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Il bosco mitigatore delle piene

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Bosco


Giuliano Serioli
Per spiegare il disordine idrogeologico dovuto al disboscamento dissennato e quindi alla riduzione dell’efficienza del bosco, occorre aver presente l’azione che esercita sul ciclo dell’acqua piovana e quindi considerare il sistema integrato vegetazione-suolo.
Il bosco ha la capacità di ridurre le portate di piena nei corsi d’acqua.

Le piante intervengono per limitare l’azione della pioggia battente sia intercettando le precipitazioni coi loro apparati fogliari, sia riducendo la velocità delle gocce di acqua che penetrano attraverso esse.
Con l’intercettazione l’acqua piovana viene trattenuta dalle foglie e scorre lungo rami delle piante, per poi tornare per evaporazione nell’atmosfera.
L’entità dell’intercettazione dipende dalla quantità della pioggia, dalla densità della massa fogliare, dalla specie arborea, dall’età delle piante e dagli interventi colturali effettuati.

All’inizio di una pioggia,con le chiome asciutte, una notevole parte dell’acqua caduta può restare intercettata; col crescere della quantità di pioggia, vale a dire della sua durata o intensità l’intercettazione va attenuandosi, fino a diventare minima o nulla.

Nel caso di eventi pluviometrici eccezionali, essa diventa trascurabile.
Ma l’azione frenante dell’apparato fogliare ha il potere di ridurre la velocità e quindi la forza di penetrazione delle gocce di pioggia, impedendo che la maggior parte di esse percuota direttamente e violentemente la superficie del suolo.

In tal modo le foglie, i rami e i fusti rallentano e distribuiscono l’afflusso dell’acqua al suolo riducendo lo scorrimento superficiale, moderando le punte delle piene e contenendo l’erosione del suolo.
L’acqua trattenuta dall’apparato fogliare delle piante e quella che cade direttamente a terra viene poi ulteriormente rallentata nel suo moto dalla base dei fusti, dai cespi, da rami caduti, dalla lettiera grossolana. Per cui riesce raramente a formare rivoli di una certa consistenza.
La ritardata e impedita confluenza di questi rivoli in rigagnoli giova a prolungare i tempi di corrivazione.
Ma l’effetto regimante dell’ecosistema bosco si sviluppa soprattutto a livello del suolo, dove il deflusso superficiale e l’infiltrazione delle gocce che scivolano lungo i fusti approfittano dei piccoli vuoti ai piedi degli stessi per penetrare nel suolo favorendola ancora di più e dove avviene la ritenzione dell’acqua all’interno del suolo.
Il bosco ceduo, anche invecchiato di 30 o 40 anni, è talmente fitto ed intricato da non riuscire a sviluppare un apparato arboreo in grado di garantire una superficie fogliare consistente.
Ha difficoltà, inoltre, a trattenere il suolo in aree argilloso-calcaree o flyschoidi, come dimostrano le troppe frane del nostro territorio Appenninico.
Si presta al taglio raso matricinato, oggi sempre più diffuso e pericoloso a livello idrogeologico, in quanto accresce a dismisura il tempo di corrivazione dell’acqua piovana, favorendo le piene improvvise dei torrenti di montagna.
L’unica forma di taglio, valido anche dal punto di vista economico, è il diradamento del ceduo per l’avviamento all’alto fusto.
Lasciando circa duemila piante ogni ettaro, come suggerisce lo studio di Ricci-don Moroni, riesce a produrre circa 30 quintali di legna per ettaro, porta ad uno sviluppo omogeneo della superficie fogliare e fa si che un apparato radicale rafforzato trattenga meglio il suolo. giovedì 8 giugno 2017
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma