1905); La battaglia, (organo dell’unione dei partiti popolari della città e della provincia, settimanale, 1909); La battaglia elettorale (organo della democrazia parmense, 1889-‘91); Il pensiero socialista (settimanale della federazione operaia socialista di Parma e provincia, 1893-‘94); Lettore politico (quotidiano del comitato liberale-costituzionale della provincia di Parma, 1874); L’elettore cattolico. Bollettino della società elettorale parmense, supplemento alla Realtà (1906-‘07).

Una particolare attenzione è stata data a due nuove voci:

alle donne: sorprende la presenza di un bisettimanale edito da sole donne, La Voce delle donne (bisettimanale scientifico, politico, letterario, 1865-‘66)

ai giovani: particolarmente vivace negli ultimi decenni del secolo (impensabile a Parma nell’epoca attuale!) è stata la pubblicistica edita dai giovani universitari e dagli studenti delle scuole medie superiori, indirizzati verso la politica e la poesia: Sentinella della libertà, organo della gioventù (settimanale, 1873); Il convittore (quindicinale d’istruzione e di educazione, Notiziario del Collegio Ferrari Agradi 1872-‘76); Lo studente veterinario (Gazzetta degli studenti di veterinaria e agricoltura, 1875-‘78); Il Goliardo (giornale politico, letterario, artistico, 1883-‘84. Un numero è stato sequestrato dall’autorità pubblica); I nuovi goliardi (quindicinale scientifico-letterario, organo degli studenti socialisti, 1894); Voce della gioventù (quindicinale dei giovani socialisti parmensi, 1907-‘08); L’avvenire (periodico studentesco, 1917); A voi giovani (organo della federazione giovanile parmense, 1918).

Del tutto innovativo è l’interesse alle vallate: L’Eco del Taro (1879); Val d’Arda (1892); Cronaca di Val d’Arda (1894).

Fatto significativo è stata anche la pubblicazione dei lunari e dei pianeti della fortuna, piccoli foglietti che i mendicanti offrivano in cambio di un pezzo di pane o di un soldo; il testo era in italiano o in dialetto, accompagnato dagli immancabili numeri per il gioco del lotto.

Alcune riflessioni sulla pubblicistica colta e popolare a Parma nel primo periodo risorgimentale [33]

In questo cinquantennio non si è affermato un ceto intellettuale promotore di grandi opere, ad eccezione dell’attività di A. Cavagnari (1831-‘81, di cui si ricorda La Fata di Montechiarugolo); P. Bettoli (1835-1907) pittore, giornalista e poligrafo, dedito soprattutto al teatro; di cui si ricorda il romanzo storico Elena Salvà.

A Parma nel primo periodo post risorgimentale esisteva una decina di tipografie, che erano spesso anche case editrici; stampavano giornali, settimanali, manuali inediti. Le tipografie sono state vere e proprie scuole, come ad esempio la Casa di Provvidenza, dove ai ragazzi veniva insegnato il mestiere, l’uso delle tecniche tipografiche e fotografiche. Diretta da P. Dall’Olio, cui si debbono le prime fotografie sull’opera del Correggio. Questo laboratorio sarà poi rilevato dall’editore L. Battei che all’epoca si era specializzato in testi scolastici.

Alla fine del secolo inizia una corrente di autori che si affermeranno poi nel ‘900: A. Rondani, L. Sanvitale, J. Bocchialini, A. Barilli, etc. Ma, a fianco di questi intellettuali, numerosi quotidiani e periodici hanno continuato lo sforzo della trasmissione di idee con lo scopo di far emergere una coscienza civile nella società.

Dopo l’unità d’Italia, come si è già ricordato, il movimento garibaldino ha giocato anche a Parma un certo ruolo nello sviluppo della presa di coscienza di quanto stava mutando. Parma, dopo Bergamo, è la seconda città ad offrire il maggior numero di volontari al movimento garibaldino. L’obiettivo di queste forze era l’alfabetizzazione delle masse attraverso l’insegnamento scolastico, anche in considerazione del fatto che saper apporre la propria firma, significava poter accedere al voto.[34]

L’educazione era vista come un importante obiettivo civile e sociale da raggiungere, anche con lo sviluppo di nuove professionalità.

Non è infrequente la presenza in giornali e in riviste di articoli e testi di divulgazione sulla produzione del pomodoro, della patata e sull’origine della pellagra, etc.

L’internazionale, organo della Camera del Lavoro, ospita spesso le poesie di A. De Ambris e di I. Cocconi, (chiamato l’avvocato dei poveri). In occasione dei festeggiamenti a Parma al De Ambris, eletto deputato nel parlamento nazionale, si trovano accomunati Marx, Engels, Lenin e Cristo con la chioma bionda e la tunica rossa, visto come rivoluzionario e redentore delle masse oppresse.

In tutta questa produzione culturale, si è cercato inutilmente la traccia di un salto dalla dimensione locale alla cultura nazionale (significativamente si è parlato “di socialisti da campanile”).

Vi è la tendenza degli storici che indagano sul sistema Italia a relegare a memorie marginali lo studio di quei fattori locali che pure hanno concorso a creare una coscienza civile e quel sentire comune da cui è nato il contratto di cittadinanza.

Dalle molteplici proposte avanzate dai giornali e dai periodici è emersa la preoccupazione da parte di forze sociali aperte, laiche e cattoliche, della promozione di coloro che erano fuori della storia, di quel sottoproletariato della città che aspirava ad una dignità e a un mondo diverso.[35]

 

[1] Silvani G. 1975. Cento anni di protesta. L’ingiusta spoliazione dei palazzi ducali di Parma, Piacenza e Colorno (con l’elenco dei beni trasferiti nelle ville reali di Milano, Firenze, Roma, Napoli e Venezia). Bernardi Editore, Parma.

[2] Zanardi F., 1981, L’Oltretorrente, quartiere popolare di Parma in I Comunisti a Parma, Biblioteca Balestrazzi, Parma

Galasso G., 2002, L’Italia s’è desta, Le Monnier, Firenze

[3] Dall’Acqua, M. 2004 Introduzione a Casa, E. 1901 Parma, da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860) (Ristampa PPF Parma 2004)

[4] Al contrario di Reggio Emilia, in cui Prampolini, rivolgendosi anche alle masse contadine, puntava su Cristo come primo socialista (ricordare il suo discorso di Natale e il decalogo per i contadini).

[5] Una documentata e ampia analisi tra Chiesa, autorità civile e società civile a Parma dalla seconda metà del secolo XIX e fino all’avvento del fascismo ha costituito oggetto di studio della monumentale opera del Saveriano p. Teodori.

[6] Manfredi A. (op. cit. pag. 351) cita il caso di Felino dove era presente un forte clima anticlericale, che spesso si traduceva in espressioni pubbliche anche violente. Il parroco Don Cortesi cita nel “cronicon” la vicenda di un attentato alla vita di mons. Cantimorri (1862), nell’occasione del suo passaggio da Felino per salire al castello che era di proprietà della Mensa Vescovile di Parma.

[7] Una situazione di cui ha documentato la drammaticità un cospicuo numero di studiosi che continua ad alimentare, come del resto anche a livello nazionale, il dibattito sulle ragioni che hanno sorretto cattolici transigenti e cattolici intransigenti.

[8] Un fervente liberale parmigiano Emilio Casa descriveva un clero parmense liberale, sia per l’antica tradizione delle lotte sostenute contro la Santa Sede nel sec XVIII, sia per l’influsso dei vescovi A. Turchi, C.F. Caselli e V. Loschi: i preti “con sì nobili tradizioni potettero serbarsi illuminati, operosi e buoni, non essendo riusciti a guastarli due o tre vescovi ignoranti e fanatici” (cioè Neuschel, Cantimorri e Villa). (E. CASA, Le classi sociali a Parma dopo l’unità, in “Aurea Parma” 50 (1966) pp 103-106)

[9] Cocconi U. 1998, op. cit. pp. 52-54

[10] Si ricorda che i prefetti avevano autorizzato i parroci, compensandoli economicamente, ad avviare le scuole elementari statali, soprattutto nelle zone più disagiate. Da notare ancora, che questo è il periodo in cui i Vescovi chiamano ad operare a Parma i Salesiani, gli Stimmatini e, prima ancora, i Fratelli delle Scuole Cristiane.

[11] Vista la delicatezza di questa tematica, occorrerebbe individuare studi già fatti o organizzare una ricerca ad hoc.

[12] E’ significativa una frase del Diario di un curato di campagna di Bernanos. Quando il Parroco ha letto la Rerum novarum e ha incontrato la frase “Il lavoro non è una merce”, osserva: “Mi sono sentire mancare il terreno sotto i piedi e quando l’ho esposta in chiesa ai miei parrocchiani, questi mi hanno bollato di socialista”.

[13] Più fortunata fu l’apertura verso la società civile del nostro vescovo Miotti (1882-1893).

[14] Una situazione che è continuata nei decenni anche se larvatamente e con qualche momento di superamento in occasioni particolari (è il caso del periodo della guerra mondiale ’14-’18).

[15] Il riferimento è alla gestione dell’eredità testamentaria di Mattia Ortalli-mons. Miotti e da questi affidata al suo Vicario generale mons. Tonarelli: un problema di cui si sono impossessati anche i liberali, i massoni, i socialisti con grave danno dell’immagine della Comunità ecclesiale a Parma. A fronte della richiesta avanzata personalmente da Pio X a mons. Conforti di accettare la nomina a Vescovo ausiliare di Parma con diritto di successione, Conforti rispondeva, declinando l’invito: “A tutti sono note le condizioni eccezionalmente lacrimevoli di questa Diocesi, dovute a un sistema di governo che non mi sento di approvare e col quale si prosegue ogn’ora”– e proseguiva – “la mia nomina non servirebbe a migliorare l’attuale situazione e sarei costretto ad essere spettatore di nuove miserie morali, senza potervi arrecare efficace rimedio, rendendomi, in certo modo, corresponsabile delle medesime di fronte alla Diocesi”.

[16] I contrasti tra il vescovo Magani e gli indirizzi del Circolo Leone XIII, anche dovuti alla fretta dei giovani di provvedere ad una lunga assenza d’interessi verso situazioni sociali sempre più gravi, ha senza dubbio danneggiato sul nascere un’istituzione che, se continuata, avrebbe potuto recare un’importante contributo alla Diocesi. Il Baratta fu fatto allontanare da Parma per un intervento di mons. Magani presso il Rettore maggiore dei Salesiani, don Rua.

[17] L’opera dei Congressi non fu organizzata da Micheli, ma dall’avvocato Francesco Fontana, persona di grande rilevanza. Resta famosa una sua relazione sulla situazione politica, sociale, religiosa ed economica del parmense fatta nella riunione dell’opera dei Congressi di Brescia del 1908: un testo che potrebbe essere riesumato per farne oggetto di una pubblicazione e di diffusione.

[18] Con la grande Guerra del 1914-1918 le attività dei cattolici hanno subito una battuta d’arresto, ma superato questo evento drammatico, sono confluite in buona parte nel Partito Popolare e nell’Ufficio del Lavoro. Quest’ultimo ha rappresentato il primo nucleo di un sindacato cattolico.

[19] Il pontificato di Pio X (1903-1914) è stato caratterizzato da alcuni indirizzi che hanno avuto un peso su Parma:
uno stimolo alla Chiesa a promuovere una vita di preghiera, base dell’esercizio della fede, sviluppata da una cultura religiosa ancora proposta come etica personale dei 10 comandamenti, senza alcun riferimento al sinergismo di questa etica personale stessa con indirizzi di etica sociale e di una convinta educazione alla legalità, a fronte di un forte sviluppo dell’innovazione socio-politica e tecnologica e di un uguale sviluppo pervasivo del movimento socialista;
è rimasto significativo dell’epoca il piccolo catechismo di Pio X, un testo sul quale si sono formate generazioni di cristiani prima del Concilio Vaticano II. Il ricordo di Pio X è anche legato a nuove disposizioni sulla comunione dei ragazzi. (Uno sguardo sintetico di questo periodo è stato stilato da Bonardi P. 2002 Parma quotidiana tra 800 e 900: bibliografia e storia. Aurea Parma 86 fs. II);
una mancata distinzione degli indubbi vantaggi recati dalla modernità alla società a fronte di un influsso negativo provocato da un progresso tecnico senza alcuna attenzione all’etica, ha privato questo processo d’innovazione tecnologica inarrestabile della ricchezza di un’ispirazione cristiana, al punto che essa, nei decenni seguenti è sfociato, tra l’altro, in una desertificazione della natura e della stessa messa in forse dell’identità umana;
a fronte di intellettuali cattolici, giovani e non giovani, che all’ascolto di una società in profondo cambiamento hanno cercato di opporsi ad un socialismo e a un radicalismo sempre più aggressivi, pensando di distinguere tra aspetti positivi e negativi della modernità, Pio X e i suoi consiglieri anziché porsi in posizione di ascolto di questa complessa realtà, con l’enciclica Pascendi (1907) ha troncato il dialogo che era su un piano teologico, filosofico, economico e sociale: la modernità è diventata in blocco modernismo. Ma già era cominciata l’era Conforti e regole rigide sono state stilate per Vescovi, Clero, Seminari e per gli intellettuali cattolici. Ma lo sviluppo del modernismo a Parma non ha riguardato soprattutto il lato dottrinale (potrebbe essere che non ne esistessero le persone per sostenerlo), ma si è sviluppato sul piano etico e disciplinare (vedere l’Associazione Basso Clero, chiamata ABC).

E’ stata questa un’altra occasione perduta in un periodo storico estremamente delicato per la società, soprattutto per la Chiesa italiana e di conseguenza anche per la stessa Chiesa di Parma che necessitava anziché di una caccia alle streghe, di indirizzi per una innovazione della pastorale commisurata a un periodo in forte evoluzione.

[20] Molto è stato scritto sul delicato periodo dell’episcopato di mons. Conforti. Consultare, tra l’altro, il volume: “A Parma e nel mondo” 1996, Atti delle ricorrenze saveriane. In particolare si deve citare: mons. Guido Maria Conforti, in “Una città di santi e di anticlericali” Fondazione della Cassa di Risparmio e il Borgo. Parma.

[21] Fu un dramma per l’efficacia pastorale della Chiesa di Parma il modo con cui il Consorzio dei vivi e dei morti condusse la lotta per evitare l’esproprio dei propri beni per costruire l’Ospedale Maggiore (esproprio che venne sancito nel 1922-‘23). Nella ricerca delle responsabilità da parte della Chiesa, si possono, ad esempio, analizzare i riflessi della vicenda del Consorzio dei Vivi e dei Morti che, purtroppo, fu sfruttato dalla stampa liberale e dalla Massoneria da un lato e, dall’altro, da un anticlericalismo socialista, con danni gravi alla coscienza cristiana del popolo: tutti aspetti che hanno allargato lo spazio del secolarismo, non più riservato ai cittadini, ma che ha interessato anche il mondo rurale. Questo passaggio è ben documentato nell’opera di Manfredi.
Oggi è cambiata la situazione? Oppure permangono ancora cenni di quest’anomalia?

Certamente, in prospettiva, questa posizione potrebbe aver subito una battuta d’arresto sia dalla caduta delle ideologie, sia da un cambiamento culturale radicale, soprattutto nelle giovani generazioni. Ma, senza dubbio, questo passaggio in cui la secolarizzazione è passata a secolarismo, non porterà certamente ipso facto all’aumento dell’incontro tra la Chiesa e coloro che pure cercano un senso per la loro identità di persone.

Ben altro rapporto tra Chiesa istituzionale e società civile si sarebbe realizzato se la Chiesa, con un senso evangelico (ma anche con un pizzico di senso politico!) avesse messo a disposizione i suoi beni per costruire l’ospedale per la città, senza subire un umiliante processo di spoliazione. Questo episodio, infatti, sul quale hanno giocato tutte le loro carte il movimento socialista e la massoneria, ha approfondito quella barriera già accentuata tra Chiesa istituzionale e società civile e con il popolo dei meno abbienti. In questo e in altri dolorosi episodi, oltre che in radici anche più lontane – cui già si è accennato – stanno alcune delle cause di quell’anticlericalismo grezzo che ha afflitto prima le classi borghesi, ma, sul finire dell’‘800, anche i ceti popolari.

[22] L’Eco della Curia Vescovile (fondato da mons. Conforti nel 1909), pagg. 102-103 del 1910. Per rendere più concreto questo obiettivo mons. Conforti fondò il 20 febbraio 1910 “l’associazione parmense pro cultura tra il clero”, affidandone la guida a nomi prestigiosi, tra cui mons. L. Mercati, il canonico Ettore Savazzini e il prof. don G. Parma, il canonico Leandro Fornari, il canonico Luigi Boni, il canonico prof. Amato Masnovo, il dott. Luigi Parenti ed altri.

L’istituzione ebbe successo, numerose furono le conferenze e i convegni che portarono a Parma persone di grande cultura e fama nazionale. Si attivarono vari “circoli di lettura e conversazione”, anche in Diocesi per trattare argomenti scritturistici, dogmatici e letterari. L’organo ufficiale dell’associazione destinato ad informare sulle attività del clero era “l’Eco”.

[23] Bonardi P. 1979 Vicende dello sciopero agricolo del 1908 a Sala Baganza. Quaderno del Centro studi Val Baganza Parma

[24] Bonardi P., 2000 Dalla Stampa parmense del 1922: il movimento cattolico da destra e da sinistra. Aurea Parma 84.2

[25] Scrive il Vescovo: “La Diocesi di Parma, soprattutto negli ultimi tempi, è andata incontro a moltissime difficoltà che hanno intaccato assai le condizioni religiose e morali: il Liberalismo, prima (che con le sette massoniche ha imperversato nelle scuole, nelle amministrazioni e negli uffici pubblici), ha infierito per molti anni contro la religione cristiana e l’ingente patrimonio che la pietà degli antenati aveva accumulato con l’intento che fosse usato, secondo saggezza, a beneficio della Religione e della Chiesa, spogliando la Chiesa, destinò a fini laici; il Socialismo, poi, (che si dichiarò apertamente empio e settario) che distolse il popolo dalla pratica religiosa, anche con la forza, con le cosiddette “organizzazioni” di cui disponeva, fino a ridurre alla fame coloro che avessero voluto restare fedeli alla Chiesa. La conseguenza fu che (ahimé, fin troppo vero) la pietà di molti si affievolì ed il concetto di Dio, nel cuore del popolo, venne meno. Il Clero subì una sottovalutazione della pubblica opinione; oltre a ciò, i costumi degenerati, la diminuzione di vocazioni religiose fu tale che la Diocesi ora lamenta la grande scarsità di operatori, quale non s’è mai avuta”.

[26] In Autori Vari, 1996 – Parma nel mondo, verso le ricorrenze saveriane. Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, è illustrato un complesso di indirizzi che il mondo intellettuale e popolare ha espresso tra il 1900 e il 1925.

[27] Bonardi P. 1989 – Impegno ecclesiale e sociopolitico dell’onorevole Michele Valenti. Ed. Ars Studio. Ferrara.

[28] Sono tristemente note le violenze fasciste contro le associazioni cattoliche nel ‘31. Nel 1931 mons. G. del Monte rassegnava le dimissioni da direttore di “Vita Nuova”, il settimanale fu soppresso e sostituito da una “pagina diocesana” nell’edizione settimanale dell’Osservatore Romano della Domenica. Questa pagina venne diretta da mons. Oppici. (Bonardi P. 1992 – Le violenze del 1922 nel parmense. Centro studi della Val Baganza, quaderno n°6).

