Home Argomenti Ambiente e Ecologia ECOLOGIA: RIFLESSIONI SU UNA DISCIPLINA SINTETICA

ECOLOGIA: RIFLESSIONI SU UNA DISCIPLINA SINTETICA

566
0

Prof. Antonio Moroni 

1.      Dalla descrizione della natura, all’ecologia, al sistema delle scienze ambientali. una premessa

2.      Singolarità dell’ecologia scientifica

3.      La realtà dell’ambiente

3.1.   Il tempo: un fattore strategico per la lettura dei sistemi naturali ed umani.

3.2.   L’evoluzione dell’ambiente natuale nel tempo.

3.2.1.      Ambiente primitivo abiotico

3.2.2.      Interpretare la natura secondo la Biologia e l’Ecologia

3.3.   Introduzione all’ambiente umano

3.3.1.      Il rapporto natura-cultura

3.3.2.      Esiste una cultura pre-umana?

3.3.3.      Suggestioni per l’ambiente umano

4.      La vicenda della gestione umana dell’ambiente, i modelli culturali con cui l’umanità ha percepito, ha analizzato e ha gestito il proprio rapporto con la natura e con la città.

4.1.   La transizione ecologica

4.2.   L’ambiente nelle società prescientifiche

4.2.1.      La percezione dell’ambiente

4.2.2.      La riflessione sull’ambiente

4.2.3.      La gestione dell’ambiente

5.      L’ambiente nell’età della rivoluzione sceintifica (sec XVI-XX)

5.1.   Il quadro scientifico in cui è nata l’Ecologia

5.2.   Dal sec. XVII al sec. XX. Nuovi paradigmi interpretativi della realtà

5.2.1.      Il paradigma analitico-riduttivo

5.2.2.      Lo sviluppo dell’indirizzo sintetico-sistemico

6.      Il secolo XX: Ambiente ed ecologia negli anni ’60

6.1.   La concettualizzazione della crisi ecologica

6.2.   Dal punto di vista scientifico sono rimasti in campo due concezioni dell’Ecologia: la concezione riduzionista (analitico-riduttiva) e la concezione sistemica (o sistemica ecosistemica)

7.      Anni ’90: Ecologia e Scienze ambientali

7.1.   L’ambiente tema aggregante di culture, di sistemi politici, sociali ed economici

7.2.   Da un’Ecologia globale ad un nuovo paradigma scientifico per le scienze ambientali per la ricerca, la formazione, la gestione dell’ambiente

7.3.   Il rapporto tra l’Ecologia e le Scienze Ambientali

8.      Alcuni tra gli interrogativi sul ruolo dell’Ecologia rispetto a temi ambinetali emersi negli anni del passaggio al secolo XX al secolo XXI

8.1.   La distinzione tra Ecologia e Ambiente

8.2.   Ecologia come disciplina scientifica e come punto di vista ecologico.

8.3.   La scoperta del ruolo sociale dell’Ecologia: lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi per la sostenibilità ecologica, sociale, economica.

8.4.   Etica ambientale: il passaggio dal comportamento del dominio sfruttamento all’etica del rapporto e del coinvolgimento.

8.5.   Comunicare i risultati delle ricerche ai fruitori

9.      Un territorio e le sue risorse naturali e culturali tra globalismo e complessità: la necessità di nuove discipline sintetiche per l’ambiente.

9.1.   Si ritorna a parlare del ruolo degli intellettuali. 

ECOLOGIA: RIFLESSIONI SU UNA DISCIPLINA SINTETICA

Prof. Antonio Moroni[1]

Il vero viaggio di scoperta
non consiste nel cercare nuove terre,
ma nell’avere nuovi occhi

Voltaire

Sulle carte geografiche
sono indicate con chiarezza le più
piccole località, ma non si scorge una
grande scritta: Asia o Europa per
indicare un continente.
A. E. Poe

 

1. Dalla descrizione della natura all’Ecologia, al sistema delle Scienze ambientali in Italia

Nel periodo di tempo caratterizzato dalla cultura pre-scientifica, le persone umane hanno percepito e gestito il loro territorio, le risorse abiotiche, biotiche e i beni culturali come una realtà unitaria, viva e fragile, da cui traevano cibo e rifugio.

L’irrompere alla fine del secolo XVI della rivoluzione scientifica ha provocato una scissione nella cultura delle comunità umane: da un lato ha continuato una cultura rurale prescientifica, dall’altro è apparsa la nuova cultura scientifica, limitata in un primo tempo a èlites di fisici, di chimici, di matematici, e nell’ambito della quale si è dissolta l’unità del sapere.

Nella seconda metà del secolo XX a fronte di nuove e complesse problematiche i limiti di demarcazione tra l’una e l’altra disciplina anche se considerate mature hanno teso ad apparire sempre più labili. Da questi aspetti e dalla frammentazione delle conoscenze sono nati nuovi ambiti di ricerca che si sono espressi in nuovi indirizzi di scientificità quali le discipline sintetiche, tra queste l’Ecologia. Essa, come indirizzo culturale, affonda le sue radici nel pensiero biologico di Darwin e che in tal modo diventa strumento costitutivo dell’Ecologia stessa, e come disciplina, ha tratto la sua prima definizione da uno zoologo, E. Haeckel (1869)

Tra gli anni ’50-’60 i progressi realizzati dalla ricerca scientifica e dalla ricaduta di essi sulla ricerca tecnologica e sui processi industriali hanno offerto alle persone inedite possibilità riguardanti il cibo, la salute, le comunicazioni, e l’avvio a una diffusa disponibilità economica.

Ma, contestualmente, sono crollati i fondamenti della civiltà rurale: la solidità della famiglia tradizionale, un sistema di valori che era durato più di mille anni, sostituiti da una diffusa tendenza verso l’indifferenza, mista a tendenze nichiliste, verso l’ambiente naturale e la stessa città.

Per la prima volta nella sua storia l’umanità si è trovata a disporre di strumenti tecnologici in grado di incidere, oltreché sulla struttura, sui processi del funzionamento della natura, causando, nell’accelerazione del degrado di questi più importanti processi della biosfera, una radicale accelerazione della artificializzazione del paesaggio e la crisi della stessa città.

I sistemi produttivi e le Pubbliche Amministrazioni, sotto lo stimolo della società civile, si sono rivolti all’Università per avere una interpretazione di questi fenomeni inediti e suggerimenti per risolverli. Il mondo della ricerca ha risposto con gli strumenti di cui disponeva all’epoca: le discipline (Chimica, Scienze della terra, Meteorologia, Botanica, Zoologia, ecc.) che hanno operato in una cultura della frammentazione, separatamente l’una dall’altra.

Alcuni problemi più semplici sono stati risolti, ma altri ne sono risultati aggravati.

Né di qualche aiuto fu allora l’Ecologia che negli anni ’50 in Italia aveva ancora prevalentemente un tradizionale carattere descrittivo e la cui trattazione era stata fino ad allora confinata nell’ultimo capitolo dei testi di Botanica e di Zoologia.

In questo stesso periodo di tempo sono emersi alcuni accadimenti importanti.

Un gruppo di giovani ricercatori che operavano nell’Università di Parma, interessati allo sviluppo di nuovi contenuti dell’Ecologia, avevano avviato rapporti con ecologi soprattutto del Regno Unito. Fu così che si ebbe il passaggio dell’Ecologia descrittiva all’Ecologia dei processi del funzionamento dell’ambiente (i cicli biogeochimici, i flussi dell’energia, i processi omeostatici: processi caratteristici della Ecologia scientifica.

Nella seconda metà del secolo XX, a fronte di fatti sempre più vistosi di degrado ambientale, gruppi di cittadini si sono riuniti in comitato in difesa della naturalità, del funzionamento dei processi ecologici e della qualità degli ecosistemi diffondendo una nuova attenzione verso la natura[2]. Il periodo in cui sono nate le discipline sintetiche: Educazione ambientale ed Etica ambientale in altre aree disciplinari sono nati il Diritto ambientale e l’Economia ambientale.

Nel 1974 è stata costituita la Società italiana di Ecologia (S.it.E) diventata rapidamente promotrice e referente dello sviluppo della giovane Scuola italiana di Ecologia.[3] Negli stessi anni il CNR ha promosso il primo Piano nazionale di ricerca per l’ambiente (PNRA).

Negli anni ’80 a Salsomaggiore Terme è stato celebrato il primo Congresso Nazionale della Società Italiana di Ecologia. Il prof. Adriano Buzzatti Traverso, chiamato a presiedere la S.it.E, nel discorso inaugurale ha formulato alcune considerazioni di grande rilevanza sul cammino che attendeva l’Ecologia:

–         Cinquant’anni dopo circa dall’avvio della genetica in Italia, mi sembra si stia verificando qualcosa di simile per quanto concerne l’Ecologia. Ma questa volta l’Ecologia, non è una concezione, un approccio che conferisca unità alla biologia. Questa unità è stata già raggiunta attraverso la genetica. L’Ecologia può conferire unicità a tutte le scienze. Dalla fisica, alla chimica, all’astronomia e, ben inteso, alla biologia. Infatti l’Ecologia, così come oggi viene concepita è una scienza che si occupa di tutto quanto succede sull’esile porzione della crescita terrestre, che io amo chiamare “la pelle della terra”.

Mi sembra che assistiamo in questo momento ad una trasformazione -secondo me molto bella- delle caratteristiche della scienza sotto due punti di vista: quello della influenza della visione ecologica che porta ad una visione unitaria del sapere scientifico; e l’altro, che è in corso, di cui oggi ci sono appena gli accenni, ma che probabilmente fra qualche decennio sarà ben consolidato, della convergenza delle due culture in una sola cultura.[4]

A ricercatori di giovani scuole di Ecologia che cominciavano ad essere istituite nelle Università del nostro Paese, si deve la formulazione di un primo contributo all’interpretazione dei fatti di inquinamento che avevano polarizzato la percezione della gente su questi eventi inediti del proprio ambiente naturale di vita, originati dallo sfaldarsi dei meccanismi omeostatici ai quali la natura aveva affidato il mantenimento della qualità dei processi del suo funzionamento. È questo il momento in cui, analizzando indirizzi di ricerca, è stato dato di individuare un indirizzo riduttivo di ricerca in Ecologia, che pare il maggioritario, e un indirizzo ecosistemico.

Nel corso degli anni ’80 sono emersi due inediti indirizzi sociocultuali: la globalizzazione dei problemi umani e la complessità evidenziata dallo sviluppo di una ricerca scientifica e nelle scienze umane,sempre più attente alla compromissione della qualità dei processi naturali e sociali in una vorticosa evoluzione[5].

Sul finire degli anni ’80 fatti quali, ad esempio, la percezione delle conseguenze del riscaldamento globale sulle modificazioni del clima e sugli stati di vita delle persone, ha ulteriormente evidenziato la complessità dei drammi che attraversavano la natura. A questo punto la molteplicità dei fattori coinvolti ha mostrato che l’Ecologia, come scienza di processi e di sistemi naturali, era necessaria, ma non sufficiente per affrontare la ricerca e avviare a soluzione questi drammi. Si è parlato allora di Ecologia globale o di Ecologia dei sistemi, forse, a mio modesto avviso,  con una certa forzatura, perché l’Ecologia resta sempre una disciplina essenzialmente biologica. Neppure è parso appropriato il termine olismo, definizione scarsamente usata dai naturalisti, perché ormai caricata di forti significati filosofici.

In realtà è stato necessario sviluppare un nuovo paradigma in grado di occuparsi della formazione e della gestione del territorio: quello delle Scienze Ambientali.

Sono nati così, pure tra difficoltà frapposte dalle aree monodisciplinari, Dipartimenti di Scienze Ambientali per la ricerca e Corsi di Laurea in Scienze Ambientali per la didattica, in grado ambedue di organizzare una ricerca sulla complessità ambientale, coinvolgendo conoscenze tratte da una vasta gamma di discipline scientifiche e in scienze umane.

E’ questo il periodo in cui compaiono, oltre alle discipline sintetiche di Educazione ambientale e di Etica ambientale, su richiesta di linee di ricerca e di didattica in Scienze ambientali, le discipline di Diritto ambientale e di Economia ambientale.

2 Singolarità dell’Ecologia scientifica

L’Ecologia è una disciplina scientifica singolare:

  • ha le sue radici profonde nella riflessione della grande ricerca naturalistica prescientifica;
  • ha individuato la propria matrice scientifica nel pensiero di Darwin e nell’attività dei “Naturalisti delle Isole” come scienze di base che studiano le relazioni tra gli organismi e il relativo contesto ambientale.
  • è una disciplina scientifica sintetica. L’Ecologia non è una disciplina radicalmente biologica perché all’identità di essa hanno contribuito e contribuiscono discipline naturalistiche abiotiche e biologiche. Ma essa guarda particolarmente alla Biologia perchè i viventi sono la chiave di volta del funzionamento dei processi e dei sistemi ambientali. [6]
  • L’identità dell’Ecologia è connotata da due aspetti:

–         è una disciplina scientifica di base in grado di sviluppare una migliore conoscenza dei meccanismi fondamentali del funzionamento dell’ambiente naturale ed umano;

–         già dagli anni ’60 ecologi sono stati considerati come coloro che erano idonei a realizzare risposte su problemi che riguardavano i processi del funzionamento (o del disfunzionamento) dell’ambiente (salvaguardia, disinquinamento, etc.)[7].

