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PARMA E L’UNITA’ D’ITALIA

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PARMA: CRONACA DI UNA CITTA’ NEI SECOLI
a cura di Luigi Boschi 

Parma dal Ducato all’Unità nazionale
1859: Una società civile e le sue istituzioni nella crisi della transizione

In forza dell’atto del 15 agosto 1859 del Municipio di Parma, il Ducato di Parma è stato soppresso e il suo territorio è entrato a far parte del Regno d’Italia, come Provincia di Parma.

Questa delibera era stata assunta in un clima di entusiasmo che non permise di valutare criticamente il valore di un patrimonio che, se dopo la partenza della Duchessa, fosse stato dichiarato proprietà del demanio provinciale, come aveva suggerito l’inascoltato Filippo Linati, avrebbe potuto arricchire l’economia delle pubbliche amministrazioni cittadine e provinciali. Una serie successiva di leggi privò Parma e il suo territorio di uno straordinario patrimonio artistico.

Il patrimonio ducale, già impoverito da precedenti spoliazioni (Carlo di Borbone nel 1734; Napoleone nel 1796) e dissestato da funzionari scarsamente onesti, comprendeva ancora la sede ducale di Parma, le ville ducali di Colorno e di Sala Baganza e tutte le suppellettili che via via le avevano rese celebri. Tutto fu donato al Re, a fronte della sua promessa che sarebbe venuto a villeggiare qualche periodo ogni anno in una delle ville ex ducali. Una promessa che il nuovo Parlamento non ratificò, dando l’avvio ad un’impietosa e sistematica spoliazione di tutto il patrimonio ducale. La reggia ducale di Parma è diventata la Prefettura, quella di Colorno è stata adibita a manicomio provinciale, il Casino dei Boschi di Carrega è stato regalato, per la mancanza di fondi, come compenso all’Ingegner Grattoni che aveva progettato e realizzato il traforo del Frejus. In seguito, la reggia di Sala è stata posta in vendita.[1]

Il prezzo pagato da Parma all’Unità d’Italia in beni culturali di alto pregio, e dunque in costi per l’identità parmense, è stato alto e ricompensato, almeno all’inizio, con ben scarsi contributi. Il passaggio al regno d’Italia fu decisamente traumatico. La città da capitale di uno Stato indipendente divenne capoluogo di provincia. Con la ferrovia che collegava Milano con Bologna e costituiva la nuova via di comunicazione, Parma assumeva la funzione di una semplice stazione di passaggio, perdendo le caratteristiche di tappa che svolse all’epoca delle diligenze Fu soppressa la barriera doganale e applicata la tariffa sarda. L’economia locale dovette confrontarsi con il resto dell’Italia.. Il sistema assistenziale creato da Maria Luigia e proseguito dai Borbone, mostrò i limiti di una società che si doveva confrontare col liberalismo Piemontese. La mancanza della Corte procurò disoccupazione non solo tra i braccianti avventizi, ma anche negli artigiani. Le casse pubbliche erano esauste e gli appalti di opere vedevano impegnate imprese non locali con propria manodopera. Intorno alla città si viene formando una terra di nessuno che unisce la miseria della campagna con quella della periferia urbana fatta di acquitrini, fetidi bacini dove si riproduceva pellagra e malaria; le persone erano preda di turbe psichiche. L’analfabetismo era quasi totale. L’agricoltura versava in una situazione disastrosa ed erano sconosciute le nuove tecniche dell’economia agricola. Anche l’industria risentiva della situazione. Chiusero molti opifici tessili. Resistevano le filande di seta, che chiusero pochi anni dopo. Scomparve l’industria dei cappelli. Fu crisi per le tipografie, sopravvivevano le cartiere. Chiude l’industria dei tabacchi della Certosa. L’inondazione del 1868 aumentò il disagio popolare; gli stessi entusiasmi patriottici entrarono in crisi. In questo clima esplosero i moti contro la tassa del macinato nell’inverno del 68-69. Una situazione drammatica con un altissimo tasso di mortalità.

Parma: una città postducale alla ricerca di una sua identità socio-culturale, politica, economica e religiosa

In un centinaio d’anni (1860-1960), il tempo di quattro generazioni e di tante lotte, passioni, rabbie, delitti, amore, beffe, parole e cose (anche le cose: gli oggetti quotidiani, gli attrezzi da lavoro, i vicoli, le osterie, l’acciottolato, i lampioni…) di tutta una cultura di tradizione remota, non è rimasto che qualche avanzo semimuto, un’eredità scomoda, confusi ricordi e molta retorica.[2]

Al di fuori di trionfalismi di maniera e di settarismi denigratori, l’annessione al Regno d’Italia ha comportato, anche per Parma, l’avvio di un processo lungo e difficile di adeguamento alle normative e alle esigenze dell’Unità nazionale, che si è venuta consolidando gradualmente, tra difficoltà di ogni genere.[3]

Si trattava, infatti, di unificare le legislazioni e le economie dei vari ducati e regni in assenza di adeguate risorse finanziarie e di disegnare una rete di comunicazioni, a iniziare dalle ferrovie.

Questo processo ha avuto effetti positivi ed effetti negativi per la città di Parma.

Tra gli effetti negativi, sono da segnalare le conseguenze sull’identità di Parma prodotte dalla spoliazione dei segni della realtà ducale. I Savoia, annettendosi il Ducato, hanno cancellato sistematicamente i segni dell’identità ducale della nostra città, disperdendo un patrimonio artistico di grande rilevanza nelle loro varie residenze (a differenza, ad esempio, di quanto è capitato in altre città ducali che, al momento del passaggio dal Ducato al Regno d’Italia, si sono mantenute i loro beni culturali, come demanio della città o della Provincia).

D’ora in avanti Parma diventa una città come qualsiasi altra e ad essa, in particolare, tocca un degrado culturale e di identità in rapporto al periodo ducale con ripercussioni negative soprattutto sui ceti meno abbienti. Si pensi a cosa dovette significare la scomparsa della millenaria nobiltà ducale, travolta in quanto incapace di aggiornarsi o, al massimo, confinata fra la folla dei nuovi ricchi.

Era la fine di un mondo patriarcale, contadino, sostanzialmente immobile.

La storia dei primi decenni dopo l’abolizione del Ducato è apparsa, a Parma, analoga a quella che accadeva nel resto del Paese.

Si sono avuti segnali di anarchia e di disordine. Il popolo dell’Oltretorrente, invece, stava a guardare sempre più irrequieto, scotendosi a tratti con motivazioni legate a insoddisfazioni antiche e a problemi di sopravvivenza.

Certamente da un punto di vista economico, l’unità d’Italia ha appesantito le già precarie condizioni delle classi popolari.

Tra gli effetti positivi, la società civile di Parma si è accorta che il mondo si era fatto più grande. Nonostante la miseria si alimentò comunque un desiderio di riscatto sociale.

Sono state aperte strade, è stata sviluppatala rete ferroviaria già avviata da Carlo III, la rete di comunicazione cittadina e forese, e realizzata l’illuminazione elettrica della città (1890). Si è sviluppata una forte mobilità sociale, un’inedita autocoscienza da parte del mondo del lavoro, una percezione del proprio ruolo politico di cittadini e una prima industrializzazione di tipo manifatturiero. L’industria pur risentendo del disagio che perversava nella società presentava alcune positive situazioni. Mostravano vitalità le vetrerie Bormioli, che avevano rilevato la reale fabbrica delle maioliche, e l’industria alimentare: successivamente nacquero la Braibanti (1870), la Barilla (1875), si è registrata una disseminazione nella campagna di piccole fabbriche di conserva di pomodoro e di lavorazione dei salumi. Prendono vigore l’industria meccanica e le imprese edili, così come un certo fermento si rilevava nei laboratori calzaturieri. In città, invece, accanto ai primi nuclei industriali si sviluppa un solido indirizzo di commercio, anche con l’estero, specialmente di generi alimentari (formaggio parmigiano, salumi e manifatture varie). Già nel primo periodo postducale, però, si avvertono alcuni fatti innovativi. L’aumento numerico della popolazione, sia pure in precarie condizioni di vita, ne è uno dei segnali più evidenti, anche dovuto ad un certo numero di contadini e braccianti fuggiti dalle campagne per trovare condizioni possibili di vita in città (com’era già accaduto durante il medioevo): questi nuovi immigrati si sono insediati prevalentemente nell’Oltretorrente.

Ma a Parma nel periodo 1859-1900, si avvertono anche segnali positivi da cui ha preso avvio una nuova società civile. Le persone hanno gradualmente percepito il passaggio dalla condizione di suddito a quella di cittadino grazie alla fruizione di esperienze sociali, culturali e di avviamento alla politica, con il concorso di un centinaio di giornali e di periodici che in quel mezzo secolo hanno inondato Parma (Capitolo 5.3.9). In questo periodo si sono venuti evidenziando i primi nuclei di idee e di analisi che sarebbero poi confluite nei partiti politici (Liberali, Repubblicani, Socialisti).

La legge sul macinato del 1874 e nel 1896, la lotta contro l’invio delle truppe in Africa, iniziata dagli studenti cui si è unito il popolo dell’Oltretorrente; nel 1898, la rivolta per l’aumento del prezzo del pane; nel 1909, l’appoggio dato agli scioperanti delle campagne hanno senza dubbio concorso ad avviare e potenziare la prima affermazione di una coscienza civile. Nel 1860 era sorta la prima società operaia che aveva eletto a proprio presidente Giuseppe Garibaldi. A Parma la Camera del Lavoro venne costituita nel 1893, dopo che erano sorte a Piacenza, Milano e Torino. Nel Congresso delle Camere che si tenne nello stesso anno a Parma, venne fondata la Confederazione Generale del Lavoro con 500 iscritti e in pochi mesi triplicarono con 22 società aderenti. Camera del Lavoro e Partito Socialista Italiano (1892) sono le organizzazioni attorno a cui si sviluppa l’azione popolare che rivendicava migliori condizioni di vita. Nel 1901 lo sciopero di Montechiarugolo ha una risonanza nazionale, ma si risolse sfavorevolmente per i lavoratori. Nasce il movimento cooperativistico da Borgo san Donino e Salsomaggiore.

Il processo di ammodernamento del contesto edilizio urbano è stato fatto, purtroppo, con scarsa attenzione a conservare i segni della memoria e il valore storico di essi (ad esempio l’abbattimento sistematico delle mura e delle beccherie del Bettoli in Ghiaia, etc.)

All’amministrazione della città, come già si è notato, hanno provveduto alcuni notabili borghesi liberali che avevano aderito ai moti del Risorgimento, a indirizzo illuminista e con aderenze massoniche.

In quegli anni ha visto la luce un numero cospicuo di pubblicazioni periodiche, anche popolari, soprattutto grazie a giovani intellettuali e l’affermazione dei sindacati.

Verso la fine del secolo XIX diventa visibile lo sviluppo del movimento politico-culturale cattolico (che poi confluirà nel Partito Popolare Italiano) anche se le difficoltà frapposte dai Vescovi legati al “Non expedit”, ne hanno in qualche modo ritardato uno sviluppo e una diffusione più capillare.[4] [5] [6]

La Chiesa di Parma dopo l’Unità d’Italia (tratto da una ricerca del Prof. Mons Antonio Moroni)

Mons. Cantimorri, mons. Villa, mons. Miotti e mons. Magani si sono susseguiti come Vescovi di Parma nei primi quarant’anni dopo la riunificazione d’Italia: intransigenti (seppur con diversi toni e stili) e fedeli al dettato papale del non expedit. Erano Vescovi che, eccetto Cantimorri, oriundo da Russi, francescano, tutti gli altri provenivano dal Lombardo-Veneto, con una esperienza pastorale in società del tutto differenti da quelle dell’Emilia Romagna. Questo fatto potrebbe indurre a pensare ad un disegno della Santa Sede di inviare Vescovi di regioni tradizionali cattoliche in regioni come l’Emilia Romagna rifiorirono lotte sociali, nasceva e si espandeva il partito socialista, la borghesia si organizzava intorno a idee anticlericali e massoniche.

Si trattava di Vescovi, la maggior parte dei quali, di una certa età e che avevano già un loro modo sperimentato di pensare e di un loro metodo collaudato di governo della Chiesa, magari in grosse parrocchie delle loro diocesi di provenienza. Questi Vescovi hanno trovato difficoltà a porsi in dialogo con questa società emergente e ciò spiega con abbastanza chiarezza a comprendere come l’attività svolta da questi Vescovi sia stata prevalentemente rivolta ad intra (catechesi, tentativi di strutture ecclesiastiche innovative, etc.).

La decisione del “Non expedit” ha costituito un grave trauma per tutta la Chiesa italiana perché ha privato le istituzioni e una società civile del contributo che laici cristiani avrebbero potuto dare alle nuove istituzioni cittadine. Si può anche ritenere, a tutta ragione, che questa fase assai delicata dei rapporti tra la Chiesa di Parma e le istituzioni civili abbia approfondito, per il modo col quale è stata condotta, quel distacco del cittadino credente dallo Stato, con implicazioni dell’etica sociale.

In sostanza, sul versante pastorale, la Chiesa di Parma entra nella bufera, con i cittadini cattolici lacerati tra il dovere di amare la Patria e il dovere di obbedire alla Chiesa che si sentiva defraudata di secolari diritti con la nascita del nuovo Stato Italiano.[7] [8]

Nelle tre ricerche citate di Pelosi, di Manfredi e di Cocconi si conferma un intensificarsi delle attività ad intra promosse da questi Vescovi, specialmente di attività catechistiche. Alcune buone analisi sugli indirizzi pastorali che hanno caratterizzato l’attività della Chiesa in questo periodo possono fornire elementi per comprendere l’avvio tra il popolo di un processo di laicizzazione (secolarizzazione). E’ questo un dato importante, perché dall’analisi delle possibili cause di questo processo, sembra emergano anche dei fattori della transizione dalla secolarizzazione al secolarismo.
Cocconi[9] ha individuato in questo periodo:

  • la tendenza alla disgregazione dei paesi rurali, con la conseguente migrazione verso la città e mete nazionali e internazionali;
  • l’avvio dell’alfabetizzazione di massa; un processo al quale hanno concorso soprattutto nel quarantennio 1859 – 1900 anche gruppi religiosi e di laici cattolici assieme a forze socialiste, repubblicane e al movimento garibaldino;[10]
  • a fronte delle nascenti ideologie socialista e repubblicana nei quartieri poveri cittadini e nelle campagne, e al persistere di tendenze radicali nella borghesia, si avverte sia la mancanza di proposte pastorali vivaci (da parte dei parroci, dei vescovi, dei canonici, dei consorziali, etc.) sia la mancanza di progetti idonei per tentare di risolvere, in collaborazione con altre forze sociali, le cause di situazioni ataviche di miseria che attraversavano i rioni popolari e le masse contadine.

Si fa sentire l’assenza di un gruppo di intellettuali cattolici (oltre al Circolo Leone XIII avversato da Magani), come pure l’assenza di una cultura ecclesiastica che potesse innovare, i metodi della pastorale grazie all’ascolto dei bisogni e delle domande acute in un periodo carico di richiesta di senso, ma smarrito in una solitudine culturale sulla quale gravavano i poteri forti.

Né a questa richiesta sembra che non abbia saputo o voluto rispondere quell’istituzione che pure a ciò era più specificatamente deputata, cioè il Collegio dei teologi.

 

In un’analisi estremamente sintetica dell‘evoluzione di questo periodo, è possibile individuare nella Chiesa di Parma post unitaria due ordini di forze che spesso, purtroppo, si sono mosse in senso opposto.

