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“L’Isis è stato sconfitto”. Trump si ritira dalla Siria e abbandona gli alleati

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Federico Rampini
Via gli ultimi duemila soldati, nonostante il no del Pentagono. Il disimpegno Usa in Medio Oriente lascia campo libero a Putin

Cinque anni fa l’Isis era una forza potente e pericolosa, oggi gli Stati Uniti hanno sconfitto il Califfato». Donald Trump dichiara vittoria e lascia il terreno: ordina il ritiro rapido e totale degli ultimi duemila soldati americani rimasti in Siria. Si chiude un capitolo di storia, drammatico ma breve, di coinvolgimento americano su un teatro di guerra che non ha risparmiato le atrocità, le stragi di civili, l’uso di armi chimiche, l’esodo in massa di una parte consistente della popolazione, ondate di profughi diretti anche verso l’Italia.

Torna a dettar legge in modo esclusivo chi ha sempre comandato in quell’area: il carnefice Assad, il suo protettore Vladimir Putin, affiancati dal regime degli ayatollah iraniani. Sconfitto l’Isis? Non del tutto; anche se certamente è ridotto ai minimi termini rispetto alla minaccia terrificante che rappresentava cinque anni fa. Il Pentagono ha tentato invano di dissuadere Trump dal ritirare tutte le truppe. I militari americani temono di abbandonare al loro destino i loro alleati curdi, che hanno avuto un ruolo decisivo nella lotta contro l’Isis, e contro i quali adesso può scatenarsi senza ritegno la furia di Erdogan che li considera «terroristi». La Turchia ha già annunciato un’imminente offensiva militare contro le milizie curde in Siria, gli americani tolgono il disturbo al momento giusto. Ci sono anche quei ribelli arabi non islamisti che hanno combattuto sia l’Isis sia Assad, e vengono abbandonati. Nessuno sembra curarsene.

In realtà la Siria aveva smesso di “esistere” da tempo, per una congiura del silenzio che ha tante cause. Trump è coerente con se stesso, aveva sempre detto di voler lasciare la Siria a Putin. Damasco è nell’area d’influenza di Mosca da quasi mezzo secolo; divenne un avamposto mediorientale dell’Unione sovietica con la costruzione della prima base militare all’inizio degli anni Settanta.

Barack Obama fu protagonista di un tentativo — maldestro e contraddittorio — di porre fine alle stragi di Assad. La sua famigerata “linea rossa” da non varcare, contro l’uso di armi chimiche, venne violata impunemente dal regime siriano con la copertura della Russia. Obama ne uscì male, come in tutta la vicenda delle primavere arabe. Trump dileggiò le esitazioni di Obama, e disse apertamente in campagna elettorale che la lotta all’Isis voleva appaltarla ai russi. Trump ordinò una breve pioggia di missili per castigare Assad dopo un’altra strage chimica — una dimostrazione di potenza, spettacolare ma innocua: i russi erano stati avvisati in anticipo sulla traiettoria dei missili. Poi l’impegno americano è stato gradualmente ridimensionato, fino all’annuncio di ieri.
Intanto sulla Siria era calata una spessa coltre di silenzio. I combattimenti certo si sono attenuati, ma non cessati del tutto. Gli abusi contro i diritti umani non fanno più notizia, se non c’è qualche filiera che li riconduca alle responsabilità dell’Occidente. È un antico riflesso pavloviano, un tempo prerogativa delle sinistre, quell’attenzione a senso unico. Oggi fa comodo anche ai sovranisti di tutto il mondo che le malefatte di Putin in quell’area siano così poco osservate, ancor meno denunciate.

Tutto ciò accade in un contesto di ritirata più generale dell’America. Il petrolio arabo non le serve più; ora esporta il suo, per la prima volta da 75 anni. È uno degli sconvolgimenti più sottovalutati del nostro tempo: la rivoluzione energetica che ha portato gli Stati Uniti all’autosufficienza. Significa che le flotte militari Usa nel Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano, presidiano rotte petrolifere vitali per l’Europa, l’India, la Cina, il Giappone; ma non più per gli Stati Uniti.

Netanyahu e il principe saudita MbS da una parte; Putin, Khamenei e Erdogan dall’altra, possono spartirsi le spoglie di quel che rimane di un’area d’influenza americana. I primi due sgomitano per il ruolo di proconsoli, con delega a rappresentare in Medio Oriente un’America in fase di isolazionismo. Russia, Iran e Turchia, imperi tradizionali con pulsioni egemoniche antichissime, godono della ritirata americana che considerano una magnifica opportunità. I diritti umani finiscono nel cono d’ombra, più che mai. 19 Dicembre 2018

fonte Link: repubblica.it