[29] Troveremo questa gente –come ha notato Zanardi – ancora in rivolta durante la Resistenza e nelle lotte sociali del primo dopoguerra, finché l’impiego nei processi produttivi, la scolarizzazione dei figli ed un benessere diffuso hanno, senza dubbio, risolto drammi secolari che avevano afflitto questo gruppo di parmigiani, ma ritrovatisi nella nuova condizione sociale, non hanno saputo o potuto mantenere almeno l’essenziale di quella loro specificità che, per secoli, era stata la loro cultura. I loro figli degli anni ’60 hanno cercato di esprimere i valori di libertà e di solidarietà nei Partiti e nei movimenti di sinistra, ma alla fine del millennio queste autentiche “corti dei miracoli” parmigiane dell’Oltretorrente e dei borghi della Trinità sono scomparse, come nucleo culturale autonomo e con essi quella cultura specificatamente popolare che, negli eccessi, nella generosità di affetti era genuina e tipica del comportamento parmigiano.

[30] Nel percorso storico di Parma si sono susseguiti periodi di autenticità della società civile (Parma medioevale, per alcuni aspetti Parma post unitaria e, soprattutto il periodo dopo l’ultima guerra mondiale) alternati con periodi di incertezza dell’identità sociale e civile della città, provocati dal fatto, ad es. che nella società ducale erano le persone autorevoli che provenivano da contesti culturali esterni, immettendo Parma entro la grande cultura e politica europea, ma al prezzo del cambio di statuto dei suoi abitanti: da cittadini a sudditi.

[31] L’informazione riguardante le professionalità e i mestieri si dirige preferenzialmente, tra l’altro, verso due categorie:

· periodici per l’agricoltura: L’agricola (1878); L’agroparmense (1881); Il mestiere agricolo (1893);

· per l’industria: Gazzetta industriale (1898); Cooperazione popolare (1894);

· per il commercio: Bollettino della Camera di Commercio (1869); Il commerciante (1890); L’indicatore commerciale (1868); Bollettino commerciale e agrario (1864), etc.

[32] Affo I. 1797, Memoria degli scrittori e letterati di Parma. V: 345-420.

[33] Dall’eliminazione dell’asse ecclesiastico era nata una proletarizzazione delle campagne. I parroci chiedevano affitti bassi rispetto a quelli di mercato, tenendo conto della condizione delle famiglie, ma di fronte ai nuovi proprietari molti contadini lasciano le terre per emigrare in città, stabilendosi nell’Oltretorrente, come già avevano fatto nel Medioevo i servi della gleba. L’Oltretorrente ha sempre rappresentato la terra di frontiera dove gli immigrati cercano rifugio, ieri come oggi. Questa proletarizzazione trova condizioni assai dure, “si fa la fame”. Le guardie sulla beneficenza osservando lo stato nutritivo e igienico – sanitario degli abitanti dei quartieri, intuirono le concause del colera del 1866.

[34] Occorre segnalare l’istituzione delle scuole domenicali, sia per gli operai che per le fanciulle, per formare un artigianato qualificato. Si moltiplicano i collegi privati: Taverna, le Luigine che assorbono le Vincenzine, la Scuola femminile delle suore della Croce nata a Sala Baganza e poi trasferita in città. A Parma soggiorna per due anni la grande pedagogista Felicita Morandi.

[35] Tra i movimenti cattolici e le forze laiche impegnate a dare una risposta ai gruppi più indigenti, sono stati presenti anche sacerdoti e laici intorno a G. Micheli, personaggio operante a cavallo di due secoli, una figura complessa a cui dobbiamo l’impegno per il riscatto della montagna (il periodico da lui fondato La giovane montagna è stato e resta un eccellente modello di operatività concreta per le nostre vallate). Questi giovani laureati cattolici hanno costituito un fermento “a valle” dei Vescovi, per i quali il non expedit costituiva una frontiera su cui attestarsi.

Giuseppe Micheli e la sua opera sono stati studiati soltanto da cattolici e non da laici, cosi come è accaduto ad altre figure, per es. esponenti socialisti, che hanno avuto nel mondo laico i loro cultori, senza che gli studiosi cattolici entrassero nel merito. Questa situazione andrebbe indagata, per oltrepassarla, in modo da raggiungere un sinergismo tra tutte le componenti.

 

 

 

A Milano città vince il Pd, boom di Carlo Calenda e della lista di Azione

0
Renzi e Calenda. Foto LaPresse - Mourad Balti Touati
Renzi e Calenda. Foto LaPresse – Mourad Balti Touati

la città italiana più europea ha fatto una scelta non populista. LB
Nel capoluogo lombardo Fratelli d’Italia si ferma intorno al 19%. Pd primo partito con il 26% dei voti. Il M5S non sfonda e si ferma al 6%. Carlo Calenda prende il 16,3% al Senato e il 23,05% alla Camera, seconda lista più votata del comune. Ma in Lombardia il Centrodestra stravince

Milano città si conferma non seguire il trend nazionale. L’affluenza è scesa anche nel capoluogo lombardo, ma meno che rispetto alla media del Paese. L’affluenza si è abbassata di quasi 5 punti percentuali, dal 73,24% di quattro anni fa al 68,41% del 2022. Completamente diverso il risultato elettorale. Il Pd è risultato il primo partito sia alla Camera sia al Senato e così la coalizione di Centrosinistra ha prevalso. Fratelli d’Italia e Calenda si spartiscono la seconda posizione, i primi al Senato e i secondi alla Camera. Continuano a non sfondare i grillini.

I risultati di Milano al Senato

Dopo lo scrutinio di tutte le 1.068 sezioni la coalizione di Centrosinistra (Antonio Misiani) ha raccolto il 39,08% dei voti mentre quella di Centrodestra (Maria Cristina Cantù) il 33,29% con Calenda (Ivan Scalfarotto) che a Milano è effettivamente terzo polo al 16,34%. Nel dettaglio, il Pd ha preso il 26,13% delle preferenze, Alleanza Verdi e Sinistra 6,43%, +Europa 6,19% e Impegno Civico di Luigi Di Maio lo 0,33%.

Per il Centrodestra, Fratelli d’Italia ha diminuito di oltre 7 punti percentuali il risultato nazionale e si è fermata al 18,98%, Lega al 6,78% e Forza Italia 6,16%. Noi Moderati di Lupi, Toti e Brugnaro si sono attestati all1,37%. Buono il risultato della lista Calenda, terzo partito in città al 16,34% mentre il Movimento 5 Stelle non sfonda come al Sud ma ottiene comunque gli stessi voti della Lega al 6,79%. Italexit e Unione Popolare (De Magistris) appaiate entrambe all’1,4%.

I risultati di Milano alla Camera

Nelle 429 sezioni si amplia il divario tra Centrosinistra e Centrodestra con la lista Calenda che apparentemente ha tolto voti a quest’ultima. Il Centrosinistra con Benedetto Della Vedova ha preso il 37,85% delle preferenze mentre Giulio Tremonti per il Centrodestra ha ottenuto il 30,37%. Nel dettaglio, il Pd ha registrato il 25,9% dei voti, +Europa 6,11%, Alleanza Verdi e Sinistra 5,94% e Di Maio 0,37%. Nell’altro schieramento, Fratelli d’Italia poco sopra al 19% (19,03%), Forza Italia 5,58%, Lega 4,27%, Noi Moderati 1,31%. Boom di Calenda con Giulia Pastorella, che ha preso il 23,05% delle preferenze e alla Camera è risultata la seconda lista in città dopo il Pd e prima di FdI. M5S al 5,02%, Unione Popolare all1,22% e Italexit all’1,19%. 

Renzi e Calenda bene anche in provincia

Non solo in città, il buon risultato di Azione e Italia Viva si estende anche alla provincia del capoluogo lombardo. Alla Camera a Basilio si è raggiunto il 19,75%, a Segrate la lista ha raggiunto il 17,1%, a San Donato Milanese il 15,4% e per rimanere ai risultati vicini o superiori alla doppia cifra tra i grandi comuni dell’hinterland ci sono Arese (14,3%), Cernusco (13,6%), Magenta e Peschiera Borromeo (12,4% entrambi), Assago (11,9%) Buccinasco e Legnano (all’11,6%), Lainate (10,3%), Rho e Carugate (9,9%).

“La tornata elettorale ha registrato un ottimo risultato per il Terzo Polo in città e nell’area metropolitana milanese”, hanno commentato i coordinatori Di Italia Viva Milano Provincia Lucia Caridi e Gianluca Pomo. “La media della percentuale ottenuta dalla lista Italia Viva/Azione nella provincia di Milano è di oltre l’11%. Straordinari alcuni dati di comuni importanti come Segrate, San Donato o Arese. RenewEurope Italia qui è già realtà”.

In Lombardia però stravince il Centrodestra

Se Milano è rimasta una delle ultime roccaforti della sinistra, nel resto della regione il Centrodestra si è imposto con un risultato di coalizione oltre il 50%. Fratelli d’Italia grazie al 27,6% doppia il risultato raggiunto dalla Lega (13,87%) e più che triplica quello di Forza Italia (7,94%). Adesso è anche possibile che verrà messa in discussione la ricandidatura di Attilio Fontana alle regionali del 2023. Il leader della Carroccio, Matteo Salvini ha ribadito che il presidente uscente sarà in corsa per il bis, ma sostenerlo ora sarà più complesso.

