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Dubai, i cantieri deserti nella Disneyland degli sceicchi

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Isole galleggianti, torri e aeroporti record: il crac blocca i progetti faraonici

Ma nella capitale dell’emirato nessuno sembra preoccuparsi della bolla immobiliare

GIOVANNI PONS

(repubblica.it) DUBAI – "La crisi? Quale crisi, lo sanno tutti che lo sceicco è già a Londra per incontrarsi con la regina d’Inghilterra e sistemare le cose". La spiaggia di Jumeirah Beach Residence è gremita di gente, da ieri e per tre giorni negli Emirati arabi si celebra la festa di Eid al-Adha. Siamo proprio a due passi dalla Palm Jumeirah, quella specie di isola galleggiante che si vede in tutti depliant turistici del Dubai e che è stata costruita dalla Nakheel, la società controllata dal Dubai World e finita nell’occhio del ciclone per un bond da 4 miliardi di dollari in scadenza il 14 dicembre e fortemente a rischio.

Ma nessuno sembra preoccuparsi più di tanto della tempesta che si è scatenata sui mercati dopo le dichiarazioni del governo di mercoledì sera, quando è stato chiesto un congelamento del debito. La battuta sullo sceicco Mohammed Bin Rashid al-Maktoum raccolta da un gruppo di ragazzi italiani che vivono a Dubai da una decina d’anni fa sorridere, ma loro sembrano parlare sul serio.

I giornalisti del Financial Times e del Wall Street Journal si stanno dannando l’anima per recuperare qualche dichiarazione in più dai governanti di Dubai, arrivando a denunciare una mancanza di trasparenza e una perdita di credibilità internazionale. E hanno ragione: non si capisce infatti se il piano di ristrutturazione affidato alla Deloitte sia volontario o obbligatorio. E fa una bella differenza, poiché nel secondo caso significa tecnicamente "default" del Dubai.

Purtroppo tutti gli alti funzionari sono in rigoroso silenzio, tutto tace e si prosegue nella normalità. Il petrolio ieri ha perso tre dollari, le Borse di Tokio e Shangai hanno lasciato sul campo più del 3%, le banche di mezzo mondo si sono precipitate a dichiarare la loro (in alcuni casi minima) esposizione verso le società del Dubai ma gli imprenditori e i banchieri che operano in loco sembrano fiduciosi che la tempesta passerà in fretta.

La Palma galleggiante, dove hanno comprato casa i Beckam, Carlo Cudicini e una serie di vip dello spettacolo, non sembra al suo massimo splendore. "Si sono verificati evidenti disservizi e l’acqua è stagnante anche se la realizzazione è di ingegneri olandesi", confida un imprenditore lombardo, giunto qui nel 2005 per aprire la branch dell’azienda di famiglia, attirato dalla posizione strategica di Dubai. Un vero e proprio Hub per il transito di tutte le merci. "Vicino alla spiaggia, sotto questi grattacieli dove abito anch’io, dovevano fare un parco, invece è saltato fuori un parcheggio, sa qua badano a tirar su i soldi e non fanno tanti complimenti".

I progetti faraonici finanziati dalle grandi investment bank occidentali hanno cominciato a traballare giusto un anno fa. Poi a gennaio è scoppiata la bolla immobiliare e sono dovuti intervenire i cugini di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti che controlla fino al 95% delle risorse petrolifere della zona. Un piano di salvataggio da 20 miliardi di dollari articolato in due fasi, con la seconda che ora rischia di saltare. Dunque da febbraio fino a tutta l’estate i finanzieri spericolati del Dubai hanno dovuto abbandonare la costruzione delle altre due enormi isole galleggianti, la Palm Deira e The World, due imprese faraoniche di cui il mare inghiottirà le fondamenta appena posate. Quindi non si farà più l’aeroporto più grande del mondo, che doveva affiancarsi a quello già esistente peraltro secondo solo a Pechino.

Addirittura qualcuno ci dice che la Nakheel voleva costruire un secondo grattacielo più alto del Burj Dubai, che è già la torre più alta del mondo. E per far ciò ha scavato una quantità di terreno e cunicoli che ora non si sa che fine faranno. E lo stesso Burj Dubai, dove Armani ha prenotato ampi spazi, all’interno non è stato completato se non fino al 24 esimo piano. La nuova zona franca è finita anch’essa nel dimenticatoio.

Il risultato è che molta gente che viveva e lavorava a Dubai ha dovuto fare le valigie. "Tanti contratti a termine non sono stati rinnovati e qui se non paghi le rate del mutuo ti avvisano un paio di volte e poi ti portano al collegio", racconta con un filo di ironia lo spigliato imprenditore brianzolo. Così in molti preferiscono andarsene perdendo i beni che avevano accumulato, a partire dalle automobili per finire alle case e agli appartamenti. Ma da settembre il clima economico sembra migliorato, alcune costruzioni sono ripartite e chi resta è comunque contento di vivere in questa Disneyland in cui i servizi funzionano, l’ambiente conta poco ma si può fare il bagno quasi tutto l’anno.

"Come farei in Italia a permettermi un appartamento da 200 mila dollari ed essere completamente indipendente dai miei genitori?", osserva un venticinquenne romano che di mestiere fa il consulente di eventi sportivi a Dubai. Resta da capire chi pagherà i debiti, cioè il conto di una crescita vertiginosa realizzata grazie ai prestiti ultra generosi delle investment bank inglesi e americane.

(28 novembre 2009)