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Le belle di Guido Cagnacci

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<B>Le belle di Guido Cagnacci</B>


La morte di Cleopatra

Cleopatre, Lucrezie, Maddalene, ignude o discinte, sono la specialialità di Cagnacci, protagonista del naturalismo europeo del Seicento. Una grande mostra a Forlì celebra il romagnolo di Santarcangelo autore anche di grandi tele sacre fra Caravaggio e Reni

GOFFREDO SILVESTRI

(repubbluca.it) FORLI’ – Le donne, dipinte più o meno ignude o discinte, sono state la fortuna del romagnolo Guido Cagnacci. E alle donne, alle "mezze figure" in cui seni, spalle, visi, il corpo concreto e le emozioni di morte e di esaltazione mistica, sono immersi in una luce perlacea, è affidata la sua fortuna nella storia del naturalismo europeo del Seicento. E una donna, troppo in alto per lui secondo la società del tempo, è stata all’origine dello stravolgimento della carriera di Guido.

Delle disgrazie con i committenti. Della rinuncia a quella che sarebbe stata l’impresa più grande (l’affresco della volta della nuova cappella della Madonna del Fuoco nel duomo di Forlì). Della fuga a Venezia nel 1649 dove Guido visse una decina d’anni sotto falso nome meno rozzo (Canlassi), senza commissioni pubbliche, dipingendo "quadri da stanza", le "mezze figure" di sensualità raffinata per committenti privati. Infine del trasferimento presso l’imperatore Leopoldo I a Vienna dove morirà nel 1663 a sessantadue anni. Ma Cagnacci non è pittore di nudi in quanto tali. Usa quasi sempre donne terrene dalle forti sensazioni: Cleopatra che si fa mordere dall’aspide per sottrarsi al vincitore romano; Lucrezia che si pugnala per affermare la virtù romana; Maddalena che si macera nella penitenza. Con forti inclinazioni naturalistiche che "restano comunque al fondo della sua sensibilità", anche nei dipinti di altare fra cui sono grandi capolavori nonostante commissioni non particolarmente prestigiose e in ogni caso locali. Una produzione che si conclude nel 1644, senza riprese.

Fino al 22 giugno una mostra a Forlì, nei luminosissimi Musei di San Domenico, continua la rivalutazione di Cagnacci nato a meno di 40 chilometri, a Santarcangelo di Romagna, lungo la via Emilia che porta al mare. Tutto Cagnacci, "da stanza" e "da chiesa", nel quale è possibile rintracciare le molte, composite, personali fonti della sua pittura, più complessa di quanto faccia capire il titolo della mostra, "Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni", due nomi che fa comodo avere in un titolo. I curatori, Antonio Paolucci (neo direttore dei Musei Vaticani) e Daniele Benati, hanno riunito un nucleo di 42 dipinti di Guido (di cui almeno 24 alla monografica del 1993 a Rimini, a conferma di un catalogo raro o indisponibile). E lo hanno messo insieme a opere di Caravaggio, Reni, Ludovico Carracci, Guercino, i Gentileschi, Lanfranco, Vouet, Serodine, van Honthorst, Borgianni, Manetti, Tommaso Salini autore molto provvisorio della "Fiasca fiorita" della Pinacoteca di Forlì, una fiasca spagliata e rotta che fa da vaso a fresie, gigli, gladioli, ireos: una tavoletta che Paolucci definisce "il quadro più bello del mondo" per il realismo senza essere iperrealista. In tutto una novantina di dipinti (catalogo Silvana Editoriale).

Glorificato dalle donne, rovinato da una donna. Eppure questa giovane vedova di Rimini al centro del destino di Guido, si era promessa con un contratto. Ma era una nobile e Guido mettendole gli occhi addosso "aveva offeso l’onore delle maggiori casate riminesi". La donna aveva anche una dote appetitosa e parenti per nulla disposti a vederla trasmigrare. Tutte premesse per far scoppiare un ginepraio di beghe legali trasformate in un processo quando Guido, temperamento irrequieto e litigioso di per sé, nel 1628 rapì la donna dal convento in cui era stata messa al riparo e tentò di sposarla. Peggiorò la situazione continuando a pretendere la dote nonostante la nobildonna si fosse risposata con un nipote. La vicenda fu ancora più amara per Guido se si pensa che a far ritrovare agli sbirri pontifici l’amata nascosta, fu il padre Matteo Cagnacci, probabilmente con lo scopo (ottenuto) di un provvedimento meno punitivo per il figlio, il bando dal territorio di Rimini.

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Gloria di San Valeriano

Matteo Cagnacci, prospero conciapelle e "donzello" (messo) del Comune di Castel Durante, il paese natale, non fece opposizione quando l’unico figlio maschio decise di prendere una strada diversa dalla sua. E mandò Guido a formarsi a Bologna, la seconda città dello Stato della Chiesa, più ricca di occasioni e anche una scelta non leggera dal punto di vista economico.

Ad inizio 1617, a 16 anni compiuti, Guido si trasferì a Bologna per quattro anni. Da Girolamo Leoni, un nobile che Matteo rifornisce di olio, formaggio, mentre a Guido manda lenzuola e tovaglie, si pensa per farne dipinti. Dopo Bologna, alla quale era arrivato da Cento il Guercino ventottenne, Guido si trasferì a Roma per almeno due soggiorni di cui il più lungo l’ultimo nel 1621-1622. Forse seguendo il Guercino quando divenne papa Gregorio XV Ludovisi che era stato arcivescovo di Bologna e per il quale il maestro di Cento aveva lavorato. Guercino e Cagnacci abitarono in una casa nell’attuale via del Babuino, nella stessa parrocchia di San Lorenzo in Lucina nel cui giro artistico gravitavano il parigino Vouet, il ticinese Serodine. Abbiamo i tempi delle permanenze di Guido dal testamento di Matteo scritto nel 1643. Un’altra stilettata per quell’"umor bizzarro": Matteo lascia il patrimonio alle due figlie e a Guido solo quello che gli spettava come primogenito, ma ridotto di tutte le spese che, venti anni prima, aveva fatto per la formazione.

Guido Cagnacci è un campo quasi tutto da arare per l’assenza di documenti e di dipinti a Bologna e a Roma e anche prima. Deve aver dato qualche prova per convincere il padre a fargli seguire l’incerta carriera di pittore. Di queste prove non si ha traccia, ma solo il sospetto che possa aver dipinto (a 14 o 17 anni) "L’ultima cena" ora in una collezione privata di Rimini. Non si ha traccia dei dipinti ai quali erano destinate tovaglie e lenzuola, né di quelli fatti a Roma. Non ci sono tracce di commissioni pubbliche. Bisogna pensare sempre e soltanto a "quadri da stanza" di destinazione privata? Con tutte le difficoltà di reperibilità e circolazione.

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Sant’Agata

Non si hanno segni di passaggio in una bottega. A Bologna viene considerato l’"ultimo" allievo di Ludovico Carracci che "morirà col pennello in mano" nel 1619. O di un protagonista di assoluta grandezza, il "divino Guido" (Reni) ormai giunto agli ultimi dipinti, nei confronti del quale però Cagnacci ottiene risultati ben diversi. Bisogna pensare non a un alunnato canonico, ma dall’esterno. Viene da pensare che Guido abbia fatto il pieno di ispirazioni, insegnamenti, esperienze "mantenendo sempre una sostanziale indipendenza mentale", osserva Daniele Benati. Per il quale più che sul caravaggismo "in chiaro" di Orazio Gentileschi, si deve guardare a Vouet cioè ad un "naturalismo caravaggesco in chiave di eleganza aulica e sensuale". Un dato costante per Guido è la "ricercata ambiguità tra sacro e profano" di Vouet. In mostra c’è "La tentazione di San Francesco" da San Lorenzo in Lucina. Mai visto in una chiesa un San Francesco così sensuale e una tentatrice seriamente tentatrice con camicia scivolata sul petto, gamba sempre più appariscente.

La produzione "da chiesa" di Guido viene presentata in mostra nella quasi totalità, almeno 27 dipinti (mentre quella "da stanza" è incontrollabile). Molte le opere di grande richiamo.

Nella giovanile pala (3,20 per 1,90), "La Madonna col Bambino adorata dai santi Sebastiano, Rocco e Giacinto" del piccolo oratorio di San Rocco a Montegridolfo (Forlì), il danzante Sebastiano che si agita incatenato a un colonnone, sembra una copia della posa, non dell’espressione, di un Sebastiano di Carracci (anche in mostra). Rocco, dal volto e capigliatura "alla nazarena" da giovane Guercino, è in compagnia di un cane dal pelo curatissimo che fa pensare all’abilità di Guido autore di "Nature morte". Solo Giacinto è in colloquio con la Madonna che domina col Bambino da una nuvoletta e un lembo della tunica è fissato in una straordinaria forza materica e tridimensionale.

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Ragazzo morso dal ramarro

Preziosità caravaggesche ritroviamo nel "Sant’Antonio Abate fra San Pantaleone e San Giuliano ospitaliero" dal Museo di Rimini: il campanello con relativa ombra e il calice per terra che riflettono l’ambiente; il cagnetto; il filo della spada sporco di sangue. Ma forse il pezzo di eccezionale bravura è la figura smunta di Pantaleone che "galleggia" nella sovrabbondante cotta bianca investita da un fiotto di luce con il pizzo delle amplissime maniche, che sembra emanare luminosità dall’interno. Luminosità e giochi di luce ripetuti nella lunga veste del vescovo Eligio nella pala della collegiata di San Michele a Santarcangelo e ordinata dalla confraternita dei falegnami, fabbri e magnani (serrature e caldaie). L’altra metà della pala, con luci e ombre diverse, è occupata da un Giuseppe parlante che fra trucioli, pialle, seghe sorveglia Gesù bambinetto che impugnando male un lungo martello si accinge a battere un chiodo. Cesare Gnudi autore del primo saggio dedicato a Guido nel 1937, di fronte a "una così lucida attenzione al vero" evocò il nome del grandissimo La Tour. Sull’incudine, davvero ferrigna e lucida, sulla quale pone il piede Eligio, Guido ha lasciato firma e data (1635) con l’aggiunta per la prima volta di "inventor" come risposta alle accuse di ripetitivà.

La pala per i carmelitani di Rimini (nel 1628 Guido si rifugiò nella loro chiesa per "scampare alla giustizia"), ancora di dimensioni monumentali (3,35 per 2,10), viene considerata il punto più alto della maturità di Guido. Altro che sacra conversazione: sono tre estasi mistiche (Andrea Corsini, Teresa d’Avila, Maria Maddalena dè Pazzi) con "tre diversi esempi di ‘abbandonò alla divinità", con "quell’estasi quasi tremenda della Santa Teresa svenuta" che mette in allarme i due angeli che la assistono. Per Francesco Arcangeli, al quale si deve gran parte dell’attenzione della critica a Cagnacci, l’estasi di Teresa "abbandonata al viola cianotico delle labbra schiuse, alle ombre che le feriscono gli occhi semispenti" è "più spettacolare della morte della Vergine del Caravaggio".