· In positivo, un certo numero di presbiteri, religiosi e religiose, cui si sono aggregati laici cristiani, hanno avviato a Parma indirizzi innovativi di attività caritative e sociali.[11] E’ questo il periodo in cui la Chiesa di Parma vede il sorgere di un’età dei Santi, impegnati in attività di carità; tra loro Anna Maria Adorni (Istituto “Buon Pastore”), mons. Agostino Chieppi (Piccole Figlie, 1865), Maria Lucrezia Zileri Dal Verme (ha innovato l’Istituto delle Dame Orsoline 1839-1929), il futuro cardinale Andrea Ferrari, padre Lino Maupas, mons. G. Conforti (fondatore dell’Istituto Missioni Estere).

· In negativo si avverte un’incertezza dei Vescovi e dei loro collaboratori nell’affrontare i nuovi problemi sorti nella città e nella Diocesi dopo il crollo del collateralismo tra Ducato e Chiesa, nei rapporti sia con la classe borghese e liberale sia con le nuove espressioni delle masse popolari che hanno trasferito con tutta evidenza nel socialismo la speranza per la soluzione delle loro miserevoli situazioni.

Naturalmente anche fattori esterni al non expedit, hanno reso difficile un rapporto costruttivo della Comunità ecclesiale con l’amministrazione civile e hanno prodotto una legislazione statale accentuatamente anticlericale e punitiva.

Questa complessa situazione potrebbe spiegare, ma non certo approvare, atteggiamenti spesso intransigenti dell’Episcopato verso la richiesta di cattolici a partecipare alle elezioni politiche e forse anche una mancata presa di posizione sui nuovi problemi del lavoro (a differenza, ad esempio, del mondo cattolico milanese e nonostante la pubblicazione dell’Enciclica “Rerum Novarum[12]) e dall’altro un nutrito comportamento anticlericale di buona parte della classe borghese liberale e, come ricaduta, dalle stesse masse popolari cittadine e rurali indigenti.

Qualche Vescovo, ad esempio Bonomelli a Cremona, aveva tentato con un gesto, anche moderato, il superamento del non expedit, ma ne era stato duramente frenato.[13] Questi fatti hanno pesato sulla formazione del clero e hanno impedito lo sviluppo nei sacerdoti e nei religiosi, di un’attenzione e di un amore verso la propria Patria (ricordare il pianto di Gesù su Gerusalemme), di un senso civico e di un comportamento retto dalla legalità di cittadini.[14]

Il vescovo Francesco Magani, persona colta e storico insigne, ha preso possesso della sede di Parma dopo mesi dalla sua designazione alla nostra Diocesi, per difficoltà ad ottenere l’exequatur regio. Qui, ha trovato una situazione drammatica del clero, attraversato da dispute dottrinali, ma anche da difficoltà economiche pesanti. Il suo episcopato (1893-1907) è stato un periodo di accentuata intransigenza verso l’autorità civile: un aspetto questo, che collegato ad altri, ha acuito una situazione di forte insicurezza sia all’interno del clero diocesano[15] sia di laici cattolici, soprattutto giovani.

In questo periodo è stato istituito a Parma, per iniziativa del futuro card. Ferrari – accanto all’Almo Collegio Teologico – l’Accademia di Filosofia di San Tommaso, con un forte indirizzo antirosminiano. Un’analisi di alcuni anni di pubblicazioni dell’Accademia non evidenzia prese di posizione intellettuali autorevoli sulla difficoltà dei rapporti tra Chiesa e Istituzioni civili della città.

Degna di nota è stata anche la creazione di un luogo d’innovazione e di formazione per giovani intellettuali, il Circolo di cultura “Leone XIII”, uno spazio nel quale sotto l’azione del salesiano don Baratta si sono formati giovani ad una cultura aperta alla realtà sociale della città e gradualmente ad un’apertura verso indirizzi politici e amministrativi innovativi.[16] Non sono mancati episodi di duro contrasto con il vescovo Magani; ma, in ogni caso, dal circolo di don Baratta sono usciti Giuseppe Micheli e Jacopo Bocchialini ed altri che hanno curato iniziative tese a sviluppare attività sociali a favore dei ceti meno abbienti, hanno avviato rapporti con le Pubbliche Amministrazioni e con le forze politiche per collaborare a risolvere problemi nuovi sorti nella città e nella Provincia di Parma post unitarie.

Particolarmente significativa l’attività di Giuseppe Micheli che già da studente universitario aveva promosso la fondazione, in molti Comuni del parmense, di casse rurali, di circoli sociali che facevano riferimento all’Opera dei Congressi di emanazione diocesana.[17] A Parma erano sorte la Conferenza di San Vincenzo (istituita presso la Cattedrale e a Ognissanti), la Società di mutuo soccorso San Bernardo ed altre. Un secondo grande centro cristiano, finalizzato soprattutto alla formazione dei giovani dell’Oltretorrente, è stato affidato dal vescovo Miotti ai Padri Stimmatini, sotto la direzione pastorale e organizzativa dell’indimenticabile padre Lingueglia.

Nel frattempo si affacciava un secolo, il ‘900, in cui la grande borghesia, in una Europa diventata un grande cantiere di innovazioni, incurante degli stenti di milioni di persone, esaltava se stessa nell’esposizione universale di Parigi, di cui la torre Eiffel è rimasta il simbolo trionfale di una modernità scientifica, economica, politica e tecnologica.[18]

Maturava e si diffondeva il movimento socialista, avanguardia organizzata ed emergente di quelle masse popolari sempre più rigettate ai margini dal sistema. Purtroppo la borghesia non ne fu interessata, indifferente anche a richiami come quelli di Pio X.[19]

Nel 1908 è diventato Vescovo di Parma mons. Guido Maria Conforti. La sua figura di Vescovo della nostra città e di fondatore dell’Istituto Saveriano per le Missioni Estere ha ricevuto un’approfondita illustrazione in numerose pubblicazioni, redatte soprattutto in occasione del centenario della fondazione dell’Istituto Missioni Estere (1895-1995).[20]

Qui si abbozzano solo poche considerazioni.

L’opera pastorale di mons. Conforti fu indirizzata soprattutto a riportare unità tra il clero e al tentativo di recuperare un rapporto non conflittuale con lo Stato in un clima difficile, gravato anche da alcune prese di posizione rigide prese in precedenza su queste tematiche dal vescovo Magani, dall’influsso infausto sulla società civile e sul clero di una gestione conflittuale del lascito Ortalli e, da ultimo, dalla volontà dello Stato di acquisire il cospicuo patrimonio del Consorzio dei Vivi e dei Morti,[21] per la costruzione dell’Ospedale Maggiore di Parma.

Questi fatti hanno gettato ombre sulla credibilità della Chiesa di Parma, in un momento estremamente delicato per l’orientamento della comunità parmense nella quale si stava radicando, da un lato un secolarismo anticlericale di amministratori liberali a tendenze massoniche e, dall’altro, una propaganda socialista rivolta soprattutto alle masse popolari, ambedue queste forze sfruttavano ogni occasione per diffamare la Chiesa.

Particolare attenzione mons. Conforti ha posto nella formazione di una solida cultura dei sacerdoti. Scriveva nel marzo del 1910: “Se il sacerdote si presenterà al mondo intellettuale fregiato della duplice aureola della santità e del sapere, costituirà la più eloquente confutazione dell’accusa che asserisce l’impossibilità di connubio tra la rivelazione e la scienza, tra la fede e la ragione”.[22]

Con il governo di mons. Conforti assume visibilità il movimento cattolico dei laici, che però, incappa subito nelle sconvolgenti vicende delle agitazioni sociali prima (sciopero agrario del 1908) e, in seguito, nelle difficoltà relative ai periodi bellici (guerra di Libia e prima guerra mondiale e la nascita del Partito Fascista).[23]

La fine di questa guerra aveva fatto emergere la nuova potenza degli Stati Uniti d’America, il nuovo sistema socialista sovietico e, all’interno, un nuovo sviluppo di processi produttivi diretti per lo più da grandi famiglie. Anche nel sistema produttivo parmense si registrò l’avvio di analoghe tendenze.

Masse popolari, a cui era stato chiesto di sostenere lo sforzo bellico fornendo “carne da cannone”, non accettano più di esercitare un ruolo subalterno e marginale nella politica e si costituirono come nuovo soggetto politico.

Una lucida analisi delle diverse anime presenti nel mondo cattolico nel 1922 è stato tracciato da Bonardi P.[24]

Nella relazione “ad limina” del 1926 sulla Diocesi di Parma, Conforti ha tracciato un quadro preoccupato di questa situazione socio-ambientale ed economica.[25]

Ma grazie alla sua attività e, almeno in parte, anche al mutato quadro socio-politico, si ha la sensazione che mons. Conforti abbia potuto, prima di morire, vedere realizzato il trapasso da una situazione dilacerata ad un sostanziale rapporto di fiducia entro il presbiterio parmense, così come tra la Chiesa di Parma, le Pubbliche Amministrazioni e la società civile.[26]

3.3.3 Il periodo del fascismo: la crisi dell’anima popolare di Parma

Il fascismo è nato in risposta a non risolti problemi della prima guerra mondiale, ha avuto la sua giustificazione nella crisi del 1929, dando origine alla messa in discussione del sistema liberale-capitalistico e delle sue capacità di autogovernarsi.

Nella vicenda della nascita del fascismo,[27] Parma ha giocato un ruolo particolare. A differenza di Bologna, Ferrara, Piacenza, che furono città all’avanguardia nella realizzazione del movimento fascista (che vide impegnati soprattutto i giovani tornati dalla guerra, o i ventenni che non avevano combattuto e che non avevano lavoro), Parma con le forze socialiste, parte dei nazionalisti e dei cattolici popolari e i centri dell’Azione Cattolica si oppose al nuovo regime. Ci furono, comunque, incertezze anche tra i cattolici sull’accettazione o meno del fascismo che corrispondevano del resto, ad un’incertezza presente nell’episcopato. Significativa è stata la già ricordata rivolta delle Barricate dell’Oltretorrente e della zona della Parrocchia della Trinità. La fermezza dell’azione compiuta dalla gente ed il successo ottenuto erano stati incisi in quei giorni sui muri con questa frase: “Balbo, t’è passè l’Atlantic, ma nt’è miga passè la Pärma.

Il passaggio al sistema politico fascista, presentava rischi che, da un punto di vista della Comunità cattolica, erano stati lucidamente tratteggiati da mons. Giovanni Del Monte, direttore del settimanale diocesano “Vita Nuova”.[28]

Dal 1929 al 1933 il podestà Mantovani ha proceduto al risanamento dei quartieri dell’Oltretorrente, un gesto che, oltre alla volontà di realizzare un antico progetto di drastica bonifica dei vecchi borghi malsani, ha avuto come una delle conseguenze, certo cara al Partito Fascista, la distruzione di un centro di opposizione libertaria al regime fascista.

L’intervento edilizio, certamente necessario, fatalmente si è risolto, infatti, in un cambiamento sociale: la situazione dell’Oltretorrente è stata radicalmente modificata e l’identità tradizionale di Parma vecchia è andata scomparendo. Il trasferimento ai “capannoni” segna un punto a favore rispetto ai tuguri precedenti, ma l’abbandono della secolare sede urbana è stato vissuto come una deportazione in una riserva indiana. Anche oggi dire “capannoni” significa, per le persone anziane e adulte, dire “teppisti, persone triviali, sguaiate”. Ma, se ci si mette all’ascolto, con l’orecchio di padre Lino o di don Lambertini, il leggendario “parroco dei capannoni”, di questi anziani che hanno avuto la loro radice in questo ambiente, si trova che erano persone di cuore, disponibili ad aiutare chi aveva bisogno, a fare le barricate contro la violenza, ma anche a commuoversi davanti al dolore, a lottare contro l’ingiustizia: erano i veri rappresentanti dell’anima popolare della città di Parma.[29]

3.3.4 1859-1900 Parma: un itinerario di ricerca per una nuova identità socio-culturale, politica, economica e religiosa[30]

A differenza di quanto era capitato in altre città che avevano avuto continuità nella gestione socio-politica, i parmigiani, se si eccettuano alcuni periodi di autenticità della società civile (ad esempio, il periodo medioevale), nella società ducale erano le persone autorevoli che generalmente provenivano da famiglie illustri di altre città a immettere Parma nella grande cultura, soprattutto di indirizzo umanistico, ma al prezzo di cambiare di statuto dei suoi abitanti, passando da cittadini a sudditi.

Ciò ha concorso per buona parte, a creare nella società civile di Parma:

un’ indifferenza verso la gestione politica dei problemi della città da parte della popolazione, degli stessi ceti colti e offuscamento del senso civico nel mondo cattolico;

una frammentazione della memoria socio-culturale in questi secoli a fronte però della persistenza della cultura popolare e delle tradizioni ad essa collegate.

Nel quarantennio 1859-1900 la coscienza dei cittadini, dopo l’eclissi avvenuta nel periodo ducale, è stata oggetto di un risveglio vorticoso e complesso, in ciò favorita da un salto quantitativo e qualitativo registrato nel settore delle pubblicazioni periodiche dopo il crollo del Ducato (1859).

In quel periodo sono state edite circa 188 testate periodiche, indicative di una società in movimento. Si tratta di pubblicazioni spesso di breve durata, ma che hanno avuto il tempo necessario per lanciare una proposta, sondare reazioni e magari, scomparire per uno o due anni e riapparire con un altro titolo per rispondere ad altre domande. In appendice al presente testo saranno elencate e classificate queste testate. Ci si limita, qui, ad indicare il titolo dei vari gruppi di periodici. Da questo dato si avverte la ricchezza dell’informazione che correva nella città di Parma. Si stampano a Parma vari quotidiani: L’amico del popolo (1848, giornale di educazione, arti, scienze e lettere che, dopo la soppressione, rinasce con il titolo di Vero amico del popolo, 1857-58); Gazzetta di Parma (iniziata già nel 1760); Bollettino ufficiale della guerra (1859); Il Patriota (1859-70 che stampa due edizioni, mattutina e serale); Il presente (1867-94, giornale quotidiano politico, letterario ed economico, soggetto a frequenti cambiamenti d’indirizzi e di periodicità).

Scorrendo la Gazzetta di Parma di questo periodo, la pubblicità libraria è sempre presente ed esprime due indirizzi: le edizioni di origine piemontese, impegnate culturalmente e socialmente, con testi e manuali professionali per le scuole e per l’affrancamento attivo delle persone dal bisogno, mentre la produzione lombarda volgeva soprattutto allo svago.

Negli stessi anni cominciano a circolare nelle riviste i racconti a pie’ di pagina e poesie. Nascono i primi fogli con interessi sociali, legati al passaggio a una democrazia risorgimentale, legata a Garibaldi, che si esprime con le Società di Mutuo Soccorso a carattere laico, diffuse anche nel parmense, (ad esempio a Felino) e anche con pubblicazioni espressione del socialismo anarchico.[31]

Sempre in questo periodo si registra la comparsa delle prime pubblicazioni a indirizzo spiccatamente sociale, segno dell’avvio ad una democrazia civile e responsabile, anche se ancora alle prime armi. Questi periodici confluiranno in seguito nei partiti politici (partito socialista, repubblicano, anarchico, etc.)[32] Tra questi: Il reduce (1879); Il lavoratore (1882); La speranza (1883); L’artigiano (organo della Società di Mutuo Soccorso, 1861); Il miserabile (periodico socialista, 1873); Il Mutuo Soccorso (1879-1881) giornale popolare d’istruzione e beneficenza, d’impostazione garibaldina in concorrenza con la Società cattolico-conservatrice di S. Bernardo, i cui membri per irrisione vennero chiamati dalla Società di Mutuo Soccorso “la covasa”.

