50 anni di Residenza Ferdinando Santi
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50 anni di Residenza Ferdinando Santi
Teniamocele care, le nostre eccellenze, non facciamocele sottrarre da una sanità sempre più povera di fondi. Una di queste, la Residenza Ferdinando Santi, celebra questo giugno i 50 anni dalla sua apertura (mentre l’associazione “Va’ Pensiero” i suoi 30) con una tavola rotonda dal bel titolo “La memoria del futuro”, dove dottori, infermieri, utenti e quanti hanno avuto a che fare con il Centro-perché così è chiamato in città, piuttosto che Residenza-ricordano che cos’è stato e che cos’è. Ed è giusto che un pubblico il più vasto possibile ne sia informato.
Quando, nel 1978, vennero chiusi i manicomi, la Residenza Santi, fondata nel ’75, esisteva già.
Il centro è stato intitolato nel 1975 a Ferdinando Santi (Parma, 13 novembre 1902 – Parma, 15 settembre 1969), sindacalista riformista e politico italiano. Fu Segretario dei tranvieri di Torino e della Camera del lavoro di Milano; Segretario nazionale della federazione giovanile socialista schierata con Filippo Turati e Matteotti.
Gli anni ’70 erano tempi di grandi entusiasmi e grandi ideali ma, nonostante le direttive in proposito, non era ben chiaro che cosa fare e come trattare gli ex pazienti. Si procedeva a volte sperimentalmente e cercando di tenere presenti le grandi parole d’ordine dell’epoca: rapporti più orizzontali che verticali, no autoritarismo, intercambiabilità dei ruoli, lavoro di gruppo piuttosto che basato sul singolo. E soprattutto non scordare mai che si aveva a che fare con materiale umano, non con “pezzi” di nazista memoria. Vi furono anche vivaci scontri, non solo rose e fiori: ad esempio con Mario Tommasini. Dopo un primo periodo di condivisione delle sue idee e programmi, fu isolato dal mondo della Psichiatria ufficiale, in particolare vi furono incomprensioni per le cooperative sociali che a lui facevano riferimento, salvate dal fallimento grazie all’impegno economico personale di Vincenzo Tradardi.
Tutto ciò traspare dagli interventi di alcuni di quelli che hanno partecipato alle vicende del Centro. Locandina
La psicologa dott. Mazzola ricorda di essere arrivata al Centro per caso, proveniente da quello che adesso è Teatro Due, su invito dell’allora assessore Mario Tommasini (c’è bisogno di spiegare chi era? chi non se ne ricorda a Parma?) che le offrì di fare un corso di animazione con i “matti”.
“Sono stata proiettata in una situazione alla Jonesco”, ricorda Mazzola, “ma ero anche affascinata dal linguaggio di questi pazienti, dalla ritualità, dalla ripetizione di gesti. Siamo approdati persino a una rappresentazione teatrale pubblica, nel ’77, “La Patente” di Pirandello, che parla proprio dello stigma che viene appiccicato alle persone. Tutto, dalla costruzione di falegnameria delle scene alle musiche, è stato organizzato da utenti e infermieri. Ed è strabiliante come i primi siano riusciti a memorizzare parti anche lunghe, tempi di entrata e uscita e tutto ciò che serve alla recitazione”.

Così si lavorava al Santi, ancora prima del ’78, tenendo presente, tra le altre cose, il corpo e non solo la parola come strumento di comunicazione, recuperando, come sottolinea la psichiatra Livia Incerti, la dimensione ludica totalmente assente prima.
