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Ex Montedison, morto l’ultimo sopravvissuto

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Parte martedì il processo Montedison. Alla sbarra dodici ex manager, accusati d’aver provocato la morte di 72 operai. Morto anche l’ultimo sopravissuto Guglielmo Zavattini di Romanore
IL PROCESSO di Giancarlo Oliani

di Igor Cipollina

(gazzettadimantova.gelocal.it) MANTOVA. Nessun sopravvissuto. Settantadue vittime su settantadue parti offese, ricorrendo al linguaggio processuale. Mogli, figli, nipoti: toccherà agli eredi difendere la memoria degli operai del petrolchimico di Mantova, uccisi dai veleni che hanno respirato per anni.

Anche Guglielmo Zavattini, di Romanore, indicato nei documenti come l’unico sopravvissuto, è morto. Quasi un anno fa, nel febbraio del 2010, pochi giorni prima del compleanno. Ne avrebbe compiuti 74, 31 dei quali spesi nel reparto dove si produceva fenolo.

A spegnere Zavattini è stato un carcinoma ai polmoni, due settimane prima di Luciano Monici, caldaista, l’altro superstite, ucciso da un mesotelioma. Nessuno dei due ha fatto in tempo ad assistere alla prima udienza preliminare. Adesso toccherà aggiornare la lista nera. Una croce per ogni nome e altrettante ferite, moltiplicate per i ricordi dei familiari. Quelli impressi nella memoria e quelli scippati, negati dalla morte.

Il figlio di Zavattini, Giuseppe, autista Apam, oscilla tra disincanto, la certezza amara che nulla potrà cambiare, e ansia di giustizia. «Nel suo piccolo, papà era una grandissima persona con un cuore meraviglioso – ricorda – quando ci parlava del suo lavoro riferiva soltanto i lati positivi, le cose più alte, a noi bambini raccontava del vapore, tacendo le cose che lo facevano star male. Ecco, questa era la nobiltà interiore di mio padre».

Il figlio non avrebbe voluto costituirsi parte civile. In quegli anni funzionava così, perché riaprire vecchie ferite? Invece no. Alla fine ha deciso di accettare i consigli di chi gli sta vicino. Obbedendo al principio di giustizia che preme sotto il grumo di fatalismo. «Se c’è stata negligenza volontaria, allora è giusto che qualcuno paghi».

Giuseppe ha voglia, forse bisogno, di parlare, sfogarsi, ragionare a voce alta: «Spero che la sentenza riaffermi un principio di verità, in modo che le persone umili, quelle nell’ombra, possano ritrovare fiducia nella giustizia». Il figlio di Guglielmo mastica parole che suonano antiche ma calzano all’orizzonte attuale. Capitalismo, business, padroni, egoismo sociale. Racconta dello sgomento di fronte a certe inchieste televisive, perché di lavoro oggi si continua a morire. 9 gennaio 2011