Come è facile intuire, la società post ducale è in forte fermento ed evoluzione, stimolata anche da queste pubblicazioni, a prendere coscienza della propria identità personale e sociale, e a rispondere a bisogni specifici.

E’ significativo che molteplici attività dell’editoria siano state indirizzate a servizio dell’educazione e della pedagogia: Il mentore delle famiglie (tip. Fiaccadori 1888-‘89, continuazione con La sveglia 1890-‘94); Annuario pubblica istruzione della Provincia di Parma (1867); Patria, scuola, famiglia (periodico politico, didattico e ricreativo, quindicinale, 1878-‘79); La frusta pedagogica (quindicinale, 1895); Il lavoro educativo (quindicinale illustrato, 1899-1900).

E’ presente anche un’attenzione al mondo culturale e intellettuale: Atti e memorie delle R. R. Deputazioni (1863); Atti e memorie delle R. R. Deputazioni di Storia Patria per le province parmensi e modenesi (1877); Il Letterato moderno (mensile di critica letteraria, 1866); Libero pensiero (rivista dei razionalisti, 1866-‘71); Il movimento letterario italiano (quindicinale, 1881-‘82); Prime armi (trimestrale di scienza, letteratura, arte, 1878-‘79); Rivista italiana di paleontologia (1897- ad oggi, varie sedi di stampa); Annali del Conservatorio di musica di Parma (1899-1901).

Non mancano i periodici di svago e satirici, indicatori della vivacità di una società che cercava di leggere ciò che avveniva nelle stanze del potere: L’uomo che ride (1887); Il cantastorie (1866); Il Barabba (1871-‘76, giornale serio-faceto); Il diavoletto (settimanale antipolitico, umoristico, letterario, artistico, 1871-‘75); L’onorevole sugaman (1890); L’onorevole canela (settimanale, 1891); Il postprandio (gazzettino di genialità cittadina, 1879); El furlon (settimanale satirico illustrato, 1880); Sior bonierba ad bon umor (“giornel capas ad tut, con figuri e figureini”, 1895).

Ma particolare rilievo assumono i periodici politici per l’orientamento dei cittadini nella scelta elettorale. Sono già presenti in nuce le idee e la fisionomia dei grandi partiti politici. L’apostolato popolare (settimanale repubblicano, 1896-‘98); La battaglia (periodico repubblicano, 1905); La battaglia, (organo dell’unione dei partiti popolari della città e della provincia, settimanale, 1909); La battaglia elettorale (organo della democrazia parmense, 1889-‘91); Il pensiero socialista (settimanale della federazione operaia socialista di Parma e provincia, 1893-‘94); Lettore politico (quotidiano del comitato liberale-costituzionale della provincia di Parma, 1874); L’elettore cattolico. Bollettino della società elettorale parmense, supplemento alla Realtà (1906-‘07).

Una particolare attenzione è stata data a due nuove voci:

alle donne: sorprende la presenza di un bisettimanale edito da sole donne, La Voce delle donne (bisettimanale scientifico, politico, letterario, 1865-‘66)

ai giovani: particolarmente vivace negli ultimi decenni del secolo (impensabile a Parma nell’epoca attuale!) è stata la pubblicistica edita dai giovani universitari e dagli studenti delle scuole medie superiori, indirizzati verso la politica e la poesia: Sentinella della libertà, organo della gioventù (settimanale, 1873); Il convittore (quindicinale d’istruzione e di educazione, Notiziario del Collegio Ferrari Agradi 1872-‘76); Lo studente veterinario (Gazzetta degli studenti di veterinaria e agricoltura, 1875-‘78); Il Goliardo (giornale politico, letterario, artistico, 1883-‘84. Un numero è stato sequestrato dall’autorità pubblica); I nuovi goliardi (quindicinale scientifico-letterario, organo degli studenti socialisti, 1894); Voce della gioventù (quindicinale dei giovani socialisti parmensi, 1907-‘08); L’avvenire (periodico studentesco, 1917); A voi giovani (organo della federazione giovanile parmense, 1918).

Del tutto innovativo è l’interesse alle vallate: L’Eco del Taro (1879); Val d’Arda (1892); Cronaca di Val d’Arda (1894).

Fatto significativo è stata anche la pubblicazione dei lunari e dei pianeti della fortuna, piccoli foglietti che i mendicanti offrivano in cambio di un pezzo di pane o di un soldo; il testo era in italiano o in dialetto, accompagnato dagli immancabili numeri per il gioco del lotto.

Alcune riflessioni sulla pubblicistica colta e popolare a Parma nel primo periodo risorgimentale [33]

In questo cinquantennio non si è affermato un ceto intellettuale promotore di grandi opere, ad eccezione dell’attività di A. Cavagnari (1831-‘81, di cui si ricorda La Fata di Montechiarugolo); P. Bettoli (1835-1907) pittore, giornalista e poligrafo, dedito soprattutto al teatro; di cui si ricorda il romanzo storico Elena Salvà.

A Parma nel primo periodo post risorgimentale esisteva una decina di tipografie, che erano spesso anche case editrici; stampavano giornali, settimanali, manuali inediti. Le tipografie sono state vere e proprie scuole, come ad esempio la Casa di Provvidenza, dove ai ragazzi veniva insegnato il mestiere, l’uso delle tecniche tipografiche e fotografiche. Diretta da P. Dall’Olio, cui si debbono le prime fotografie sull’opera del Correggio. Questo laboratorio sarà poi rilevato dall’editore L. Battei che all’epoca si era specializzato in testi scolastici.

Alla fine del secolo inizia una corrente di autori che si affermeranno poi nel ‘900: A. Rondani, L. Sanvitale, J. Bocchialini, A. Barilli, etc. Ma, a fianco di questi intellettuali, numerosi quotidiani e periodici hanno continuato lo sforzo della trasmissione di idee con lo scopo di far emergere una coscienza civile nella società.

Dopo l’unità d’Italia, come si è già ricordato, il movimento garibaldino ha giocato anche a Parma un certo ruolo nello sviluppo della presa di coscienza di quanto stava mutando. Parma, dopo Bergamo, è la seconda città ad offrire il maggior numero di volontari al movimento garibaldino. L’obiettivo di queste forze era l’alfabetizzazione delle masse attraverso l’insegnamento scolastico, anche in considerazione del fatto che saper apporre la propria firma, significava poter accedere al voto.[34]

L’educazione era vista come un importante obiettivo civile e sociale da raggiungere, anche con lo sviluppo di nuove professionalità.

Non è infrequente la presenza in giornali e in riviste di articoli e testi di divulgazione sulla produzione del pomodoro, della patata e sull’origine della pellagra, etc.

L’internazionale, organo della Camera del Lavoro, ospita spesso le poesie di A. De Ambris e di I. Cocconi, (chiamato l’avvocato dei poveri). In occasione dei festeggiamenti a Parma al De Ambris, eletto deputato nel parlamento nazionale, si trovano accomunati Marx, Engels, Lenin e Cristo con la chioma bionda e la tunica rossa, visto come rivoluzionario e redentore delle masse oppresse.

In tutta questa produzione culturale, si è cercato inutilmente la traccia di un salto dalla dimensione locale alla cultura nazionale (significativamente si è parlato “di socialisti da campanile”).

Vi è la tendenza degli storici che indagano sul sistema Italia a relegare a memorie marginali lo studio di quei fattori locali che pure hanno concorso a creare una coscienza civile e quel sentire comune da cui è nato il contratto di cittadinanza.

Dalle molteplici proposte avanzate dai giornali e dai periodici è emersa la preoccupazione da parte di forze sociali aperte, laiche e cattoliche, della promozione di coloro che erano fuori della storia, di quel sottoproletariato della città che aspirava ad una dignità e a un mondo diverso.[35]

 

[1] Silvani G. 1975. Cento anni di protesta. L’ingiusta spoliazione dei palazzi ducali di Parma, Piacenza e Colorno (con l’elenco dei beni trasferiti nelle ville reali di Milano, Firenze, Roma, Napoli e Venezia). Bernardi Editore, Parma.

[2] Zanardi F., 1981, L’Oltretorrente, quartiere popolare di Parma in I Comunisti a Parma, Biblioteca Balestrazzi, Parma

Galasso G., 2002, L’Italia s’è desta, Le Monnier, Firenze

[3] Dall’Acqua, M. 2004 Introduzione a Casa, E. 1901 Parma, da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860) (Ristampa PPF Parma 2004)

[4] Al contrario di Reggio Emilia, in cui Prampolini, rivolgendosi anche alle masse contadine, puntava su Cristo come primo socialista (ricordare il suo discorso di Natale e il decalogo per i contadini).

[5] Una documentata e ampia analisi tra Chiesa, autorità civile e società civile a Parma dalla seconda metà del secolo XIX e fino all’avvento del fascismo ha costituito oggetto di studio della monumentale opera del Saveriano p. Teodori.

[6] Manfredi A. (op. cit. pag. 351) cita il caso di Felino dove era presente un forte clima anticlericale, che spesso si traduceva in espressioni pubbliche anche violente. Il parroco Don Cortesi cita nel “cronicon” la vicenda di un attentato alla vita di mons. Cantimorri (1862), nell’occasione del suo passaggio da Felino per salire al castello che era di proprietà della Mensa Vescovile di Parma.

[7] Una situazione di cui ha documentato la drammaticità un cospicuo numero di studiosi che continua ad alimentare, come del resto anche a livello nazionale, il dibattito sulle ragioni che hanno sorretto cattolici transigenti e cattolici intransigenti.

[8] Un fervente liberale parmigiano Emilio Casa descriveva un clero parmense liberale, sia per l’antica tradizione delle lotte sostenute contro la Santa Sede nel sec XVIII, sia per l’influsso dei vescovi A. Turchi, C.F. Caselli e V. Loschi: i preti “con sì nobili tradizioni potettero serbarsi illuminati, operosi e buoni, non essendo riusciti a guastarli due o tre vescovi ignoranti e fanatici” (cioè Neuschel, Cantimorri e Villa). (E. CASA, Le classi sociali a Parma dopo l’unità, in “Aurea Parma” 50 (1966) pp 103-106)

[9] Cocconi U. 1998, op. cit. pp. 52-54

[10] Si ricorda che i prefetti avevano autorizzato i parroci, compensandoli economicamente, ad avviare le scuole elementari statali, soprattutto nelle zone più disagiate. Da notare ancora, che questo è il periodo in cui i Vescovi chiamano ad operare a Parma i Salesiani, gli Stimmatini e, prima ancora, i Fratelli delle Scuole Cristiane.

[11] Vista la delicatezza di questa tematica, occorrerebbe individuare studi già fatti o organizzare una ricerca ad hoc.

[12] E’ significativa una frase del Diario di un curato di campagna di Bernanos. Quando il Parroco ha letto la Rerum novarum e ha incontrato la frase “Il lavoro non è una merce”, osserva: “Mi sono sentire mancare il terreno sotto i piedi e quando l’ho esposta in chiesa ai miei parrocchiani, questi mi hanno bollato di socialista”.

[13] Più fortunata fu l’apertura verso la società civile del nostro vescovo Miotti (1882-1893).

[14] Una situazione che è continuata nei decenni anche se larvatamente e con qualche momento di superamento in occasioni particolari (è il caso del periodo della guerra mondiale ’14-’18).

[15] Il riferimento è alla gestione dell’eredità testamentaria di Mattia Ortalli-mons. Miotti e da questi affidata al suo Vicario generale mons. Tonarelli: un problema di cui si sono impossessati anche i liberali, i massoni, i socialisti con grave danno dell’immagine della Comunità ecclesiale a Parma. A fronte della richiesta avanzata personalmente da Pio X a mons. Conforti di accettare la nomina a Vescovo ausiliare di Parma con diritto di successione, Conforti rispondeva, declinando l’invito: “A tutti sono note le condizioni eccezionalmente lacrimevoli di questa Diocesi, dovute a un sistema di governo che non mi sento di approvare e col quale si prosegue ogn’ora”– e proseguiva – “la mia nomina non servirebbe a migliorare l’attuale situazione e sarei costretto ad essere spettatore di nuove miserie morali, senza potervi arrecare efficace rimedio, rendendomi, in certo modo, corresponsabile delle medesime di fronte alla Diocesi”.

[16] I contrasti tra il vescovo Magani e gli indirizzi del Circolo Leone XIII, anche dovuti alla fretta dei giovani di provvedere ad una lunga assenza d’interessi verso situazioni sociali sempre più gravi, ha senza dubbio danneggiato sul nascere un’istituzione che, se continuata, avrebbe potuto recare un’importante contributo alla Diocesi. Il Baratta fu fatto allontanare da Parma per un intervento di mons. Magani presso il Rettore maggiore dei Salesiani, don Rua.

[17] L’opera dei Congressi non fu organizzata da Micheli, ma dall’avvocato Francesco Fontana, persona di grande rilevanza. Resta famosa una sua relazione sulla situazione politica, sociale, religiosa ed economica del parmense fatta nella riunione dell’opera dei Congressi di Brescia del 1908: un testo che potrebbe essere riesumato per farne oggetto di una pubblicazione e di diffusione.

[18] Con la grande Guerra del 1914-1918 le attività dei cattolici hanno subito una battuta d’arresto, ma superato questo evento drammatico, sono confluite in buona parte nel Partito Popolare e nell’Ufficio del Lavoro. Quest’ultimo ha rappresentato il primo nucleo di un sindacato cattolico.

[19] Il pontificato di Pio X (1903-1914) è stato caratterizzato da alcuni indirizzi che hanno avuto un peso su Parma:
uno stimolo alla Chiesa a promuovere una vita di preghiera, base dell’esercizio della fede, sviluppata da una cultura religiosa ancora proposta come etica personale dei 10 comandamenti, senza alcun riferimento al sinergismo di questa etica personale stessa con indirizzi di etica sociale e di una convinta educazione alla legalità, a fronte di un forte sviluppo dell’innovazione socio-politica e tecnologica e di un uguale sviluppo pervasivo del movimento socialista;
è rimasto significativo dell’epoca il piccolo catechismo di Pio X, un testo sul quale si sono formate generazioni di cristiani prima del Concilio Vaticano II. Il ricordo di Pio X è anche legato a nuove disposizioni sulla comunione dei ragazzi. (Uno sguardo sintetico di questo periodo è stato stilato da Bonardi P. 2002 Parma quotidiana tra 800 e 900: bibliografia e storia. Aurea Parma 86 fs. II);
una mancata distinzione degli indubbi vantaggi recati dalla modernità alla società a fronte di un influsso negativo provocato da un progresso tecnico senza alcuna attenzione all’etica, ha privato questo processo d’innovazione tecnologica inarrestabile della ricchezza di un’ispirazione cristiana, al punto che essa, nei decenni seguenti è sfociato, tra l’altro, in una desertificazione della natura e della stessa messa in forse dell’identità umana;
a fronte di intellettuali cattolici, giovani e non giovani, che all’ascolto di una società in profondo cambiamento hanno cercato di opporsi ad un socialismo e a un radicalismo sempre più aggressivi, pensando di distinguere tra aspetti positivi e negativi della modernità, Pio X e i suoi consiglieri anziché porsi in posizione di ascolto di questa complessa realtà, con l’enciclica Pascendi (1907) ha troncato il dialogo che era su un piano teologico, filosofico, economico e sociale: la modernità è diventata in blocco modernismo. Ma già era cominciata l’era Conforti e regole rigide sono state stilate per Vescovi, Clero, Seminari e per gli intellettuali cattolici. Ma lo sviluppo del modernismo a Parma non ha riguardato soprattutto il lato dottrinale (potrebbe essere che non ne esistessero le persone per sostenerlo), ma si è sviluppato sul piano etico e disciplinare (vedere l’Associazione Basso Clero, chiamata ABC).