In lizza per il ruolo di governatore dovrebbe esserci anche la vicepresidente Letizia Moratti, vicina a Forza Italia e stimata da Meloni, ma anche dal terzo polo, che chiede una risposta alla sua disponibilità a candidarsi al posto di Fontana. Proprio la lista nata dall’alleanza tra Azione e Italia Viva può vantare di avere centrato, almeno in Lombardia, l’obiettivo della doppia cifra (10,11%), percentuale figlia anche dell’ottimo risultato di Milano e provincia. (26/09/2022)

Fonte Link: milanofinanza.it



On-line Board Sites

0

Online aboard portals really are a convenient way for board paid members to store almost all board records and chats in a single location. Additionally, they provide decision-making tools and resources, and are also customizable to match the demands of individual boards. The price tag on online board portals is relatively low, with some services starting at just $79 a month. Advanced features are available for a price, including customizing the plank portal to fit your organization’s specific needs.

Applying board websites is a great way to streamline board appointments and increase their efficiency. Mother board portals may also serve as a highly effective vehicle for the purpose of corporate governance, helping to streamline the process of decision making and cooperation. Before choosing a particular table portal, it is vital to consider how it can fit into the existing work flow.

An online plank portal is usually an innovative software program or internet site that helps interaction between plank members as well as the company. This kind of software is available on any kind of Internet-connected computer, including portable tablet products. Using a board portal will help board members manage appointments more proficiently, improve facts exchange, and reduce the risk of man error.

Additionally, a panel portal will help members get ready for meetings and contribute to the method by assisting collaboration. These aboard portals are designed to meet the requires https://board-portal.in/benefits-of-board-portal-software/ of businesses, and comply with international info security specifications. They help in the tasks belonging to the board of directors making sure the project secure and uninterrupted conversation.

La Germania nazionalizza il gas. Delmastro: “E l’Italia? Due pesi e due misure in Europa”

0

 Paolo Lami

La Germania nazionalizza il gas dopo che il governo tedesco ha deciso di acquistare quote di Uniper diventando, di fatto, così, l‘azionista di maggioranza del più grande importatore di gas del Paese, come annunciato dal precedente azionista di maggioranza Forum.

“L’argomento sembrerebbe più teologico che politico. Noi – aggiunge Delmastro – scomoderemo quelli politici e chiederemo pari dignità  nella difesa dell’economia nazionale”.

Di fatto con l’ultima mossa il governo tedesco diventerà l’azionista di maggioranza del più grande importatore di gas tedesco Uniper, nel tentativo di affrontare la crisi energetica.

Dopo il completamento di un aumento di capitale e l’acquisizione di azioni Uniper da Fortum, il precedente azionista di maggioranza di Uniper, il governo tedesco possiederà circa il 98,5% di Uniper, ha annunciato Fortum mercoledì.

Uniper è stata colpita dalle recenti contorsioni del mercato energetico da quando la Russia ha interrotto le forniture di gas alla Germania attraverso il suo gasdotto Nord Stream 1, sostenendo che la manutenzione è necessaria ma non può essere effettuata a causa delle sanzioni occidentali.

Di conseguenza, Uniper ha dovuto affrontare gravi problemi finanziari, poiché i suoi clienti si aspettano ancora il carburante, anche se le forniture russe si sono esaurite.

Per questo motivo Uniper ha dovuto spendere molto più del previsto per acquistare gas sul mercato aperto per adempiere ai suoi obblighi contrattuali e ha già ricevuto il sostegno dello Stato tedesco. Ma la situazione è ora peggiorata al punto che è stato necessario un salvataggio governativo per garantire che l’azienda sia in grado di rimanere a galla. (21 Set 2022)
Fonte Link: secoloditalia.it

Elezioni politiche farlocche

0
Scheda elettorale collegio di Parma per la Camera
Scheda Elettorale collegio Parma per il Senato

Qualunque sia il risultato elettorale, le elezioni politiche del 25 settembre 2022 sono una vergogna democratica. Scrivo questo post all’uscita dal seggio di Parma, senza conoscere i risultati che avrò modo di sapere più tardi. Sono infastidito, però, per come sono trattato da cittadino al voto. E’ tutto delegato ai partiti la scelta dei candidati nelle liste e il cittadino si trova a votare solo il simbolo o il candidato capolista. E i risultati degli eletti dipendono dai calcoli dell’algoritmo dei collegi, sconosciuto alla maggior parte dei cittadini. Se rimarrà questa legge elettorale con questi collegi, per protesta non andrò più a votare, non voglio legittimare in alcun modo questi impostori della democrazia. Non ci si può lamentare dell’alto numero di astensione in questo quadro politico autarchico.

In un regime dittatoriale i cittadini scelgono solo il simbolo senza poter scegliere i loro candidati. Questa è divenuta la nostra democrazia (fu) parlamentare. Un parlamento (Camera e Senato) i cui membri sono scelti dai partiti e non dai cittadini. Anche le coalizioni presentano i loro capilista e le liste per ogni simbolo, tra collegi e candidature uninominali e plurinominali; si vota a mosca cieca. Una vera delega e spartizione totale di potere ai partiti (divenuti solo comitati d’affari) con una legge elettorale e una organizzazione dei collegi, che determina i risultati degli eletti, non chiara. Se indichi un partito automaticamente voti tutta la lista e non si ha la possibilità di scelta tra i candidati della lista, scritti poi, con un corpo troppo piccolo (che gli anziani hanno difficoltà a leggere). Dove sono quei capibastone che invocavano su tutti i media di dare finalmente il voto agli italiani? Sarebbe forse questa costosa pagliacciata! Una legge elettorale in uno Stato democratico, deve essere chiara e semplice, perché deve essere comprendibile da tutti. E questa non la è! Come non la era quella del Porcellum, dichiarata anticostituzionale dalla Consulta.  Mattarella perché ha sciolto le Camere, quando sapeva che Draghi avrebbe potuto continuare? Pubblicamente FI aveva dichiarato che senza i 5 stelle al governo, la fiducia non l’avrebbero revocata. Mattarella avrebbe potuto rinviare alle Camere il Presidente del Consiglio per riottenere la nuova fiducia e proseguire il quinqiennio della Legislatura. Perché, Presidente Mattarella non lo ha fatto? Lei ha l’obbligo di verificare in Parlamento la sussistenza della fiducia.
Perché ha promulgato questa vergognosa legge elettorale (Rosatellum) per un Paese democratico? Perché ha consentito di sottoporre agli italiani queste indegne schede elettorali?
Questa situazione di confusione è responsabilità dei 5stelle che hanno voluto modificare La legge costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”; referendum costituzionale confermativo che si è tenuto il 20 e 21 settembre 2020. Il nuovo numero di parlamentari in 400 deputati e 200 senatori elettivi, ha comportato, a legislazione elettorale invariata, una corrispondente modifica del numero dei collegi elettorali e dei relativi confini, sia della Camera che del Senato con il conseguente restringimento della rappresentatività popolare. A seguito di questa riduzione si è dovuto rivedere la composizione dei Collegi elettorali. In Emilia Romagna i collegi sono stati ridotti a 11.
Per la Camera (collegio uninominale U01):
Parma città e Provincia di Parma
Busseto, Fidenza, Fontanellato, Pellegrino Parmense, Polesine Zibello, Roccabianca, Salsomaggiore Terme, Soragna.
Piacenza città e Provincia di Piacenza
Agazzano, Alseno, Alta Val Tidone, Besenzone, Bettola, Bobbio, Borgonovo Val Tidone, Cadeo, Calendasco, Caorso, Carpaneto Piacentino, Castel San Giovanni, Castell’Arquato, Castelvetro Piacentino, Cerignale, Coli, Corte Brugnatella, Cortemaggiore, Farini, Ferriere, Fiorenzuola d’Arda, Gazzola, Gossolengo, Gragnano Trebbiense, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda, Monticelli d’Ongina, Morfasso, Ottone, Piacenza, Pianello Val Tidone, Piozzano, Podenzano, Ponte dell’Olio, Pontenure, Rivergaro, Rottofreno, San Giorgio Piacentino, San Pietro in Cerro, Sarmato, Travo, Vernasca, Vigolzone, Villanova sull’Arda, Zerba, Ziano Piacentino.

Collegio uninominale Emilia-Romagna – U02
Provincia di Reggio-Emilia
Boretto, Brescello.


Per il Senato collegio uninominale U01:
Provincia di Piacenza
Agazzano, Alseno, Alta Val Tidone, Besenzone, Bettola, Bobbio, Borgonovo Val Tidone, Cadeo, Calendasco, Caorso, Carpaneto Piacentino, Castel San Giovanni, Castell’Arquato, Castelvetro Piacentino, Cerignale, Coli, Corte Brugnatella, Cortemaggiore, Farini, Ferriere, Fiorenzuola d’Arda, Gazzola, Gossolengo, Gragnano Trebbiense, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda, Monticelli d’Ongina, Morfasso, Ottone, Piacenza, Pianello Val Tidone, Piozzano, Podenzano, Ponte dell’Olio, Pontenure, Rivergaro, Rottofreno, San Giorgio Piacentino, San Pietro in Cerro, Sarmato, Travo, Vernasca, Vigolzone, Villanova sull’Arda, Zerba, Ziano Piacentino.

Provincia di Parma
Albareto, Bardi, Bedonia, Berceto, Bore, Borgo Val di Taro, Busseto, Calestano, Collecchio, Colorno, Compiano, Corniglio, Felino, Fidenza, Fontanellato, Fontevivo, Fornovo di Taro, Langhirano, Lesignano de’ Bagni, Medesano, Monchio delle Corti, Montechiarugolo, Neviano degli Arduini, Noceto, Palanzano, Parma, Pellegrino Parmense, Polesine Zibello, Roccabianca, Sala Baganza, Salsomaggiore Terme, San Secondo Parmense, Sissa Trecasali, Solignano, Soragna, Sorbolo Mezzani, Terenzo, Tizzano Val Parma, Tornolo, Torrile, Traversetolo, Valmozzola, Varano de’ Melegari, Varsi.

Provincia di Reggio-Emilia
Boretto, Brescello, Campagnola Emilia, Correggio, Fabbrico, Gualtieri, Guastalla, Luzzara, Novellara, Reggiolo, Rio Saliceto, Rolo, San Martino in Rio.

