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Nuoro, i gipeti fulminati da un topicida

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(La nuova Sardegna) NUORO – Sono stati uccisi con veleno per topi Balente, Sandalia e Ros’e Monte, i tre gipeti arrivati dall’Austria per ripopolare la Sardegna e ritrovati morti a fine agosto su un versante del Bruncuspina. Con quel veleno, facile da trovare in qualunque negozio, è stata inzuppata la carcassa di pecora e altre esche delle quali i tre maestosi avvoltoi si sono cibati. Lo si sapeva già ma ora c’è la certezza. Viene dai laboratori dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Sassari che ieri ha consegnato i risultati delle analisi sulle carcasse. Resta da stabilire se i bersagli fossero i gipeti o se i bocconi dovessero eliminare cani randagi.  Poveri gipeti. Sono morti tutti tre avvelenati, quasi in contemporanea. A Ferragosto o il giorno dopo, anche se quello che restava di loro – un ammasso di piume, ossa e vermi – è stato ritrovato solo dopo qualche giorno.

Una settimana più tardi nel caso di "Balente", mentre per scoprire che anche "Sandalia" e "Ros ‘e Monte" avevano fatto la stessa tristissima fine è dovuto passare altro tempo. E questo anche se i movimenti dei gipeti erano controllati via satellite grazie al collarino che avevano addosso. Il giallo della loro morte è stato risolto ieri. Per scoprire il killer che li ha uccisi, e che ha ucciso insieme anche l’utopia di riportare i grandi avvoltoi in Sardegna, ci sono voluti l’intuizione e il lavoro da tecnici del Ris dell’equipe dell’Istituto zooprofilattico sperimentale diretto da Aldo Marongiu. La risposta era dentro una gocciolina di sangue individuata durante il sopralluogo dei veterinari e delle guardie forestali di Tonara e Fonni nella zona in cui è stato trovato l’ultimo gipeto. Era sotto la carcassa in decomposizione. Antonio Pintore, Giovanni Antonio Carboni e Giannina Chessa, i componenti dell’equipe che si è gettata anima e corpo nell’impresa per scoprire che cos’è accaduto sul Gennargentu, hanno avuto l’intuizione giusta. Le prove tossicologiche alla fine hanno restituito un nome: dicumarinici di seconda generazione. L’anticoagulante trovato in quella labile traccia lasciata dal povero gipeto appartiene a un gruppo di sostanze che, a dispetto del nome complicato da pronunciare, è facile trovare in qualunque abitazione nel composto di alcuni topicidi.  Il sospetto è che "Balente" e i suoi compagni di sventura siano stati eliminati con una pecora imbevuta di veleno. Una è stata trovata a breve distanza dal luogo in cui sono morti i tre gipeti, legata a una roccia con una corda. Accanto c’erano anche i resti di due corvi imperiali, altri probabili incauti commensali del banchetto mortale. Morti come due aquile trovate nei mesi scorsi in una situazione analoga.  Aldo Marongiu e lo staff dell’Izps di Sassari hanno pochi dubbi su come sono andate le cose in quel tratto di Gennargentu, nel versante del ponte di Aratu. «Ma ovviamente – spiegano – siamo pronti a ulteriori analisi in caso di nuovi ritrovamenti».  Il responso spazza via altre ipotesi, intorno alle quali stava già montando la polemica nei confronti del progetto gipeto e degli enti che l’hanno voluto e gestito, in particolare le Province di Nuoro e dell’Ogliastra. Una di queste ipotesi voleva che i grandi avvoltoi fossero morti di fame. Se fosse stato davvero così, sarebbe finita sotto accusa la gestione del progetto che prevedeva il mantenimento di carnai dove gli avvoltoi potessero trovare il cibo. Ma dagli esami dei veterinari viene un’osservazione precisa che escluderebbe quella possibilità: «Nelle carcasse, abbiamo trovato tessuto adiposo, dunque i gipeti si nutrivano». A confermarlo sarebbe anche il femore di un suino trovato nel torace di uno dei gipeti che, peraltro, precisa la relazione dell’Izps, aveva ingoiato anche uno spazzolino da denti di colore fucsia.  Chi ha avvelenato i gipeti e perché? La domanda cui rispondere adesso è questa e interessa le tre Procure della repubblica (Nuoro, Lanusei e Oristano) competenti per la zona dei ritrovamenti. Le indagini sono svolte dagli investigatori della forestale. Nei giorni scorsi, il comandante regionale del corpo, Giuseppe Delogu, ha ordinato il massimo impegno. C’è una cosa da capire immediatamente, anche in vista di una ripresa del progetto che prevede l’arrivo di altri avvoltoi: a chi erano diretti i bocconi avvelenati? Un conto è che i gipeti siano stati vittima di esche destinate ai randagi, un altro che il bersaglio fossero proprio loro. I provvedimenti da prendere sarebbero diversi.  Il progetto gipeto, sul quale sono stati investiti finanziamenti ingenti, è stato colpito colpito duramente. La batosta è grande, come la brutta figura fatta dall’isola con gli organismi internazionali coinvolti. Difficile, ora, stabilire se l’operazione potrà avere un seguito.  "Balente", "Sandalia" e "Rosa ‘e Monte" erano arrivati nell’isola dall’Austria nello scorso mese di maggio. Un evento preparato con cura, preceduto da una campagna di sensibilizzazione che ha coinvolto scuole, pastori, cacciatori e cittadini delle comunità interessate. L’obiettivo era quello di eliminare i pregiudizi sul "gypaetus barbatus", spiegando che quello che è noto anche come avvoltoio degli agnelli non è un predatore di animali vivi ma mangia solo carogne.  Tutto sembrava filare liscio. I grandi uccelli sono stati accolti con simpatia, cresciuta nelle settimane seguenti con le notizie sulle zuffe tra il più piccolo e debole "Balente" e "Ros’e Monte" e i dubbi sul sesso di quest’ultimo, anche se la cosa ha fatto storcere un po’ il naso agli esperti. Poi i tre gipeti hanno preso il volo e dopo decenni sui cieli della Barbagia è ricomparsa la loro maestosa figura. Sul Gennargentu sono comparsi anche i turisti armati di macchina fotografica decisi a immortalare il ritorno dei gipeti. Poi, tra il 22 e il 27 agosto, la scoperta delle tre carcasse.