E’ stata questa un’altra occasione perduta in un periodo storico estremamente delicato per la società, soprattutto per la Chiesa italiana e di conseguenza anche per la stessa Chiesa di Parma che necessitava anziché di una caccia alle streghe, di indirizzi per una innovazione della pastorale commisurata a un periodo in forte evoluzione.

[20] Molto è stato scritto sul delicato periodo dell’episcopato di mons. Conforti. Consultare, tra l’altro, il volume: “A Parma e nel mondo” 1996, Atti delle ricorrenze saveriane. In particolare si deve citare: mons. Guido Maria Conforti, in “Una città di santi e di anticlericali” Fondazione della Cassa di Risparmio e il Borgo. Parma.

[21] Fu un dramma per l’efficacia pastorale della Chiesa di Parma il modo con cui il Consorzio dei vivi e dei morti condusse la lotta per evitare l’esproprio dei propri beni per costruire l’Ospedale Maggiore (esproprio che venne sancito nel 1922-‘23). Nella ricerca delle responsabilità da parte della Chiesa, si possono, ad esempio, analizzare i riflessi della vicenda del Consorzio dei Vivi e dei Morti che, purtroppo, fu sfruttato dalla stampa liberale e dalla Massoneria da un lato e, dall’altro, da un anticlericalismo socialista, con danni gravi alla coscienza cristiana del popolo: tutti aspetti che hanno allargato lo spazio del secolarismo, non più riservato ai cittadini, ma che ha interessato anche il mondo rurale. Questo passaggio è ben documentato nell’opera di Manfredi.
Oggi è cambiata la situazione? Oppure permangono ancora cenni di quest’anomalia?

Certamente, in prospettiva, questa posizione potrebbe aver subito una battuta d’arresto sia dalla caduta delle ideologie, sia da un cambiamento culturale radicale, soprattutto nelle giovani generazioni. Ma, senza dubbio, questo passaggio in cui la secolarizzazione è passata a secolarismo, non porterà certamente ipso facto all’aumento dell’incontro tra la Chiesa e coloro che pure cercano un senso per la loro identità di persone.

Ben altro rapporto tra Chiesa istituzionale e società civile si sarebbe realizzato se la Chiesa, con un senso evangelico (ma anche con un pizzico di senso politico!) avesse messo a disposizione i suoi beni per costruire l’ospedale per la città, senza subire un umiliante processo di spoliazione. Questo episodio, infatti, sul quale hanno giocato tutte le loro carte il movimento socialista e la massoneria, ha approfondito quella barriera già accentuata tra Chiesa istituzionale e società civile e con il popolo dei meno abbienti. In questo e in altri dolorosi episodi, oltre che in radici anche più lontane – cui già si è accennato – stanno alcune delle cause di quell’anticlericalismo grezzo che ha afflitto prima le classi borghesi, ma, sul finire dell’‘800, anche i ceti popolari.

[22] L’Eco della Curia Vescovile (fondato da mons. Conforti nel 1909), pagg. 102-103 del 1910. Per rendere più concreto questo obiettivo mons. Conforti fondò il 20 febbraio 1910 “l’associazione parmense pro cultura tra il clero”, affidandone la guida a nomi prestigiosi, tra cui mons. L. Mercati, il canonico Ettore Savazzini e il prof. don G. Parma, il canonico Leandro Fornari, il canonico Luigi Boni, il canonico prof. Amato Masnovo, il dott. Luigi Parenti ed altri.

L’istituzione ebbe successo, numerose furono le conferenze e i convegni che portarono a Parma persone di grande cultura e fama nazionale. Si attivarono vari “circoli di lettura e conversazione”, anche in Diocesi per trattare argomenti scritturistici, dogmatici e letterari. L’organo ufficiale dell’associazione destinato ad informare sulle attività del clero era “l’Eco”.

[23] Bonardi P. 1979 Vicende dello sciopero agricolo del 1908 a Sala Baganza. Quaderno del Centro studi Val Baganza Parma

[24] Bonardi P., 2000 Dalla Stampa parmense del 1922: il movimento cattolico da destra e da sinistra. Aurea Parma 84.2

[25] Scrive il Vescovo: “La Diocesi di Parma, soprattutto negli ultimi tempi, è andata incontro a moltissime difficoltà che hanno intaccato assai le condizioni religiose e morali: il Liberalismo, prima (che con le sette massoniche ha imperversato nelle scuole, nelle amministrazioni e negli uffici pubblici), ha infierito per molti anni contro la religione cristiana e l’ingente patrimonio che la pietà degli antenati aveva accumulato con l’intento che fosse usato, secondo saggezza, a beneficio della Religione e della Chiesa, spogliando la Chiesa, destinò a fini laici; il Socialismo, poi, (che si dichiarò apertamente empio e settario) che distolse il popolo dalla pratica religiosa, anche con la forza, con le cosiddette “organizzazioni” di cui disponeva, fino a ridurre alla fame coloro che avessero voluto restare fedeli alla Chiesa. La conseguenza fu che (ahimé, fin troppo vero) la pietà di molti si affievolì ed il concetto di Dio, nel cuore del popolo, venne meno. Il Clero subì una sottovalutazione della pubblica opinione; oltre a ciò, i costumi degenerati, la diminuzione di vocazioni religiose fu tale che la Diocesi ora lamenta la grande scarsità di operatori, quale non s’è mai avuta”.

[26] In Autori Vari, 1996 – Parma nel mondo, verso le ricorrenze saveriane. Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, è illustrato un complesso di indirizzi che il mondo intellettuale e popolare ha espresso tra il 1900 e il 1925.

[27] Bonardi P. 1989 – Impegno ecclesiale e sociopolitico dell’onorevole Michele Valenti. Ed. Ars Studio. Ferrara.

[28] Sono tristemente note le violenze fasciste contro le associazioni cattoliche nel ‘31. Nel 1931 mons. G. del Monte rassegnava le dimissioni da direttore di “Vita Nuova”, il settimanale fu soppresso e sostituito da una “pagina diocesana” nell’edizione settimanale dell’Osservatore Romano della Domenica. Questa pagina venne diretta da mons. Oppici. (Bonardi P. 1992 – Le violenze del 1922 nel parmense. Centro studi della Val Baganza, quaderno n°6).

[29] Troveremo questa gente –come ha notato Zanardi – ancora in rivolta durante la Resistenza e nelle lotte sociali del primo dopoguerra, finché l’impiego nei processi produttivi, la scolarizzazione dei figli ed un benessere diffuso hanno, senza dubbio, risolto drammi secolari che avevano afflitto questo gruppo di parmigiani, ma ritrovatisi nella nuova condizione sociale, non hanno saputo o potuto mantenere almeno l’essenziale di quella loro specificità che, per secoli, era stata la loro cultura. I loro figli degli anni ’60 hanno cercato di esprimere i valori di libertà e di solidarietà nei Partiti e nei movimenti di sinistra, ma alla fine del millennio queste autentiche “corti dei miracoli” parmigiane dell’Oltretorrente e dei borghi della Trinità sono scomparse, come nucleo culturale autonomo e con essi quella cultura specificatamente popolare che, negli eccessi, nella generosità di affetti era genuina e tipica del comportamento parmigiano.

[30] Nel percorso storico di Parma si sono susseguiti periodi di autenticità della società civile (Parma medioevale, per alcuni aspetti Parma post unitaria e, soprattutto il periodo dopo l’ultima guerra mondiale) alternati con periodi di incertezza dell’identità sociale e civile della città, provocati dal fatto, ad es. che nella società ducale erano le persone autorevoli che provenivano da contesti culturali esterni, immettendo Parma entro la grande cultura e politica europea, ma al prezzo del cambio di statuto dei suoi abitanti: da cittadini a sudditi.

[31] L’informazione riguardante le professionalità e i mestieri si dirige preferenzialmente, tra l’altro, verso due categorie:

· periodici per l’agricoltura: L’agricola (1878); L’agroparmense (1881); Il mestiere agricolo (1893);

· per l’industria: Gazzetta industriale (1898); Cooperazione popolare (1894);

· per il commercio: Bollettino della Camera di Commercio (1869); Il commerciante (1890); L’indicatore commerciale (1868); Bollettino commerciale e agrario (1864), etc.

[32] Affo I. 1797, Memoria degli scrittori e letterati di Parma. V: 345-420.

[33] Dall’eliminazione dell’asse ecclesiastico era nata una proletarizzazione delle campagne. I parroci chiedevano affitti bassi rispetto a quelli di mercato, tenendo conto della condizione delle famiglie, ma di fronte ai nuovi proprietari molti contadini lasciano le terre per emigrare in città, stabilendosi nell’Oltretorrente, come già avevano fatto nel Medioevo i servi della gleba. L’Oltretorrente ha sempre rappresentato la terra di frontiera dove gli immigrati cercano rifugio, ieri come oggi. Questa proletarizzazione trova condizioni assai dure, “si fa la fame”. Le guardie sulla beneficenza osservando lo stato nutritivo e igienico – sanitario degli abitanti dei quartieri, intuirono le concause del colera del 1866.

[34] Occorre segnalare l’istituzione delle scuole domenicali, sia per gli operai che per le fanciulle, per formare un artigianato qualificato. Si moltiplicano i collegi privati: Taverna, le Luigine che assorbono le Vincenzine, la Scuola femminile delle suore della Croce nata a Sala Baganza e poi trasferita in città. A Parma soggiorna per due anni la grande pedagogista Felicita Morandi.

[35] Tra i movimenti cattolici e le forze laiche impegnate a dare una risposta ai gruppi più indigenti, sono stati presenti anche sacerdoti e laici intorno a G. Micheli, personaggio operante a cavallo di due secoli, una figura complessa a cui dobbiamo l’impegno per il riscatto della montagna (il periodico da lui fondato La giovane montagna è stato e resta un eccellente modello di operatività concreta per le nostre vallate). Questi giovani laureati cattolici hanno costituito un fermento “a valle” dei Vescovi, per i quali il non expedit costituiva una frontiera su cui attestarsi.

Giuseppe Micheli e la sua opera sono stati studiati soltanto da cattolici e non da laici, cosi come è accaduto ad altre figure, per es. esponenti socialisti, che hanno avuto nel mondo laico i loro cultori, senza che gli studiosi cattolici entrassero nel merito. Questa situazione andrebbe indagata, per oltrepassarla, in modo da raggiungere un sinergismo tra tutte le componenti.

 

 

 

C’è una rete di spie iraniane negli Usa. Il ragazzo che ha accoltellato Salman Rushdie chattava con loro

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Salman Rushdie
Salman Rushdie

LA FATWA CONTRO RUSHDIE
CECILIA SALA

Il Dipartimento di giustizia ha incriminato Shahram Poursafi, una spia dei pasdaran, per aver complottato allo scopo di uccidere l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton e l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo

La storia della fatwa più famosa del mondo comincia con questa scena: due attori indiani – una star di Bollywood e un doppiatore – sono su un volo per Londra e, quando il loro aereo viene dirottato, la prima si trasforma nell’arcangelo Gabriele e il secondo nel diavolo. Per questo passaggio onirico inserito nei “Versetti satanici” – e per la scelta del titolo – Salman Rushdie è un uomo perseguitato da più di trent’anni. “Versetti satanici” non è un libro sull’islam. Quando è uscito, nel 1988, in occidente è stato interpretato come una satira sull’Inghilterra della fine del secolo scorso e una riflessione sull’immigrazione dai paesi che avevano fatto parte dell’impero britannico. Ma il titolo è una citazione di un “incidente” inserito in tutte le biografie di Maometto scritte nei primi duecento anni di storia dell’islam in cui il profeta si sarebbe lasciato confondere da Satana, scambiando le sue parole per quelle di Dio, finché l’arcangelo Gabriele non è intervenuto a correggerlo: oggi le gerarchie islamiche rifiutano questa ipotesi sia dal punto di vista storico che teologico e la considerano blasfema. In Iran, l’Imam Khomeini aveva pronunciato la sua fatwa con sentenza di morte parlando in diretta alla radio nazionale.

 

Ora l’Fbi sta indagando sul caso e non comunica i dettagli, ma è interessante che Hadi Matar – un ragazzo del New Jersey che al tempo della fatwa non era neppure nato – abbia accoltellato alla gola e al fegato Rushdie proprio nell’estate in cui viene disvelata una sequenza senza precedenti di piani omicidiari iraniani negli Stati Uniti insieme alla presenza di un commando di spie della Repubblica islamica che opera (o tenta di farlo) sul campo in America. Mercoledì scorso il Dipartimento di giustizia ha incriminato Shahram Poursafi, una spia dei pasdaran, per aver complottato allo scopo di uccidere l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton. Poursafi sarebbe il coordinatore anche di un piano separato per provare ad assassinare l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo, che era in carica quando Donald Trump diede l’ordine di uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani. Alla fine di luglio, Khalid Mehdiyev è stato arrestato dall’Fbi per aver passato due giorni davanti all’appartamento di Brooklyn in cui vive l’ex cronista parlamentare e dissidente iraniana Masih Alinejad con un fucile AK-47 carico e una borsa con sessantasei munizioni.

 
All’inizio di luglio la Cia ha avvisato il Paraguay della presenza di un’altra spia dei pasdaran, Gholamreza Ghasem, che però nel frattempo era scappata a Cuba per rifarsi la faccia e i documenti: adesso gira per le Americhe e si sono perse le sue tracce. 

   

E’ probabile che l’Fbi stia cercando di ricostruire se ci siano stati contatti diretti o indiretti tra le spie iraniane  negli Stati Uniti e Matar, l’assalitore ventiquattrenne di Salman Rushide. La mamma di Matar, Silvana Fardos, ha detto al Daily Mail che suo figlio era stato un mese in Libano nel 2018 ed era tornato a casa “completamente cambiato”: “stava tutto il giorno in cantina a fare non so bene cosa e ha smesso di parlare sia con me che con sua sorella”. Una fonte tra gli inquirenti ha detto a Vice News che Matar chattava con alcune persone che poi si è scoperto essere delle spie dei Guardiani della rivoluzione. E’ un elemento a favore dell’ipotesi che l’accoltellamento dello scrittore non sia un episodio isolato e faccia parte di un piano per una sequenza di attacchi negli Stati Uniti. 18 AGO 2022
Fonte Link: ilfoglio.it

16 Agosto: San Rocco

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Nome: San Rocco
Titolo: Pellegrino e Taumaturgo
Nascita: XIV secolo, Montpellier, Francia
Morte: XIV secolo, Voghera, Lombardia
Ricorrenza: 16 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione
Di questo Santo, che fu uno dei più illustri del secolo XIV e uno dei più cari a tutta la cristianità, si hanno poche notizie. Oriundo di Montpellier (Francia), della sua giovinezza si narrano cose meravigliose. Ventenne, rimasto privo del padre e della madre, distribuì parte dei suoi beni ai poveri e parte li donò ad uno zio paterno. Quindi, vestitosi da pellegrino, si avviò elemosinando alla volta di Roma, per visitare il centro del Cristianesimo, sede della verità e della civiltà, e per vedere il Pastore Supremo dei popoli e delle nazioni, il Papa.

Nell’attraversare le contrade della nostra bella Italia, seppe che la peste faceva strage in parecchie parti della penisola. Ed ecco S. Rocco nel genovesato, in Toscana, a Cesena, a Rimini e specialmente ad Acquapendente farsi consolatore dei poveri ammalati ed operare prodigi di cristiana carità. Fu salutato ovunque quale salvatore, ed in Roma il suo nome risuonò in benedizione. Ma egli schivava la lode e per evitarla, poco dopo aver soddisfatta la sua pietà, lasciò la Città Eterna e si portò a Piacenza, dove infieriva allora il morbo fatale. Qui il suo apostolato ebbe del meraviglioso, dell’eroico, del sovrumano, e Dio lo benedisse talmente, che gli bastava alle volte un segno di croce per rendere la sanità anche, a molti. Ma infine anch’egli fu attaccato dalla peste: per non essere di peso a nessuno si ritirò in un antro fuori della città, dove, consumato da febbre, soffrì dolori indicibili. La Divina Provvidenza però (come già un giorno al grande Anacoreta della Tebaide), quotidianamente gli inviava un pane per mezzo di un cane. Guarito per grazia di Dio e per l’aiuto datogli da un pio signore, che sulle orme del cane aveva rintracciato il povero sofferente, Rocco lasciò Piacenza e si ritirò in Francia. Quivi, creduto una spia, connivente lo stesso suo zio, a cui aveva lasciato parte dei suoi beni, fu messo in prigione. Passò quindi i suoi ultimi anni sconosciuto.

Alla sua morte, avvenuta come si ritiene il 16 agosto 1378, furono udite voci di fanciulli che gridavano: È morto il Santo! E le campane suonarono a festa da sole. S. Rocco era passato a ricevere il premio delle sue fatiche e delle sue opere buone.

Si seppe la storia della sua santa vita da uno scritto da lui lasciato all’edificazione dei posteri, ma più di tutto la sua santità ci fu resa nota dagli innumerevoli miracoli che la Provvidenza operò sulla sua tomba gloriosa. La devozione a S. Rocco è universale ed è invocato contro le malattie contagiose.

PRATICA. Visitiamo ed aiutiamo gli infermi, preghiamo per essi.

PREGHIERA. O Dio, che concedeste a S. Rocco la grazia di guarire col segno della croce quelli che erano infetti di peste, noi vi supplichiamo per i suoi meriti e per sua intercessione, di preservarci dal contagio e dalla morte subitanea ed improvvisa.

MARTIROLOGIO ROMANO. In Lombardia, san Rocco, che, originario di Montpellier in Francia, acquistò fama di santità con il suo pio peregrinare per l’Italia curando gli appestati.
Fonte Link: santodelgiorno.it

Padre Enzo Bianchi: Maria diventa “terra del cielo”!

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15 agosto 2022
Assunzione della Beata Vergine Maria
di Enzo Bianchi
Lc 1,39-56 
³⁹In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. ⁴⁰Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. ⁴¹Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ⁴²ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! ⁴³A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? ⁴⁴Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. ⁴⁵E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». ⁴⁶Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore
⁴⁷e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
⁴⁸perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
⁴⁹Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
⁵⁰di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
⁵¹Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
⁵²ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
⁵³ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
⁵⁴Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
⁵⁵come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
⁵⁶Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Al cuore dell’estate, nel giorno di Ferragosto, la chiesa ci chiama a celebrare la festa forse più popolare tra quelle in onore della Vergine Maria: l’Assunzione, il Transito di Maria da questo mondo al Padre.

Fin dai primi secoli i cristiani hanno percepito che in Maria – colei che aveva generato il Risorto e, a nome della creazione intera, aveva accolto il Dio fatto uomo – era prefigurata la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, in Dio. Maria è icona e personalità corporativa del popolo dei credenti perché è la figlia di Sion (cf. Sof 3,14.17), l’Israele santo da cui è nato il Messia, ed è anche la chiesa, la comunità cristiana che genera figli al Signore sotto la croce (cf. Gv 19,25-27). Per questo l’autore dell’Apocalisse l’ha contemplata come donna vestita di sole, coronata dalle dodici stelle delle tribù di Israele, partoriente il Messia (cf. Ap 12,1-2), ma anche come madre della discendenza di Gesù, la chiesa (cf. Ap 12,17). Così, la prima creatura a entrare con tutta se stessa nello spazio e nel tempo del Creatore non poteva che essere colei che aveva acconsentito all’irrompere del divino nell’umano: spazio vitale donato dalla terra al cielo, la Vergine-Madre, definita «beata» già da Elisabetta nel loro umanissimo incontro, diviene germe e primizia di una creazione trasfigurata.

Maria è creduta dalla chiesa essere ormai al di là della morte e del giudizio, in quella dimensione altra dell’esistenza che sappiamo chiamare solo «cielo». E in questo termine non c’è contrapposizione ma, piuttosto, abbraccio con la terra: chi può infatti dire, guardando dentro e intorno a sé oppure scrutando l’orizzonte, dove finisce la terra e dove inizia il cielo? È terra solo la zolla dissodata o non lo è anche la crosta che indurisce il nostro cuore? Ed è cielo solo la volta stellata e non il soffio vitale che ci abita? Così Maria, assunta in Dio, resta infinitamente umana, Madre per sempre, rivolta verso la terra, attenta alle sofferenze degli uomini e delle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, presente al loro pellegrinare sovente incerto. Sì, per l’Oriente come per l’Occidente cristiano la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle «realtà ultime», di ciò che accadrà alla fine dei tempi, un segno della pienezza cui l’umanità anela: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero, quando finalmente «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Maria è la porzione di umanità già redenta, figura di quella «terra promessa» cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo: ecco perché un inno della chiesa ortodossa serba la canta quale «terra del cielo», terra da cui noi come lei siamo tratti (cf. Gen 2,7), ma terra redenta, trasfigurata grazie alle energie dello Spirito santo, terra ormai in Dio per sempre.

Questa «speranza per tutti» è quella che la liturgia ha sempre cercato di cantare in questa festa, facendo uso del linguaggio e delle immagini di cui disponeva: forse oggi alcune espressioni liturgiche e alcune rappresentazioni iconografiche ci possono apparire inadeguate, ma l’anelito che volevano esprimere rimane lo stesso anche ai nostri giorni e anche nel frastuono del Ferragosto. Noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. Forse è proprio di questa possibilità di «pensare in grande» che è pegno per noi un’umile donna di Nazaret, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo.

Sì, il corpo di Maria trasportato verso la Luce fonte e meta di ogni luce non riguarda più la devozione di alcuni fedeli, ma la sorte ultima del creato intero assunto nella vita di Dio: è la carne stessa della terra che, trasfigurata, diviene eucaristia, ringraziamento – quello che la Vergine ha saputo elevare a Dio nel Magnificat –, diviene abbraccio con il cielo.

15 agosto: Assunzione della Beata Vergine Maria

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autore: Guido Reni anno: 1627 titolo: Assunzione di Maria luogo: Chiesa di Santa Maria Assunta a Castelfranco Emilia
Nome: Assunzione della Beata Vergine Maria
autore: Guido Reni anno: 1627 titolo: Assunzione di Maria luogo: Chiesa di Santa Maria Assunta a Castelfranco Emilia
Titolo: Maria assunta in cielo
Ricorrenza: 15 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Solennità
Gesù salendo al cielo aveva lasciato la sua Madre a guida della Chiesa nascente perchè fosse a tutti di conforto. La lasciò fin tanto che la vide necessaria a guidare e raddolcire le pene degli Apostoli e dei discepoli, ma appena vide che la sua missione era compiuta, le fece risuonare all’orecchio le parole: Veni, mater mea: Veni, coronaberis (Vieni, madre mia, vieni: sarai coronata). Maria che tanto e così ardentemente aveva desiderato di unirsi in Paradiso al suo Divin Figliuolo, ebbe un sussulto: il suo vergine cuore, inondato di nuovo amore e di nuova speranza, con un palpito più forte spezzò il fragile velo del corpo che teneva ancora la sua anima prigioniera su questa terra e spirò di puro amor di Dio. Era a Gerusalemme e fu sepolta nell’orto degli Ulivi. Narra la tradizione che al transito della Beata Vergine erano presenti tutti gli Apostoli, eccetto San Tommaso. Ma come la sua mancanza di fede nella resurrezione di Gesù gli aveva permesso di mettere la sua mano nel costato del Salvatore, così ora la sua assenza era stata disposta da Dio perchè gli Apostoli potessero constatare l’Assunzione della Vergine. Difatti, all’arrivo di Tommaso, gli Apostoli gli furono attorno raccontandogli il beato transito della Madonna, e quando egli espresse il desiderio di vederla ancora una volta, sia pure nel sepolcro, tutti gioirono perché dava anche ad essi occasione di rinnovare il loro doloroso, ma pur amoroso addio alla Madre. Si recarono quindi tutti insieme al sepolcro, ma invece del corpo di Maria trovarono rose e gigli dai quali emanavano fragranze ineffabili di Paradiso. Maria, l’arca santa, il tabernacolo del Verbo fatto carne, era stata dagli Angeli assunta in cielo. Questa è l’origine della festa odierna che è una delle più antiche in onore della SS. Vergine. L’Assunzione segna l’ingresso trionfale di Maria in cielo, la sua glorificazione, la sua incoronazione nella corte celeste.

Maria trionfa oggi in cielo della triplice vittoria del figlio suo: Gesù ha trionfato del peccato, della concupiscenza e della morte: e la SS. Vergine associata al trionfo del Figlio, canta oggi vittoria sul peccato per la sua immacolata concezione; vittoria sulla concupiscenza per la sua verginale maternità; vittoria sulla morte per la sua risurrezione e gloriosa assunzione al cielo.
« Colla sua morte, Maria, dice S. Giovanni Damasceno, dà gloria a Dio accettando la distruzione del suo essere come condizione della natura umana da lui creata; acquista per sè grandi meriti umiliandosi fino all’annientamento; dà a noi l’esempio della sottomissione che dobbiamo avere al Creatore ». Oltre a questo S. Alfonso dice che la SS. Vergine accettò la morte anche per imitare il suo Divin Figliuolo, che si era degnato di morire per amor nostro. Perciò S. Bernardino da Siena, tutto pieno di gioia per tanta festività, commentando il passo: Surge Domina, tu et arca sanctificationis tuae, grida al Signore: « Sì, o Gesù, ascenda al cielo anche la tua SS. Madre santificata dalla tua concezione ».
Cosi, come Gesù è nostro Salvatore, Maria è dispensatrice di grazie; Gesù nostro mediatore, e Maria nostra mediatrice; Gesù redentore, Maria corredentrice; Gesù via, verità, vita, Maria vita, dolcezza e speranza nostra; Gesù e Maria come sono uniti nella loro opera per la nostra salvezza, così in cielo sono uniti nella medesima gloria immortale.

PRATICA. Facciamo l’atto di accettazione della morte.

PREGHIERA. Supplichiamo la tua clemenza, o Signore Dio nostro, affinchè, mentre celebriamo l’Assunzione della Madre tua, veniamo liberati, per sua intercessione, da tutti i mali che ci minacciano.

MARTIROLOGIO ROMANO. Solennità dell’Assunzione della beata Vergine Maria, Madre di Dio e Signore nostro Gesù Cristo, che, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta anima e corpo nella gloria celeste. Questa verità di fede ricevuta dalla tradizione della Chiesa fu solennemente definita dal papa Pio XII.

ICONOGRAFIA

Nell’iconografia l’immagine di Maria Assunta in Cielo è in genere strutturata in tre parti sovrapposte. Maria è collocata nella parte superiore in piedi mentre è trasportata da angeli spesso musicanti, a volte è inscritta in una mandorla formata dagli stessi angeli. Possono accompagnarla gli arcangeli Michele e Gabriele, più raramente Cristo, a terra gli apostoli circondano il sepolcro vuoto con gli occhi rivolti alla scena. L’esempio più classico è sicuramente quello di Guido Reni che creò varie versioni di Maria Assunta.
Fonte Link: santodelgiorno.it

Il grande sganciamento di Pechino

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Cinque colossi cinesi se ne vanno dalla Borsa di New York. Non è solo business

Nel mezzo delle tensioni tra America e Cina, ieri cinque società statali cinesi, tra cui il gigante petrolifero Sinopec e la China Life Insurance (Cli), hanno ufficializzato la loro volontà di lasciare la Borsa di New York. Sono le stesse cinque società – oltre a Sinopec e Cli ci sono anche Aluminium Corporation of China, PetroChina e Sinopec Shanghai Petrochemical – che tre mesi fa erano state segnalate dall’Autorità di vigilanza americana per non aver rispettato gli standard di revisione. E’ un altro livello del conflitto tra Washington e Pechino, e riguarda Borsa e mercati. I due paesi non si mettono d’accordo sulle revisioni contabili, la Cina non vuole sottostare alle regole americane che richiedono l’accesso, da parte dell’autorità di controllo, ai libri contabili: insomma, trasparenza.

E l’America ha più volte mandato messaggi d’allarme: presto molti giganti cinesi non potranno accedere alle borse statunitensi. Dopo la visita a Taiwan della speaker Nancy Pelosi, inoltre, la tensione fra i due paesi è aumentata e Pechino ha annunciato la sospensione o la chiusura di molti dei dialoghi attivi con gli Stati Uniti. La disputa sulle operazioni di Borsa non è stata menzionata in questi giorni, ma secondo diversi osservatori la decisione di delisting di cinque colossi cinesi ha a che fare con la volontà, da parte cinese, di mandare un segnale chiaro: nessuna regola può essere tale se a Pechino non piace.

Perfino i più convinti del fatto che l’economia, il business e il profitto guidassero la politica cinese negli ultimi mesi sono stati costretti a cambiare idea. Prima dell’economia, del business e del profitto per il Partito comunista cinese guidato da Xi Jinping c’è l’ideologia antiamericana, e quindi il grande decoupling, minacciato oppure concreto – come in questo caso. Ieri il Wall Street Journal, confermando un’indiscrezione di Ap di qualche settimana fa, ha scritto che nonostante tutto è possibile che un faccia a faccia tra Biden e Xi ci sarà a novembre. Solo i colloqui di massimo livello garantiscono, a questo punto, una coesistenza pacifica delle due grandi potenze. 13 AGO 2022
Fonte: ilfoglio.it

14 agosto: San Massimiliano Maria Kolbe

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Nome: San Massimiliano Maria Kolbe
Titolo: Sacerdote e martire
Nome di battesimo: Rajmund Kolbe
Nascita: 8 gennaio 1894, Zdu?ska Wola, Polonia
Morte: 14 agosto 1941, Campo di concentramento di Auschwitz, O?wi?cim, Polonia
Ricorrenza: 14 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Memoria liturgica
Protettore:radioamatori

Padre Kolbe è l’eroico frate francescano conventuale che nel campo di concentramento di Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, Francesco Gaiowniczek, condannato a morire di fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto.

Giovanni Paolo II, nell’elevarlo agli onori degli altari, il 10 ottobre 1982, lo ha proclamato «patrono del nostro difficile secolo», un esempio di pace e di fraternità in una società sconvolta dall’odio e dall’egoismo.

Kolbe nacque a SudunzskaWola, una cittadina del centro industriale di Lodz, l’8 gennaio 1894. I suoi genitori erano operai tessili. Kolbe da ragazzo conobbe il senso liberatorio e insieme opprimente di povertà e lavoro. E quell’esperienza non fu estranea ad alcune scelte che lo portarono ad abbracciare la Regola di san Francesco tra i minori conventuali di Leopoli (1907) e poi a dar vita a una istituzione che aveva proprio, in povertà e lavoro, caratteristiche tipicamente francescane, un sicuro fondamento, e cioè le «Città dell’Immacolata»: «Niepokalanów», in Polonia, e «Mugenzai No Sono», in Giappone.

Nell’ideale francescano Kolbe innestò poi la propria fiducia nella possibilità offerta dai mezzi che la tecnica in quel tempo stava mettendo a disposizione. E a chi gli faceva osservare che su di essi già il diavolo aveva allungato le sue sordide zampacce, egli rispondeva: «Ragione di più per svegliarci e metterci all’opera per riconquistare le posizioni perdute».

Quando ne ebbe l’opportunità, dimostrò la bontà e la lungimiranza dei propri progetti. E ciò avvenne in Polonia, dove ritornò nel 1919, dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia.