In queste elezioni politiche non si è data la possibilità ai cittadini di votare in modo chiaro i propri rappresentanti, perché già scelti e bloccati dai partiti con gli astrusi conteggi dei collegi preventivamente spartiti da questi farabutti che prendono in giro gli Italiani.  E per queste elezioni farlocche si è fatto cadere il Governo Draghi che pur con tutti gli errori e ombre professionali (vaccini, green card, vaccinazione obbligatoria, e nonostante sia il referente della finanza internazionale), è persona di indiscussa competenza con autorevolezza e grande credibilità.
Quale italiano del nord, del centro, del sud può dirsi ora rappresentato politicamente? E’ stato preso in giro magistralmente; tutti complici, dai media, ai sindacati, dal Presidente della Repubblica. Il cittadino è solo strumento per legittimare il potere dei partiti ed è impotente, non ha alcuna possibilità di incidere con il proprio voto sulla politica e sui candidati e nemmeno sui successivi incarichi istituzionali. Si esce dal seggio sconfortati ed avviliti, anziché orgogliosi di aver esercitato il proprio diritto/dovere. Imprecando: “Anche questa volta ci sono cascato nella loro trappola del voto!!”
Ora vedremo con questo obbrobrio a cui i cittadini si sono sottomessi cosa sarà l’Italia. Quale Governo e Parlamento si formerà. Ovviamente auguro tutto il bene possibile per l’Italia indipendentemente dai vinti e vincitori che sancirà lo scrutinio del voto. Ma il nuovo Parlamento, se sarà serio, dovrà cambiare subito questa legge elettorale e la composizione dei collegi con questi calcoli astrusi per la determinazione degli eletti, meccanismi non chiari ai votanti. Se non lo farà, saranno gli ennesimi nuovi buffoni. Ed ho il presentimento, purtroppo, che così sarà! “Se il nostro voto potesse cambiare qualcosa, non te lo lascerebbero fare!”  (Parma, 25/settembre/2022; aggiornato il 26/27 settembre)

Luigi Boschi

Scheda elettorale collegio di Parma per la Camera

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: Un povero sulla soglia e un porporato nel palazzo

0

25 Settembre 2022
XXVI Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi
Lc 16,19-31

¹⁹C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. ²⁰Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, ²¹bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. ²²Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. ²³Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. ²⁴Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». ²⁵Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. ²⁶Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». ²⁷E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, ²⁸perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». ²⁹Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». ³⁰E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». ³¹Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf. Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro.

“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno”. Di costui non si dice il nome, ma viene definito dal suo lusso e dal suo comportamento. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e ostentare: da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e ricco, anche nella chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura affermare che i segni che porta e di cui si riveste sono a gloria a Dio…

L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro banchettare con ostentazione. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza mai pensare alla condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era accorto del povero presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato quella carità che la Torah stessa esigeva. Ma qual è la malattia più profonda di quest’uomo? Quella che papa Francesco, in una sua omelia mattutina, ha definito mondanità: l’atteggiamento di chi “è solo con il proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”.

Accanto al ricco mondano, alla sua porta, sta un altro uomo, “gettato” là come una cosa, coperto di piaghe. Non è neanche un mendicante che chiede cibo, ma è abbandonato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge di lui, ma solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cf. Mc 7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate che possano capitare a quanti sono nella sofferenza. Eppure Gesù dice che costui, a differenza del ricco, ha un nome: ‘El‘azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di liberazione da parte di Dio.

In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per cui per entrambi giunge l’ora della morte, che tutti accomuna. Un salmo sapienziale, già citato altre volte, presenta un significativo ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio” (cf. Sal 49,13.21). Il ricco della parabola non ricordava questo salmo per trarne lezione e neppure ricordava le esigenze di giustizia contenute nella Torah (cf. Es 23,11; Lv,19,10.15.18, ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti (cf. Is 58,7; Ger 22,16, ecc.). Di conseguenza, era incapace di responsabilità verso l’altro, di condivisione. Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo ricco non l’ha capito…

Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno gettato in una fossa comune!) è officiato dagli angeli, che vengono a prenderlo per condurlo nel seno di Abramo. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel regno di Dio, dove si trova il padre dei credenti, di cui egli è figlio: colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al banchetto di Abramo (cf. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo eventuale ingresso nel Regno.

Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due uomini sono ancora una volta divergenti, ma a parti invertite. Ciò che appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, mentre ci sono realtà invisibili che sono eterne (cf. 2Cor 4,18) e che dopo la morte si impongono: il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, il ricco negli inferi. Alla morte viene subito decisa la sorte eterna degli esseri umani, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la vita danno l’esito della beatitudine oppure quello della maledizione. A Lazzaro è donata la comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa dall’avere troppo al non avere nulla.

Nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi e “da lontano” vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal povero, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti: lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo, abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia un gesto di amore, che lui mai aveva fatto verso un bisognoso.

Ma Abramo gli risponde: “Figlio, durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni, mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze nella vita oltre la morte: il comportamento terreno è già il giudizio, da esso dipendono la salvezza o la perdizione eterne (cf. Mt 25,31-46). Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai” indirizzato ai ricchi (cf. Lc 6,20-26) si realizzano pienamente. Poi Abramo continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la decisione è eterna e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca nell’oggi…

Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono. Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non potendo fare nulla per sé, pensa ai suoi famigliari che sono ancora sulla terra. Lazzaro potrà almeno andare ad avvertire i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo di tormento, se vivranno come l’uomo ricco. Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cf. Rm 4,16-18) risponde negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via della salvezza. Le Scritture contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono comportarsi nella vita, sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle, cioè fare loro obbedienza, realizzando concretamente quello che Dio vuole!

Ma il ricco non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo: “Padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, saranno mossi a conversione”. Abramo allora con autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli straordinari per condurre alla fede…

No, i cristiani devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù Cristo, testimoniano la sua resurrezione. Se il cristiano prende consapevolezza delle parole di Gesù (cf. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione.

Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza.

Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

Putin si prepara per una guerra lunga e sempre più costosa

0

Spese militari, repressione e indottrinamento. Il budget della Russia parla chiaro 

Vladimir Putin ha intenzione di andare avanti con la sua campagna militare in Ucraina e sta rimodellando il budget della Federazione russa per una guerra lunga e sempre più costosa. Secondo un piano triennale visto da Bloomberg, il Cremlino ha intenzione di spendere nelle Forze armate molto di più di quanto inizialmente previsto. Nel 2023 la spesa per la Difesa dovrebbe superare le previsioni iniziali di oltre il 43 per cento, in parallelo con la spesa per la sicurezza nazionale e le forze dell’ordine, che con un aumento del 40 per cento fa pensare ad altrettanta attenzione alla sicurezza interna e alla costruzione di un regime più repressivo e pervasivo di quello attuale. Il piano iniziale prevedeva per il 2023 una riduzione della spesa al 2,4 per cento del pil rispetto al 3,2 per cento del 2022 e il 2,6 del 2021.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (Sipri) l’anno scorso la Russia è stata tra i cinque maggiori investitori mondiali nel settore della Difesa, con una spesa in aumento costante dopo le riduzioni del triennio 2016-2019. Le proiezioni che guardano oltre l’anno prossimo indicano che Mosca non ha intenzione di fare passi indietro: nel 2024 la spesa militare aumenterà ancora di quasi il 30 per cento. Le finanze pubbliche saranno messe a dura prova, soprattutto man mano che  la situazione di stallo globale intensificherà le conseguenze sull’industria e sulle entrate del settore energetico, che a causa delle ristrettezze di bilancio e delle sanzioni che inibiscono gli investimenti esteri renderanno ancora più difficile riorientare le esportazioni a oriente.

Inoltre, il dirottamento di capitali e manodopera verso l’industria militare e le Forze armate causerà un ulteriore drenaggio per un’economia in recessione il cui mercato del lavoro è già afflitto da una crisi demografica. Il bilancio però  assegnerà molti più soldi per “l’educazione patriottica”, in quel che appare come un investimento per il futuro: il Cremlino dovrà indottrinare  bene i giovanissimi per fargli accettare patriotticamente il pessimo paese che intende consegnargli. 24 SET 2022

Fonte: ilfoglio.it

La Ue incassa una vittoria diplomatica all’Onu contro la Russia

0
Assemblea Onu
Assemblea Onu

Le parole di Cina, India e Turchia alle Nazioni unite lasciano intravedere una possibile svolta. Ora serve andare avanti nell’isolamento internazionale di Putin

L’Unione europea può rivendicare un piccolo ma importante successo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel momento in cui cerca di arruolare il “Sud globale” nella guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina. Le parole e i gesti di tre attori globali chiave – Cina, India e Turchia – che finora avevano rifiutato di scegliere da che parte stare, o che avevano mostrato la loro vicinanza con il Cremlino, lasciano intravedere una possibile svolta. Putin ha dato un contributo enorme al suo isolamento internazionale, quando ha esplicitato i suoi piani di annessione dei territori occupati e brandito la minaccia nucleare. “Imperialismo e revanscismo: ecco i soli fondamenti di questa guerra di colonizzazione”, ha detto ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, davanti all’Assemblea generale, toccando le corde giuste di una parte del “Sud globale”.  