Vincenzo Scalfari, psichiatra, che ha lavorato sebbene non a lungo presso il Centro, porta con sé un cimelio, un documento del 1982, lo “Stato di attuazione della riforma psichiatrica”. Ricorda come si prendesse coscienza che bisognava lavorare sul territorio, se si voleva fare prevenzione. Il primo intervento doveva essere nel sociale, e sorgono perciò strutture di accoglienza territoriale impensabili ed impensate in precedenza. Così facendo, però, ci si espone anche alle critiche di antiriformisti, che lamentano l’abbandono dei pazienti, lasciati a sé stessi, e che vorrebbero attribuire alla psichiatria un ruolo di controllo sociale. Esistevano pure tensioni interne, non erano tutte rose e fiori, e Scalfari ricorda le divergenze tra il direttore Ziveri e Campoli, che poi gli succederà nel ruolo. Nell’ ’82, sotto la direzione di Campoli, si definirà il ruolo del Santi: gestire pazienti acuti e psicotici anche se, a parere di Campoli, non sempre la struttura ne è in grado, perché ci sono pazienti troppo gravi o deteriorati. 
Importanti gli interventi della moderatrice Emanuela Leuci, odierna responsabile della Residenza, che ricorda come i periodi storici tornino e come sia importante accogliere e analizzare esperienze del passato per farle rivivere e rifiorire nel futuro. Ecco spiegato dunque il titolo del convegno.
La psicoanalista e psichiatra Maria Zirilli ricorda di aver introdotto, insieme a Livia Incerti, la psicoanalisi nei “manicomi”. “Ora il Santi è una residenza per il trattamento intensivo”, spiega, “ma è sempre stato un luogo dove la psicosi ha trovato un rifugio che non poteva trovare nei manicomi.”

Parlano infermieri ed ESP, esperti di supporto tra pari, persone che sono passate attraverso il disagio e l’hanno superato, potendo così aiutare con cognizione di causa chi ci è ancora affondato.
Nell’ambito della promozione della salute mentale, nascono diverse associazioni che hanno il ruolo importantissimo di integrare malati psichici tramite attività sportive o socializzanti. Tra queste Va’ Pensiero che, come abbiamo detto, compie 30 anni.
In tutti quelli che parlano-e purtroppo è impossibile citarli qui esaustivamente-passione, investimento, ruoli sociali rivoluzionari e rivoluzionati, di base, non imposti dall’alto. Una passione che ha il sapore di tempi ineguagliati.

A sottolineare l’occasione, il giornalista-scrittore e artista Luigi Boschi ha realizzato una esposizione di 20 sue opere distribuite nella Residenza, tra oli, collage e installazioni. Nella bellissima “Follia”, un groviglio di linee e colori in armonia, in cui i pazienti possono-ma senza angoscia-rispecchiarsi, mentre da altre, come la solare “Gioia dei fiori”, a prevalenza gialla, possono trarre gioia e riposo. (Parma,11 Giugno 2025)
Francesca Avanzini
OPERE DI LUIGI BOSCHI ESPOSTE AL CENTRO FERDINANDO SANTI
FOLLIA (dicembre 2008)
180×80 olio su juta
SOTTOSUOLO (settembre 2006)
90×90 olio su tela
BRINDISI (agosto 2006)
40×120 olio su tela
FARAGLIONI NOTTURNI (settembre 2006)
90×90 olio su tela
GIOIA DEI FIORI (marzo 2008)
100×100 olio su tela
POPOLARE (settembre 2008)
150×150 olio su tela
FUGA (dicembre 2005)
18×24 olio su tela composizione
AFRICA (agosto 2006)
24×30 olio su tela composizione
ERRORI DI REDAZIONE (settembre 2006)
40×120 collage e composizione su tela
FRAMMENTI POLITICI (luglio 2007)
100×100 collage su tela
FIORE (ottobre 2007)
tondo diametro 50 composizione e collage-olio su tela
TRATTARE COI GUANTI (marzo 2008)
100×100 collage e olio su tela
ROSA RIFIUTATA (marzo 2008)
50×150 collage e olio su tela e resina
USA E GETTA (gennaio 2008)
50×50 collage e olio su tela
CITTA’ FARMACO (agosto 2008)
100×100 collage su tela
WIRE BAGS BANG (aprile 2008)
100×150 collage su tela con rete contenitiva vernice e resina
PERCORSI A COLORI (dicembre 2008)
40×100 collage su tela
USA E GETTA (gennaio 2008)
50×50 collage e composizione olio su tela
TRAFFICO IN VENA (gennaio 2009)
50×50 collage su tela
FERMOPOSTA (gennaio 2009) installazione
150 cm h struttura in ferro con carta lettere e buste vernice e resina
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Per i 50 anni del Centro Ferdinando Santi
Parma 10 giugno 2025
Conclusioni
Pietro Pellegrini[1]
Ringrazio le Autorità per la loro presenza a testimonianza di un’attenzione alle persone e ad un servizio sanitario del nostro sistema sanitario pubblico e universale.
