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Il caso dell’aereo siriano a Budapest e il ruolo di Orbán nella fuga di Assad

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Assad e Orban
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Assad e Orban

Francesca De Benedetti
La presa di Damasco e il presidente in fuga: sì, ma dove? Fonti ungheresi ricostruiscono l’atterraggio di un aereo siriano nella capitale, tenuto volutamente fuori dai radar pubblici. Lo staff del premier nega tutto e la notizia finisce spazzata via. Ma c’è pure la strana visita a Orbán pochi giorni prima… 

Damasco è presa e il presidente Assad è fuggito. Questa è la parte nota della storia. Poi c’è il resto: il caso controverso di un atterraggio a Budapest, poi smentito, ma comunque preceduto da incontri al vertice pochi giorni prima. Con una certezza: Bashar al-Assad ha chiesto supporto a Viktor Orbán, l’autocrate ungherese, cavallo di Troia del Cremlino in Ue e canale con il presidente eletto Trump. 

Il caso dell’aereo segreto

Per capire meglio il ruolo dell’Ungheria nella fuga di Assad bisogna incrociare le informazioni che arrivano dalla Siria e da Budapest. Domenica la Siria si sveglia senza il suo presidente: «il tiranno è fuggito», annunciano gli oppositori; è fuggito su un aereo, scrive l’agenzia Reuters citando fonti dell’esercito. Il portale flightradar mostra che un aereo Syrian Air ha lasciato la capitale quando le forze anti-Assad stavano per piegarla. Dopo pochi minuti, il velivolo ha fatto perdere le sue tracce.
E ci spostiamo allora a Budapest. Al terminal 1 dell’aeroporto di Budapest-Ferihegy è già buio, ora di cena di sabato 7. La testata indipendente Magyar Hang riceve le foto di un aereo Syrian Air e da qui va in cerca di informazioni: Domani apprende così che l’arrivo dell’aereo è avvenuto con rigide misure di sicurezza, utilizzando personale diverso da quello aeroportuale (al quale non è stato consentito avvicinarsi); la testata ungherese viene anche a sapere – ma scrive che questo è da verificare – che all’aeroporto sarebbero state presenti unità antiterrorismo che hanno firmato un accordo di segretezza coi lavoratori.
Insomma, più dell’atterraggio a Budapest, è un elemento chiave che non se ne dovesse sapere nulla. La mappa radar pubblica non ne porta traccia. Nella mattinata di domenica reagisce Péter Magyar, il principale oppositore di Orbán, che già in autunno ha compiuto uno storico sorpasso nei sondaggi e che continua a crescere nei consensi.
Magyar chiede spiegazioni al governo, non solo sul caso dell’aereo (che poco dopo il governo smentirà) ma sugli incontri e le relazioni che legano il premier e il regime.

Bassar el-Aszad, un dittatore siriano, sostenuto dai russi, sembra aver fallito e fuggito dalla Siria.
Nel frattempo, il 2 dicembre, Orbán Viktor II lo ricevette alla Carmelita. Ephrem è un patriarca siriano-ortodosso, che ha cercato di ottenere sostegno attraverso il primo ministro ungherese per tenere al potere il dittatore siriano.
Ieri sera, in completo segreto, oltre alla sicurezza del Centro antiterrorismo, un aereo passeggeri siriano è atterrato all’aeroporto Ferenc Liszt, dopo che Aszad ha lasciato la Siria (la notizia è stata smentita).
Chiediamo l’aiuto che Viktor Orbán ha fornito negli ultimi anni e soprattutto nell’ultima settimana al dittatore siriano caduto, che ha tra le mani la morte di centinaia di migliaia di persone.
Aggiornamento: nel frattempo, l’aeroporto di Budapest, acquistato dall’Orbánék, spesso nega l’arrivo dell’aereo siriano… Ora l’unica domanda è cosa ha chiesto il patriarca siriano a Victor Orbán in nome di Aszad il 2 dicembre al Palazzo dei Carmelitani… o forse ora smentiscono questo incontro?
Il Partito TISZA vuole anche sapere quanti uomini d’affari provenienti da Aszad hanno partecipato al programma di obbligazioni di Antal Rogán.

Alle 11:15, quando la notizia ha iniziato a circolare anche fuori dall’Ungheria e la prima versione non aggiornata di questo articolo è già online, il braccio destro di Orbán corre a liquidare tutto come fake news. ll segretario di stato alla comunicazione internazionale Zoltan Kovacs (noto all’opinione pubblica italiana anche per i virulenti attacchi a Ilaria Salis, oltre che per le uscite pro Putin) twitta che «le affermazioni che Assad sia arrivato in Ungheria sono false, le foto sono del 2012, l’aeroporto nega tutto e respinge i titoli sull’aereo misterioso».

A quel punto anche Magyar Hang prende atto della smentita e si scusa perché «l’immagine di un aereo di linea siriano venuta alla luce domenica notte non raffigura il volo del presidente in fuga». Ma in una nota ribadisce che «secondo le nostre fonti, prima della caduta del regime di Damasco, si è svolto un intenso lavoro diplomatico sul fronte ungherese-siriano; il governo non ha ancora rivelato alcun dettaglio al riguardo. Centinaia di siriani che finora hanno sostenuto attivamente e influentemente Assad vivono già a Budapest».

Il ruolo di Orbán

A fronte delle smentite ufficiali, non è possibile per ovvi motivi asserire che Assad fosse su un aereo diretto a Budapest; peraltro un aereo potrebbe aver trasportato il suo entourage o pezzi chiave del sistema. E se anche il presidente fosse mai stato a bordo di un aereo diretto a Budapest, non è affatto detto che si sia fermato lì; potrebbe essersi poi mosso per una ulteriore destinazione.

Ma una cosa può essere ritenuta certa: il presidente fuggitivo ha cercato il supporto di Orbán. Anche questo può essere ricostruito. Tra gli elementi fattuali pubblici c’è un incontro svoltosi lunedì 2 dicembre alla corte di Orbán, ovvero nella chiesa carmelitana di Buda divenuta sede della presidenza del Consiglio. Qui per incontrare il premier è arrivato il patriarca siro-ortodosso Ignazio Efrem II, e quel che più conta: è stato Assad a spedirlo a Budapest. Oggetto ufficiale dell’incontro: «La messa in sicurezza delle comunità cristiane» grazie al supporto del programma di assistenza ungherese (presente anche il segretario di stato deputato a questo, Tristan Azbej). 

Assad si è rivolto a Orbán con una certezza e una speranza. La certezza guardava a Vladimir Putin, con il quale Orbán non ha mai interrotto le relazioni: con un alleato così in comune, si può contare su Budapest in caso di emergenza. La speranza guardava a Donald Trump, e alla possibilità che il premier più ostentatamente fan del presidente eletto Usa potesse fare da canale per un negoziato sul futuro della Siria, o quantomeno sulla propria sopravvivenza. I passi diplomatici compiuti da Assad verso Trump trovano traccia ad esempio in una ricostruzione di Bloomberg del 7 dicembre (la data decisiva in cui Damasco è caduta): l’agenzia riferiva dei tentativi del presidente siriano di garantirsi quantomeno una fuga sicura, e del ruolo di Orbán nel negoziato. 08 dicembre 2024 

Fonte Link: editorialedomani.it