  • In sostanza l’Ecologia è una disciplina naturalistica che fa parte, giocandovi un ruolo importante ed essenziale, del sistema delle Scienze ambientali, indirizzo di ricerca che si occupa di processi, sistemi, problemi ambientali che per loro natura sono realtà complesse[8].
  • l’Ecologia presenta una duplice connotazione: è disciplina scientifica con propri obiettivi, contenuti e metodi, ed è una cultura che ha contribuito e contribuisce ad una migliore comprensione della dinamica nello spazio e nel tempo del mondo naturale. In ambedue i casi le proposte di modelli ecologici che vengono elaborati e proposti devono essere chiaramente riferiti alla natura sistemica degli ambienti naturali o modificati dagli esseri umani o artificiali.[9]

3 – La realtà dell’ambiente

La vicenda disciplinare dell’ Ecologia, fino al suo confluire nel sistema delle Scienze Ambientali, richiede che ci si familiarizzi con il concetto di ambiente e con le modalità con cui, nel tempo, gli esseri umani hanno gestito i sistemi naturali e le risorse di essi e i sistemi umani[10]. Da qui la necessità di elaborare un concetto corretto di ambiente come base di una riflessione sullo sviluppo dell’Ecologia e del paradigma Scienze ambientali e dello sviluppo sostenibile [11].

3.1 Il tempo: un fattore strategico per la lettura dei sistemi naturali e dei sistemi umani

Tra le possibili chiavi di lettura della vicenda dell’origine e dell’evoluzione della natura e dell’ambiente umano, la dimensione temporale sembra la più rispondente da un punto di vista scientifico e culturale.

Il tempo rappresenta, infatti, la dimensione comune al mondo abiotico, a sistemi altamente organizzati quali sono quelli biologici naturali e ai sistemi umani (in questi ultimi natura e cultura determinano, integrandosi, il succedersi delle civiltà umane).

Esiste un presente organico proprio di tutte le forme di vita naturale, un presente individuale proprio della mente umana, un presente sociale che si muove secondo quel sistema di valori grazie ai quali, operando nel presente, essi si arricchiscono con l’esperienza del passato in vista del futuro. Le norme etiche ne sono l’espressione più realistica.

A fronte di questi indirizzi, che hanno costituito la trama dell’attività umana per millenni, si sta assistendo oggi alla nascita di una cultura di ambiente del tutto inedita, rappresentata da una società globale, tendenzialmente omogenea e schiacciata sul presente, su una cultura dell’istantaneità al punto da rendere -come è stato osservato- irrilevante la storia e grigio il calendario.

Si intuisce il dramma che è nascosto in quell’assenza del senso della storia che, priva le persone di una continuità esistenziale, con le generazioni precedenti

Kuhn T.S.[12] ha accennato ad una assenza della memoria che sembra costitutiva del sapere scientifico. Gli scienziati, in sostanza, tendono a collocare la loro attività sotto il segno di una concezione lineare di progresso. A differenza dell’arte, la scienza, come è stato rilevato, pare distrugga il suo passato. L’interesse è volto al futuro, non al passato. Non importa ciò che è stato fatto; si tratta di vedere che cosa si può fare. La riflessione più chiara della dimenticanza come valore è quella formulata da Max Weber in questi termini:”ogni lavoro scientifico vuole essere superato e invecchiare, cosicché essere superati scientificamente non è soltanto il destino di tutti noi, ma è anche il nostro scopo[13]“.

Sembra utile, di conseguenza, privilegiare la scelta della dimensione temporale come modello interpretativo dell’evoluzione della realtà sistemica dell’ambiente.[14] [15]

3.2 L’evoluzione dell’ambiente naturale nel tempo

Il tema dell’origine della vita sulla terra ha interessato già nella cultura prescientifica paleobiochimici, paleobotanici, paleozoologi, filosofi, etc. Ma soltanto nel secolo XX esso è diventato oggetto di indagine scientifica e cosmologica.

In questa sede, a questi temi, che costellano la storia dell’ambiente[16] si accennerà in estrema sintesi, rimandandone gli sviluppi a ricerche specialistiche elaborate in proposito.

Ma intanto sembra di poter tracciare una prima identità del concetto di ambiente: l’ambiente nel quale oggi si vive e che oggi si percepisce sarebbe il risultato finale di un’evoluzione durata alcuni miliardi di anni che ha generato un quadro nel quale sembra ragionevole individuare tre tappe: le prime due (l’ambiente primitivo abiotico e l’ambiente naturale) appartengono alla natura e il terzo (l’ambiente umano)[17] appartiene al dominio nel segnato dal rapporto natura-cultura.

3.2.1 Ambiente primitivo abiotico

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato l’origine extraterrestre della vita o almeno di molti composti organici di base. Ma la maggior parte dei ricercatori ritiene che sia necessario ipotizzare una fase biochimica pre-biologica in cui le molecole organiche si sono organizzate a costituire pre-vivventi. Secondo A.I. Oparin[18] e J.B.S. Haldane[19] in una atmosfera primitiva riducente caratterizzata da assenza di ossigeno e di anidride carbonica, ma ricca di idrogeno, metano, ammoniaca e vapor d’acqua si sarebbero originate in un brodo primordiale numerose molecole organiche fino a strutture che Oparin ha chiamato coacervati. Una prova sperimentale di quanto Oparin aveva sostenuto è stata formulata negli anni ’50 da Urey H. C. e da Miller S.[20] (1953) con una apparecchiatura che simulava le condizioni prebiotiche della terra.

Analoghe strutture pseudocellulari sono state ottenute negli anni ’70 da Sidney Fox che le ha chiamate proteinoidi. Uno tra i tanti risultati significativi sul problema dell’origine della vita si deve a Cech T.R. (premio nobel per la chimica nel 1989) che ha dimostrato un possibile percorso di un RNA dotato di capacità enzimatiche. In sostanza si potrebbe avere avuto un mondo primitivo a RNA che successivamente si sarebbe evoluto nel mondo attuale costituito di DNA e proteine con funzioni principalmente genetiche e metaboliche.

In ogni caso il lungo processo dell’evoluzione prebiologica del primitivo ambiente terrestre sarebbe terminato quando, dal sinergismo tra queste molecole e queste fonti di energia, si sarebbero originate molecole complesse del DNA capaci di autoriprodursi e di adattarsi ai cambiamenti che avvenivano nel rispettivo ambiente. 

3.2.2 L’interpretazione della natura secondo la Biologia e l’Ecologia[21]

Trattando dell’origine della vita -e escludendo l’ipotesi fissista- sembra logico ammettere l’esistenza di un percorso della vita che è nata e si è sviluppata nel corso di un tempo notevolmente lungo. Il modello è stato proposto da C. Darwin (1808-1882).[22] In sostanza, una volta originate le prime strutture elementari della vita avrebbero intessuto un rapporto dialettico con i fattori chimici e fisici presenti nel loro contesto ambientale adattandosi, attraverso processi biologici, ai cambiamenti presenti nel relativo quadro di vita[23]. Si potrebbe ipotizzare che le primitive forme viventi si siano evolute verso una complessità crescente dalle macromolecole, alle cellule, agli individui (specie), alle comunità viventi.

Nei livelli di integrazione successivi entrano in gioco i rapporti tra i viventi (biocenosi) e il relativo sistema dei fattori abiotici (biotopo): emergono così ecosistemi, paesaggi, biomi e biosfera.

Questi sistemi viventi che Novikoff A.B. (1945) e Fiebleman J. K. (1954) hanno chiamato livelli di integrazione e che oggi, rifacendoci al modello del paradigma della complessità, si preferisce chiamare livelli di organizzazione a complessità crescente, presentano tutti alcuni caratteri in comune.[24]

Ogni sistema vivente:

  • organizza in modo interattivo i fattori e i processi del livello di integrazione precedente in un tutto funzionante dal quale emergono strutture e qualità nuove:.[25]
  • presenta una propria struttura con componenti e fattori, un proprio funzionamento, costituito dai processi, una propria vicenda temporale e può trovarsi in una condizione normale e alterata;
  • possiede un ambiente interno e un ambiente esterno.

L’ambiente interno di ogni livello di organizzazione, dalla cellula, ai bioni, alla biosfera, è costituito dai fattori che ne formano la struttura. La struttura di un bosco, ad esempio, è data da fattori chimici, fisici, biologici (e, se c’è presenza umana, anche culturali).

In un bosco, realtà viva e complessa, questi fattori non sono uno vicino all’altro, ma ognuno in rapporto con tutti gli altri e da questo sinergismo si origina una realtà complessa formata dai processi del funzionamento del bosco, sistema vivente.

Questa è la realtà dell’ambiente interno di un sistema naturale, di una persona, di una città.

Nessun vivente si realizza in isolamento, ma confrontandosi con quel complesso di condizioni fisiche, chimiche, biologiche (e, se del caso, culturali), nel quale si trova a vivere un individuo, una popolazione, una comunità e che ne costituiscono l’ambiente esterno. Non è possibile, di conseguenza, tracciare una linea di confine tra un organismo vivente e il suo quadro esterno di vita. Questa considerazione può essere utile quando se ne voglia studiare la struttura, ma ci si accorge dell’inscindibilità di questi due fattori appena si entra a studiare la dinamica dei processi del funzionamento di un sistema vivente.

Il poeta F. Thompson ha descritto in un linguaggio poetico la realtà della complessità della vita e delle innumerevoli reti di rapporti che collegano i viventi con queste parole: “Tutte le cose sono legate da legami invisibili, non si può strappare un fiore senza turbare una stella“.

I viventi microrganismi vegetali e animali sono diventati i più importanti modificatori dei fattori fisici e chimici dell’ambiente della terra primitiva e la chiave dei processi del funzionamento degli ambienti naturali.[26]

Con la comparsa dei viventi è nata quella realtà che tradizionalmente è denominata natura. A ragione si dice che i viventi sono stati e sono tuttora la chiave di volta del funzionamento dell’ambiente naturale.

L’ecosistema un modello integrato di fattori fisici, chimici e biologici (e se c’è l’uomo anche culturali) rappresenta il livello dell’organizzazione della vita sul pianeta nel quale, nonostante la sua complessità, è possibile studiare, anche se a differenti gradi di approfondimento, la struttura, la dinamica nello spazio e nel tempo dei processi del funzionamento della natura.[27] (Fig.01) 

3.3 Introduzione all’ambiente umano

            3.3.1 Il rapporto natura-cultura

I due concetti di natura e di cultura hanno fatto registrare una grande varietà di significati. A. L. Kroeber e C. Kluckhohn[28] (1952) hanno citato quattrocento autori che si sono interessati del tema natura, individuandone più di centotrenta definizioni. In una ricerca sul termine cultura A. O. Lovejoy[29] nel 1935 nell’appendice al libro scritto con G. Boas ne ha elencato sessantasei diversi significati.

Se poi si riflette su obiettivi e contenuti delle due aree di natura e di cultura si trova che esse sono state e sono tutt’ora considerate nettamente separate. Ha concorso a questa distinzione il costituirsi un’organizzazione cultuale del sapere e, più in generale, una data visione scientifica del mondo. In entrambi i casi si dovrà risalire al Seicento, a Galileo e a Cartesio che hanno dato priorità epistemologica alla natura, consapevoli di essere essa una realtà matematizzabile, relegando le Scienze umane (le lettere, i problemi estetici, la stessa economia, le Scienze sociali e del linguaggio nel novero di realtà culturali che presentano aspetti di incertezza difficilmente matematizzabili). Anche se resta acclarato che le persone umane rappresentano l’essere culturale per eccellenza, negli ultimi decenni le ricerche scientifiche in Scienze umane hanno sviluppato rapporti che hanno reso più labile una la distinzione tra natura e cultura.

Scorrendo la storia dell’identità delle scienze umane, non considerando vari studiosi anche importanti, occorre arrivare alla metà dell’800 Taylor E. B. (1871),[30] secondo il quale la cultura è classificata come un’eredità trasmessa da una generazione all’altra tramite l’apprendimento (cioè con le idee) .

Per Kroeber A. L (1952)[31] nell’uomo esistono lunghi processi di apprendimento. Una persona umana nasce senza un progetto e i neuroni devono maturare gradualmente a iniziare dal piccolo infante. In questo modo egli apprende e traduce attraverso il suo linguaggio ciò che ha percepito.

Il genoma -è stato osservato- non determina i contenuti conoscitivi, ma ne rappresenta la base per la realizzazione di essi. In sostanza l’esperienza non è la prima origine delle idee, ma l’occasione per il loro risveglio. I rapporti tra natura e cultura si sono raffinati con le ricerche realizzate in Etologia e in Sociobiologia al punto che nella Biologia sono confluiti termini che erano propri delle Scienze umane come programmi, progetto, etc.[32]

Levi Strauss C. (1945)[33] maître à penser dello strutturalismo, ha tentato di avvicinare l’Antropologia alle Scienze naturali, facendone quasi una scienza naturale della società umana. In questo contesto alla cultura era stato ritagliato un ruolo assai secondario.