E poi l’ultimo atto di Guido pittore di chiesa: i due quadroni (ciascuno 4,11 per 2,30) della gloria di Mercuriale e Valeriano, patroni di Forlì, che nel tamburo della cappella della Madonna del Fuoco nel duomo, dovevano completare i due santi di Andrea Sacchi e Francesco Albani. I quadroni consegnati con grande ritardo e senza tener conto delle richieste, furono una specie di shock perché facevano apparire vecchi i dipinti dei due maestri, ma poi conquistarono con la loro bellezza. In gran scorcio dal basso in alto, con un fondo luminosissimo frutto dell’azzurro oltremarino a spese eccezionalmente dei committenti, Guido aveva collocato sulle nuvole una corte di ragazzotti musicanti, angeli senza ali, presi dalla vita quotidiana. Ragazzotti, scudieri fissi sull’osservatore per invitarlo a prendere parte alla festa. Molti sono i rimandi al Veronese e al Correggio. Larghi i campi di colore sovrapposti con estesi pentimenti. I valori della luce sono "nitidi". Osserva Anna Colombi Ferretti: non vi è nulla della trionfante vitalità di un Pietro da Cortona, "è il legame col vero che incatena le figure del Cagnacci". Ora Guido deve pensare alla volta della cappella da affrescare con l’Ascensione, una tecnica da lui mai praticata. Non ne avrà il tempo perché da Rimini arrivano le notizie dei guai con la giustizia che gli allontaneranno committenti pubblici e nobili. Nel periodo veneziano Guido trovò il tempo e la voglia per un "Giacobbe tra Lia e Rachele" delle collezioni della regina Elisabetta, dipinto che fu negato alla mostra del ’93 per le cattive condizioni e che è arrivato a Forlì dopo il restauro. Ha l’aria di un "arioso, delicato idillio pastorale" in "una luce solare en plein air".

Delle celebri Cleopatre, Lucrezie, Maddalene, unico soggetto dell’ultimo periodo, in cui Cagnacci realizza "una resa illusionistica che teme pochi confronti", un sottile o aperto erotismo, sono in mostra quelle più note. La Cleopatra di Vienna, Kunsthistorisches Museum, che all’origine era solo la figura di Cleopatra sul seggiolone di cuoio rosso dalle cento borchie, poi allargata, sempre da Guido, con tre strisce per aggiungere le ancelle piangenti. La Cleopatra di Brera, "decantata dalla luce chiara che esalta il nitore dei volumi e la loro morbidezza quasi tangibile". "Priva di azione, priva di gesto" è offerta come una "natura morta", una scelta unica nella pittura italiana del tempo. La Lucrezia di Bologna, della Pinacoteca, di "sensibilissima fattura", "malinconica ma palpitante nobiltà della figura", "morbidezza vellutata e già un poco estenuata del colore e delle carni". La Maddalena di Pitti (anche la modella con cui Guido conviveva si chiamava Maddalena e a Venezia si travestiva da uomo per prudenza). Un angelo buttato sulla schiena, di traverso, porta in cielo Maddalena dai lunghissimi capelli, seduta sul suo torace, le mani arrossate dalle privazioni. In primo piano le gambe dell’angelo in un manto rosso svolazzante e di Maddalena. In quell’intreccio Guido fa arrivare una lama di luce sulla punta del viso dell’angelo con effetti che sarebbero piaciuti a Caravaggio.

Notizie utili – "Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni". Dal 20 gennaio al 22 giugno. Forlì, Musei di San Domenico. A cura di Antonio Paolucci e Daniele Benati. Organizzata dalla Fondazione Cassa dei risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune. Catalogo Silvana Editoriale. Video di Tina Lepri ed Edek Osser.

Orari: da martedì a venerdì 9,30 – 19; sabato, domenica, giorni festivi, 4 febbraio, 24 marzo, 2 giugno: 9,30-20. Lunedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima. La visita è regolamentata per ingressi programmati. La prenotazione è consigliata per i singoli, obbligatoria per gruppi e scuole.

Biglietti: intero 9 euro; ridotto 6 per gruppi oltre le 15 unità; speciale 4 per scolaresche e disabili. Visite guidate gruppi 80 euro; scuole 50. Informazioni e prenotazioni 199.199.111; riservato gruppi e scuole 02-43353522.

(21 gennaio 2008)