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Slanci, idee progetti: il glossario tellurico del Futurismo in mostra a Padova

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A Palazzo Zabarella di Padova «Futurismo. La nascita dell’avanguardia 1910-1915», per iniziativa della Fondazione Bano, in esposizione fino al 26 febbraio 2023

Fabio Bozzato

Due buoi si trascinano sul crinale di un campo, sovrastati da un cielo enorme, inondati da un bagliore che si diffonde a cascata: è da Il Giogo di Galileo Chini che Palazzo Zabarella a Padova prova a raccontare il futurismo. O, meglio, la sua genesi. Non solo perché in quella tela si semina ciò che si raccoglierà di lì a poco. Non solo perché quel sole che non si vede è un avvenire che si coprirà di ombre. Ma è in quella prima sommersione di segni, colori e simboli che si infilano le radici di un’avanguardia che scuoterà il primo Novecento.

Due anni dopo, il 20 febbraio 1909, appare sulle pagine de Le Figaro il Manifesto del Futurismo firmato Marinetti. Un anno ancora e un manipolo di pittori, entusiasti di quell’appello al nuovo, rompe gli indugi. È sempre da Marinetti che vanno a bussare. E sarà Carlo Carrà a raccontarlo: «Decidemmo di lanciare un Manifesto ai giovani artisti italiani per invitarli a scuotersi dal letargo che soffocava ogni più legittima aspirazione». Discutono, ci lavorano febbrilmente. L’11 febbraio 1910 esce il Manifesto dei pittori futuristi: lo firmano Carrà, Boccioni, Russolo, Balla e Severini. Dunque: a quale ferramenta attingono per mettere in forma la loro rivoluzione? «È una domanda paradossalmente poco indagata nelle tante esposizioni realizzate su un movimento d’arte così importante per il 900», racconta Francesco Leone, curatore e storico dell’arte.

È lui, assieme a Fabio Benzi e Fernando Mazzocca, ad aver confezionato «Futurismo. La nascita dell’avanguardia 1910-1915», per iniziativa della Fondazione Bano, in mostra fino al 26 febbraio 2023. Per l’occasione arrivano da 34 prestatori ben 120 opere: «È il desiderio di dare continuità alla mostra sul simbolismo promossa ormai un decennio fa – racconta Federico Bano –. Ed è un modo, dopo quasi tre anni di pandemia, di guardare oltre, di pensare al nuovo e alle radici di un “nuovo” che abbiamo di fronte». Per raccontare quei primi cinque anni di slanci, litigi, progetti e sfide, i tre curatori si affidano a una sorta di glossario che ritma le sezioni dell’esposizione: divisionismo, spiritualismo, dinamismo, vita moderna, tridimensionalità, polimaterismo, simultaneità, parole libere, guerra, ricostruzione futurista dell’universo. È dalle sperimentazioni di fine 800 che arrivano sia le tecniche pittoriche, sia l’immaginario della nuova avanguardia. «Un mondo che attinge alle ricerche scientifiche sulla luce e sui colori, che hanno alimentato il divisionismo. D’altra parte, riprende la dimensione psichica, immateriale, invisibile, occulta e occultista di cui il simbolismo è debitore», continua Leone.

Proprio a questi terreni fertili, divisionismo e simbolismo, sono dedicate le prime due sale della mostra padovana, come generatrici della tellurica futurista. Nelle mani di questi artisti, poi tutto si frantuma e si ricompone sotto nuove spoglie: è l’intrico della Espansione per velocità di Giacomo Balla (1913-1914); è il Meriggio. Officine a Porta Romana di Umberto Boccioni (1911), che plana su un orizzonte riscritto dalle fabbriche dove si muove un’umanità che passeggia come fossero boulevard; è la decostruzione geografica e percettiva nella Sintesi di un paese primaverile di Ardengo Soffici (1913). Gli artisti si muovono nel sommovimento culturale, politico e sociale dell’epoca. Si alimentano di fabbriche e treni, velocità, piroscafi, elettricità e motori. Sentono l’odore che sale dalle viscere dell’Europa, i futuristi; un odore che diventerà trincee e massacri in nome della «guerra sola igiene del mondo». Ma quello che davvero si sente attraversando le sale di Palazzo Zabarella è soprattutto un coro di uomini, 120 opere di soli uomini, che sembrano parlare solo ad altri uomini. Sarà che sono uomini convinti di glorificare «il disprezzo della donna», come si legge nel Manifesto di Marinetti. Ma pure questa è la genesi (e il tramonto) di un’avanguardia cui la Storia li ha destinati. 3 ottobre 2022

Fonte: corriere.it