A pochi chilometri da Varsavia diede vita nel 1927 a «Niepokalanów» (Città dell’Immacolata) i cui cittadini, tutti frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all’apostolato per mezzo della stampa. E furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende. Il «Cavaliere dell’Immacolata», la prima di una catena di riviste, fondato nel 1922 dopo un periodo iniziale di stasi, decollò raggiungendo le cinquantamila copie. In seguito si affermò come settimanale con settecentocinquantamila copie (addirittura un milione nel 1938).

L’Immacolata, cui padre Kolbe ha intitolato gran parte delle sue riviste, era il suo chiodo fisso. In tempi non troppo felici per la chiesa e per il mondo, Kolbe vedeva nella Madonna l’ideale capace di scuotere le coscienze, di ridare fiato al cristianesimo; un ideale, comunque, per il quale combattere le sante battaglie della fede. Per questo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, aveva istituito a Roma, il 16 ottobre 1917, la Milizia dell’Immacolata, uno strumento per far conoscere e vivere la devozione alla Madre di Cristo, ancor oggi vivo e prosperoso.

Nel 1930 partì missionario per il Giappone a fondarvi un’altra Città dell’Immacolata, animata dallo stesso spirito e dagli stessi ideali. Tornato definitivamente in Polonia, dopo un paio di altri viaggi «missionari» nello stesso Giappone e in altri paesi dell’oriente, padre Kolbe si dedicò interamente alla sua opera.

La seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più importante complesso editoriale della Polonia.

Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l’8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l’attività interrotta. Arrestato di nuovo nel 1941 fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d’amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.

Nel campo viveva una legge secondo la quale, per la fuga di uno, dieci dello blocco, venivano condannati a morire di fame in un oscuro sotterraneo. Quando all’appello della sera risultò che uno mancava un grande timore invase l’animo di tutti i prigionieri…

Il Comandante scelse con un cenno della mano chi doveva morire e ad un tratto si sentì un grido: «Addio! addio! mia povera sposa, addio miei poveri figli…era il sergente Francesco Gajowniczek.

Ma ad un tratto un uomo, anzi, un numero esce con passo deciso dalle file e va diritto verso il Comandante del campo. Chi è lei? Cosa vuole? Come osa infrangere la ferrea disciplina ed affrontare il terribile Capo?

«Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perchè egli ha moglie e figli».

Il Comandante, meravigliato, parve non riuscire a trovare la forza per parlare e stranamente accettò quella proposta…

Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Padre Kolbe li guidava, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna.

Rimase nel bunker per due settimane, quando le SS decisero di svuotare la cella della morte. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano.

Venne ucciso con un’iniezione di acido fenico, perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera e che condivideva con gli altri condannati, serviva per altre vittime. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone.

Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell’Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma».

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Fonte Link: santodelgiorno.it

Commento al vangelo di Padre Enzo Bianchi: il Vangelo può separare gli ascoltatori

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14 Agosto 2022
XX Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi

Lc 12,49-53
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «⁴⁹Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! ⁵⁰Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! ⁵¹Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. ⁵²D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; ⁵³si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

 

Il brano evangelico di questa domenica, che contiene alcune parole “dure” di Gesù, è stato ed è tra i testi più incompresi, sovente manipolato dai predicatori, strumentalizzato e citato a favore della propria ideologia cristiana. Lo leggiamo cercando di non glossarlo, di non commentarlo troppo, per riconoscergli quell’autorità che è propria soltanto della parola del Signore e quindi spiegarlo con altre parole di Gesù, convinti del principio secondo cui “Scriptura sui ipsius interpres”, “la Scrittura è l’interprete di se stessa”.

 

Gesù sta salendo a Gerusalemme con i suoi discepoli e le sue discepole e ha piena consapevolezza che la meta di quel viaggio è la città santa che uccide i profeti e li rigetta (cf. Lc 13,33-34), dunque il luogo del suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Lc 9,31; Gv 13,1) attraverso la morte in croce. Tra i suoi insegnamenti e le sue parole Luca testimonia alcune convinzioni di Gesù espresse a voce alta: confessione e profezia! Innanzitutto Gesù dichiara: “Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!”. Questa la ragione della sua “venuta” da Dio sulla terra: è venuto a gettare fuoco! È evidente che qui il linguaggio di Gesù è parabolico, che non parla del fuoco divorante che brucia e terrorizza ma di un altro fuoco, di una forza divina che egli è venuto a portare tra gli umani e che desidera si manifesti e agisca. L’esperienza della presenza e dell’azione di Dio è sentita da Gesù come fuoco che brucia, illumina e riscalda, ed egli deve essere ricorso più volte a questo linguaggio simbolico.

 

Nel vangelo apocrifo di Tommaso questa parola è riportata quasi uguale: “Ho gettato il fuoco sul mondo, ed ecco lo custodisco fino a che divampi” (10). Un altro ágraphon, una parola non scritta nei vangeli canonici ma ricordata da Origene, da Didimo il cieco e dallo stesso vangelo di Tommaso (82), è accostabile a questo detto: “Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno”. Da queste diverse testimonianze comprendiamo che Gesù era un uomo divorato da un fuoco, un uomo passionale, che la sua missione era quella di spargere come fuoco la presenza efficace di Dio nel mondo, che lui stesso era fuoco ardente, amore bruciante come “la fiamma di Jah” (Ct 8,6), del Signore. Nel vangelo secondo Luca il fuoco è soprattutto segno, simbolo dello Spirito santo, già annunciato da Giovanni il Battista come forza, presenza divina nella quale il Veniente immergerà chi si converte, cioè “battesimo in Spirito santo e fuoco” (cf. Lc 3,16); è quel fuoco che negli Atti degli apostoli scende come fuoco vivo e bruciante, presenza infuocata del Risorto sulla chiesa nascente, radunata in sua attesa (cf. At 2,1-11).

 

Gesù è un uomo di desiderio grande e profondo, un uomo di passione e qui all’improvviso confessa questa passione che lo abita. Quel fuoco dello Spirito che egli ha portato dal Padre sulla terra, fuoco di amore, dovrebbe incendiare il mondo, ardere nel cuore di ogni essere umano: questo lui desiderava fortemente! Lo desiderava nei suoi giorni terreni e lo desidera ancora oggi, perché quel fuoco da lui portato spesso è coperto dalle ceneri che la chiesa stessa gli mette sopra, impedendogli di ardere. È così, lo sappiamo: basta leggere tutta la storia della fede cristiana per rendersi conto che il fuoco del Vangelo divampa qua e là, di tanto in tanto, in persone e comunità che lo fanno riapparire smuovendo la brace, ma poi presto, troppo presto, è nuovamente coperto dalla cenere. Illumina e riscalda sempre per un poco, viene tenuto vivo e conservato, ma raramente arde… Gesù invece desiderava che ardesse nei cuori dei credenti come ardeva nel cuore dei due discepoli sul cammino di Emmaus (cf. Lc 24,32), quando prendevano fuoco le Scritture spiegate dal Risorto; come ardeva nella chiesa nata dalla Pentecoste.

 

Segue poi un altro pensiero di Gesù strettamente collegato al primo: “Io devo ricevere un’immersione, e come sono angustiato finché non sia compiuta!”. Ecco un altro desiderio di Gesù, desiderio non di sofferenza, di dolore, ma di compiere la volontà del Padre e di donare la sua vita affinché gli altri vivano in pienezza! È un annuncio della sua passione e morte, quando sarà immerso nella prova, nella sofferenza e nella morte di croce. Questo evento lo attende, ed egli deve entrare nell’acqua della sofferenza ed esservi immerso come in un battesimo. Non perché le sofferenze abbiano valore in sé, ma perché, se lui continua a essere fedele, obbediente all’amore, alla volontà del Padre che conosce solo l’amore, allora dovrà pagarne il prezzo: rifiuto, rigetto da parte dei potenti religiosi e politici, da parte del popolo stesso, perché Gesù è un “giusto” – come il centurione proclama sotto la croce dopo la sua morte (cf. Lc 23,47) – e se il giusto rimane tale non solo è di imbarazzo, ma va tolto di mezzo (cf. Sap 2,10-20).

 

Siamo sempre nello spazio del linguaggio simbolico: il battesimo per Gesù non è un rito, ma è un reale bagno di sangue e di morte. Egli è certamente angosciato di fronte a tale prospettiva, ma è ansia che si compia presto, che sia cosa fatta per sempre. Non che desideri la morte e la sofferenza, nessuna volontà “dolorista” da parte sua, ma volontà che si acceleri il cammino verso il compimento pieno della volontà di Dio, che è anche la sua volontà, e che la sua vita sia salvezza per gli altri.

 

Vi è infine un terzo pensiero di Gesù, che consegue ai primi due, un pensiero che riguarda i discepoli, dunque anche noi oggi. Quale pensiamo sia l’esito della venuta di Gesù, dell’apparire del “segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30), cioè della croce di Cristo, del Vangelo che si mostra come epifania nella vita delle persone? Pensiamo che tutto andrà meglio? Ecco l’inganno presente nei nostri cuori, pur colmi di desiderio e di passione. Confesso che, grazie all’insegnamento ricevuto, sono sempre stato lucido al riguardo: anche durante il Vaticano II e subito dopo, seppur giovanissimo, osai oppormi agli entusiasmi dei miei amici, peraltro più autorevoli di me, i quali guardavano al concilio come a una nuova fase, una fase più “bella” nella vita della chiesa. Io invece ricordavo loro che nel mondo, più emerge il Vangelo, più divampa il fuoco dello Spirito, più si fa evidente il segno del Figlio dell’uomo, peggio si sta! Perché la buona notizia scatena “le potenze dell’aria” (Ef 2,2; cf. 6,12) e quelle della terra che, di fronte all’emergere del Vangelo, fanno una guerra più sfrenata. È così, è così! Più la chiesa si riforma e si conforma al Cristo Signore, meno nella chiesa si sta quieti, ma emergono la divisione, la contrapposizione, la contraddizione…

 

Ecco perché Gesù dice: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione!”. Attenzione, non che Gesù desiderasse la divisione tra gli umani e nella sua comunità, non che amasse vedere le contrapposizioni alla pace, ma sapeva bene che questa è la necessitas, “il necessario” nell’ordine di questo mondo. Appare un giusto, ed ecco che tutti si scatenano contro di lui; appare una possibilità di pace, e quelli che sono armati reagiscono; appare Gesù, e subito, fin dalla sua nascita, si scatena il potere omicida. Mentre gli angeli a Betlemme annunciano “pace in terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14), il potente tiranno di turno, allora Erode, fa una strage di bambini innocenti e ignari (cf. Mt 2,16-18). Sono i falsi profeti a dire e a cantare sempre che “tutto va bene!” (cf. Ger 6,13-14; Ez 13,8; Mi 3,5), mentre invece bisogna essere avveduti. Ripeto, più il Vangelo è vissuto da uomini e donne, più appaiono la divisione e la contraddizione, anche all’interno della stessa famiglia, della stessa comunità. Fino al manifestarsi dell’indicibile: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre…

 

Non avviene forse così anche oggi, soprattutto in questi ultimi anni, nelle comunità cristiane? Cristiani che si dicono tali e si pongono quali difensori dell’identità confessionale, ma poi restano sordi alla voce del Vangelo; e d’altra parte cristiani che, dando il primato al Vangelo e non alle tradizioni religiose umane, sono disprezzati, giudicati ingenui, buonisti o addirittura vigliacchi: cristiani del campanile e cristiani del Vangelo!

 

Gesù è e resta “Principe di pace” (Is 9,5), e la sua vittoria è assicurata, ma al Regno si accede attraverso molte tribolazioni (cf. At 14,22), prove, divisioni. Così è accaduto per lui, Gesù; così deve accadere per noi suoi discepoli, se gli siamo fedeli e non abbiamo paura del fuoco ardente del Vangelo e dello Spirito di Gesù.

SCOPPIA LA BOMBA SULLE INOCULAZIONI DEI SIERI: Il PM di Pordenone indaga contro lo stato per lesioni colpose e omicidio colposo Art. 445 Codice Penale

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piazza Giustiniano Pordenone

Intasato in Tribunale l’ufficio dedicato alla registrazione delle notizie di reato: Tra le ipotesi di reato l’art. 445 codice penale, ma anche lesioni colpose e omicidio colposo

Il pubblico Ministero di Pordenone dovrà valutare in merito alla dose eterologa (Astrazeneca con Pfizer, Astrazeneca con Moderna, Pfizer con Moderna etc, etc), la terza dose e ora anche la quarta, sono tutte somministrate Off Label cioè fuori scheda tecnica, il che richiederebbe l’esistenza di studi almeno di fase II pubblicati per essere a norma di legge, ma questi studi – che dovrebbero esserci tra l’altro per ogni percorso immunologico creato “tra mescolamenti di vaccini e guarigioni”, affermano i farmacisti, “non ci sono”.

“Per esplicita ammissione della Commissione Consultiva Tecnico Scientifica (verbale 72 dell’11 luglio 2022) la stessa non ha approvato l’utilizzo off-label della 4°dose secondo studi di fase due pubblicati (e si ribadisce la necessità che ve ne sia uno per ogni percorso immunologico creato) ma “sulla base dei dati esaminati e in considerazione dell’attuale andamento epidemiologico” eventualità e condizioni non previste nella legge 648/96 per l’inserimento off-Label di una nuova indicazione o variazione posologica. E chiedono “ai Direttori delle Farmacie Ospedaliere della aziende sanitarie del FVG, tutelari dell’appropriatezza prescrittiva all’interno della propria azienda sanitaria e sul territorio competente, di avere evidenza di quali studi hanno fornito ai medici vaccinatori delle Aziende Sanitarie affinché potessero fare adeguate valutazioni rischio/beneficio e dove abbiano trovato l’aggiornamento dell’elenco della 648/96.

E qui tocchiamo un altro punto cruciale infatti gli autori della lettera chiariscono “Il mancato aggiornamento della nuova indicazione in elenco imporrebbe al medico, farmacista ed infermiere vaccinatore di non poter vaccinare se non violando la norma stessa e facendoci ricadere nella violazione prevista dall’articolo 445 c.p.”. La norma penale citata si riferisce alla “Somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica”. Ma cosa accadrebbe se dalla somministrazione di un farmaco in violazione dell’art. 445 cp derivassero la malattia grave o addirittura la morte di una o più persone? Potrebbero configurarsi anche i reati di lesioni e/o omicidio colposo a carico dei medici, infermieri e ora anche farmacisti vaccinatori? Riteniamo di sì.

Inoltre la dott.ssa Tiziana Coccoluto (Capo di Gabinetto d’Ordine del Ministero)- che in molti ricorderanno se non altro per il video esplicito che la dott.ssa Barbara Balanzoni ha diffuso sui social proprio in merito alla circolare che autorizzava la vaccinazione nei guariti – ebbene la dott.ssa Coccoluto firmataria della circolare- a giugno, interpellata dagli ordini delle professioni sanitarie in merito proprio alla confusione creata da quella circolare, ha “ritenuto necessario interpellare il Consiglio Superiore di Sanità per avere rassicurazioni sulla vaccinazione dei guariti (nota 11385 del 01 luglio 2022). Peccato che ad oggi il CSS non abbia ancora risposto, ricordano nella pec i farmacisti.

“Si ritiene doveroso- concludono – ricevere risposta a tutti i quesiti posti ed in mancanza di risposte esaustive al riguardo si invita a prendere in considerazione la possibilità di sospendere ogni tipo di vaccinazione al di là delle uniche autorizzate in scheda tecnica o supportate da studi che ne permettano il reale inserimento in 648/96 (con aggiornamento dell’elenco relativo).”

Fonte: https://t.me/davide_zedda/16897

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Rovinati dai vaccini, testimonianze. Intervista con il ricercatore Maurizio Zanetti

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prof. Maurizio Zanetti
prof. Maurizio Zanetti

NOI, ROVINATI DAI VACCINI ORA VI CHIEDIAMO VERITÀ

Si chiamano Giovanni, Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta» Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti»

Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie

«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo.
Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente,

Francesco Schenone
«Vertigini e tachicardia A 28 anni non ho un futuro»
Costretto ad abbandonare tutte le attività dopo la prima dose
 «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano». Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita » . È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso. «Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Marianna Canè

 

Giovanna Viotto
«Volevo tutelare i pazienti ma nessuno ha protetto me»
Due paralisi, addio occupazione: troppe assenze per malori
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna. «Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale. «Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze. «Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima». E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Marianna Canè

 

Giuseppe Sanacore
«Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Per i medici aveva patologie nascoste che si sono svegliate n «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid. «Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto. Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti – il ricovero in ospedale è durato quasi un mese – i medici non hanno trovato una cura. «Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?»
Marianna Canè

 

Michele Pavan
«È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Infermiere non viene creduto, l’ultimo stipendio è di 330 euro
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan , 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla». Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?». È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato». Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Marianna Canè

Tony Taffo
«Mi è impossibile deglutire Da un anno vivo di pappette»
Giardiniere rischia il soffocamento, dichiarato invalido al 75%

«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione» . Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Marianna Canè

 

Itervista al prof. Maurizio Zanetti

«Ho trovato il vaccino senza mRna contro ogni variante»
Il ricercatore che lavora in California: «A differenza degli altri, questo preparato innesca una risposta anticorpale mirata»

Un vaccino contro tutte le varianti? L’ha elaborato un team di ricercatori dell’Università della California a San Diego, guidato da un italiano, Maurizio Zanetti. Il professore, sentito dalla Ve – rità , ne ha approfittato anche per illustrarne le differenze tra il suo e i vaccini a Rna messaggero (mRna). Professor  Z a n etti , il suo non è un vaccino a  mRna, dunque? «No. È un vaccino Dna e funziona in base a principi un po’più sofisticati, sui quali ho lavorato per 20 anni. Quando è scoppiata la pandemia mi sono sentito moralmente obbligato a studiarne il possibile utilizzo». Cioè? «È un vaccino a Dna plasmidico, quindi fondamentalmente di origine batterica. È costruito in modo mirato e ragionato». Ragionato? Che intende? «Ci siamo focalizzati sulla porzione del virus che ha il maggior contatto con il recettore. Ora l’id ea pare ovvia; due anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorarci, non lo era». Si riferisce alla «chiave» che il virus usa per entrare nella cellula? «Certo. La proteina Spike si lega al recettore della cellula; ma non tutta la Spike è coinvolta. Noi abbiamo pensato che bisognasse bloccare il sito di legame fondamentale per l’attaccamento del virus al recettore. È quello che chiamerei il punto di vulnerabilità del virus». Come ci siete arrivati? «Analizzando, con l’aiuto del Supercomputer Center di San Diego, i primi modelli tridimensionali del virus che erano disponibili nella primavera del 2020. Diciamo che, di profilo, la parte del virus che si lega al recettore somiglia a una sella con tanto di corno e arcione. Abbiamo scelto il corno in quanto più apparentemente coinvolto nel legame con il recettore Ace2». I n ietta n d o il vaccino cosa succede? «S’innesca una risposta anticorpale mirata, non come quella derivante dal vaccino a mRna: questa attiva il sistema immunitario contro una moltitudine di siti nella Spike protein, creando una risposta eccessiva contro siti irrilevanti alla protezione. La nostra idea era che la risposta immunitaria dovesse essere concentrata e mirata contro il sito di vulnerabilità». Il vaccino amRna mandain campo battaglioni, missili, artiglieria… Il suo vaccino schiera le forze speciali. «Esatto, le forze speciali. Tradotto in termini immunologici, ciò che fa questo vaccino è educare il sistema immunitario a vedere quello che è davvero rilevante, concentrandosi sul sito di vulnerabilità. È diverso dal principio per cui esso viene stimolato a rispondere a tutto, indistintamente». Ovvero, quel che fanno i prodotti a mRna? «Fin dall’inizio, quando è venuto fuori che si stavano preparando vaccini di quel tipo, era chiaro che non avrebbero indotto una risposta immunitaria importante contro la trasmissione». All’opinione pubblica era stato assicurato: ne usciremo grazie ai vaccini. «In parte è stato così, anche se i vaccini mRna si sono rivelati poco efficaci nel bloccare la trasmissione»

L’estate scorsa ci promettevano l’immunità di gregge entro l’au – tu n n o… « L’immunità di gregge è un concetto relativamente moderno e i suoi principi sono sempre stati definiti su popolazioni vaccinate. Per ogni patogeno, l’immunità di gregge si ottiene se una certa soglia di popolazione viene vaccinata in tempi relativamente omogenei, con un vaccino che blocchi la trasmissione. In questo caso mi permetterei di dire che i vaccini mRna, pur avendo mitigato i sintomi della malattia, non sono riusciti a bloccare la trasmissione». Il suo vaccino, invece, blocca la trasmissione del virus? «È disegnato per questo». Quel famoso sito di vulnerabilità non muta? «Si poteva immaginare che si sarebbero sviluppate tante varianti, perché i coronavirus sono noti per avere un alto tasso di mutazione. Però nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Il fatto è che il sito di vulnerabilità, per necessità, non muta: se cambia l’ancoraggio, infatti, il virus fallisce il suo destino biologico, perché non riesce più a infettare» . Quindi? «In effetti, quello è un sito di resistenza alla mutazione. In vari studi di laboratorio è stato dimostrato che esso non mutava e, quando veniva alterato intenzionalmente, l’affinità di legame con la cellula cadeva e così il potere infettante del virus. Si è rivelata felice l’intuizione di investire tutto su quella porzione di virus che è indispensabile alla sua sopravvivenza». Per ora, avete condotto esperimenti solo sui topi. «Sì, abbiamo iniettato direttamente questo Dna nella milza, cioè l’organo linfatico secondario più grosso che esiste nei mammiferi. La risposta immunitaria comincia negli organi linfatici secondari. In Be’, l’mRna è un one shot deal: per intenderci, una produzione di proteina massiccia ma limitatissima nel tempo. Quello che io ho sempre immaginato, invece, è che il sistema immunitario gradisce essere educato progressivamente e non aggredito». Dal topo all’uomo come si arriva? «Il nostro obiettivo è di incorporare il Dna in un veicolo semplice da somministrare: una pillola. L’unica cosa di cui si avrà bisogno per assumerlo, dunque, sarà un bicchier d’acqua». Potenziali effetti collaterali? «Questo tipo di plasmide lo avevamo già iniettato nei pazienti con tumore: 60 volontari, zero effetti collaterali. Il Dna che entra nelle cellule umane viene degradato nel giro di 15 giorni».

Non dobbiamo aspettarci miocarditi e pericarditi? « Nooo…mi sento di escluderlo. Il Dna è catturato dai linfociti B all’interno degli organi linfatici, e dopo 10-15 giorni è degradato. End of the story. Tuttavia, anche nel caso dei vaccini a mRna, il Center for disease control Usa riporta che miocarditi e pericarditi sono rare e il loro nesso con la vaccinazione è ancora da dimostrare». Quante dosi servirebbero? «Non lo sappiamo ancora. Posso ipotizzare una pillola al giorno per tre giorni, o una mega pillola una volta». E i richiami? «Uno ogni tanto. Ma abbiamo visto che, con il nostro sistema, la memoria immunologica nei topolini si conserva fino a due anni, quindi siamo ottimisti sulla durata». Una bella differenza, rispetto alle punture ogni 4-6 mesi, cui ci stanno sottoponendo ora. «Perché il nostro è un meccanismo studiato per funzionare e durare, sfruttando il naturale funzionamento del sistema immunitario». Ma se era possibile intuirne i difetti, perché i governi hanno puntato sui vaccini a mRna? «Era una tecnologia ready to go. C’erano laboratori privati in Germania e negli Stati Uniti che da anni la studiavano, in verità con pochi risultati. Nel 2018, Curevac pubblicò dati che dimostravano come mRna, iniettato in volontari, non inducesse una risposta immunitaria anticorpale significativa». Ah. E poi? «Biontech, specializzata nei vaccini tumorali, aveva la tecnologia pronta nel cassetto: ci hanno messo poco a prendere l’Rna della proteina Spike e sostituirlo a quello che stavano usando. È andata più che bene, vista l’emergenza». Anche lo sforzo logistico è stato notevole. Basti pensare alla catena del freddo per conservare le fiale. «Ho ancora negli occhi la foto del primo furgoncino che arriva in Italia, attraversando le Alpi e portando i vaccini in mezzo alla tormenta di neve… Una difficoltà enorme, insieme alle mille problematiche legate alla somministrazione. Invece, le pillole del nostro vaccino sono stabili a temperatura ambiente, le può tenere nel suo medicine cabinet per dieci anni, e non cambia niente: il Dna si conserva perfettamente. La catena del freddo, che è sempre stata un anello fragile nella conservazione dei vaccini, viene completamente eliminata». Ma lei si è vaccinato con i preparati a mRna? «Certo, come la maggior parte della popolazione; ho anche un’età in cui c’è bisogno di proteggersi. Per onestà intellettuale, bisogna dire che i vaccini mRna inducono la risposta immunitaria cellulo-mediata, cioè quella a cellule T, che mitigano gli effetti della malattia. Quindi, dal punto di vista sociale, i vaccini mRna hanno impedito il collasso dei sistemi sanitari dei nostri Paesi, consentendo di riprendere una semi normalità e di far ripartire l’economia». Ci accontentiamo? «Diciamo che nessuno era pronto ad affrontare un’emergenza sanitaria di queste dimensioni. Si è cercata una soluzione rapida e immediata, anche se, come abbiamo visto, non del tutto efficace. Ora siamo nella condizione di poter immaginare un vaccino mirato, razionale, che punti dritto all’obiettivo. Non male».

Alessandro Rico

Fonte: la Verità dell’8 agosto 2022. Pag 7-8-9-11

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: La roccia nella paura affonda

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07 Agosto 2022
XIX Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi
Lc 12,32-48

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: ³²«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. ³³Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. ³⁴Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. ³⁵Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; ³⁶siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. ³⁷Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. ³⁸E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!  ³⁹Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. ⁴⁰Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». ⁴¹Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». ⁴²Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? ⁴³Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. ⁴⁴Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. ⁴⁵Ma se quel servo dicesse in cuor suo: «Il mio padrone tarda a venire» e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, ⁴⁶il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. ⁴⁷Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; ⁴⁸quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Continua il cammino di Gesù e dei discepoli verso Gerusalemme, là dove avverrà il suo esodo (cf. Lc 9,31), la sua morte. Gesù sa cosa lo attende, perché ormai l’ostilità della gerarchia religiosa giudaica si è fatta ossessiva, mentre la simpatia della gente va scemando ogni giorno di più, perché non sembra realizzarsi quel Messia che pretendevano di trovare in Gesù. Egli appare sempre più deludente per la folla e il profilo del fallimento di una missione e di una vita si fa sempre più evidente.
È in questo contesto che Gesù pronuncia alcune parole che dopo due millenni vengono ascoltate dai credenti con commozione profonda e convinzione perseverante: “Non temere, piccolo gregge, perché è benevolenza del Padre vostro dare a voi il Regno!”. Gesù guarda la piccola realtà della sua comunità, una “baracca” più che una costruzione, una ventina di uomini e alcune donne che lo seguono, sovente perplessi e ansiosi, e si rivolge loro con un linguaggio affettivo e fraterno: “Non avere paura, piccola realtà, che sembri inadeguata a compiere una missione riguardante tutto Israele, tutta l’umanità. Non avere paura, minoranza debole e visibilmente fragile, senza appoggi nel mondo. Non avere paura, realtà poco visibile, inerme, senza influenza e impotente nel mondo. Non avere paura, comunità che merita rimproveri e continuamente ha bisogno di richiami, di correzioni”.
Perché? Perché comunque il Padre, Dio, nel suo amore vuole dare a questa comunità il Regno, farla partecipare a quella vita che è la sua, la vita salvata, sensata, nella sua mano dalla quale nessuno potrà mai strapparla. Quella del piccolo gregge è un’immagine distante da noi e probabilmente anche poco eloquente, ma ciò che in essa è decisivo è il carattere della piccolezza. Gesù vede dietro a sé una piccola realtà, mentre grande è la realtà religiosa dei giudei, grandissima è la realtà del mondo in cui quella piccola comunità è apparsa ed è cresciuta poco. Essa però non tema, non si lasci assalire dall’ansia e dalla paura perché, in quella situazione così precaria, ciò che è decisivo è accogliere la promessa di Gesù di partecipare al Regno di Dio.
Certo, per accogliere tali parole di Gesù e, di conseguenza, non temere ma gioire, bisogna essere davvero il piccolo gregge che segue lui, coinvolto nella sua vicenda fino al fallimento e alla morte. Non basta dirsi cristiani, ma per esserlo veramente occorre essere “poveri”, peccatori che desiderano conversione, uomini e donne che non confidano in se stessi ma sanno mettere la fede e la speranza in Gesù e nel suo Regno veniente. Non diamo per scontato che queste parole abbiano noi come destinatari, poiché ci diciamo cristiani! Come dirsi figli di Abramo poteva essere un inganno (cf. Lc 3,8; Mt 3,9), così pure dirsi discepoli di Gesù può coincidere semplicemente con il vanto di un’appartenenza, con il darsi un’identità che copra il vuoto personale.
Comprendiamo allora l’affermazione seguente di Gesù: “Vendete ciò che avete e condividetelo; fatevi borse che non si consumano, un tesoro inattaccabile nei cieli, là dove il ladro non arriva e il tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. Per avere questa gioia del dono del Regno ci vuole poco, pochissimo: distaccarsi dai beni, condividendoli! Confesso che mi impressiona questa parola, unica condizione posta per essere piccolo gregge: spogliarsi e condividere. Spogliarsi di ciò che si ha – beni, denaro, terra – non per disprezzo, non in nome di un cinismo filosofico, ma semplicemente per condividere con quanti non hanno e non possiedono. Ognuno ha delle ricchezze: soldi, possessi, ma anche forza, tempo disponibile, doni personali. Basta condividere ciò con gli altri, che sono tutti fratelli e sorelle. Solo così un discepolo, una discepola, diviene veramente tale, smette di avere due padroni (cf. Lc 16,13; Mt 6,24), smette di porre sé al centro della vita e non è più tentato di essere alienato all’avere, al possesso, non è più tentato di mettere la fiducia e la speranza nelle ricchezze.
Sì, lo ripeto, è così semplice, eppure richiede una conversione mai avvenuta una volta per sempre, ma che va rinnovata giorno dopo giorno alla sequela di Gesù, perché i beni, il denaro, quasi sempre ci accompagnano e crescono. Penso spesso alla nostra vita di monaci: giungiamo in monastero rispondendo alla vocazione e non abbiamo nulla, siamo veramente poveri, perché, se avevamo beni o denaro, li abbiamo lasciati; poi però, poco per volta, partecipiamo ai beni e al denaro, senza i quali una comunità non può vivere, e purtroppo li lasciamo crescere e finiamo per giustificare l’accumulo, fino a confidare in essi. Allora – occorre dirlo – non siamo più il piccolo gregge di Gesù!
Per questo Gesù chiede grande vigilanza e profonda intelligenza nella vita cristiana. Chiede di restare nell’atteggiamento e nella tenuta dei servi, che per servire si cingevano la veste ai fianchi; chiede di tenere le lampade accese, di restare in attesa della venuta del Signore, per ascoltare lui che bussa alla porta e potergli aprire quando arriva. Servi in attesa del Signore che viene: ecco chi sono i cristiani, per i quali risuona la beatitudine: “Beati quei servi che il Signore al suo arrivo troverà vigilanti”, cioè beato chi, avendo come suo tesoro il Signore, sarà in attesa di trovarlo e lo incontrerà alla sua venuta, a qualunque ora arrivi, anche se dovesse tardare.
Gesù aggiunge un brevissimo detto, performativo per i discepoli, seguito da un’esortazione: “Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi restate pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Vegliare, non dormire, non essere preda del sonnambulismo e dell’intontimento spirituale, tenere gli occhi aperti non è facile: la stanchezza del giorno, il lavoro, i molti servizi fatti, la lunghezza della vita cristiana, la monotonia del quotidiano, sono tutti attentati alla vigilanza, che significa anche consapevolezza e responsabilità. “Lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mc 14,38; Mt 26,41), dice altrove Gesù a tre discepoli che non riescono a vegliare con lui nella notte della passione.
E se è vero che tutti i discepoli, i servi, devono vigilare, c’è qualcuno che di questa attenzione è più responsabile degli altri. Nel piccolo gregge tutti sono fratelli e sorelle, tutti hanno ricevuto il compito di vigilare, ma non tutti hanno la stessa responsabilità. Ecco perché, sollecitato da Pietro, Gesù dice con chiarezza che nella comunità c’è una distinzione tra i semplici discepoli e i responsabili, che non devono separarsi ma anzi realizzare di più la fraternità e l’uguaglianza dei figli di Dio. C’è qualcuno che nella comunità ha un compito preciso, quello dell’oikonómos, del preposto alla casa, chiamato a svolgere il suo servizio nel dare da mangiare ai suoi fratelli e sorelle, nel dare il cibo della parola e della sapienza di Dio, “ministro” perché dà a ciascuno la minestra: questo è il sostentamento necessario, che fa vivere, di cui l’oikonómos è responsabile. Spetta a lui la cura spirituale e materiale dei fratelli, ed egli deve svolgere il servizio di servo affidabile (pistós) e intelligente, sapiente (phrónimos).
Ma se questo servo si pone al centro della vita comunitaria; se afferma solo se stesso e non fa crescere gli altri; se pensa a fare la “sua vita”, senza una condivisione con i fratelli e le sorelle; se organizza il consenso intorno a sé perché ha nel cuore i sentimenti del tiranno, per il quale gli altri sono nient’altro che strumenti del suo potere e successo; se non sa mostrare umanitari misericordia nei rapporti comunitari; e se, nutrito di narcisismo, pensa di essere “irreprensibile”e fustiga solo i difetti degli altri, allora…
Non aggiungiamo più nulla, basta leggere il brano evangelico fino alla fine. Allora il Signore veniente si separerà da quel servo e lo metterà tra le persone non affidabili… Attenzione dunque: a chi più è dotato di doni, più è intelligente, più a responsabilità nella comunità del Signore, più sarà richiesto! Perché il giudizio di Dio, che si manifesterà quando staremo davanti a lui dopo la nostra morte, dipenderà non solo da ciò che abbiamo operato ma anche dal grado di coscienza e di responsabilità avuto e dall’uso dei doni di cui siamo stati dotati. Tutti i cristiani, ma soprattutto le loro guide, devono sempre tenere lo sguardo fisso sull’orizzonte escatologico: il Signore è il Veniente, dunque occorre essere vigilanti e capaci di attenderlo!