Abbiamo dedicato la rassegna “Memoria dei futuro” ai 50 anni del Centro “Ferdinando Santi” e i 30 dell’associazione “Va Pensiero” che proprio qui è nata e cresciuta.
Lo abbiamo fatto seguendo diverse linee di ricerca intorno alle origini, ai miti fondativi. Il movimento degli anni 60 rileggendo anche l’apporto di quella che viene definita antipsichiatria, per passare poi alla psicopatologia nella sua evoluzione da quella classica, fenomenologica fino ad avvicinarsi alla letteratura, alla cultura e all’arte.
Abbiamo ricordato l’insegnamento di Mario Tommasini, un politico in bicicletta, in giro nella città, ad incontrare persone per cogliere il loro punti di vista, discutere dei bisogni, dei problemi e cercare insieme le soluzioni. Una politica nella quale l’ideale incontra l’altro nel suo essere nel mondo, nell’esistere incarnato e il fare è già nella partecipazione ad un progetto prima ancora che nelle azioni concrete. Il mondo interno, liberare la libertà, nessuno è irrecuperabile, niente è impossibile, abbiamo ancora tante cose belle da fare esprimono fiducia e speranza a chi fino ad allora era considerato pericoloso a sé e agli altri, inaffidabile, irresponsabile, improduttivo, inguaribile e incurabile da custodire e interdire. A queste persone Basaglia e Tommasini a partire dai bisogni di base di ogni uomo (cibo, vestiario, uscite, libertà, amore) restituisce la parola e poi i diritti. Li riporta a casa attivando i familiari, le comunità, perché tutti possono fare qualcosa per la salute mentale propria e dell’altro. Siamo tutti coinvolti.
Livia Incerti e Luisa Mazzola ci hanno rievocato le ragioni e i miti fondativi che sono molto importanti: in un clima politico di cambiamento, di emancipazione e di riforme[2] si sviluppa una nuova esperienza che attinge alla psicoanalisi, all’arte, alla cultura, al teatro per dare senso alle relazioni, al tempo ai vissuti interiori di persone con disturbi psicotici. Il tentativo è quello di creare gruppi di lavoro coerenti e capaci di con-tenere, giocare e sopravvivere alle diverse dinamiche relazionali e di rendere psico-terapeutico ogni momento e attività. E’ stato ricordato il riferimento all’esperienza inglese e a quella di Villa Serena di Diego Napolitani. I gruppi di lavoro professionali e vocazionali, costituiti da persone con diverse formazioni, in un incontro fecondo tra le diverse discipline e arti. Le riunioni, le assemblee, le feste e le uscite, le vacanze ridanno senso al tempo creano momenti nuovi e reinventano spazi e luoghi prima solo sanitari.
Il filo che ha unito i diversi interventi di oggi è quello relazionale fondato su una matrice psicoterapeutica e psicoanalitica che è stata essenziale per cercare di comprendere persone prima sommerse dai pregiudizi della pericolosità, dell’incomprensibilità e incurabilità. Persone che viste da vicino erano capaci di comunicare ed esprimere bisogni, desideri, sogni e paure come tutti. Persone che hanno bisogno di un posto, una casa, un’attività che dià senso, un lavoro, un reddito…
Persone che soffrono, capaci di altre visioni del mondo, di testimonianze silenziose, in condizioni dove la vita è parca, la povertà dignitosa, il senso del tempo talora sfuggente è profondo e tutto può cambiare significato. Vere opere d’arte viventi, come è in fondo ogni persona. Che possono diventare libri viventi, ma anche quadri o opere teatrali o musicali.