Gli interventi di due paesi africani – Kenya e Ghana – nella riunione del Consiglio di sicurezza di giovedì sono stati di una fermezza inedita con la Russia. “L’Ue non chiede a nessuno di scegliere tra est e ovest o tra nord e sud. Ma c’è una scelta che va fatta. E la scelta dell’Ue è il rispetto per le frontiere invece dell’aggressione. E’ la cooperazione invece della minaccia”, ha detto Michel. Tuttavia, dopo il discorso di mercoledì di Putin, l’Ue non può accontentarsi di arruolare il resto del mondo alla sua causa. Finita la settimana all’Onu, deve riprendere la battaglia sul suolo europeo, adottando nuove sanzioni contro la Russia, fornendo molte più armi all’Ucraina e preparandosi a scenari finora impensabili. Il rischio che Putin decida di usare un’arma nucleare in caso di offensiva ucraina nei territori annessi con i falsi referendum è reale. La tentazione di alcuni nell’Ue potrebbe essere di scoraggiare Volodymyr Zelensky dal perseguire un’ulteriore avanzata. Con Putin, l’unica risposta efficace non è l’appeasement, ma la dissuasione. 24 SET 2022

Fonte: ilfoglio.it

𝑇𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑠𝑢𝑖 𝑓𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑒𝑠𝑡𝑖𝑣𝑎𝑙 𝑉𝑒𝑟𝑑𝑖 2022

0
“𝙋𝙧𝙤𝙩𝙚𝙨𝙩𝙚 𝙞𝙨𝙤𝙡𝙖𝙩𝙚? 𝘾𝙞 𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙨𝙚𝙙𝙪𝙩𝙞 𝙨𝙪𝙡𝙡𝙖 𝙧𝙞𝙫𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙛𝙞𝙪𝙢𝙚 𝙖𝙙 𝙖𝙨𝙥𝙚𝙩𝙩𝙖𝙧𝙚, 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙖𝙣𝙙𝙤𝙘𝙞 𝙖 𝙗𝙪𝙩𝙩𝙖𝙧𝙚 𝙦𝙪𝙖𝙡𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙖𝙨𝙨𝙤”.
𝑇𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑠𝑢𝑖 𝑓𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑒𝑠𝑡𝑖𝑣𝑎𝑙 𝑉𝑒𝑟𝑑𝑖
“Francamente penso che la scelta di scritturare questa o un’altra compagine, attenga alla libertà di chi gestisce e progetta il festival che fa delle valutazioni che possono anche sfuggire o non essere condivise ma la titolarità di queste scelte deve rimanere nelle mani di chi poi risponde dell’esito finale del programma.”
La serenità e il candore con cui la sovrintendente Anna Maria Meo ha pronunciato queste parole a Radio 3 lo scorso 22 settembre durante la prima de La forza del destino, in risposta a quanti criticano la sua scelta di favorire le maestranze del Comunale di Bologna, ci fanno sorridere.
Siamo ormai abituati ai suoi toni da attrice consumata in cui la realtà dei fatti viene continuamente omessa.
Vada a chiedere al Coro della Scala se gradirebbe vedere un altro coro alla prima del 7 dicembre.
Voliamo troppo alto?
Bene, vada a chiederlo al coro del Municipale di Piacenza o di qualsiasi altro teatro.
Ma non vogliamo apparire da subito eccessivamente polemici con nostra signora del Verdi Off.
Nel suo consueto eloquio, Meo parrebbe forse convincente ai più, soprattutto a coloro che non conoscendo la situazione da vicino, sono rimasti stupiti e infastiditi dalle proteste udite durante lo spettacolo.
Quello che però è rimasto taciuto soprattutto da parte di una certa stampa, è che nella sua bramosia di salutare Parma in grande stile, in quello che è l’ultimo Festival da lei organizzato, la signora Meo non ha mancato durante queste settimane di armarsi in ogni modo per evitare il peggio, arrivando a rivolgersi addirittura alle autorità cittadine paventando una ‘pericolosa protesta’ che si stava per abbattere sulla prima del Festival.
La richiesta era chiara: impedire il dissenso in ogni modo, anche arrivando a impedire l’accesso al loggione a taluni considerati poco graditi.
Inutile dire che trovandoci a Parma e non nella Russia di Putin, ed essendo la nostra una Repubblica fondata sul lavoro e non sulle chiacchiere, la risposta da parte delle autorità è stata rimandata totalmente al mittente.
Si è però mobilitato il vice sindaco Lavagetto il quale, su mandato di alcuni sponsor del Teatro Regio, ha chiaramente ammonito i contestatori che una degenerazione della protesta avrebbe portato a un’alzata di scudi futura da parte dei finanziatori.
Si potrebbe fin qui pensare che, viste le limitate proteste e le dichiarazioni soddisfatte rilasciate, alla fine l’abbia avuta vinta la dirigenza, ma niente affatto.
Meo e lo stesso Abbado (direttore musicale del Festival) sarebbero infatti con le valigie già fatte: una perché in scadenza di mandato, l’altro perché indirettamente legato alle scelte poco gradite della prima.
Ciò ci preme sottolinearlo nonostante una certa stampa accomodante e il loro frettoloso tentativo di mettere in ombra quanto successo alla prima.
Verso di loro quindi si propaga tutta la nostra caritatevole solidarietà cristiana:
Cara dottoressa, caro maestro
Durante questi anni si è sopportato di tutto: produzioni ridotte ad un numero di prove esiguo, titoli affidati ad altri, budget che si volatilizzavano a fronte invece di chi in alto si aumentava lo stipendio fino al limite consentito dalla legge, totale mancanza di dialogo e trasparenza.
Potremmo continuare ma sarebbe ormai ridondante.
Vi scriviamo ora per dirvi questo:
Il coro del Regio c’era, c’è e ci sarà.
I successi di questi vent’anni sono lì a testimoniarlo, nonostante il tentativo di delegittimazione che si è perpetrato da parte vostra con scelte scellerate nei confronti degli artisti e dei lavoratori.
I canali internazionali che questa dirigenza ha spasmodicamente cercato NON POSSONO essere l’unica mission a fronte invece di un disastro nei rapporti coi propri lavoratori e il tentativo di precarizzarne ancora di più le sorti contrattuali.
La libertà di scelta nel criticare e rivendicare decenni di successi e lavoro, attiene a chi il festival lo FA e lo farà”.
Gli artisti restano, i capi passano.
 

24 settembre, Beata Vergine Maria della Mercede

0
autore: Vicente López Portaña anno: 1985 titolo: Virgen de la Misericordia luogo: Museo delle Belle Arti di València
Nome: Beata Vergine Maria della Mercede
Titolo: Maria misericordiosa
Ricorrenza: 24 settembre
Tipologia: Commemorazione
autore: Vicente López Portaña anno: 1985 titolo: Virgen de la Misericordia luogo: Museo delle Belle Arti di València

Il primo agosto del 1218, festa di San Pietro in Vincoli, il fondatore dei Mercedari Pietro Nolasco ebbe una visione della Santissima Vergine, la quale si fece conoscere come la Mercede ossia Misericordia e lo esortò a fondare un Ordine religioso avente come fine principale quello di riscattare i cristiani finiti in schiavitù.

In quel tempo la Penisola iberica era dominata da eretici e pirati saraceni che prolificavano sulle coste del Mediterraneo, rapivano molte persone e le trasportavano come schiavi nel Nordafrica.
Pietro Nolasco creò così l’Ordine dei Mercedari, che fu fondato nella Cattedrale di Barcellona con l’appoggio del re Giacomo il Conquistatore ed il consenso di San Raimondo di Peñafort.

La devozione alla Madonna della Mercede si diffuse presto in Catalogna, poi in tutta la Spagna, ed infine in Francia ed in Italia. Con la scoperta dell’America il culto vi si diffuse largamente. Il Perù è attualmente il paese di tutta l’America che riunisce una maggior quantità di devoti.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione della beata Vergine Maria detta della Mercede, Fondatrice sotto tale nome dell’Ordine per la redenzione degli schiavi. La sua Apparizione si commemora il dieci Agosto.
Fonte Link: santodelgiorno.it

Le parole di Navalny sulla mobilitazione di Putin

0
Alexei Navalny
Alexei Navalny

IL MESSAGGIO DAL CARCERE
Per il leader dell’opposizione – che rischia altri 15 anni di prigione – l’entità dei crimini russi sta diventando sempre più grande

Pubblichiamo il messaggio del leader dell’opposizione russo Alexei Navalny, durante un’udienza di tribunale dal carcere in cui è detenuto, riguardo l’annuncio della mobilitazione parziale di Vladimir Putin. Secondo fonti di Rt le attività di Navalny – già condannato a 9 anni di carcere – si sarebbero rivelate “particolarmente distruttive” sullo sfondo della guerra in Ucraina e per questo motivo potrebbe subire un’ulteriore condanna di 15 anni. 

Non capisco una cosa. L’esercito russo conta un milione di persone, la Guardia russa ne ha 350 mila, il ministero dell’Interno ne ha un altro milione e mezzo o due, e il servizio penitenziario federale conta così tante persone. Perché arruolare dei civili? Cinque milioni di persone che cercheranno di evitare la leva correranno avanti e indietro per il paese. E ci sarà un milione di poliziotti che cercherà di rincorrerli per  mobilitarli da qualche parte.

In questo momento, alcuni lavoratori di Kovrov, uomini di trent’anni, saranno chiamati a  morire da qualche parte vicino a Kherson. E’  terribile. Penso che non chiameranno giovani da Mosca. Provate a convocare 50 mila ragazzi da Mosca: domani vi ritroverete 150 mila parenti a protestare  per le strade.
La cosa principale è già chiara, è che questo crimine, questa guerra criminale e aggressiva, sta peggiorando. Putin sta cercando di coinvolgere quante più persone possibili, vuole macchiare con il sangue centinaia di migliaia di persone. Naturalmente, tutto questo porterà a enormi tragedie, a un’enorme quantità di perdite, non porterà e non può portare a nulla di buono. L’entità di questo crimine e la quantità di persone coinvolte è in aumento.