La reazione a questa concezione, è stata concertata da un gruppo di antropologi di estrazione sociologica, che hanno rivendicato esplicitamente l’autonomia delle scienze umane interpretate significativamente come scienze dello spirito e della cultura affermando in tal modo che esistono scienze umane e scienze naturali ognuna con una propria specifica identità (Weber M., 1918)[34]

3.3.2 Esiste una cultura preumana?[35]

Gli animali all’interno della catena alimentare nascono con un proprio progetto e nel corso della loro esistenza sviluppano comportamenti innati istintualmente iscritti nel loro genotipo.[36] Ma essi possono sviluppare anche comportamenti acquisiti o appresi, quindi culturali, non determinati geneticamente e dunque non trasmissibili per eredità.

Gli esseri umani sono inseriti nella natura, cioè fanno parte delle reti e delle catene alimentari di un dato ecosistema. Ma ne emergono, per l’acquisizione graduale della consapevolezza di sé, l’importanza del contesto socioculturale in cui si trovano a vivere e ad operare. Attraverso le idee che vengono loro proposte e i comportamenti sui quali è dato loro di riflettere (educazione) ogni persona è stimolata a formulare un suo progetto di vita, entro il quale sviluppare la propria identità e l’interesse per il suo territorio.[37]

La cultura implica una opposizione a ciò che si considera innato, istintivo, fissato rigidamente sia nel comportamento sia nella struttura biologica dalle leggi della ereditarietà (Bonner I.T)[38]
 

3.3.3 Suggestioni per l’ambiente umano

Giacomo Leopardi[39] nel Canto notturno del pastore errante nell’Asia ha espresso la drammaticità di una persona che opera culturalmente in confronto con il suo gregge che vive istintualmente:

O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi (…) 

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge (…) 

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale

Gli esseri umani, alla nascita hanno un cervello molto immaturo, perché i neuroni non hanno ancora portato a termine la loro crescita (Dreifuss 1987)[40] Di qui inizia il tragitto dell’evoluzione culturale grazie anche agli apporti dell’educazione, la consapevolezza nella gestione di sé e dell’ambiente che li circonda e elaborando progetti originali per liberarsi dai determinismi ambientali

E’ il pensiero sviluppato da Pascal[41]

L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo, un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla.

Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbian cercare la ragione per elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.

Ma la consapevolezza non pone gli esseri umani fuori e sopra la natura (come normalmente la gente ritiene), ma li rende responsabili della gestione di sé e del proprio contesto ambientale, naturale e antropizzato, secondo un disegno coerente e originale.

Percezione dell’appartenenza, dell’emergenza, della consapevolezza e della responsabilità, rappresentano alcuni dei fondamenti più importanti della nuova Etica ambientale. [42] [43]

4. La vicenda della gestione umana dell’ambiente. I modelli culturali con cui l’umanità percepisce, analizza e gestisce il proprio rapporto con la natura E con la città

“Ricordati di non fermarti a raccogliere fiori per conservarli, ma va’ avanti perché lungo la tua strada i fiori sbocceranno per sempre”

(B. Tagore, Uccelli migranti[44])

3.1 La transizione ecologica

La storia non è soltanto una sequenza di storie di re, di guerre e di trattati di pace, ma anche, e soprattutto, la lettura delle modalità con cui l’umanità nel corso dei millenni ha usato, con alterne espressioni di consapevolezza e di irresponsabilità, le risorse naturali e i beni culturali.

Si possono organizzare letture differenti della storia della gestione umana dell’ambiente. Il criterio più efficace pare quello di integrare la dimensione temporale con i due modelli pre-scientifico e scientifico che hanno rappresentato lo spartiacque tra due epoche della cultura con cui gli esseri umani hanno percepito e gestito il relativo ambiente.[45]

Un’analisi compiuta sulle tappe dell’evoluzione del sinergismo tra natura e cultura è rappresentata dal modello della transizione ecologica. (Fig. 02)

In sostanza l’umanità è passata attraverso alcuni momenti culturalmente significativi: [46]

  • l’epoca dell’equilibrio naturale, la natura controlla le popolazioni umane (i cacciatori e i raccoglitori. Cultura prescientifica);
  • il passaggio dall’equilibrio naturale allo squilibrioprovocato culturalmente dall’uomo, caratterizzato da due tappe significative:
    • l’uomo altera la natura: questa operazione è compiuta nel quadro delle società prescientifiche, neolitiche e contadine tradizionali (Rivoluzione agricola e Rivoluzione urbana);
    • l’uomo controlla la natura: questo nuovo indirizzo di gestione della natura e dei beni culturali avviene nell’ambito della rivoluzione scientifica, industriale tecnologica e si identifica con l’era moderna. Con la Rivoluzione digitale la modernità sfuma nel postmoderno;
  • sotto lo stimolo di grandi alterazioni ambientali (quali ad esempio il crollo della diversità biologica e culturale, il riscaldamento globale e la ricaduta di esso sui cambiamenti climatici, l’alterazione dei cicli biochimici a livello terrestre), si rende evidente una richiesta che interpella la progettualità di ogni persona e la sollecita a operare per un passaggio da uno squilibrio culturale a un rapporto uomo-ambiente riequilibrato, ricostruito culturalmente dalle persone stesse. Questo obiettivo, che ogni giorno più riveste importanza strategica, costituisce una delle proposte qualificanti per il postmoderno.

4.2 – L’ambiente nelle società prescientifiche

I Cacciatori-raccoglitori, e soprattutto gli agricoltori-allevatori, hanno sviluppato una cultura prescientifica nel quadro della quale hanno lentamente affermato proprie autonome percezioni, riflessioni e gestioni dell’ambiente. 

4.2.1 – La percezione dell’ambiente

Già le popolazioni di Homo abilis hanno lasciato tracce di una percezione della natura come realtà globale e viva, una madre che offriva loro il cibo e la possibilità di un rifugio.

Nel Mesolitico, dodicimila anni fa, l’addolcimento del clima avrebbe provocato l’emigrazione delle faune fredde verso Nord con conseguente scarsità di cibo. Le popolazioni di Homo sapiens dotate di una forte attenzione alla dimensione temporale dell’ambiente espressa al susseguirsi delle stagioni e al comportamento delle specie animali e vegetali avrebbero costretto la natura a provvedere loro il cibo attraverso il lavoro (neolitico e rivoluzione agropastorale).[47] E’ in questi comportamenti che sarebbe possibile avvertire la prima radice dell’alterità tra esseri umani e relativo quadro di vita.

In seguito la storia umana è mutata in modo radicale con lo sviluppo della agricoltura, con la formazione di gruppi sociali, con la divisione del lavoro e con l’ organizzazione in villaggi e in aggregati urbani (Rivoluzione urbana). Sono state promosse le culture del rame, del bronzo e del ferro. In questo contesto ha preso avvio la civiltà che si è espressa, tra l’altro, nella realizzazione delle grandi civiltà orientali.[48]

4.2.2 – La riflessione sull’ambiente

Nello stadio prescientifico dell’umanità, le popolazioni hanno sviluppato una riflessione attenta mista a un desiderio di sapere che ha riguardato sia una natura quale appariva a loro, sia una riflessione sulla natura della propria identità umana. La natura è stata percepita come sistema unitario di cui gli esseri umani si sentivano parte a pieno titolo con il ruolo di dominatore. (dominante ecologico)

Già i primi filosofi greci, superati i miti, hanno cercato la spiegazione di eventi e di fenomeni naturali in un primo tempo mediante l’uso di interpretazioni razionali provenienti dall’Egitto e dagli Assirobabilonesi.

I maestri della grande scuola del pensiero greco (che ha caratterizzato più di quattro secoli di questa civiltà), operando in una cultura presceintifica, hanno considerato l’ambiente sia naturale, sia umano (la città) come una realtà unitaria, un sistema vivo e complesso.

Gli stessi grandi filosofi naturalisti del Medioevo e del Rinascimento hanno sviluppato essi stessi un’approfondita riflessione prescientifica su questo stesso indirizzo culturale sia sulla natura che sui rapporti tra natura ed esseri umani. 

4.2.3 – La gestione dell’ambiente

Le popolazioni prescientifiche degli agricoltori-allevatori hanno alterato la struttura dei sistemi e dei processi ambientali, ma non ne hanno intaccato i processi ecologici del funzionamento.

L’indirizzo prescientifico che ha attraversato per quanto riguarda il mondo industrializzato (pure con progressivi miglioramenti di tipo tecnologico) fino al 1950, è ancora praticato attivamente in alcune popolazioni primitive. 

5 – L’ambiente nell’età della rivoluzione scientifica (sec. XVI-XX)

5.1 – Il quadro scientifico in cui è nata l’Ecologia: introduzione del metodo scientifico sperimentale e sviluppo della cultura scientifica.

La rivoluzione scientifica è nata in Europa con una riflessione collettiva filosofica, scientifica, naturalistica profondamente innovativa. Il ‘600 ha rappresentato la grande epoca della rivoluzione scientifica e di un radicale cambiamento non solo nella conoscenza del mondo fisico, ma anche per il pensiero scientifico e, di conseguenza, di un nuovo concetto di natura e di un nuovo modo per studiarla.

In realtà già nel sec XVI era stata avviata una rivisitazione della storia naturale tesa a dividere in modo radicale la storia in due periodi: prescientifica e scientifica.

La  rivoluzione scientifica è stata all’origine di un indirizzo culturale radicalmente nuovo che ha trovato nel metodo scientifico di ispirazione galileiana un proprio indirizzo metodologicamente coerente: per studiare una realtà non vivente e/o vivente occorre scomporla cioè ridurla ai fattori che la compongono e analizzare ognuno di questi fattori con una disciplina specifica. Cartesio nella regola VI che racchiude a suo avviso il principale segreto dell’arte, ha formulato la regola della scomposizione analitica dei complessi in parti semplici.

Queste riflessioni metodologiche stanno alla base della nuova rivoluzione disciplinare che interverrà soltanto a partire dal XVIII secolo della divisione in saperi omogenei e disciplinari. La specializzazione conoscitiva diviene una condizione del progresso delle conoscenze[49].

Questo procedimento analitico-riduttivo ha esercitato una straordinaria influenza sullo sviluppo del pensiero umano. Positiva è stata la ricaduta dei risultati della ricerca sull’avvio dello sviluppo tecnologico, e della rivoluzione industriale, sulla promozione della salute pubblica, sulla produzione di cibo, su modelli sempre più veloci di comunicazione, sullo sviluppo della ricerca e dell’alfabetizzazione.

A una tradizione epistemologica che considerava oggetto di scienza ciò che era chiaro e immutabile, si contrapponeva il metodo sperimentale, che assumeva come oggetto i fenomeni e come strumento di conoscenza l’esperienza.

Il metodo scientifico, proponendo l’analisi dei singoli fattori di cui sono composte realtà complesse, ha avuto il merito di rappresentare per la società un invito alla razionalità nell’interpretazione della natura e dei suoi processi.

Ma questo era, ed è ancora oggi, soltanto la prima fase della ricerca necessaria, ma non sufficiente per l’analisi, la percezione e la gestione di realtà ambientali complesse. D’altra parte l’esperienza che si possiede oggi della complessità dei problemi che percorrono l’ambiente legittima l’affermazione che l’analisi e l’avvio alla gestione di questi problemi stessi (dunque il contenuto della ricerca scientifica) che si rifaccia soltanto all’indirizzo analitico riduttivo, sembra una rivoluzione incompleta, né il metodo scientifico del riduzionismo sembra non rappresenti un metodo capace di interpretare e gestire realtà complesse, con cui le società tecnologiche, e quelle stesse in via di sviluppo, hanno a che fare[50].[51]

5.2 – Dal sec. XVII al sec.XX. Nuovi paradigmi interpretativi della realtà.

Dalla rivoluzione scientifica, che reca alla base il metodo scientifico si sono venuti affermando nel secolo XVIII due paradigmi di ricerca per l’ambiente.

5.2.1 Il paradigma analitico riduttivo

Nel quadro meccanicistico della fisica, si è ritenuto che il metodo scientifico riduttivo fosse la chiave interpretativa di tutta la realtà e la metodologia di gestione anche di problemi reali di varia natura.

Questo indirizzo culturale, considerando soltanto l’aspetto matematizzabile della realtà, ha trascurato i rapporti che non si vedono, ma si sentono e che determinano la qualità della vita di un vivente.[52]

Dal punto di vista della ricerca ecologica l’indirizzo analitico riduttivo ha trovato il suo avvio nella produzione di due nuclei dell’Ecologia scientifica: l’Ecologia di popolazioni e Ecologia di Comunità.

Ecologia di popolazioni è stata sviluppata come Ecologia matematica di popolazioni umane (Malthus T. 1798) e di popolazioni animali. Da ricordare il modello logistico proposto da Verhulst P.F. (1838) e riscoperto nel 1920 da Pearl R. e da Reed L., le ricerche di Lotka A. J. (1925) e di Volterra V. (1926), il potenziale biotico di Park T. (1925), il concetto di resistenza ambientale di Chapman R.N. (1928).

Scudo F. e Ziegler I.N. (1978) hanno parlato degli anni ’20 come rappresentativi del periodo d’oro dell’Ecologia teorica di popolazioni che si è venuta in seguito arricchendo con ricerche di genetica di popolazioni, di Ecologia teorica sulla competizione.

Quasi contemporaneamente, partendo dalle ricerche biogeografiche di biologi marini e di ricercatori sulla vegetazione terrestre, sono state sviluppate ricerche sull’Ecologia delle comunità. Si ricordano, come esempio, le ricerche di Mobius K. (1877) sulle comunità animali e di Cowles H.C. (1899) su stadi serali e climax e, riguardo alle comunità vegetali, i lavori fondamentali di Clements F.E. e Shelford V. E. (1939), di Braun Blanquet T. (1932), di Gleason H.A. (1939).

Questi indirizzi di ricerca stanno alla base delle scuole di Fitosociologia e di Geobotanica che trovano, oggi, applicazione in interventi di conservazione della natura e delle sue risorse con particolare riferimento ai parchi e alle aree protette. 

5.2.2 Lo sviluppo dell’ indirizzo sintetico ecosistemico

All’indirizzo descrittivo che aveva caratterizzato la storia naturale fino alla fine del secolo XVII è seguito nel secolo XVIII, parallelamente al paradigma scientifico a indirizzo riduttivo, l’avvio di un indirizzo di ricerca fortemente innovativo teso all’individuazione della rete dei rapporti tra i fattori che costituiscono la struttura dei sistemi viventi. Basta ricordare i grandi naturalisti Buffon G.L. (1749), Lamark J.B. (1801), Vallisneri A. (1715), Spallanzani L. (1785).

Tra le proposte che hanno conferito valore scientifico a questo indirizzo di ricerca due sembrano particolarmente importanti:

Humboldt A. (1807) attraverso i suoi viaggi di ricerca naturalistica ha elaborato una concezione organica della natura come realtà in cambiamento e autorealizzantesi. Fino a lui l’Ecologia può essere identificata con la Biogeografia, disciplina descrittiva di cui Humboldt è stato il fondatore.

– Si deve a Darwin l’elaborazione nella seconda metà del secolo XIX di due concetti di base dell’Ecologia scientifica moderna:

il vivente e il relativo ambiente sono realtà legate da rapporti inscindibili (viene superato in tal modo il determinismo ambientale);

– il recupero della dimensione temporale che riveste un ruolo strategico nella dinamica di ogni sistema vivente;

Nonostante che in periodi precedenti siano stati messi a punto concetti e metodi, che sarebbero poi stati fatti propri dagli ecologi nel sec. XX, soltanto sul finire del XIX sec. grazie a uno zoologo tedesco E. Haeckel allievo di Darwin questo corpo di conoscenze e di metodologie ha preso il nome di Ecologia (1869).[53] Haeckel ne ha formulato una definizione in questi termini:

l’Ecologia è lo studio dell’economia della natura e delle relazioni degli animali con l’ambiente inorganico e organico, soprattutto dei rapporti favorevoli e sfavorevoli, diretti o indiretti con le piante e con gli animali; in una parola, tutta quell’intricata serie di rapporti ai quali Darwin si è riferito parlando di condizioni della lotta per l’esistenza.

È stata fondamentale per l’identità disciplinare dell’Ecologia la distinzione tra Biologia ed Ecologia operata da Haeckel in un lavoro pubblicato nel 1891.[54] In questo modo il pensiero ecologico ha compiuto un importante passo avanti verso l’autonomia della Ecologia come disciplina scientifica anche se è chiaro che essa ha le sue radici nella Biologia e soltanto più tardi (si pensi ad esempio ai cicli biogeochimici, ai processi bioenergetici ecc) ha recuperato gli aspetti abiotici, chimici, fisici, scienze della terra. Questa considerazione giustifica l’aggetivazione di disciplina sintetica attribuita all’Ecologia.

Nei decenni in cui si avvia lo sviluppo della rivoluzione industriale Marsh G.P., con l’opera “L’uomo e la natura” (1864) ha proposto una prima riflessione critica sul tema del difficile rapporto tra esseri umani o e ambiente.[55]

Nella prima metà del secolo XX sono stati elaborati nuclei sempre più consistenti di conoscenze sui processi della dinamica e sistemi marini e di acque interne e terrestri. [56]

 Il merito di molti tra gli ecologi più eminenti è stato quello di aver dato una sistemazione organica a nuclei di conoscenze, le più disparate, messe a punto da altri (un indirizzo che sarà una costante nell’evoluzione di altre discipline sintetiche):. Tra gli ecologi tre meritano particolare menzione:

Elton C., nei due testi Animal Ecology (1927) e Animal Ecology and Evolution (1931) ha curato l’organizzazione dell’Ecologia come disciplina scientifica a indirizzo biologico;[57]

Tansley A.G., nel 1935 ha teorizzato il rapporto abiotico-biotico per un’Ecologia che fino agli anni ’30 era ritenuta disciplina puramente biologica e ha concettualizzato questo sinergismo nel termine ecosistema composto da biotopo e da biocenosi[58];

Lindemann R.L., nel 1942 ha individuato nelle relazioni trofo-energetiche entro l’ecosistema il collegamento funzionale tra la materia e l’energia, sistema tendente all’equilibrio. A questa aquisizione di Lindemann è legata la termodinamica dell’ecosistema come realtà vivente (un processo di cui il fisico Schrodinger ha gettato le basi nel 1945). Il salto di qualità tra la concezione ecosistema di Tansley e quella di Lindemann sta nel fato che per Tansley l’ecosistema è un insieme di biocenosi e di biotopo, per Lindemann invece l’ecosistema è un’interazione tra biotopo e biocenosi, formante un sistema complesso.[59]

Nel 1953 un passo avanti nell’identità dell’ecologia è stato recato dalla pubblicazione del testo Fundamentals of Ecology[60] che ha modificato l’ottica scientifica in Ecologia. Questo testo, ancorché non presenti uno specifico fondamento teorico innovativo ha assunto un valore esemplare per essere organizzato sulla concezione dell’ecosistema. Il pensiero ecosistemico rappresenta infatti quello spazio ecologico riunificato nel quale i fattori abiotici e biotici dell’ambiente non rappresentano più due settori differenti, ma una medesima realtà.

Sul finire della prima metà del sec. XX l’identità dell’Ecologia, come disciplina scientifica, poteva considerarsi completata almeno nelle sue linee essenziali.

L’Ecologia ha costituito il primo esempio di una disciplina sintetica formata dal sinergismo di nuclei appartenenti a discipline differenti, abiotiche e biologiche.
 

6 – Il secolo XX: Ecologia ed ambiente negli anni ’60

6.1 – Si concettualizza la crisi ecologica.

Negli anni ’50-’60 del XX sec. la concezione prescientifica d’ambiente si è dissolta nella cultura scientifica e sono scomparse la percezione dell’ambiente come realtà viva e globale e quel sistema di valori che aveva animato tutta la civiltà rurale. Si è assistito alla diafanizzazione del calendario, allo sfuocarsi del ritmo delle stagioni e dunque al crollo di una natura percepita nella cultura prescientifica come realtà organica viva e fragile sostituita da una cultura frammentata che ha profondamente trasformato le stesse modalità dell’agricoltura.[61] Questa nuova cultura della frammentazione ha causato la comparsa degli inquinamenti e della biodiversità, etc., percepiti e interpretati dalle persone come indicatori di un disagio di vita  inedito rispetto al territorio. Questa crescente difficoltà del rapporto tra persone, natura e città è stato indicato come crisi ecologica. Le persone hanno conferito erroneamente al termine crisi un significato unicamente negativo come di fatale impotenza di intervenire a risolvere problematiche oggetto della crisi stessa[62].

Un ecologo americano White L., di estrazione sociologica,[63] ha capovolto questa impostazione proponendo un modello che si è dimostrato di notevole valore progettuale.[64] White ha individuato un sistema di tre cause della crisi ecologica: ambientale, antropologica, economica.

6.2 Dal punto di vista scientifico sono rimasti in campo due paradigmi per l’Ecologia: l’indirizzo analitico riduttivo (riduzionismo) e quello sintetico-ecosistemico

Dei tre indirizzi contenutistici dell’Ecologia, l’indirizzo prescientifico e i due indirizzi scientifici (l’analitico riduttivo e il sintetico-ecosistemico), il primo ha continuato ad essere presente in ciò che rimaneva della civiltà rurale, fin quasi agli anni ’60 del secolo XX.

I due paradigmi, restanti corrispondenti a due scuole di ricerca ecologica, pur senza rapporti tra essi, sono destinati a recare un proprio significativo contributo alla conoscenza del territorio e delle sue risorse.

Il paradigma analitico riduttivo, con la cultura del riduzionismo che lo caratterizza, ha il merito di evidenziare l’importanza dei singoli fattori che costituiscono la struttura di ogni realtà ambientale e il ruolo dei fattori critici (i “fattori limitanti” nel senso più ampio del termine) che incidono realmente sul funzionamento di un sistema o di un problema ambientale.

La concezione analitico riduttiva dell’Ecologia, che ha avuto uno straordinario sviluppo anche a livello internazionale, però, ha considerato i fattori e le relative discipline specialistiche senza attribuire alcuna importanza ai rapporti che nella realtà legano queste conoscenze a formare processi e sistemi ambientali. Di conseguenza l’analisi dei soli fattori, pur essenziale, si è dimostrata non sufficiente quando si ha a che fare con realtà complesse quali sono quelle ambientali.

La cultura della frammentazione, che per due secoli è stata retaggio di scienziati e di filosofi, negli ultimi decenni è diventata comportamento generalizzato della società ed ha alimentato la crisi del rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente

Nella storia del pensiero ecologico il paradigma sintetico-ecosistemico, che ci riporta alle grandi scuole della ricerca naturalistica prescientifica, ha il merito di mantenere viva nella comunità scientifica, percorsa dalla cultura riduttiva, la concezione sistemica dell’ambiente osteggiata dai riduzionisti, che l’accusavano di scarsa scientificità. Effettivamente all’inizio della ricerca ecologica gli ecosistemisti si occupavano prevalentemente di processi e di ambienti nella loro globalità senza approfondire la riflessione sui fattori dai quali questi processi e ambienti erano generati.

 Il confronto tra le due aree di ricerca scientifica sull’identità dell’Ecologia, che non è mai stato agevole, e si è dimostrato nella sua asprezza nel 1974 quando queste due anime si sono duramente scontrate nel primo Congresso Internazionale di Ecologia.[65]
 

7 – Anni ’90: Ecologia e Scienze ambientali.[66]

Abbiamo sempre pensato di poter descrivere la natura con delle funzioni molto semplici; ora non crediamo più in questa visione, perché abbiamo scoperto una insospettabile complessità, le strutture più importanti che osserviamo nell’universo sono generate da processi di non equilibrio.
E.Prigogine      

7.1 L’ambiente tema aggregante di culture, di sistemi politici, sociali ed economici

Da parte degli studiosi dei sistemi degli indirizzi culturali, sembra ormai superata la polemica delle due culture che era stata innescata da due autori C. R. Snow[67] e F. R. Leavis. In realtà sono entrati in crisi i mondi in cui il discorso delle due culture era stato proposto[68].

Uno dei fatti più significativi degli indirizzi scientifici degli ultimi decenni è stato il moltiplicarsi di nuovi indirizzi del sapere e dalla convergenza di discipline vicine per potere studiare settori complessi. Ne sono esempio l’Ecologia, l’Educazione Ambientale e le Scienze Ambientali.

Il moltiplicarsi di nuove discipline ha indubbiamente rafforzato la consapevolezza che, tra l’altro è caduta la garanzia di una reciproca immunità.

La modernità ha perduto forza innovativa quando nella gestione della natura, delle sue risorse e degli stessi ambienti umani si è fossilizzata in una cultura generata dal riduzionismo e cioè sul non aver riconosciuto che, in concreto la fase riduttiva in un’analisi o in una gestione di realtà ambientali è necessaria, ma non sufficiente per operare su sistemi e processi ambientali complessi.

La domanda che si rivolgono gli studiosi interessati all’ambiente è se nel mondo attuale, frammentato e segnato dalla cultura della separatezza, mercato e consumismo possono essere ancora additati come referenti unici per organizzare una società, o non possa essere individuato un obiettivo, un sistema di valori, un progetto sociale e culturale che abbia rispondenza in tutti gli strati della società, nei Paesi industrializzati e in quelli emergenti.

Le persone più attente hanno la sensazione che, al di là della retorica del terzo millennio, si stia veramente assistendo al rapido passaggio tra culture. Negli anni ’50-’60 la civiltà rurale e la relativa cultura pre-scientifica sono crollate sotto gli stimoli della modernità. A cavaliere di due millenni e di due epoche, la società moderna caratterizzata dalla convinzione della propria validità universale e della propria superiorità rispetto ad altre culture, ha iniziato a perdere patina, come l’esperienza quotidiana dimostra. Di fatto, la società attuale (denominata con un termine convenzionale postmoderno), si caratterizza per l’insicurezza, la frammentazione e la mancanza di punti autorevoli di riferimento nel quadro di un indirizzo multiculturale, multietnico e multireligioso.[69]

Sul piano sociale e culturale la problematica ambientale che ha provocato la riscoperta dei profondi legami che i sistemi naturali e i sistemi sociali, ha acquisito la stessa rilevanza oggettiva e lo stesso ruolo interpretativo della realtà di altri temi, emersi dopo una lunga gestazione, quali la libertà personale e la democrazia. [70]

Si sta componendo al suo posto una cultura postmoderna nella quale un numero sempre maggiore di persone, soprattutto giovani, richiedono obiettivi, valori, più informazione e più coinvolgimento nella gestione del proprio ambiente, delle risorse naturale e dei beni naturali. In questo quadro l’Etica comincia a pretendere spazi dalla politica e si parla sempre più di etica degli affari, della produzione, dei mezzi di comunicazione di massa e soprattutto di Etica dell’ambiente (vedi 8.4). [71]

7.2 Da un’Ecologia globale  a un nuovo paradigma scientifico per le Scienze Ambientali

Prima di riflettere sulla ricerca riguardante un nuovo paradigma per l’analisi della complessità, pare importante formulare una riflessione preliminare sull’identità e sull’impiego del concetto di paradigma usato nell’analisi dell’intersecarsi di aree quali, ad esempio, il rapporto tra scienze della natura e scienze della cultura.

Kuhn T.S. in Le strutture delle rivoluzioni scientifiche,[72] ha sottolineato che i paradigmi non sono una fotografia della natura, ma il prodotto di scelte di orientamento generale che di solito competono tra loro nella storia delle comunità scientifiche. Ne sono esempio il rapporto tra paradigma analitico-riduttivo e paradigma sintetico ecosistemico in Ecologia.

7.3 Il paradigma per l’analisi di sistemi complessi ambientali (Fig.03)

Sul finire degli anni ’80 del secolo XX i ricercatori in Ecologia si sono chiesti con quale metodologia si sarebbe potuto indagare su fatti, problemi, sistemi ambientali che per loro natura sono complessi, e che come analisi avrebbero richiesto nuclei di discipline abiotiche, biotiche, economiche, giuridiche, ecc,  nell’area della ricerca ecologica dell’Università di Parma è stato messo a punto un paradigma per l’analisi, la formazione e la gestione delle scienze ambientali[73].

  • nella prima fase, detta analitico-riduttiva, il sistema complesso in esame è scomposto nei fattori che lo formano. Ogni fattore viene studiato da una disciplina specialistica (non si considerano i rapporti). Si opera secondo il metodo multidisciplinare; (Fig.04)
  • nella seconda fase, detta sintetico-ecosistemica ogni disciplina mette a disposizione quel nucleo di proprie conoscenze funzionali alla soluzione del problema complesso posto. Questi nuclei entrano in interazione tra loro e in tal modo viene avviata quella rete di rapporti che costituisce la realtà sistemica del processo o del sistema ambientale in esame. Si usa il metodo interdisciplinare;
  • la terza fase detta transdisciplinare è rappresentata dai prodotti materiali e immateriali che si ottengono attraverso la ricerca realizzata nelle due fasi precedenti;
  • la quarta fase consiste nel trasferimento dei risultati della ricerca non soltanto a coloro che hanno commissionato la ricerca stessa, ma anche al sistema scolastico di ogni ordine e grado, alle professioni, ad una nuova cultura interpretativa dei molteplici processi della complessità ambientale destinata a pervadere la società nel suo complesso. Il processo del trasferimento delle conoscenze e dell’informazione assume oggi un ruolo strategico: un fatto, una scoperta, una proposta non sono avvenuti se non sono stati comunicati

8 – Alcuni interrogativi sul ruolo dell’ecologia rispetto a temi ambientali emersi e non ancora chiariti nel passaggio dal II al III millennio

8.1  Una distinzione tra Ecologia e Ambiente.

8.2  Ecologia come disciplina scientifica e come punto di vista ecologico.

8.3  La scoperta del ruolo sociale dell’Ecologia: lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi per la sostenibilità ecologica, sociale, economica

8.4  L’Etica ambientale: il passaggio dal comportamento del dominio sfruttamento all’etica del rapporto e del coinvolgimento

8.5  Comunicare i risultati delle ricerche ai fruitori.

8.1 – Ecologia e ambiente

Negli anni ’60 un impiego spesso approssimativo delle conoscenze ecologiche ha creato una notevole confusione tra i due termini di Ecologia e di Ambiente, ancora oggi presente nel linguaggio comune.

Nella quotidianità il termine Ecologia è stato ed è adoperato per indicare le realtà più strane usate per la gestione quotidiana dell’amiente: un negozio di idrosanitari, la professionalità degli “spazzini”, indirizzi filosofici e psicologici, una normativa, ecc. quando in realtà il referente di tutti questi aspetti non è la disciplina scientifica dell’Ecologia, ma l’ambiente. E’ un invito ai sistemi formativi, accademici, scolastici ed extrascolastici di sviluppare una comunicazione appropriata su questa tematica.

In sostanza: l’Ecologia è una disciplina scientifica, l’ambiente rappresenta l’oggetto dell’interesse dell’Ecologia.

8.2 – Ecologia come disciplina scientifica e come punto di vista ecologico

Tra i temi che esigono una chiarificazione vi è quello del rapporto tra Ecologia e Punto di vista ecologico:l’Ecologia è una disciplina scientifica, con propri contenuti e metodi, il Punto di vista ecologico rappresenta la nuova cultura sistemica d’ambiente proposta dall’Ecologia.

Già negli anni ’70 si era registrato una confusione tra Ecologia come disciplina e cultura ecologica che riguardava l’insegnamento. Il problema era se l’Ecologia dovesse o no essere insegnata come disciplina nel Sistema scolastico dalla Scuola materna alla Scuola secondaria di secondo grado.

L’Ecologia, come disciplina scientifica, potrà essere insegnata in certi corsi della scuola secondaria di secondo grado, interessati alla gestione del territorio (es.: indirizzo socio-ambientale) e certamente in modo diffuso in Università.

Ma in tutti gli altri casi si tratta di proporre, attraverso conoscenze di Ecologia trasversali a tutte le discipline, una cultura d’ambiente: la cultura del rapporto, il recupero della dimensione temporale della natura e della città, la limitazione delle risorse la percezione dei limiti nei propri interventi, la capacità portante, l’etica ambientale, ecc.

Si evidenzia, a questo punto, il ruolo strategico che gioca l’Educazione ambientale, la disciplina sintetica che emerge dal sinergismo tra le Scienze dell’ambiente naturale ed umano e i metodi offerti dalle Scienze psicopedagogiche proprie dell’Educazione.[74]

Obiettivo, infatti, dell’Educazione ambientale è quello di sollecitare le persone a sviluppare un comportamento consapevole della propria identità di persone libere e responsabile orientate a una corretta gestione del proprio quadro ambientale.[75]

8.3 – La scoperta del ruolo sociale dell’Ecologia: lo sviluppo sostenibile. Obiettivo per la sostenibilità ambientale, sociale, economica

Nella seconda metà degli anni ’80 il ruolo sociale dell’Ecologia si è espresso nella dottrina della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Nel 1987 per iniziativa delle Nazioni Unite, il Rapporto Bruntland[76] ha attribuito fisionomia e contenuti allo sviluppo sostenibile:

sostenibile è lo sviluppo capace di soddisfare i bisogni della presente generazione senza comprometter il soddisfacimento dei bisogni delle future generazioni.

Preliminarmente occorre far chiarezza sulla natura del rapporto che, entro questa definizione, lega i due termini sviluppo e sostenibilità che nell’accezione comune sembrano rivestire un significato antitetico.

Infatti il concetto di sostenibilità implica la persistenza nel tempo di condizioni ecologiche, economiche e sociali in grado di offrire buone condizioni di vita senza alterare i processi del funzionamento dell’ambiente. Lo sviluppo, invece, (che ancora oggi è concepito, generalmente parlando, come crescita economica illimitata) richiede l’impiego di una sempre maggiore quantità di risorse naturali ed economiche. Ciò può comportare cambiamenti anche pesanti passando da semplici alterazioni fino alla rottura di equilibri naturali e sociali di non facile ripristino.[77]

Questa ambivalenza rappresenta un nodo da sciogliere da parte di una economia sostenibile.[78]

Si tratta, in sostanza, di individuare le condizioni concrete per soddisfare il bisogno delle persone (occupazione, accesso alle risorse, miglioramento della salute, gestione della libertà, ecc.) senza che ciò possa costituire una limitazione dell’opzione di scelta nella gestione delle risorse e del territorio da parte delle generazioni future.

Risulta evidente che lo sviluppo sostenibile rappresenta non un equilibrio statico, ma dinamico non raggiungibile naturalmente. Per la realizzazione di questo obiettivo non è sufficiente l’impiego di tecnologie innovative, ma l’acquisizione di una nuova cultura d’ambiente, alternativa a quella che ha causato la crisi ecologica.[79]

La realizzazione di un corretto rapporto tra esseri umani ed ambiente nel quadro della sostenibilità ambientale richiede il sinergismo di tre fattori: l’ambiente, la società, l’economia (nella letteratura -di origine industriale- si parla di “triple bottom line“).

Questa acquisizione è chiaramente alternativa alla cultura della frammentazione, ancora predominante, oggi che considera questi tre fattori in isolamento l’uno dall’altro con le conseguenze drammatiche del degrado ambientale. 

La rappresentazione grafica della nozione di Sviluppo Sostenibile (Girard e Nijgkamp 1992)

 

Sviluppo Sostenibile (Girard e Nijkamp 1992)

Il grafico evidenzia i differenti possibili approcci: quello dell’economista interessato alla crescita, quello dell’ambientalista indirizzato alla tutela e quella del sociologo interessato all’equità intergenerazionale. Il triangolo dice che i tre fattori sono portati avanti da soggetti diversi il cui sinergismo richiede: che si riducano i conflitti e si cerchi un compromesso tra istanze, valori, obiettivi molteplici, eterogenei e potenzialmente conflittuali, sviluppando cooperazione tra le parti per procurare beni e servizi senza alterare i processi del funzionamento dell’ambiente. Non c’è sviluppo sostenibile se non si riesce a trovare integrazione fra queste tre dimensioni della sostenibilità: ecologica, sociale ed economica.[80]

8.4 – L’Etica ambientale: il passaggio da un comportamento di dominio sfruttamento all’etica del rapporto e del coinvolgimento[81]

Con la scomparsa di quel sistema di valori etici che per più di un millennio avevano animato la vita delle persone nella civiltà rurale, con il crollo di ideologie sociopolitiche, con la secolarizzazione di etiche religiose e con la diafanizzazione delle istituzioni conchiglia (famiglia, scuola, ecc) si è creato una situazione di mancanza di referenti con il rischio soprattutto che i ragazzi e i giovani non sappiano cosa è il bene e cosa è il male.[82]

Un particolare riferimento è fatto in questa sede all’Etica ambientale che interviene per riformulare le regole del difficile rapporto tra esseri umani e ambiente come base per individuare un coinvolgimento corretto di ogni persona e della società nel suo complesso nei processi dell’interazione tra natura ed espressioni della cultura umana

Tre elementi caratterizzano una nuova Etica ambientale:[83]

  • il rifiuto di concezioni tradizionali che pongono l’uomo fuori e sopra la natura, così come un antropocentrismo assoluto che trascende la natura e fa uscire l’uomo dal tempo biologico;
  • la necessità di liberare gli esseri umani dai determinismi ambientali, prestando attenzione alla sostenibilità ecologica, sociale e l’attenzione alle presenti e alle future generazioni.[84]
  • l’estensione dell’ambito delle considerazioni morali che, fino a ora riservate agli uomini, anche a realtà non umane presenti in un determinato quadro ambientale. In sostanza debbono essere soggetti di attenzione da parte degli esseri umani non soltanto piante, animali, microorganismi, ma anche realtà abiotiche: aria, acqua, suolo, pietre, le memorie scolpite nella pietra, le architetture, ecc., come compagni preziosi delle persone nelle strade della vita.[85]

In alternativa alle due posizioni radicali del biocentrismo assoluto e della assoluta superiorità dell’uomo sulla natura, viene proposto un equilibrato antropocentrismo, espresso da un atteggiamento di custode-amministratore accorto e responsabile del capitale di risorse naturali e di beni culturali di cui gli esseri umani dispongono nel corso della loro vita.[86]

Questi indirizzi, ancorché espressi in una sintesi succinta, sembrano sufficienti a fondare giudizi normativi, cioè codici di comportamento morale, dal momento che obbediscono alle condizioni di base di ogni Etica, in particolare all’esigenza di costituire un valore per tutti gli uomini.

Un’acuta osservazione formulata di recente propone una riflessione sull’inscindibilità tra fatti e valori, sia nel campo dell’Etica che delle scienze sociali[87].

