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Ponte sullo Stretto, il pericolo faglie conosciuto da due secoli. La società: “Tutto ok”. Ma gli esperti insistono

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Ricerche e incisioni di inizio Ottocento confermano l’allarme. La Stretto di Messina: “L’opera progettata per resistere ai terremoti”

«I punti di contatto con il terreno dell’opera di attraversamento, sulla base degli studi geosismotettonici eseguiti, sono stati individuati evitando il posizionamento su faglie attive». Piccata, la società Stretto di Messina ha risposto così alle obiezioni degli studiosi che per il Comune di Villa San Giovanni stanno lavorando a un documento, anticipato domenica da Repubblica, che prova come il Ponte sia destinato a poggiare su una delle faglie che l’Ispra ha catalogato con rank “primary” — cioè di massima pericolosità — e circondato da altre quattro di medesimo livello. Ma in barba alle mappe Ispra — che rendono difficile immaginare come la società sia in grado di piazzare piloni e punti di ancoraggio ad almeno 400 metri dalle faglie, come norma prevede — a sostegno della sua tesi la “Stretto” non ha allegato neppure un disegnino.

Preoccupazione opposta hanno avuto più di due secoli fa gli scienziati spediti a studiare gli effetti del terremoto e maremoto del 5-6 febbraio 1783, che insieme allo sciame sismico durato fino al marzo dello stesso anno, hanno devastato tutta la Calabria centro-meridionale e parte del Messinese. Le faglie che ancora oggi attraversano il territorio di Villa San Giovanni come una griglia risalgono a quel periodo.

Per l’area, una vera e propria catastrofe da 30mila morti che preoccupò non poco le autorità dell’epoca, tanto da spingere il governo borbonico a inviare studiosi e tecnici membri dell’Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli per una ricognizione sistematica delle località colpite dal disastro. Fra loro c’era anche l’abate Antonio Minasi, noto naturalista del tempo, che commissionò — documenta uno studio dei ricercatori Alberto Comastri e Dante Mariotti — cinque dettagliatissime incisioni per “fotografare” le modificazioni dell’area, rappresentata prima e dopo il sisma.

Le immagini mostrano le frane causate dal terremoto — vere e proprie spaccature nelle montagne a picco sul mare — e secondo gli studiosi di oggi corrispondono esattamente ai fronti di faglia individuati e censiti secoli dopo. Un patrimonio inestimabile non solo perché in grado di mostrare visivamente le profonde modificazioni avvenute poco più di duecento anni fa, ma anche quanto il sisma abbia stravolto l’area. Che solo dopo, probabilmente per l’interramento naturale di molti fiumi — suggeriscono diversi studi — nella zona di Cannitello, sul versante calabrese, e in quella prospiciente di Pantano, in Sicilia, ha smesso di essere una palude inospitale.

Evoluzioni che più di due secoli fa sono state oggetto di studi, rilievi, inclusi tentativi di documentazione. Con un’accuratezza che — conferma il ministero dell’Ambiente con le sue 42 pagine di rilievi — non sembra esserci oggi nel progetto della “Stretto di Messina”. Soprattutto sul fronte del rischio sismico.

«Le costruzioni di ponti sospesi in zona sismica avvengono da sempre in ogni parte del mondo in aree con potenziali sismogenetici più rilevanti», si è limitata a ribadire la società di fronte alle obiezioni sulla compatibilità del Ponte con un territorio attraversato da faglie attive. «Il potenziale sismogenetico dello Stretto di Messina non è in grado di produrre terremoti superiori a 7.1 della scala Richter. In ogni caso — si è voluto sottolineare — l’opera è progettata per restare in campo elastico anche con magnitudo superiore».

Sul punto la commissione Via del ministero dell’Ambiente di certo vuole saperne molto di più. Per questo ha rispedito al mittente il progetto della società con più di 240 osservazioni, di cui almeno quattro direttamente correlate a studi, previsioni di scenario e rischi correlati a terremoti e maremoti mancanti o da completare, integrare e aggiornare. In più i tecnici del ministero chiedono la «restituzione cartografica a scala 1:5000 di tutti i sistemi di faglia attivi, con distinzione delle faglie capaci» e soprattutto «la sistematizzazione delle carte geologiche e geomorfologiche coerenti rispetto alla mappatura delle faglie».

Traduzione per i non addetti ai lavori: il Mase vuole sapere dove siano con precisione quelle faglie, quali siano attive — dunque potenzialmente in grado di far “muovere” il terreno sovrastante e circostante e soprattutto come incidano nella zona.

«Peraltro — sottolinea l’ingegnere Paolo Nuvolone, che a titolo volontario sta lavorando al nuovo studio shock sulle faglie e oggi dovrebbe trasmetterlo al Comune di Villa San Giovanni — il problema non è semplicemente se il Ponte regga o meno a un terremoto, ma cosa succederebbe se un pilone sprofondasse di dieci o venti centimetri». Uno scenario plausibile in un’area con una griglia di faglie addosso, che già in passato ne hanno modificato la morfologia. «E sono parallele — avvertono i geologi che lavorano alla documentazione che il Comune di Villa San Giovanni presenterà al ministero dell’Ambiente — dunque che siano destinate ad attivarsi insieme». Uno scenario che nell’attuale progetto non è stato neanche ipotizzato. Meno che mai i suoi potenziali effetti. 14 MAGGIO 2024
Fonte Link: repubblica.it