Ricordare vuol dire avere nel presente la consapevolezza dell’importanza di un pensiero politico relativo alla pace, alla Costituzione, al sistema di welfare pubblico universale, ad scuola di tutti e per tutti, al patto sociale.
Di fronte alle povertà estreme, alle diseguaglianze, alla guerra e al razzismo (le leggi razziali) la capacità di mobilitarsi, di lottare, di ribellarsi diviene sempre più ampia e potente la forza che porta a mobilitarsi, ad unirsi per cambiare. Il fascismo aveva tolto i diritti e le libertà e operato con la violenza, il confino e le deportazioni, poi i campi di sterminio. Ce lo ricorda ancora oggi Liliana Segre.
Siamo in un periodo nel quale si riaffaccia con forza il revisionismo storico, una di nuova narrazione che incurante della verità e della memoria. La difesa della costituzione e dei diritti se svuotate di senso, di esigibilità, servizi e garanzie, appare non credibile. Se i diritti diventano opportunità, mere concessioni o bonus, cambiano natura e perdono la loro forza che consiste nell’essere parte di un patto sociale, reciprocamente riconosciuto e condiviso, che include quindi libertà e responsabilità. Altrimenti si crea e ci stiamo abituando ad una società composta da persone con meno o senza diritti sociali e talora sono a rischio persino i diritti umani, il mutuo soccorso nelle emergenze.
In questo luogo si testimonia, ogni giorno, la pratica della cura nella libertà e responsabilità di tutte le persone senza discriminazioni.
La forza del Centro Santi è proprio nella sua disponibilità a cimentarsi con i problemi che via si pongono e di farlo con dedizione e capacità professionale ed etica di fronte alle situazioni più difficili e complesse. Ogni fase espressa anche dalle diverse denominazioni qualificative assunte Centro socioterapico, psicoterapico, Residenza terapeutico riabilitativa intensiva ha lasciato tracce, memorie, piste di lavoro che si sono sostanziate nei programmi per gli Esordi Psicotici e il PDTA della Multicomplessità nell’ottica di sviluppare le funzioni di un Centro di Salute Mentale aperto nelle 24 ore per fare della casa della persona il primo luogo di cura e di vita. Accompagnare, stare accanto in modo nuovo: “accantologi” e “pens-attori”.
E’ stato così molti anni fa per i dimessi da Colorno, poi per l’accoglienza dei giovani che negli anni 80 si ammalavano e in manicomio non erano mai andati, né per la nuova legge potevano farlo, poi le complesse situazioni di abuso, problemi comportamentali e giudiziari… fino agli adolescenti, talora anche minorenni… agli stranieri con altre lingue e culture, un utilizzo ampio e talora disfunzionale delle nuove tecnologie.
Poi, di tanto in tanto riemergono le vecchie forme di cronicità, di disagio sociale, le povertà, la solitudine e il rischio di abbandono. Una solitudine sofferta, subita, temuta[3] Ogni prospettiva è in sé insatura, incompleta, nel cammino l’orizzonte si sposta sempre più in là, lo sforzo è interminabile. La sua forza è nell’esserci, nella presenza, nel cercare di dare senso e speranza, pur tra le tante difficoltà, unendo le persone, facendole incontrare e chiamandole a collaborare. La partecipazione, le assemblee che restituivano parola e diritti sono stati fondamentali strumenti tecnici ma anche politici. E’ nata al Santi l’idea di un’associazione, “Va Pensiero” che unisse insieme pazienti, familiari, volontari, operatori. Tutti soci paritari. Un ambito dove i ruoli cambiano e nell’esercizio di una pluralità di ruoli consiste la salute mentale per cui nessuno è solo malato, medico, infermiere, volontario, familiare, genitore, figlio o nonno, cittadino, sportivo, poeta, artista… ruoli reali e potenziali.
E’ in questa potenzialità, nell’autorevole consapevolezza che vi è un possibile, una forza nell’incerto e nell’umano, nella fiducia che le persone possono costruire nella reciproca responsabilità, sta la speranza, come accettazione del limite e al tempo stesso la sua trascendenza, nella ricerca di un senso, di una presenza. Se i non luoghi sono caratterizzati dall’anomia e dall’indifferenza, i nuovi luoghi sono intrecci di narrazioni parziali, frammenti che diventano lentamente storie.
In manicomio il ruolo di malato comprendeva e esauriva in sé tutta la persona, la svuotava di senso per rivestirla con una divisa che segna, disegna funzioni, con-segna se ad altri.
E’ nella scoperta della pluralità dei ruoli che si sostanzia il processo di liberazione nella constatazione che i bisogni delle persone con disturbi mentali sono quelli di tutti, di tutte e così si scoprono le risorse, i punti di forza e i limiti.
Il Santi è un posto aperto che ha dei limiti e non si può chiudere, è costituzionalmente “no restraint” e ciò impedisce ogni psichiatria basata sulla obbligatorietà e la coercizione. Stimola la libertà, la faticosa costruzione del consenso e della consapevolezza. Questo vuol dire condividere il rischio accettabile, promuovere l’interiorizzazione del controllo, il senso di responsabilità. Il limite è speranza.
L’essere un progetto sempre in movimento, sempre insaturo e incompleto crea un clima di potenzialità, di cambiamento a volte ansiogeno rispetto al non noto, ma conosciuto per intuizione o in fantasia. E’ solo il lavoro in gruppo, nel condividere che si possono evitare le frammentazioni distruttive e le perdite di senso derivanti da un confronto inevitabile con la sofferenza, il dolore e la morte. Temi che spesso vengono rimossi, negati normalizzati dall’indifferenza e anomia come accade di fronte alle guerre e allo sterminio come a Gaza.
L’attenzione al sociale e alla politica, all’idea che interno ed esterno siano permeabili in continuo contatto va ripresa onde evitare ogni isolamento tecnico e distanza. Occorre riprendere il lavoro per una cura di e nella comunità che è molto cambiato rispetto a 50 anni fa. Abbiamo una società multiculturale e stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica che sta cambiando ogni aspetto della vita. Rispetto ad allora il problema delle sostanze presente negli anni 70 quando vi erano molti più morti per over dose è diventato importante per la salute mentale. Si sta ponendo con forza la questione della salute mentale dei bambini e dei giovani. Sul piano sociale la speranza degli anni 60-70 in una società dei diritti sociali ha visto ritardi (si pensi alla legge sul fine vita) e il persistere di discriminazioni a danno delle persone con disturbi mentali. Il neo liberismo ha cercato di demolire il concetto di società trasformando tutto in termini individuali, di competizione e performance mettendo ogni fallimento e iniquità a carico della persona. La società solidale e inclusiva va costruita insieme e tutelata altrimenti ne avremo un’altra sostanzialmente abbandonica e talora discriminante e persino razzista. L’attività sociale del Santi come luogo di cultura, come esempio di convivenze possibili, in una cultura della cura che non separi sani e malati è una linea da perseguire con determinazione per coinvolgere, dialogare nelle differenze.
In tutta la medicina sta avvenendo una revisione dei rapporti tra disease, illness e sickness, cioè tra malattia/disturbo, vissuto e ruolo sociale in un’ottica di consapevolezza, libertà e autodeterminazione in una famiglia e (micro)comunità.
Cura e prendersi cura nelle varie modalità educativa, sociale, sanitaria, della giustizia. Un prendersi cura informale nella reciprocità di tutte le persone. Gentilezza, accoglienza, ascolto, lo sguardo, un sorriso… le atmosfere che vengono prima di ogni parola sono essenziali nella cura così la bellezza, l’arte e la natura.
E nell’aria sono pensieri, affetti, sogni che attendono menti individuali e gruppali capace di coglierli ed elaborarli in modo creativo. Fare teatro, giornali, aprire un bar, costituire un’associazione e una Coop “Il tempo ritrovato”, dotare il Centro di alloggi esterni (via Corso Corsi dal 1997 ed altri alloggi) hanno caratterizzato le sperimentazioni, le innovazioni, gli apporti dei diversi professionisti. Davvero ciascuno ha portato qualcosa in un fare pragmatico, nel quale l’ideologia lasciava spazio alla presenza e all’esserci.
Una cultura della cura che include tutti gli interventi tecnici, anche altamente specialistici e tecnologici, cercando di non renderli estranei all’umana esperienza, ai vissuti delle persone. E’ così per i farmaci e le psicoterapie. Ma si è sempre stati aperti a tutte le esperienze diverse, dall’attività formativa e lavorativa, allo sport, teatro, cultura, pet therapy e ad ogni forma che potesse essere di aiuto alla salute. Attenzione a stili di vita e all’ambiente, superamento della plastica. Una grande attenzione al fare assieme, a responsabilizzare senza abbandonare o trascurare le persone di cui si sono via “scoperte” le risorse e la capacità di apportare un importante ed originale contributo al lavoro di cura. Al Santi si sono sviluppati i Gruppi di automutuoaiuto e Utenti Esperti, esperienza consolidatasi grazie a Lettera 27 e al lavoro di Massimo Costa, con il movimento le Parole Ritrovate e l’associazione per il riconoscimento professionale.
Accettare l’altro e il mondo è un modo per ritrovare fiducia, autostima e la consapevolezza che la vita ha varie forme di prendersi cura, che ci arricchiscono quotidianamente, da quello, fondamentale, per sé stessi a quelli per famiglia, figli, amici, per i propri hobby o per il proprio lavoro. Tutti sono importanti per affrontare in modo più funzionale le relazioni nel mondo esterno comprese quelle sentimentali. Essere nelle relazioni, essere pensati e consistere (avere solidità, stabilità) nel contesto culturale in grado di accogliere e dare senso. Se manca l’accoglienza o questa avviene nel dis-senso o nell’ostilità- rifiuto viene reso più difficile e talora il processo di elaborazione della diversità dell’Altro che è sempre riflesso della nostra identità. Se l’acquisizione dell’identità è relazionale, cioè un dono sociale come viene rappresentato/rappresentiamo l’Altro finisce per connotare interiormente se stessi e contribuisce alla strutturazione della cultura sociale.
Allora la cultura della cura ci porta a riflettere sulle sue componenti che già gli antichi greci avevano individuato:
Merimna: cura delle cose del necessario per vivere, della sopravvivenza. Preoccupazione a consentire la vita. Il richiamo ai determinanti sociali della salute è evidente.
Terapeia: cura per riparare le ferite dell’anima e del corpo.
Epimeleia: desiderio di far fiorire le potenzialità dell’esistenza.
Cura di sé socratica, della propria anima. Avere cura di sé è condizione imprescindibile per la cura altrui. Conosci te stesso e il senso del limite. Non superarlo e cadere nella hybris.
Serapeia: cura della persona nella sua interezza con le sue relazioni e ambiente.
Atmosfera è l’involucro della cura che non è il vuoto ma è l’insieme reale e immaginario nel quale si muovono corpi e menti, che immediatamente percepiamo, intuiamo, in ogni ambiente, compreso l’ospedale. E’ il clima terapeutico, il calore emozionale che si respira. E’ nell’aria che oltre ad ossigeno, azoto, anidride carbonica, e PM 10, 5, 2,5 ecc. ma circolano anche emozioni, pensieri, affetti speranze e paure che attendono menti individuali e gruppali per essere pensate e vissute.