Indipendentemente da condizioni particolari di appartenenza a quella o questa nazione, a una cultura, a un’età e ceto sociale e a convinzioni filosofiche e religiose. [88]

8.5 – Comunicare i risultati delle ricerche ai fruitori

Va assumendo sempre più valore strategico la formazione al trasferimento delle conoscenze scientifiche e tecniche elaborate dai ricercatori sui temi ambientali ai fruitori di esse, finalizzate all’assunzione di atteggiamenti di attenzione responsabile verso la propria comunità in cui operano.[89]

 Il termine fruitori esprime una realtà collettiva. Fruitori delle conoscenze e dei metodi elaborati da ecologi e da studiosi di Scienze ambientali che operano nel nostro Paese sono: decisori, manager, pubblici amministratori; il sistema scolastico, le comunità nel loro complesso e tutti i soggetti (Associazioni, Movimenti del volontariato ambientale, ecc.) interessati a una gestione consapevole e responsabile di sé e del proprio quadro di vita.

Nella maggior parte dei casi, non sono, infatti, gli scienziati, ma i non scienziati ad avere l’ultima parola su settori di notevole importanza, coinvolti nella promozione della qualità dell’ambiente naturale e dello stato della società umana.

Il trasferimento delle conoscenze e delle strategie ambientali implica il sinergismo tra ricercatori e fruitori dei risultati ed una riflessione – certo non facile – sui differenti linguaggi che sono in gioco.[90]

Un secondo tipo di trasferimento delle conoscenze scientifiche relative all’ambiente avviene attraverso l’informazione al grande pubblico grazie ad una efficace collaborazione tra studiosi e mezzi di informazione. Infatti gran parte della letteratura scientifica risulta incomprensibile, oltre che ai decisori e al grande pubblico, persino agli stessi scienziati che non siano specialisti nello stesso ristretto campo di un dato ricercatore. Questa situazione rende evidente il pesante contesto dell’incomprensione pubblica della fruizione dei dati della ricerca per uno sviluppo di una maggiore consapevolezza della gestione dell’ambiente

9        Il territorio e le sue risorse naturali e culturali: tra la globalizzazione ela complessità. La necessità di nuove discipline sintetiche per l’ambiente

Nel corso della storia un accavallarsi di idee e di fatti hanno reso sempre più problematico il rapporto tra esseri umani, natura, città e la stessa idea di natura.

Si vive e si opera in un quadro socio culturale che richiede che si affrontino temi quali: la salvaguardia della naturalità diffusa, oltre a quella protetta nei Parchi, l’attenzione al rischio che attraversa oggi l’identità delle stesse persone umane, lo stacco culturale spesso violento tra le giovani generazioni e le persone adulte ed anziane, un’impreparazione a fronte di situazioni pubbliche, socioculturali e demografiche delle immigrazioni, una multiculturalità che stenta a proseguire verso l’interculturalità per evitare il rischio che si formino sacche di un pericoloso grigiore etnico.

Questi ed altri aspetti che si affacciano quotidianamente alla percezione dell’attuale generazione, interpellata dalla dimensione globale e dalla complessità dei drammi ambientali quotidiani, alimentano l’impressione di trovarsi ad operare in un grande laboratorio culturale nel quale è progettata e gestita la creazione di un ambiente e di un rapporto esseri umani-ambiente per tanti aspetti ancora inedito. Anche perché, nella misura in cui contenuti e suggestioni proposti diventano sempre più consistenti, cresce una sensazione diffusa di avere a che fare con una società complessa e cosmopolita, qualcosa che non è mai esistito prima. Chi oggi vive, indipendentemente dall’età, percepisce di rappresentare il primo frammento di un’umanità che ha l’avventura drammatica e affascinante insieme di vivere ed operare in una società ormai immessa nella globalizzazione i cui contorni si riesce a distinguere con difficoltà.[91]

Cercare un senso per la globalizzazione operando in modo culturalmente e metodologicamente corretto su processi e ambienti complessi naturali e antropizzati richiede una forte e innovativa ricerca scientifica e nelle scienze umane, di un’attenzione ad una nuova ed avanzata Etica ambientale e ad una testarda capacità di superare strumenti ormai datati per sviluppare innovazione e tradurme i risultati alla gestione, alla formazione di nuove professionalità, all’educazione a livello scolastico ed extrascolastico, alle Amministrazioni, al mondo economico, industriale, tecnologico, al volontariato ambientale e alla società nella sua totalità. [92]

Assume oggi valore strategico l’obiettivo di sollecitare le persone e le relative comunità a sviluppare la cultura ecologica del rapporto, a favorire lo sviluppo di una presa di coscienza della responsabilità individuale nella realizzazione del proprio progetto di persona libera, incerta tra l’egoismo e il servizio, tra lo sfruttamento drammatico e suicida della natura e delle sue risorse.

Si è assistito negli ultimi decenni al graduale emergere di alcune discipline sintetiche in riferimento alla complessità ambientale quale l’Etica, l’Educazione Ambientale, e al confluire di esse nel sistema delle Scienze ambientali. Ma nonostante queste innovazioni si ha la sensazione, come ecologi e come ricercatori e docenti di Scienze ambientali, di essere in mezzo al guado su tanti temi.[93]

Anche se è possibile intravedere una speranza che percorre tutte l’età della vita. Ne sono esempio i disegni dei piccoli bimbi delle scuole materne in cui essi esprimono una domanda di bellezza e di rapporti sereni nella famiglia e nel loro ambiente cittadino, di paese, di quartiere. Ritorna qui quel ruolo e quel’impegno per la ricerca sull’armonia dell’ambiente che Dostoevskij ha espresso nell’Idiota attraverso il grido del giovane Miskin morente: “La bellezza salverà il mondo”.[94] [95]

Sta emergendo non soltanto tra gli anziani e le persone mature, ma anche tra i giovani, quasi una nostalgia che Italo Calvino ha espresso nelle Città invisibili: “Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’alta bastano a tener su le loro mura. Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma una risposta che dà a una tua domanda”.

Se questa domanda non avrà risposta, allora avrà ragione quel filosofo indonesiano che scriveva: “Eppure non si può vedere molto in superficie, ma sotterra il fuoco già divampa. (Mangunwiaya, 1993)

9.1 – Si ritorna a parlare del ruolo degli intellettuali

Immersi nei drammi e nella dilacerazioni della complessità dei sistemi ambientali e della identità della città in cerca di un riequilibrio e di un progetto di qualità, ricercatori, amministratori, economisti, tecnologi, formatori, educatori, cominciano a riscoprire il ruolo degli intellettuali.[96]

Concludendo questa carrellata di idee sull’Ecologia come scienza dei processi del funzionamento della natura non è certo di maniera, né anacronistico, far riferimento alla responsabilità degli intellettuali, siano ricercatori, siano decisori, siano professori o studenti.[97]

Il ricordo va a agli studenti e ai professori del ’68, di Tienamen, di Belgrado, di Timor Est, di Teheran, perché essi, gli intellettuali, nonostante latitanze colpevoli e innumerevoli crisi di identità e di ruolo (di cui la storia del pensiero rende testimonianza), sono sempre stati punto di riferimento nei grandi crocevia della storia.

Nei giorni della rivolta di Praga un cronista si informava da uno degli insorti:

Ma chi comanda a Praga?

Non si sa! Dicono che siano poeti, attori….

Nel quadro di una società arida e in cerca di senso, a tutti coloro che hanno a cuore l’ambiente è rivolto l’invito a confrontarsi con le parole di Carlo Castaneda nel testo “The Teachings of Don Juan”: “Qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nell’abbandonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare… Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda…Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente”.


[1] Antonio Moroni: professore emerito di Ecologia dell’Università di Parma, fondatore della Società Italiana di Ecologia della quale è stato Presidente, succedendo al prof. Adriano Buzzatti Traverso. Ha compiuto ricerche sugli ecosistemi di acque interne in collegamento con l’Istituto Italiano di Idrobiologia di Pallanza e con Luca Luigi Cavalli Sforza sulla Consanguineità umana. Negli anni ’90 ha sviluppato ricerche sulla complessità ambientale traducendone i contenuti nel corso di Laurea di Scienze ambientali di durata quinquennale. Sempre in questo ambito si è occupato di Educazione e di Etica ambientale. Ha collaborato e collabora con il Ministero dell’Ambiente su temi di Educazione e formazione ambientale. È membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei XL), della Società Europea di Cultura, dell’Accademia Nazionale di Scienze Forestali, della New York National Accademy of Sciences

[2] Il Movimento ambientalista ha iniziato sul finire degli anni ’50 in Italia dalle lotte che, soprattutto giovani che avevano qualche conoscenza di Scienze naturali e che amavano la natura, hanno avviato in occasione di progetti di uso del territorio e delle risorse naturali dannosi per la qualità della vita (si ricorda, ad esempio, nel Parmense l’impianto di una raffineria proprio sul fiume Taro, la distruzione di un grande bosco collinare per costruire abitazioni).Queste lotte, collettivizzate anche con le persone, hanno fatto emergere una cultura di ambiente come realtà viva, fragile e complessa, di cui la gente doveva occuparsi.

Il Movimento verde, che all’estero era stato avviato da decenni, si è costituto in Italia negli anni ’70. La crisi petrolifera del 1973 segna il passaggio da un ambientalismo quasi spontaneistico ad un ambientalismo che si pone interlocutore delle Pubbliche Amministrazioni, dei sistemi produttivi, etc.

A metà degli anni ’70 nascono le associazioni il ambientaliste e si registra un frazionamento di esso in un numero notevole di settori ecologisti puri, antimilitaristi, extraparlamentari. Non c’è dubbio che in questi anni la costituzione di associazione riconosciuta a livello nazionale (Legambiente, WWF, Lipu, etc.) ha contribuito a riorganizzare la struttura del movimento verde dal punto di vista dell’identità e delle tematiche da affrontare.

Un ulteriore passo avanti è stato costituito dall’istituzione del Ministero dell’Ambiente e dalla struttura in Partito che ha segnato il passaggio da Movimento (che ancora esiste) ad un’assunzione di responsabilità politica in Parlamento

[3] Negli stessi anni il CNR ha promosso il Piano Nazionale di Ricerca per l’Ambiente: PNRA. Circa la struttura del PNRA stesso occorre notare che esso era connotato dal fatto che i finanziamenti vennero erogati per risolvere i problemi ambientali di un inquinamento diffuso, trascurando la ricerca di base in ecologia, una scienza che era ancora giovane e non poteva recare un forte servizio a questi progetti come invece potevano fare le discipline mature, quali chimica, fisica, scienze della terra, biologia, ecc.

[4] Nel 1986 il Secondo Congresso Nazionale della S.it.E si è occupata del trasferimento delle conoscenze e delle metodologie ecologiche, che nel frattempo erano state elaborate, alla formazione universitaria e, attraverso l’Educazione ambientale, essa stessa disciplina sintetica come l’Ecologia, al Sistema scolastico e all’extrascuola.

[5] Harper J. L., 1982, After description, pp. 11-26 in Newman E. I. (ed.) The planet community as a working mechanism, Blackwoll, Oxford.

[6] Berry, R.J. 1989. Ecology: where genes and geography meet. Journal of Animal Ecology 58: 733-759

J.M. Cherrett, (ed.) Ecological concepts: the contribution of Ecology to an understanding of the natural world. Blackwell Scientific, Oxford, U.K.

W. S. Gaud. 1998 A new Ecology: new approche to interacive systems. Wiley, N.Y. New york, USA

Grubb, P. J. 1989. Toward a more exact Ecology: a personal view of the issues. Pages: 3-29 in P. J. Grubb and J. B. Whittaker(editors). Toward a more exact Ecology. Blackwell Scientific, Oxford, England

[7] Ma questa seconda accezione sembra più appropriato, almeno nei casi più vistosi e complessi, affidandolo come compito alle Scienze ambientali

[8] Allen T. F. H., Haekstra T. W., 1992 Toward a Unified Ecology, Univ. Columbia Press, New York

[9] Ne è esempio nella agricoltura primitiva la selezione a cui sono state sottoposte le specie di graminacee conservando quelle più produttive per il cibo, mentre le altre sono state gradualmente abbandonate

[10] Si citano i tre processi fondamentali della dinamica dei sistemi naturali: i cicli biochimici, i flussi dell’energia, i meccanismi omeostatici grazie ai quali viene mantenuto il funzionamento naturale di un sistema complesso naturale. Carson, R. 1962 Primavera Silenziosa Feltrinelli Milano

[11] Sono state date varie definizioni di ambiente. In lingua inglese l’alternativa sta fra i due termini Ecology e Environment. Ma la si ritrova praticamente uguale nelle lingue germaniche (Oekologie e Umwelt del tedesco; Ecologie e milieu dell’olandese) così come di quelle romanze  (Ecologie e environment– ma anche milieu– del francese; ecologia, ambiente dell’italiano e dello spagnolo).

