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Una macchina per dipingere

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La cosa, la montagna, è lei che il
pittore interroga a partire dal proprio sguardo.
Che cosa le chiede precisamente?
Di rivelare i mezzi, i mezzi visivi e
nient’altro, con i quali essa si
fa montagna sotto i nostri occhi.

Merleau-Ponty

Stiamo guardando il gioco di un bambino, il suo fare davanti alle cose che devono essere fracassate e oltraggiate, anche mangiate e digerite perché diventino della nostra stessa carne.

Guardiamo le cose per poterle rifare, e le ringraziamo per come riescono a spalancarci alla bellezza del mondo.

Nonostante tutto, siamo immersi nella bellezza.

Il pittore deve poter dilatare all’infinito il gioco che preme dentro, che continua a muoverlo nella vita.

Merleau-Ponty diceva che la visione del pittore è una nascita prolungata.

L’importante è giocare.

E si gioca quando le cose ci trascinano nel loro gorgo e noi diventiamo il meccanismo con bracci oblunghi, piedi come ruote, la forza potente di un motore.

Mentre ancora sembra sgocciolare lo smalto, artificiale eppure splendente nel suo oro attuale, vediamo qualcosa, in distanza, l’immagine riprodotta e alterata di un cingolo lontano, irraggiungibile.

C’è sempre una vicinanza e una lontananza e in mezzo sembra stare il pittore, in quello spazio da colmare si spalanca la sua possibilità. Ogni pittore opera a modo suo, Giacomo satura.

Tutto questo sembra in relazione con il corpo, un tutt’uno con lo sguardo.

Questo respiro, che accende e spegne, riscalda e raffredda, è un mistero. Ma, per poterlo abitare completamente, noi pittori dobbiamo cercare con i nostri strumenti, convincerci sempre di più che la nostra intelligenza va posata nelle cose, e deve abitarle in un modo particolare.

Giacomo è un pittore che abita un giallo poco parmigiano.

Non sente gli ori per trasmutazione del Correggio e tantomeno quelli di Maria Luigia.

E’ affascinato da un paesaggio dove delle presenze gialle parlano di cantieri, di qualcosa di inquinato, tossico persino, un ingombro che difficilmente potremmo celebrare.

Non sente gli umori di questa terra, le sue fragranze spente e dolci, sente di appartenere ad una terra più dura, dai contorni più taglienti.

I suoi erbari passati ci parlano di Schiele, di icone tagliate con un taglierino, di sfondi asfittici, duri.

Giacomo Cossio è ‘cezanniano’ nel senso più profondo del termine. La sua è una visione soggiogata dalla struttura, ed è come se lui dovesse vedere le cose attraverso una stratificazione infinita.

Non è un pittore che risponde ad una forza visionaria, ad una sorta di rivelazione. C’è in lui invece l’intelligenza del costruttore, uno che mette mattone su mattone, pezzo sopra pezzo. Chissà, forse per Giacomo il quadro finisce quando non può più aggiungere niente. Quando tutto appunto si satura.

I suoi frammenti fotografici sembrano resistere ad un magma materico che li travolge. Emergono come un residuo e una minaccia, simili, io credo, a quel piede che spunta dal quadro di Frenhofer nel "Capolavoro sconosciuto" di Balzac.

Sì, credo che Giacomo abbia nella testa quell’idea di pittura, cerca drammaticamente il suo capolavoro, il quadro della vita. Ricorda spesso la "donna uno" di de Kooning e vorrebbe continuamente cacciarsi in quel tipo di avventura.

Tutto questo merita davvero molta attenzione per l’intento morale e la qualità che ne deriva.

A me queste macchine piacciono molto. Parlano ancora di pittura in un’epoca assediata da logiche che proiettano programmaticamente l’individuo fuori dalla propria coscienza.

Fare pittura oggi, quella vera, significa secondo me accogliere con tutto il suo peso la lezione dei maestri della modernità che ci lasciano, nei casi più alti, una lezione innanzitutto morale.

Su quelle tracce, anche ingombranti, il pittore lavora, come forse è sempre stato, dialogando con individui che non sono mai morti, ne accetta a volte la personalità dispotica, osa avvicinarsi rischiando di venirne risucchiato.

Ma questo, a voler essere veri, non si può eliminare.

Perché se è vero che il pittore continuamente cerca di prolungare l’atto della nascita, è anche vero che non nasce da solo, è sempre in compagnia di maestri che spesso, come dice T.S. Eliot in una struggente poesia, "non si può sperare di emulare". Ma, come egli aggiunge, "per noi non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda".

Alberto Reggianini

Parma, ottobre, 2007