Per estendere il proprio potere personale, Putin sta tormentando un paese vicino, uccidendo persone, e ora sta gettando in questo tritacarne di guerra un’enorme quantità di cittadini russi che vorrebbero semplicemente vivere nella normalità e prendersi cura delle proprie famiglie. Certo, questo crimine c’è sempre stato, ma ora è diventato un crimine su scala molto più ampia. 22 SET 2022

Fonte: ilfoglio.it

La Forza del Destino al Regio di Parma per il Festival Verdi 2022 secondo Balestrazzi e la risposta di Luigi Boschi

0

Secondo Mauro Balestrazzi
La temuta protesta per l’apertura del Festival Verdi non ha compromesso la serata che si è conclusa con un grande successo degli interpreti e anche del maestro Abbado, obiettivo dei contestatori per aver scelto di dirigere l’opera con i complessi bolognesi
È stranoto che La forza del destino ha una fama sinistra che nel superstizioso mondo teatrale suscita sempre malcelate apprensioni. Stavolta, si può dire che abbia portato sfortuna non agli esecutori, ma a quei pochi e un po’ patetici contestatori che si diceva ne volessero addirittura impedire l’andata in scena.
Motivo della protesta, l’avere il teatro affidato la serata inaugurale del festival ai complessi del Teatro Comunale di Bologna. Questa testata è stata la prima a denunciare, mesi fa, l’indelicatezza e l’errore di questa scelta: ma che senso aveva sfogare ieri sera il risentimento contro il maestro Roberto Abbado, “colpevole” di aver scelto di dirigere l’Orchestra e il Coro bolognesi? Non era nelle sue competenze stilare la programmazione del festival e decidere con quale titolo inaugurare: Abbado ha fatto quello che il teatro gli ha consentito di fare.

Contestazione sbagliata, quindi, e anche un po’ velleitaria perché messa in piedi da poche persone all’ingresso del maestro (con qualche buu e un fischietto, segno che non si sa neanche più fischiare come si deve…), ma già dopo pochi secondi messa a tacere dalla musica, perché Abbado ha dato subito l’attacco all’orchestra. Il tentativo si è ripetuto all’inizio del terzo e quarto atto, quando Abbado tornava sul podio, e anche alla fine, sempre più stancamente. Uno striscione esposto prima all’esterno del teatro con la scritta “Giù le mani dal Regio” poi è comparso anche sul parapetto del loggione.
Purtroppo per i contestatori, era sbagliata anche l’occasione perché è coincisa con la miglior direzione di Abbado da quando è direttore musicale del festival. Quindi, quando il maestro è uscito al proscenio alla fine dell’opera, le timide disapprovazioni sono state sommerse dalle ovazioni che hanno salutato tutti i protagonisti, a cominciare dal tenore Gregory Kunde.

Lasciando stare il grande Alfredo Kraus e i tenori lirici e leggeri, facili alle acrobazie vocali e ai sovracuti, da quanto tempo una voce del calibro di Kunde non suscitava un simile entusiasmo in una prima al Teatro Regio? Se la memoria non mi tradisce, bisogna riandare indietro di oltre trent’anni, quando Giuseppe Giacomini, un altro “tenór dabón” (“un tenore sul serio”, come i vecchi loggionisti battezzavano questi artisti), conquistò il pubblico nella Fanciulla del West. La romanza che apre il terzo atto, “O tu che in seno agli angeli”, ha scatenato bordate di applausi, ma tutta la prova di Kunde è stata superlativa: oggi non c’è tenore che in questo repertorio gli stia alla pari e forse il Regio dovrebbe fargli un contratto per i prossimi due o tre festival, canti Otello, o Ernani, o i Vespri o quello che vuole…

A Kunde ha dato una valida collaborazione, nei grandi duetti dell’opera, il baritono Amartuvshin Enkhbat, ormai un fedelissimo di questo festival, anche lui molto festeggiato dopo la sua aria “Urna fatale”. Il resto del cast era un po’ più raffazzonato. Il soprano ucraino Liudmyla Monastyrska, di casa in teatri come il Metropolitan e il Covent Garden, ha ricordato quei soprani drammatici che si reclutavano all’Est negli anni 80 e 90, voci potenti ma di dizione incomprensibile (di Dimitrova ce n’era una soltanto, che il cielo l’abbia in gloria). Il basso Marko Mimica è sembrato un po’ immaturo come Padre Guardiano, mentre il baritono Roberto De Candia ha realizzato un Melitone giustamente non macchiettistico e il mezzosoprano Annalisa Stroppa è stata una Preziosilla un po’ leggerina ma efficace. Bene anche gli altri comprimari.

Ottimamente assecondato dall’Orchestra e dal Coro del Comunale, Abbado, come si è detto, ha offerto forse la sua migliore prestazione parmigiana, cogliendo molto bene, come del resto già aveva fatto l’anno scorso con il Ballo in maschera, la molteplicità di toni e situazioni (drammatiche e comiche, private e di massa) che sono il segno caratterizzante di questo grande affresco verdiano, e conferendo anche efficace rilievo agli squarci orchestrali, dalla trascinante sinfonia iniziale al delicato preludio del terzo atto alla concitata scena della battaglia. Come da attento cronista ha segnalato Alberto Mattioli nel programma di sala, il maestro si è ben guardato dal nominare il titolo dell’opera e non sappiamo quanto questa precauzione lo abbia aiutato a superare gli ostacoli (non solo musicali) della serata. Battute a parte, speriamo di risentirlo al Regio anche se non più da direttore musicale del festival. 

Regia, scene e costumi erano affidati al greco francese Yannis Kokkos, un altro nome prestigioso in campo internazionale, che avrebbe dovuto inaugurare la stagione della Scala due anni fa con la Lucia di Lammermoor, titolo che per la pandemia è stato rinviato e andrà in scena il prossimo anno. Kokkos nasce come scenografo, e si vede. Accompagna la vicenda un grande fondale, con un cielo buio e gonfio di nuvole che si rincorrono di atto in atto, e pochi elementi stilizzati e sghembi (forse segno della violenza della storia) come la facciata della chiesa, scheletri di edifici, grandi croci.

Nel finale purificatore, lo sfondo della scena si illumina. L’ambientazione è senza tempo, anche se alla fine spuntano kalashnikov, e l’impianto tradizionale favorisce naturalmente la lettura del testo, come piace ai loggionisti. Il fatto è che questo è uno spettacolo vecchio, anche bello a vedersi, ma manca assolutamente una regia che guidi e indirizzi i cantanti: i quali si lasciano andare a gestualità inappropriate o involontariamente ridicole (Alvaro pensieroso che tiene una mano sul mento o scuote la testa, il Padre Guardiano che appoggia le mani sulle spalle di Leonora, per non parlare delle ridicole mossette da avanspettacolo di Preziosilla nella scena della taverna…). Però, per una volta, il pubblico applaude e il regista esce contento. E noi con lui. (23 SETTEMBRE 2022)
Fonte Link. Parma.repubblica.it

Balestrazzi, il suo educato orecchio al suono del maestro Abbado, sembra divenga sordo ai prolungati e sonori fischi del loggione. I volantini lanciati; lo striscione “Giù le mani dal Regio” all’esterno e all’interno per lei non sono sufficienti per determinare una vera contestazione.   
Per lei questi non bastano per definire una contestazione? Certo lei avrebbe voluto forse qualche arresto o feriti come al G8 di Genova o l’assalto alla CGIL di Roma? Anche nella contestazione noi parmigiani dimostriamo una qualità di comportamento rispettosa del pubblico pagante, dei turisti, degli artisti. Un rispetto che non ha mai avuto la signora Meo nei confronti delle masse artistiche locali, delle maestranze, dello stesso Teatro che ha denigrato tutti in modo vergognoso (da licenziamento immediato) nella sua intervista da NY (LINK). Io e lei Balestrazzi apparteniamo a mondi diversi. Non è la prima volta che ci scontriamo: lei sosteneva la OTR di Pellegrini e Maghenzani (orchestra a chiamata) che utilizzava una convenzione nulla e il caporalato musicale (e lei su questo ha sempre fatto finta di non sapere); io pensavo, invece, e penso ancora,  che pur con tutti i difetti possibili, l’orchestra Toscanini andava difesa e sostenuta in quanto bene culturale pubblico presente da sempre a Parma, e da sempre orchestra del Teatro Regio (salvo 10 anni di follia ubaldiana per screzi tra Gianni Baratta e Elvio Ubaldi), orchestra ICO finanziata dalla Regione Emilia Romagna e da molti comuni emiliani compreso quello di Parma. Balestrazzi ha recentemente scritto un articolo sempre a favore della Meo: “Festival Verdi, Meo ai saluti. Ora quale futuro per il Regio?” Roba da strapparsi i capelli e le vesti!! A cui ho risposto tra le  righe del suo testo con mie note di redazione. [LINK]
Per quel che ho letto dei suoi articoli, mi è sembrato sempre un filoistituzionale, più che appassionato di filologia musicale;  pure, ai suoi tempi con Mauro Meli, celebrava il suo libro:  “La musica al rovescio”, Ponte alle grazie editore [LINK]. Cita la causa in corso e una richiesta di 3.670.000 euro di risarcimento per inadempienza contrattuale. Balestrazzi, dovrebbe leggersi i verbali del Cda del Regio, non solo il libro di Mauro Meli. Comunque i suoi amici dell’OTR questa causa l’hanno persa e furono costretti al pagamento delle spese processuali [DOC.SENTENZA PDF]. Ma lei di questo non ne parla divenendo patetico e rivelando il suo servilismo. (“patetico è chi patetico fa”). Lei scrive di “pochi e un po’ patetici contestatori “… ma lei oltre ad essere patetico è pure squallido.  Vede, i cantanti del coro di Parma erano al Teatro Magnani di Fidenza alla prova generale del Trovatore. Quindi dal loggione sono piovuti i fischi del pubblico pagante (45 euro cad).
Capisco il suo imbarazzo dover riconoscere al sottoscritto la primogenitura della contestazione (29 luglio 2022), che lei riporta falsamente alla sua testata (parma.repubblica.it), articolo per cui mi sono pure preso una diffida dalla signora Meo [LINK]. La prima voce che ha più volte e in più occasioni contestato la signora Meo e le sue scellerate scelte di questo Festival Verdi 2022  è stato il sottoscritto nel suo socialblog. Fin dall’incontro pubblico al Regio in cui si manifestò pubblicamente tutto il dissenso del Coro del Regio di Parma che ho riportato sia nel mio canale youtube che sul mio socialblog. [LINK video]  
Non penso che negli anni a venire, nonostante il suo assist, il Maestro Roberto Abbado dirigerà ancora la sua orchestra di Bologna a Parma. Né sarà il direttore principale del Festival Verdi che merita altri direttori più preparati nella filologia verdiana (da sempre sostenuta da Pertusi e Rolli) [LINK].
Capisco che dopo tanta pubblicità sparata sui canali Mediaset e in molti della carta stampata nazionale, una severa critica sui fatti per lei è improponibile.
Siamo alla propaganda di Putin: sono gli Ucraini che sparano a loro stessi e alle loro infrastrutture. Si tace il vero motivo dell’aumento del gas in bolletta, dovuto alla speculazione finanziaria e non per la guerra di Putin che è solo funzionale alla speculazione nella borsa di Amsterdam, ma non determina il costo del gas in bolletta.
Questa è la libertà di stampa italiana! Per non parlare del titolo della Gazzetta di Parma: Regio, applausi ai cantanti. Solo qualche fischio a Abbado”. Si dice: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. (Parma,23/settembre/2022)