Nel caso dell’Italia si è avvertito fino a molto di recente una notevole fungibilità di due termini: ambiente ed ecologia. Attualmente si sta andando verso una chiarificazione. L’ambiente è il contenitore degli oggetti di studio dell’Ecologia che è una disciplina scientifica. Ambiente può essere un lago, può essere una città, può essere un bosco. Ognuno di questi ambienti ha una sua struttura, una sua dinamica con propri processi di funzionamento e una vicenda temporale. Sono questi i processi che rappresentano il contenuto dell’identità dell’Ecologia

[12] Kuhn T.S. 1962 The Structure of Scientific Revolutions The University Chicago Press (trad. It Einaudi Torino 1969)

[13] Weber M., 1918-19/trad. it. 1973, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino

[14] Le Goff, J. 1960 Au Moyen Age: Temp de l’Église e temp du merchant. Annales ECS (trad. IT. Einaudi Torino)

[15] Riflettendo nel quadro epistemologico complesso contemporaneo si danno diverse nozioni e valori del tempo sia per la natura, sia per la storia

[16] 1988 First International Workshop on European Environmental History. Werner- Reimes Stifring. Bad Homburg

[17] Prigogine, I. 1988 La nascita del tempo Bompiani Milano

Melucci, A 1982 L’invenzione del presente Il Mulino Bologna

Tiezzi, E. 1984 Tempi storici, tempi biologici Garzanti Milano

Fraser,J.T. 1987 Time. The familiar strange. The University of Mass. Press. Amherst (trad.It. Feltrinelli)

Bosi, A. 2000 Il sentimento del tempo unicopli Mulino

Carofoglio, G. 2006 Il passato una terra straniera. Rizzoli Milano

Waugh, A. 2000 Concquista del tempo. Mondatori Milano

[18] Oparin A.I. 1957 The origin of life on earth. Oliver and Bogel, Edimburgh

[19] Haldane J.B.S. 1954 The origin of life New Biology 16, 12

[20] Miller S. 1953 The mecanism of syntesis of aminoacids by electric discharges. Science 117: 528-35

[21] Lenoble, R. 1969 Histoire de l’idée de nature Albin Michel Paris

[22] Darwin C. 1859 The Origin of Species by Means of Natural Selection Murray London

[23] Rosen R. 2000, Essays on life itself, Columbia Univ. Press, New York

[24] Novikoff A.B. 1945 The concept of integrative levels in biology. Science 101: 209-215

Fiebleman, J.K. 1954 Theory of integrated levels Brit.J Philosophy 5: 59-66

[25] Si pensi a due esempi:

– in campo chimico, idrogeno e ossigeno danno acqua la cui molecola presenta una struttura e qualità nuove rispetto ai due gas di partenza;

– in campo biologico le popolazioni presentano, come sistemi di individui, tassi di crescita, di mortalità ecc., aspetti che non hanno riscontro nei singoli individui che le costituiscono.

[26] Vernadskij V.I. 1929 La Biosphère Parigi (trad. it. 1999 La Biosfera e la Noosfera a cura di D. Fais Sellerio Palermo)

[27] Galley F.B. 1984 Historical origins of the ecosystem concept in Ecology. In Moran E. Ecosystem Concepts Ecology Am. Ass. for the Advencement of Science . Washington

Levin, S.A. 1998. Ecosystems and the biosphere as complex adaptive system. Ecosystems 1, 431-436.

Holling, C.S. 1973. Resilience and stability of ecological systems. Ann, Rev. Ecol. Syst.4, 1-23

La realtà dell’ambiente naturale da un punto di vista scientifico: proposta per una definizione. L’ambiente, proprietà comune a tutti i livelli dell’organizzazione della vita sul pianeta, è una realtà viva, fragile e complessa costituita dai fattori che ne formano la struttura (nel senso di organizzazione presente di un dato livello) e dal sistema dei rapporti che si realizzano nello spazio e nel tempo tra questi fattori. Da questi rapporti si originano i processi del funzionamento dell’ambiente stesso oggetto proprio dell’Ecologia naturalistica (flussi dell’energia, ciclo delle sostanze nutrienti, processi omoeostatici che tendono a mantenere l’equilibrio entro l’ambiente).

[28] Kroeber A. L., Kluckhohn, 1952 Culture, a critical review of Concepts and Definitions, Harward Univesity Press, Cambridge Mass.

[29] Lovejoy A. O., Boas G., 1935, Primitives and related ideas in antiquity, The John Hopkins Press Baltimore

[30] Taylor E. B., 1821, Primitive culture. London

[31] Kroeber A. L., 1952, The nature of culture, Univ. of  Chicago Press. Chicago (trad. it. Milano)

[32] Layton, R. H. 1989. Are socio-biology and social anthropology compatible? The significance of sociocultural resources in human evolution. Pp. 433-455. In V. Standen and R. A. Foley (eds.), Comparative Socioecology: the Behavioural Ecology of Humans and Other Mammals. Blacwell Scientific Publications, Oxford.

[33] Levi-Strauss C., 1945, Les structures élémentaires de la parenté. Paris

Levi Strauss C. 1958 Antropologia strutturale Il Saggiatore. Milano

[34] Weber, M. (vedi nota 13)

[35] Il significato che si attribuisce al termine cultura in questo quadro che si occupa di Ecologia e di ambiente è il seguente: La cultura può essere individuata in quel sistema di tradizioni sociali etiche, politiche, religiose con cui un individuo che fa parte del gruppo sociale stesso identifica la propria realtà personale e questa viene identificata dall’esterno.

[36] Fiorani, E. 1993 Selvaggio e domestico Muzio Padova

[37] Passmore, J. 1996 La nostra responsabilità per la natura. Feltrinelli Milano

[38] Bonner, J.T. 1980 The evolution of culture in animals Princeton N.Y. Univ. Press New Jersey

[39] Leopardi, G. Opere Ricciardi Milano Napoli (ed Biblioteca Treccani 2006. Roma)

[40] Dreifuss J. J., 1987 Contraintes et libertès dans le dévelopmnent postnatal du cerveau. Cahiers de l’Institute Universitaire d’étude de devolepemnents Genere, Paris

[41] Pascal B. 1962 Pensieri n 377 (Trad.it 1962 Einaudi Torino)

[42] Individualità, responsabilità e ambivalenza umana. E’ ancora presente nei mezzi di comunicazione di massa e in alcuni testi che si interessano di ambiente una concezione secondo la quale gli esseri viventi sono il cancro del pianeta.

Si sostiene che prima che comparisse l’uomo tutto in natura era armonia ed equilibrio, mentre l’uomo già dagli albori della sua storia avrebbe deturpato la natura e degradato la qualità delle risorse abiotiche, della flora e della fauna.

Questa concezione dell’operare umano, espressione anche di una cultura nichilista che percorre trasversalmente molte espressioni della cultura attuale:

-è falsa scientificamente: basta pensare ai grandi fenomeni dell’orogenesi e ai cambiamenti climatici per capire che ci sono stati dei fatti naturali che hanno sconvolto il pianeta;

-è dannosa socialmente, perché colpisce soprattutto le giovani generazioni, colpevolizzandoli come persone e come specie e vanificandone ogni prospettiva progettuale di operare per il ripristino e lo sviluppo della qualità della natura e della città.

Occorre riflettere sulle stupende realtà sociali, culturali, etiche che gli esseri umani hanno creato sul pianeta, ancorché non si possano tacere i drammi ai quali la nostra società ha dato origine.

Il giusto termine per definire l’attuale situazione del rapporto tra uomo, natura e città è quello di “ambiguità”. Uno degli obiettivi di base dell’Educazione ambientale è quello di sollecitare le persone a formarsi alla consapevolezza che essi possono costruire cose stupende, ma anche originare situazioni drammatiche. La scelta è nelle loro mani quotidianamente.

[43] Antropocentrismo e biocentrismo

A seconda della concezione filosofica che una persona segue, prevale nella sua visione della vita il biocentrismo o l’antropocentrismo.Ambedue queste teorie in realtà contengono un aspetto positivo: secondo il biocentrismo gli esseri umani sono inseriti nella natura, mentre per l’antropocentrismo gli esseri umani emergono dalla natura per la consapevolezza del proprio essere nell’ambiente. Ma questi due aspetti non possono essere proposti in isolamento l’uno dall’altro. Gli esseri umani non sono né il cancro del pianeta, né dominatori di esso e neanche degli angeli. Gli esseri umani hanno un comportamento ambiguo: possono distruggere o possono arricchire la natura. E questo fa scoprire il profondo significato dell’importanza dell’educazione a livello individuale e sociale.

[44] Tagore B., 1991, Uccelli migranti. Sarva Imola Bo

[45] Bennelt, J.W. 1976 The Ecological Transition. Cultural Antrophology and human adaptation. Pergamon press, U.K.

[46] Capra, F. 1997 La rete della vita. Una nuova visione della natura e della scienza. Rizzoli Milano

[47]Sawer C.O. 1952 Agriculture origins and dispersal. Am. Geogr. Society New York USA

[48] Febure L., et all. 1930 Civilisation. Le mot et l’idée Centre Inter, de Synthèse. Paris

[49] Descartes R., 1628, Regulae ad directionem ingenii In Opere, Laterza Bari, 1967

[50] Un ultimo rilievo a carattere antropologico.

Sul finire del secolo XVII, come è stato sottolineato da vari studiosi, si è compiuto un passaggio epocale: sostituzione della cultura scientifica a quella mitico-religiosa, propria di secoli di cultura prescientifica. Le grandi civiltà preistoriche, ai greci, ai romani, al Medioevo, al Rinascimento. Nonostante i drammi propri della società presceintifica, in essa le persone umane erano libere di fare il bene e il male, erano cioè attori responsabili delle proprie azioni, non ridotti come nella visione scientifica del mondo ad un organismo. Rientra nei parametri della scienza sperimentale, per la quale è reale quello che è matematizzabile, mentre il fattore della libertà sfugge al determinismo, ben presente questo aspetto nella filosofia dell’Illuminismo. Conseguenza di questi due modi di considerare la persona umana, nelle quali è presente il gioco del determinismo e della libertà, non è senza conseguenza. Infatti l’esercizio della libertà comprende il mettere alla prova, da cui il passaggio seriamente richiesto per uscire dall’infanzia attraverso l’esercizio della libertà

[51] Simon, H. A. 1962 The architecture of complexity. P. Am. Phil. Soc. 106, 467-482

[52] Mamiani, M 1979 Teoria dello spazio da Descartes a Newton. Franco Angeli Milano

[53] Haeckel, E. 1866 Generelle Morphologie der Organismen: allgemeine Grundzüge der organischen Formen-wissenschaft, mechanisch begründet die von Charles Darwin reformirte Descendenz-Theorie. 2vol. Berlin: Reimer.

[54] Haeckel, E. 1891 Planton Studien. Jena Zeitschrift für Naturwissenschaft, 25; 232-336. (Trans. G. Field in Report of United States Commissioner of Fish and Fisheries, 1889-1891, pp.565-641.)

[55] March, G.P 1864 Man and nature. Trad it. 1988 L’uomo e la natura, ossia la superficie terrestre modificata perb vopera dell’uomo. Angeli f. Milano 1988

[56] In Italia, nell’ambito della Facoltà di Agraria di Perugia, Azzi G. ha pubblicato nel 1924 un testo di Ecologia che però non ha avuto diffusione al di fuori dell’area di Agraria.

Lo stesso Azzi ha organizzato nel 1955 una riunione internazionale al CNR per la realizzazione in Italia di un piano di ricerca a indirizzo ecologico. Ancorché fosse un’iniziativa di alto profilo, non ha avuto eco al di fuori di una ristretta cerchia di accademici.

[57] Elton, C. 1931 Animal ecology and evolution. Oxford Univ. Press, New York

[58] Tansley, A.G. 1935 The use and abuse of vegetational concept and terms. Ecolgy 16: 284-307

[59] Lindemann, R.L. 1942 The trophic dynamic aspect of Ecology. Ecology 23. 399-418. Non c’è dubbio che nella storia delle idee Lindemann ha ancorato l’Ecologia alla corrente riduzionista della biologia. Questo aspetto è forse il motivo per cui gli ecologi non hanno fatto subito una grande eco ai lavori di Lindemann nell’immediato dopoguerra.

[60] Odun E. P., 1953, Fundamentals of Ecology, Phildelphia, Saunders

[61] Nota 78 pg 37

[62] In realtà il termine crisi deriva dal verbo greco “crino” che tra i tanti significati ha anche quello di vederci chiaro, come precondizione per “farci qualcosa” per risolvere una situazione a rischio.

[63] Il saggio di White L. (Historical Roots of our Ecologicall Creses. (Le radici storiche della nostra crisi ecologica) è apparso nel 1967 sulla rivista Science vol.155: 1203-1207 trad.It “Il Mulino” nel 1969)

[64] Blackstone W.T 1974 Philosophy and environmental crisis. Univ. Geogia Press.Athens USA.

[65] Dobben WH, Love Mc Cornel (eds) 1974 Unifing concepts in ecology. Junk BV Pub. The Hague

[66] Habermas J. 2004 Tempo di passaggi. Feltrinelli Milano

[67]Snow C. R 1960 Science and Governamental. Harvard Univ. Press Cambridge Mass.

[68] Ricordare il pensiero di Adriano Buzzati Traverso riportato all’inizio di questo articolo.

[69] Bauman, Z 1999 La società dell’incertezza Mulino Bologna

[70] L’importanza di familiarizzarsi con alcuni di quei tratti che caratterizzano il postmoderno. Da qualche anno parole e idee quali democrazia, socialismo, stato sociale, integrazione dei Paesi in via di sviluppo sono quasi sparite, sostituite da altre quali ambiente, inquinamento, buco dell’ozono, effetto serra, carestia, tecnologia, quantità.