In questi ambiti è importante comunicare (comuni- care mettere in comune e prendersi cura) e fare comunicazione (comunic-azione mettere in comune e “fare assieme”) per Comprendere (cum prendere prendere dentro, con-tenere) e sviluppare la compassione (Cum patire, soffrire insieme) condividere la sofferenza e trasformarla in umana pietas e speranza.
Clinica (piegarsi verso) e assistere (ad sistere, “stare accanto”) significano non solo occuparsi del corpo, ma anche dell’intera persona, in tutte le sue espressioni psicologiche, affettive, intellettuali e spirituali.
In tempi di medicina tecnologica dove non è possibile solo l’obbligo di mezzi ma sempre di più vi è la richiesta di risultati certi occorre sapere dove ciò è possibile e quando invece non lo è. Occorre lavorare insieme tra le professioni (giuristi, avvocati, medici, operatori sanitari, associazioni ecc.) per definire la “giusta misura”, un’adeguata rappresentazione delle possibilità delle medicina, senza cadere né nell’onnipotenza, né nel nichilismo.
La ricchezza di questa visione, della cultura della cura, ha importanti conseguenze nella formazione e nella ricerca che attivamente si svolgono in questa sede. Corsi universitari per Educatori professionali, tirocini di diverse figure sanitarie, Corsi per utenti e familiari (con l’Associazione Itaca) fino all’esperienza del Recovery College che nella sua edizione estiva si tiene da 4 anni proprio in questa sede.
Un’occasione importante per la ricerca clinica e sociale come dimostrano, tra l’altro le diverse pubblicazioni nazionali e internazionali.
Nel chiudere questa rassegna voglio ricordare Ferdinando Santi: socialista, antifascista e partigiano, segretario generale aggiunto della Cgil, deceduto a Parma il 15 settembre 1969. Dal suo discorso nell’aprile 1965 al congresso della Cgil a Bologna:
“Ma vi confesso che sono uomo di molte ambizioni e che la soddisfazione più grande sarebbe quella di potere avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nei corso di questi 18 anni abbia detto, pure una sola volta di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare. Per potergli oggi rispondere: puoi fidarti ancora, compagno.” Chi attenta ai diritti dei lavoratori, attenta alle basi stesse del nostro ordinamento democratico” e aggiungo anche che la spontanea rinuncia ai diritti è la premessa per loro perdita definitiva.
Infine un ringraziamento a Giuseppina Paulillo, Emanuela Leuci, Derna Palmisano, Silvia Dellapina e tutti colleghi, le Associazioni Va Pensiero e Lettera 27, utenti, familiari e volontari che hanno collaborato a questa Rassegna.
Le querce della salute mentale potranno fare, se curate, un querceto che potrà contribuire a far stare bene e a prendersi cura di noi e dell’atmosfera.
Pietro Pellegrini
[1] Direttore Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche Ausl di Parma
[2] La politica di promozione dei diritti che ha portato ad un sistema di welfare pubblico universalistico si inserisce nel decennio 1968-78 delle “grandi riforme”: istituzione delle Regioni, all’approvazione della legge sul referendum, dello statuto dei lavoratori (1970), riconoscimento dell’obiezione di coscienza, delle leggi sul divorzio e il nuovo diritto di famiglia, sulla tutela della gravidanza e dell’aborto (194/78), istituzione dei consultori familiari, l’abolizione delle scuole speciali e classi differenziali (517/1977), organi collegiali nella scuola, sull’ordinamento penitenziario (legge 354/1975) e sugli stati di tossicodipendenza (685/1975).” Da Pellegrini P. Introduzione in Cervetti V. Gandolfi I., Gennari P.( a cura di) Bisognava provarci. Parma e la malattia mentale: dal manicomio ai servizi psichiatrici territoriali. Grafiche Step editrice, 2019
[3] La paura della solitudine affettiva prende anche il nome di anuptafobia, che deriva dal latino anupte (non sposato) e dal greco phobos (paura).










