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“Calcestruzzo sbagliato”, i controlli degli architetti francesi

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di BENEDETTA PERILLI

Da un lato gli edifici di Amatrice erano troppo vecchi e non adeguati con soluzioni antisismiche; dall’altro – per quanto riguarda quelli più moderni – il calcestruzzo utilizzato era scadente e nelle travi composte di acciaio e calcestruzzo l’acciaio era posizionato in maniera sbagliata. Non ha dubbi Patrick Coulombel, architetto francese e direttore generale dell’organizzazione no-profit Architectes de l’urgence, mentre cammina per le strade distrutte di Amatrice. “Se la qualità del calcestruzzo fosse stata buona, così come la qualità del progetto di costruzione, questi edifici avrebbero tranquillamente retto a una scossa di magnitudo 6’’.

Poi analizza una colonna di un edificio che si è polverizzato: “All’interno del calcestruzzo sono stati inseriti ciottoli da 5 centimetri mentre la dimensione massima dovrebbe essere di 2,5 cm. Inoltre la disposizione dell’acciaio nelle travi composte è completamente sbagliata’’.

Il modello di ricostruzione però non può essere quello giapponese. Ad Amatrice vanno salvati gli edifici storici e per recuperare chiese semidistrutte gli Architetti dell’emergenza propongono materiali moderni come le fibre di carbonio. “Tutto questo però costa molto, e le norme sono difficili”, aggiunge Coulombel. “In luoghi come questo bisogna lavorare sul concetto di come tenere in vita la gente all’interno di edifici storici, senza stravolgerli. Per questo noi proponiamo l’utilizzo di arredi anti-sismici soprattutto nelle camere da letto. Un tavolo da lavoro di una officina può reggere tonnellate di pietre e lì sotto si possono mettere in salvo fino a cinque persone”


Appalti, pronto il vademecum

ALBERTO CUSTODERO

Vertice tra Protezione Civile (diretta da Fabrizio Curcio) e Autorità Anticorruzione (presieduta da Raffaele Cantone) per stilare il vademecum degli appalti. La ricostruzione dei comuni distrutti dal terremoto del 24 agosto è ora una questione di bandi pubblici. E qui, il meccanismo della rinascita delle città rischia di incepparsi su scogli burocratici. O di inciampare nelle inevitabili inchieste giudiziarie. In genere, in caso di calamità, vengono usati meccanismi di emergenza in virtù dei quali le stazioni appaltanti beneficiano delle cosiddette deroghe. Si tratta della possibilità di affidare i lavori con sistemi diretti senza dovere ricorrere a quanto previsto dalla legge italiana ed europea. Sistemi che presentano il vantaggio della velocità nell’affidamento. Ma che nascondono il difetto che sono poco trasparenti: i controlli sono scarsi, e si prestano a eventuali favoritismi.
Nell’emergenza delle calamità naturali le stazioni appaltanti sono, sostanzialmente, due. Quella rappresentata dal territorio: prefetture, regioni, comuni. E quella della Protezione Civile, In entrambi i casi ci sono problemi e criticità.

Stazione appaltante prefetti, sindaci, regioni. Martedì – ha fatto sapere la Protezione Civile – c’è stato un vertice tra lo staff di Fabrizio Curcio e l’Anticorruzione per stabilire regole certe a proposito degli appalti che saranno banditi dagli enti territoriali in seguitoall’ordinanza emanata dalla Protezione Civile per il terremoto del 24 agosto. In passato – spiegano gli esperti – succedeva che l’emergenza durasse per molto tempo. Anche a vari anni di distanza da eventi calamitosi, sindaci, prefetti o governatori continuavano ad affidare lavori in regime di emergenza, cioè con l’escamotage della deroga. Il vertice tra Protezione Civile e Anticorruzione è servito per stabilire un vademecum (o linee guida), per mettere i paletti a quella libertà di deroga. La direttiva è che la procedura di emergenza si usa solo quando strettamente necessaria. E dovrà essere circostanziata, cioè dovranno spiegare il perché del ricorso a quella procedura. Esempio: se bisogna procurarsi per oggi una fornitura urgente di pane, si procede con la deroga. Se la fornitura servirà tra più di 40 giorni (il termine per un appalto è di circa 37 giorni), si deve seguire la prassi tradizionale del bando pubblico.

Stazione appaltante Protezione civile. Agisce in genere prima delle emergenze, bandendo appalti per approvvigionarsi di quei beni e servizi che urgono nell’immediatezza dell’evento calamitoso, come bagni chimici, o case prefabbricate. Il compito di effettuare quei bandi è da tempo affidata alla Consip, emanazione del ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Il difetto, però, è che talvolta gli appalti vanno deserti. Motivo? L’obiettivo che ci si pone è di riuscire a stipulare con i fornitori contratti da stipulare subito ma da attivare solo al verificarsi di situazioni di emergenza, così da rendere rapida, efficiente e trasparente la risposta alle esigenze di approvvigionamento che sorgono quando si verificano calamità. L’esito è stato, però, purtroppo deludente. Partecipare alle gare comporta però costi elevati (somme da depositare sotto forma di cauzione, materiali a magazzino sempre pronti ecc.)  il divario tra investimenti certi da sostenere e margini incerti di guadagno diventa così troppo elevato. Risultato: nessuno (o quasi) partecipa alle gare.

Per fare un esempio, solo per la partecipazione all’appalto per i moduli abitativi provvisori (gara da 684 milioni di euro per 3 lotti), era richiesta una cauzione provvisoria di circa 4,5 milioni di euro per ciascun lotto. Non a caso questo bando è andato deserto per anni. E solo quest’anno, a maggio, finalmente è stato aggiudicato. Dati i risultati poco confortanti di questo percorso con Consip, ha fatto sapere la Protezione Civile, studiando anche la normativa attualmente vigente in tema di emergency procurement di altri Paesi, sembrerebbe ormai necessario procedere, nel rispetto delle direttive comunitarie di riferimento, a una revisione armonica delle norme del Codice degli appalti, cosa che effettivamente sta avvenendo nelle aule parlamentari.

Un’altra questione riguarda l’acquisizione di servizi specifici che non possono prescindere dal territorio, come quelli alberghieri per l’accoglienza dei cittadini sfollati o i servizi cimiteriali. Laddove possibile, si potrebbe procedere alla stipula di convenzioni con le Associazioni di categoria per predeterminare prezzi e condizioni di attivazione sulla cui base, poi, in emergenza, acquistare direttamente sul territorio quanto necessario in un’ottica di trasparenza, parità di trattamento tra gli operatori ed economicità. Oggi non è possibile procedere in tal senso perché non esiste una normativa che preveda una simile soluzione.

Fonte Link repubblica.it 

 

 

 

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