  • La società postmoderna presenta una seconda caratteristica: il consenso come valore strategico soprattutto in riferimento alle pubbliche decisioni per interventi per l’ambiente o per l’accettazione della normativa ambientale. Questa gestione del consenso richiede si adottino nelle comunità efficaci indirizzi di comunicazione e di Educazione ambientale.
  • L’economia delle conoscenze che guida dal postmoderno all’era digitale non ha ancora elaborato valori condivisi, sistemi di trascinamento di massa verso le nuove modalità di convivenza. Il passaggio dalla partecipazione passiva al coinvolgimento attivo di ogni persona nel mondo a rete, in cui tutto forse è ancora da inventare, non è indolore. Troppo spesso infatti il digitale non viene inteso come rottura col passato, un nuovo mondo, ma semplicemente come una ulteriore protesi tecnologica ai sistemi esistenti. Ma sappiamo che così non è.
  • Suggestiva è l’ipotesi futuristica di De Rosnay: un microrganismo planetario costituito dal complesso degli uomini e delle macchine, organismi, reti, nazioni…Un microrganismo ancora allo stato embrionale, che cerca di vivere in simbiosi con l’ecosistema planetario. De Rosnay, J. L’uomo, Gaia e il Cibionte Edizioni Dedalo. Bari

[71] Huntington S. 1997 Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Garzanti Milano.

Queste situazioni rendono ancora più viva la sensazione che sia definitivamente chiusa l’età moderna che era stata ricca di scoperte, di proposte, di progetti, ma che negli ultimi decenni ha diffuso una cultura riduzionista nella quale il crollo dell’attenzione alla qualità e ai rapporti ha esercitato un’incidenza drammatica sulla qualità della vita naturale e sul tessuto sociale.

Emerge il compito difficile, ma strategico di chi, oggi, manager, Pubblico Amministratore, ricercatore si occupa di temi legati all’ambiente, di aprirsi alla responsabilità di individuare nuclei di conoscenze delle Scienze della Natura, delle Scienze Sociali e Tecnologiche, dell’Etica e dell’Economia e dell’interazione tra di esse, per programmare con idonei strumenti metodologici una cultura d’ambiente che risponda a bisogni profondi della società, spesso ancora potenziali, non esplicitati per mancanza di un’adatta cultura ambientale di base.

[72] Kuhn T.S., 1962 (vedi nota 12)

[73] Il Rapporto Ecologia e Scienze ambientali.

È vero che potenzialmente ogni disciplina appartiene al sistema delle Scienze Ambientali e può essere valida per l’analisi di realtà ambientali complesse, ma occorre comprendere il modo con cui questo avviene. Nella pratica, infatti, una disciplina diventa tale quando concorre con nuclei di conoscenze e metodi che sono propri di essa alla soluzione di un dato problema ambientale complesso.

Il paradigma per l’analisi del sistema delle Scienze ambientali nasce dal sinergismo tra:

–          discipline specialistiche di base (es.: Fisica, Chimica, Biologia, Scienze della terra, Matematica, ecc.), ognuna delle quali è sollecitata di volta in volta di individuare e mettere a disposizione quelle conoscenze e quei metodi necessari per l’analisi e la gestione di questo o quel fattore che concorre a costituire la struttura di una data realtà ambientale”;

–          Ecologia, la disciplina che studia i processi del funzionamento del sistema ambientale nella dimensione spazio-tempo e nella condizione normale e alterata;

–          discipline metodologiche e tecniche, e se si tratta di ambiente umano, da discipline umanistiche (Filosofia, Etica, Demografia, Sociologia, Economia ed area giuridica).

Dalla realizzazione di questo sinergismo e grazie all’impiego del modello di analisi della complessità, della metodologia interdisciplinare, si acquisisce la capacità di entrare nel gioco dell’analisi e delle prospettive di gestione di processi ambientali anche notevolmente complessi

[74] Martin W.H. 1992 Ecology in education; a first. News from the Education Section, the Ecological Society of America 3:1-2.

[75] Ecologia ed Ecologie. Il corso fondamentale di ecologia andrà impartito in corsi di Laurea differenti e, fermo restando il nucleo di conoscenze di base, è naturale che questo o quel tema possa essere sviluppato in un modo differente in rapporto al tipo di aurea con il quale si ha a chetare.[75]

Accanto al corso di base di ecologia (che oggi sarebbe augurabile entrasse in tutti i corsi di laurea oltre che in quelli che professionalmente si interessano di ambiente) sono proposti Corsi di ecologia applicata. In ogni caso si tratta di discipline sintetiche che nascono dal sinergismo dei contenuti dell’Ecologia e i contenuti di una o più discipline nelle quali devono essere presenti contestualmente nuclei di conoscenze sia di Ecologia, sia delle altre discipline implicate.

Per esempio un corso di Ecologia fondamentale per Scienze Biologiche darà particolare enfasi a capitoli riguardanti individui, popolazioni, comunità. Oppure un corso di Principi di ecologia per Scienze Ambientali incomincerà con un corposo capitolo sull’ambiente. Infatti le matricole di Scienze Ambientali poco sanno su cosa sia l’ambiente, l’oggetto proprio della loro carriera universitaria.

[76] Bruntland Report 1987, Our common future. Oxford University Press, Oxford. (Trad. It. Il nostro comune futuro Bompiani, Milano)

UNEP/UNICEF 1992 Un ambiente per le future generazioni. Guerrini e Associati Milano

[77] Questa contraddizione è presente nello stesso rapporto Bruntland quando vi si indicano tra le strategie per la realizzazione dello sviluppo sostenibile:

  • la rivitalizzazione della crescita
  • il cambiamento della qualità della crescita
  • il soddisfacimento dei bisogni essenziali per il lavoro, il cibo, l’energia, l’acqua e la sanità
  • il mantenimento di un livello sostenibile di popolazione
  • il ripristino e la conservazione delle risorse di base

la promozione di un sinergismo tra l’ambiente e l’economia nelle decisioni.

Alcune di queste proposte non sono del tutto coerenti con la promozione di uno sviluppo ecologicamente sostenibile. Ad esempio, “la rivitalizzazione della crescita” e “la conservazione e il miglioramento delle risorse di base” sembrano in conflitto. Nell’ultimo decennio è stata avvertita la necessità sia di un maggiore dialogo tra economisti ed ecologi per risolvere le incertezze concettuali presenti nel rapporto Bruntland, che di una ricerca sperimentale sui fondamenti scientifici e metodologici della sostenibilità per farla passare da imperativo etico ad applicazione diffusa come alternativa ad una cultura irreale e atemporale (ma ancora praticata, ne è esempio il PIL) della crescita economica illimitata.

[78] Gli ecologi come cittadini hanno tutto il diritto che le proprie valutazioni e i propri valori vengano rispettati. Ma come ricercatori e come scienziati la società che li paga ha diritto di ottenere descrizioni obiettive e professionalmente corrette e correttezza senza eccezioni

[79] Robertson A.I. 2000 The gaps between ecosystem Ecology and Industrial Agricolture Ecosystem: 3 413-418

Martinez A. 1987 Ecological Economics Blackwell Oxford UK (Trad. It. Garzanti 1991

[80]Daherdorf R., 2003, Quadrare il cerchio. Benessere economico. Coesione sociale. Libertà politica. Laterza Bari

[81] Cherrett I. M., 1990, The contribution of ecology to our understanding of the national word. A rewiew of some Key Ideas, Physical Ecology, Japan, 27: 11-16

Regan 1981 The nature and possibility of environmental ethics. Envirioment 1: 1-8

Varela F.I. 1992 Un know how per l’etica. Laterza Bari

[82] Bonhoffer, D. 1969 Etica Bompiani Milano

[83] Bartolomei S. 1989 Etica ambientale. Guerrini e Associati Milano

Boudon, R. 2003 Declino della morale? Declino dei valori? Il Mulino Bologna

Bonnes, M., Carrus, G., Passafaro P., 2006 Psicologia ambientale, sostenibilità e comportamenti ecologici. Carracci Roma

Varela f.J. 1992 know How per l’etica. Laterza Bari

[84] Moroni, A. 1998 L’Educazione ambientale: un obiettivo per il 2000. Dall’interesse per la natura allo scoperta del ruolo sociale dell’Educazione ambientale. CIREA Univ. Parma

[85] Avishal, M 2007 L’Etica della memoria. Il Mulino Bologna

[86] In questo quadro culturale occorre prestare attenzione:

al rispetto e alla promozione della qualità della vita in tutte le sue manifestazioni, le piante, gli animali, gli esseri umani soprattutto negli “stati fragili dell’esistenza”, chi deve nascere e chi è, ormai, sulla strada del declino. Diventa sempre più urgente superare una concezione di morte diffusa soprattutto tra i giovani, che si riverbera su una scarsa o nulla attenzione sulla salute personale e della comunità.

all’amore per la propria identità di persona libera e alla gioia di vivere sviluppando soprattutto il senso del gratuito e della fratellanza con tutte le creature;

– allo sviluppo del recupero della memoria del passato, del gusto della realizzazione nel presente di un progetto di qualità e di attenzione al futuro della natura e delle future generazioni;

– all’individuazione e promozione di proposte per la soluzione di un nichilismo diffuso verso la propria identità di persone, verso la natura e verso la città.

[87] Putman H, 2004, Fatto/Valore. Fine di una dicotomia, Fazi ed., Roma

[88] Poli, C. Timmerman, P. 1991 L’etica nelle politica ambientali. Lanza Padova

[89] Rowland, F.S. 1993 The need for scientific communication with the public. Science 260: 1571-1576

[90] Martina, A., 2004, Comunicare la città. Mondadori B. Milano

[91] Giddens, A. 2000 Cogliere l’occasione. Le sfida di un mondo che cambia. Carrocci Roma

[92] Emerge in questi anni l’urgenza di operare perché l’Università, prima tra altre forze, possa rispondere alla domanda della società di occuparsi dei grandi processi e dell’ambiente globale. L’alternativa è la sua marginalizzazione nel settore della grande ricerca ambientale.

[93] Si rifletta in secondo luogo sui rapporti ancora assai incerti, quando non conflittuali, tra Ecologia e altre aree disciplinari specialistiche da cui è possibile rilevare alcuni indicatori preoccupanti. Basti pensare i frequenti trasferimenti al settore disciplinare dell’Ecologia di docenti, anche ricercatori eccellenti nella propria disciplina specialistica. Cosa inimmaginabile, ad esempio, per discipline a identità affermata quali ad esempio: la Fisica, la Chimica, la Biologia, le Scienze della terra, ecc. Questo aspetto dovrebbe porre la questione di una crisi di identità dell’Ecologia. In realtà il rischio mortale che corrono tutte le discipline sintetiche ad esempio l’Educazione ambientale, discipline nelle quali tutti sono capaci di fare tutto? Lo stesso è capitato per Scienze ambientali l’organizzazione delle quali è stata sollecitato dall’acuirsi della crisi di processi e sistemi ambientali complessi. Non hanno trovato nel paradigma della complessità di Kuhn una propria metodologia appropriata.

In questo quadro non è stato possibile gettare le basi di una ricerca scientifica intorno alle Scienze ambientali perché ognuna delle discipline specialistiche coinvolte ha richiesto di potere operare per l’ambiente in isolamento. Si è invece avviato pure tra immaginabili difficoltà un Corso di laurea in Scienze ambientali in cinque anni, (poi scomparso con la riforma universitaria del tre più due). Solo in rari casi è stato possibile organizzare questo corso di laurea sul paradigma della complessità. Parte delle sedi questi Corsi di Laurea in Scienze ambientali sono nati come sommatoria di discipline rivelatrici di una cultura non sistemica ma frammentata.

[94] Hilman, J. 1999 Politica della bellezza. Moretti e Vitali Bergamo

[95] “(Michail Lvòvic Astrov) …Va bene, lo ammetto , abbatti foreste , se è necessario , ma perché sterminarle? Le foreste russe scricchiano sotto l’ascia , periscono miliardi di alberi, sono devastati i rifugi delle bestie e degli uccelli, si insabbiano e seccano i fiumi, scompaiono senza rimedio meravigliosi paesaggi, e tutto questo perché all’uomo indolente manca il buon senso di ricavare dalla terra il combustibile…Bisogna essere barbari sconsiderati, per ardere nella propria stufa questa bellezza, per distruggere ciò che noi non possiamo foggiare. L’uomo è dotato di intelligenza e di forza creativa per moltiplicare ciò che gli ha dato, sinora però egli non ha creato, ma distrutto. Le foreste si fanno sempre più rade, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta…Ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento o quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò anch’io la colpa.”(Anton Cechov, Zio Vanja , 1896. Trad. A.M. Ripellino, Einaudi, Torino 1991)

[96] Weber, M., cfr. nota 11

Condwell, C. 1975 La fine di una cultura Einaudi, Torino

[97] Habermas, J 1992 Dopo l’utopia. Il pensiero critico e il mondo d’oggi Marsilio, Venezia