6 agosto: Trasfigurazione del Signore

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autore: Raffaello Sanzio anno: 1520 titolo: Trasfigurazione luogo: Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
autore: Raffaello Sanzio anno: 1520 titolo: Trasfigurazione luogo: Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
Trasfigurazione del Signore
Titolo: Gesù rivela ai tre discepoli diletti il Corpo del Vero Uomo
Ricorrenza: 6 agosto
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Festa
Il Divin Redentore Gesù aveva già predicato per due anni il Vangelo dell’amore per tutta la Palestina, e si era già scelti i dodici Apostoli, ma la Buona Novella non era ancora stata compresa che in piccola parte: i suoi discepoli medesimi restavano ancora dubbiosi e tiepidi.

Per confermare nella fede almeno i più amati fra gli Apostoli, prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse sulla cima del Tabor ed innanzi ad essi si trasfigurò. Il suo viso divenne risplendente come il sole e le sue vesti candide come la neve. Ed apparvero Mosè ed Elia che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: « È bene per noi lo star qui; se vuoi facciamo qui tre tende: una per Te, una per Mosè ed una per Elia ». Mentre ancora parlava una lucida nuvola li avvolse e da essa si udì una voce che diceva: « Questo è il mio Figliuolo diletto nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo ». Udendo tale voce i discepoli caddero bocconi a terra e furon presi da gran timore, ma Gesù, accostatosi a loro, li toccò dicendo : « Levatevi e non temete »; ed essi alzati gli occhi non videro che Gesù. Egli poi nello scendere dal monte ordinò di non parlare a nessuno di quella visione, prima che il Figliuol dell’Uomo fosse risuscitato dai morti.

Questo bellissimo tratto del Santo Vangelo è preso da S. Matteo, ma lo si trova pure in S. Luca ed in S. Marco. Gesù prende con sè, e vuole testimoni della sua gloria: Pietro, il discepolo dal cuore ardente e generoso fino all’eroismo; colui che pochi giorni prima era stato costituito capo della Chiesa. Giacomo, il fratello di Giovanni, impetuoso e fedele che voleva sedere alla destra di Gesù, per cui si disse disposto a bere lo stesso calice amaro della passione. Giovanni, prediletto perchè il più giovane ed il più innocente. Tutti e tre li vedremo in seguito seguire il Maestro nell’Orto degli Ulivi, recarsi per primi al sepolcro, predicare con zelo ardente la fede, e dare la vita per il loro Maestro.

PRATICA. Il Padre sul Tabor ha proclamato: «Questo è il mio Figlio diletto, lui ascoltate ». Ascoltiamo questo Maestro Divino quando ci parla per mezzo della Chiesa o dei suoi ministri.

PREGHIERA. Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri e, con voce partita da nube luminosa, hai meravigliosamente proclamata la perfetta adorazione dei figli, concedici, propizio, di poter divenire coeredi del Re della gloria e partecipi della sua medesima gloria.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa della Trasfigurazione del Signore, nella quale Gesù Cristo, il Figlio Unigenito, l’amato dell’Eterno Padre, davanti ai santi Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, avendo come testimoni la legge ed i profeti, manifestò la sua gloria, per rivelare che la nostra umile condizione di servi da lui stesso assunta era stata per opera della grazia gloriosamente redenta e per proclamare fino ai confini della terra che l’immagine di Dio, secondo la quale l’uomo fu creato, sebbene corrotta in Adamo, era stata ricreata in Cristo.
Fonte Link: santodel giorno.it

Draghi vede nubi all’orizzonte: pesa l’incertezza politica 

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Mario Draghi
Mario Draghi

CARMELO CARUSO
“La situazione richiede un clima di consapevolezza e credibilità”, dice il premier. Varato il dl “Aiuti-bis”. Tensione con Franceschini

Da oggi diventa premier emerito, l’assente che sarà presente, l’altro, “l’immeritato”. Sorprendendo tutti, partiti, ministri, Mario Draghi ha deciso di parlare alla stampa da presidente “corrente” per celebrare l’ultimo dei suoi Cdm “robusti”, il Cdm “eredità”. 15 miliardi di euro spalmati tra bonus, taglio cuneo fiscale (1,6 miliardi) conguaglio per pensioni e poi anche riforma del penale. 40 articoli da esaminare. I ministri sono rimasti seduti a Palazzo Chigi oltre due ore. La conferenza annunciata slittava e slittava. Draghi tardava ad arrivare tanto che i giornalisti con aria di festa dicevano “eh, che è? Si è dimesso un’altra volta?”.

Quando si è presentato era radioso ma “preoccupato”.  Il provvedimento, raccontava Draghi, era, “ancora straordinario”, e Daniele Franco “che lavoro che hai fatto, quasi quattro finanziarie senza ricorrere a scostamento, eh”. Draghi non ha nascosto che “all’orizzonte ci sono le nuvole”. E cosa sono le nuvole? “Caro vita, inflazione, caro energia, e l’incertezza politica e geopolitica. Le previsioni per il futuro sono preoccupanti. Bisogna difendere la ripresa che c’è stata”. Ha anche detto una volta per tutte cosa sia l’agenda Draghi: “Significa credibilità e dare risposte pronte. Credibilità internazionale alta. Come l’Italia l’ha avuta oggi”.

Sembrava non finisse mai. E’ stato uno dei Cdm più lunghi di sempre. Lo ha animato Dario Franceschini, il ministro della Cultura, l’eternità del Pd, che è già in campagna elettorale. Durante il Cdm ci sarebbe stato un confronto accesso su una norma che riguardava opere sul territorio. Franceschini si batteva per “valutare l’impatto ambientale” per ripristinare l’enormità di potere dei sovrintendenti. Sono tutti i veti che Draghi insieme al ministro Roberto Cingolani (lo cercano già all’estero per offrirgli un lavoro, altro che doppio mandato) ha provato a smontare in questi mesi di governo. La conferenza prevista si è allargata alla fine, negli ultimi minuti, a un altro partecipante. Presente era anche il “soprasegretario” Roberto Garofoli (“il più bravo di tutti” lo ha definito il premier; ma cosa aspettano i partiti seri a dire “continua a fare quello che stavi facendo”?).

Ci sono ministri che hanno portato a casa pezzi di agenda Draghi. Il solito Giancarlo Giorgetti (10 miliardi per tv nelle zone montane) e poi Andrea Orlando, Renato Brunetta. Ma a Orlando non bastava: sta già inseguendo Carlo Calenda, “ti faccio vedere io come trionfa il socialismo”. Alla fine del Cdm, Orlando ci teneva a fare sapere che a lui le risorse del taglio al cuneo fiscale “non sono bastate” e che in “sede di conversione cercherà di fare di più”.  Anche Draghi avrebbe voluto fare di più se glielo avessero lasciato fare. Quando illustrava le misure non nascondeva quelle che appunto ha chiamato le nuvole… Garofoli parlava della siccità, della crisi idrica. Molti leader dicono siamo pronti a governare. Anche Draghi ha detto che il suo governo è stato “pronto” e i livelli dei nostri stoccaggi “sono i più alti d’Europa”. Ma quando gli chiedevano “quali priorità avrà il prossimo governo?” Draghi si scostava “non sta a me stabilirlo”.  E Ita, la ex Alitalia, a chi la vendete? Franco diceva che nessuna delle proposte arrivate erano sufficienti ma Draghi aggiungeva “non lasceremo al prossimo governo. La delega fiscale sarà votata il 7 settembre. Draghi: “I partiti hanno promesso che non ci saranno scherzi. Sono certo che il prossimo governo rispetterà gli impegni del Pnrr”. Scacciava le nuvole che per Aristofane non erano solo le nuvole ma la metafora per indicare i demagoghi.
05 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Per il lettone Rinkevics, Mosca va messa sulla lista europea degli stati terroristi

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Il ministro degli Esteri di Riga chiede di utilizzare nei confronti della Russia di Vladimir Putin “parole precise”

a notte tra giovedì e venerdì un campo per prigionieri di guerra nell’oblast di Donetsk è stato bombardato. La Russia ha accusato l’Ucraina e l’Ucraina la Russia. Tra i prigionieri c’erano anche alcuni dei combattenti di Mariupol e, secondo Mosca, Kyiv avrebbe deciso di bombardare i suoi soldati per paura che svelassero di essere stati costretti a combattere. Secondo l’Ucraina il motivo per cui Mosca avrebbe bombardato  è per nascondere le torture. Il ministero della Difesa russo ha detto che permetterà alla Croce Rossa e all’Onu di fare delle indagini, ma per ora nessuno è entrato, gli ucraini non hanno accesso anche perché il campo è nella parte di Donetsk sotto controllo russo e hanno potuto soltanto studiare delle immagini satellitari che sembrano mostrare l’esistenza di fosse comuni.

Il ministro degli Esteri lettone, Edgars Rinkevicčs,  ha detto a Politico che stiamo assistendo a “tutta la brutalità delle forze russe, che in realtà assomigliano molto allo Stato islamico, che abbiamo sempre chiamato organizzazione terroristica”. E ha proposto di etichettare la Russia come stato sponsor di terrorismo: “Chiamiamo le cose con il loro nome”.  Kyiv ha già chiesto ai suoi partner di farlo, dopo gli innumerevoli bombardamenti contro i civili, la brutalità di Bucha e Irpin, le deportazioni.  

“La società ha bisogno di sentirlo, se condanniamo paesi come l’Iran, la Russia non è diversa”, ha sottolineato  il ministro lettone. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che “il riconoscimento formale della Russia come stato terrorista non è necessario come gesto politico ma come efficace difesa del mondo libero”. Il punto è proprio questo e Rinkevicčs lo condivide, lui che è ministro di un paese in cui sabato Gazprom ha annunciato il taglio del gas come ritorsione.  Le parole servono a farci entrare bene dentro ai significati e se la Russia si comporta come lo Stato islamico, che per noi è un’organizzazione terroristica ed è trattata come tale, per Mosca non dovrebbero esserci altre definizioni. E’ questione di difesa e anche di valori.
2 AGO 2022

Fonte: ilfoglio.it

Tutti i guai dell’agenda Camusso

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Susanna Camusso
Susanna Camusso

L’accordo tra Pd e Azione prevede l’impegno reciproco a non candidare, nei collegi uninominali, figure particolarmente divisive. Chissà, allora, come la prenderanno gli elettori calendiani, se troveranno sulla scheda il nome di Susanna Camusso. E chissà se la Camusso sarà candidata all’uninominale o in lista col Pd. Si capisce perfettamente che Enrico Letta abbia la necessità di coprirsi a sinistra, specialmente dopo che si è incrinato l’asse con Si e VerdiMa siamo sicuri che l’ex segretaria della Cgil sia il volto giusto per salvare capra e cavoli? Sotto la guida di Camusso, la Cgil si è caratterizzata per una costante guerriglia di retroguardia contro ogni proposito riformista: dalla lotta contro il Jobs Act alle critiche al decreto Dignità ritenuto troppo tiepido.

Anche nei confronti di Mario Draghi, Camusso non è stata tenera: appena venti giorni fa, parlando con Metropolis di Repubblica, dell’agenda sociale di Draghi diceva che “sono solo belle parole ma ancora non ci sono gli impegni e non è la prima volta che poi succede altro”. Della lettera Trichet-Draghi del 2011 ha detto che “le politiche prescritte erano disastrose”. Perfino sul green pass ha tenuto una posizione ambigua, dando un colpo al cerchio (“sono a favore dell’obbligo vaccinale”) e uno alla botte (ci vorrebbe “un’opera di persuasione senza il ricatto della punizione”). Eppure non mancano, anche tra le file del sindacato, figure coraggiose che hanno cercato di mettersi al passo coi tempi, come Marco Bentivogli, che ha lavorato per ottenere accordi tali da migliorare in concreto la condizione dei lavoratori. Tralasciando il fatto che anni addietro Camusso dichiarò di voler essere la prima leader della Cgil a non fare il salto in politica (capita a tanti di ripensarci), c’è un problema per il Pd di Letta se intende rappresentare il mondo del lavoro e portare avanti l’agenda Draghi attraverso chi ha fatto del sindacato un avamposto conservatore e, poi, ha avuto nei confronti del riformismo del premier un atteggiamento che eufemisticamente si può definire passivo-aggressivo.
Fonte: ilfoglio.it