Luigi Boschi


 

Silvio Berlusconi da Vespa sulla Guerra in Ucraina del suo amico Vladimir Putin

0

Quale credibilità può avere questa persona, leader di Forza Italia, che invade le case degli italiani con la sua propaganda politica anche sulla Guerra russa in Ucraina, mentendo come il suo amico Vladimir? Una vergogna totale!! Ancor peggio di quella del suo candidato capolista a Parma Pietro Vignali. Se i moderati del centrodestra sono questi personaggi, significa la perdita di senso della parola, più pertinente sarebbe chiamarli: “i falsari del centrodestra”; lo hanno sempre fatto! E’ nel loro DNA. Dare il voto al partito di Berlusconi vuol dire dare credibilità a questa nefandezza di impostori che mentono sapendo di mentire, senza alcuna credibilità. Dichiarano il falso e poi smentiscono loro stessi, incolpando, magari, i giornalisti: “Per Silvio Berlusconi Putin è stato «spinto dalla popolazione e dal suo partito a inventarsi questa operazione speciale in Ucraina». Il leader di Forza Italia, ospite di «Porta a Porta», spiega anche quale sia stato, a suo avviso, l’obiettivo iniziale di Mosca, cioè quello di entrare a Kiev e «in una settimana sostituire con un governo di persone perbene quello di Zelensky. Non capisco perché le truppe russe si sono sparse in giro per l’Ucraina, mentre secondo me dovevano fermarsi solo intorno a Kiev»”. Le persone perbene,secondo Berlusconi che Putin voleva al posto di Zelensky erano l’oligarca Medvedchuk e l’ex leader Yanukovyc.  In un precedente video aveva dichiarato che la colpa era dell’Ucraina”. Berlusconi non ha mai avuto una posizione netta e chiara sulla guerra in Ucraina. D’altra parte Vladimir è un suo amico con cui, probabilmente, ha fatto affari. Il leader di Forza Italia, il partito che per tutta la campagna elettorale si è posto come garante nel centrodestra dell’atlantismo, a tre giorni dal voto difende il vecchio amico usando toni molto più vicino a Mosca che a Kiev. Di fatto giustifica le azioni del capo del Cremlino (Parma,23/09/2022) 
Luigi Boschi

foto LB dal cellulare: Il manifesto di Pietro Vignali della sua sede elettorale in via Cavour a Parma

Contestazione alla prima della Forza del Destino per l’inaugurazione del Festival Verdi 2022

0

E avvenne, come preannunciato, la contestazione per l’apertura del Festival Verdi 2022 con la Forza del destino.
Solo così poteva terminare la sciagurata direzione della signora Anna Maria Meo e del Presidente Federico Pizzarotti.
I parmigiani non hanno mai gradito, voluto e sopportato fin dalla presentazione del programma, l’ingerenza delle masse artistiche di Bologna (Orchestra e Coro), oltre al Maestro Roberto Abbado, nel Festival Verdi, che è solo di Parma le cui masse artistiche (Filarmonica Toscanini e Coro di Parma) ne garantiscono l’unicum che si può ascoltare e vedere solo qui e non altrove. Non si può espropriare un capitale culturale musicale di Parma con altri interpreti foresti. Significa banalizzare Verdi e il suo Festival. E’ un patrimonio culturale pubblico che i parmigiani in tutte le sue forme: pubblico, artisti, maestranze del Regio, difendono giustamente con tutte le loro forze dall’invasione di poteri non graditi.

FotoLB: striscione di contestazione all’inaugurazione del FV 2022

Pizzarotti e Meo, voi sapevate che sarebbe finita in questa sonora contestazione. Non avete giustificazioni. Lo avete voluto per insipienza e prepotenza…non basta la passione. Serva da lezione per il prossimo direttore e il nuovo Presidente Michele Guerra. Qui a Parma, nella musica lirica, detta legge ancora la storica “voce del loggione”. (Parma, 23 settembre 2022)
Luigi Boschi

Articoli correlati:
Il Festival Verdi 2022 apre con la diffida della Meo a Luigi Boschi

Putin mobilita e minaccia, ma il suo patto coi russi è spezzato

0

MICOL FLAMMINI 
La mobilitazione parziale annunciata dal presidente russo aumenta l’intensità della guerra ora che l’Ucraina ha riconquistato ampie porzioni di territori. Il consenso popolare su cui il Cremlino può contare è però sempre minore.

Húsavík. “L’Operazione militare speciale” per denazificare l’Ucraina, dopo sei mesi, si è trasformata in una guerra contro quello che a Mosca viene definito “l’occidente collettivo”. Per combatterla serve cambiare strategia e toni e il presidente russo, Vladimir Putin, in un discorso mattutino e preregistrato alla nazione ha annunciato l’inizio da ieri di una mobilitazione parziale in Russia, giurando di usare tutti i mezzi per raggiungere gli obiettivi di Mosca. Il decreto firmato da Putin sembra vago a sufficienza da dare al ministero della Difesa la possibilità di mobilitare più uomini oltre ai riservisti. E’ difficile che mandare al fronte soldati addestrati in fretta e con armi vecchie cambi le sorti sul campo di battaglia, dove la controffensiva ucraina va avanti.   

Il presidente russo ha presentato la guerra come una sfida di Mosca contro tutti, della Russia costretta a difendere il suo futuro dall’occidente che, dal 1991, anno in cui è caduta l’Unione sovietica, vuole renderla più debole. Questo futuro, che Putin dice di voler proteggere, è un passato spesso ricordato con nostalgia dai russi stessi, ma la volontà di sacrificare i cittadini in un conflitto per cui le motivazioni sono incomprensibili ai più mette l’Ucraina al fianco della guerra che meno i russi hanno compreso e sostenuto nella loro storia: l’Afghanistan, dove morirono, in dieci anni, oltre ventiseimila soldati. 

Putin ha giustificato la mobilitazione con la necessità di proteggere l’integrità della Russia dall’occidente che “sta spingendo Kyiv a spostare l’azione militare sul territorio” di Mosca. Questo territorio però a partire dal prossimo fine settimana potrebbe farsi più ampio, i governatori fantoccio messi dal Cremlino nelle regioni occupate hanno chiesto di organizzare un referendum per annettere le oblast di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson alla Russia, quindi qualsiasi attacco a queste zone, dopo il voto, sarà considerato come diretto alla sovranità russa. Putin ha accusato l’occidente di voler usare tutti i mezzi per distruggere la Russia, anche il “ricatto nucleare”, mai utilizzato in realtà dai paesi occidentali. E’ stato invece il capo del Cremlino a ricordare che Mosca “ha varie armi di distruzione più avanzate di quelle dei paesi della Nato”. 

Dopo il discorso di Putin, è stata trasmessa l’intervista al ministro della Difesa Sergei Shoigu, una delle colonne portanti del conflitto, che ha chiarito quanto il presidente aveva detto già in modo deciso: “Stiamo uccidendo, uccidendo e uccidendo, e quel momento è arrivato: siamo in guerra con l’occidente collettivo”. Il tentativo di trasformare il conflitto in una lotta contro la Nato e gli Stati Uniti e non più come un sacrificio per liberare gli ucraini è l’atto estremo di una guerra che anche per i russi è vista spesso come fuori dal tempo.

Ora Putin obbliga i suoi cittadini a schierarsi con la guerra, non sarà più permesso fare finta di nulla, o guardarla dal divano, attraverso gli occhi deformanti della propaganda: il conflitto entrerà in casa, diventerà un affare di famiglie, di padri, figli, fratelli. Ha scommesso sul nazionalismo russo, sulla fedeltà del suo popolo al mondo russo, ma anche questo calcolo, come quello che lo ha portato a dichiarare la guerra contro l’Ucraina, potrebbe essere sbagliato. I russi provano un forte orgoglio nazionale, ma potrebbero non essere disposti a morire per il nazionalismo e hanno più a cuore la loro sopravvivenza che le vittorie del Cremlino.

Il consenso del presidente russo si basava sulla garanzia di stabilità e di un tenore di vita accettabile, la guerra prima e la mobilitazione dopo hanno portato in Russia il contrario, e la paura di potersi ritrovare al fronte da un momento all’altro. Putin ha tradito il patto con i russi. Dopo l’annuncio della mobilitazione, è aumentata la vendita di biglietti aerei per capitali come Istanbul e Tbilisi, in alcune città sono iniziate proteste contro la mobilitazione, che in russo si dice mobilizacja, ma le persone hanno già iniziato a chiamarla moghilizacja. Un gioco di parole dal termine moghila, che vuol dire tomba. 21 SET 2022

Fonte: il Foglio.it