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Le grandi banche occidentali si stanno riorganizzando in base alla legge islamica

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Loretta Napoleoni

Internazionale 662-663, 12 ottobre 2006

L’entrata in campo del Papa nell’ultima partita verbale dello "scontro di civiltà" è stata seguita con avidità in tutti gli angoli del pianeta tranne uno: le sale riunioni della finanza internazionale.

Dall’11 settembre banche e istituzioni finanziarie occidentali corteggiano un ristretto gruppo di studiosi islamici, pagando generose parcelle perché emettano delle fatwa per legittimare prodotti finanziari conformi alla sharia, la legge islamica. Questi sforzi stanno già dando dei frutti. Dal giugno del 2006, la Lloyds Tsb britannica offre servizi finanziari islamici in tutte le sue filiali nazionali.

"A partire da oggi, i due milioni di musulmani che vivono in Gran Bretagna hanno accesso a conti correnti e mutui conformi alla legge islamica nelle duemila filiali della banca", ha dichiarato un portavoce dell’istituto.

A giugno del 2006, la Deutsche Bank si è impegnata a formare il consorzio di collocamento per un prestito obbligazionario sukuk (conforme alla sharia) di circa 500 milioni di dollari per la Banca di sviluppo islamica, con sede a Gedda, in Arabia Saudita. Dal settembre del 2006, l’Islamic bank of Britain, la prima banca islamica della Gran Bretagna, ha aperto i suoi sportelli a Birmingham.

Se ne discuteva da tempo, ma la finanza islamica è nata solo negli anni settanta, all’indomani della prima crisi petrolifera. A quell’epoca parte della ricchezza prodotta dal petrolio venne usata per gettare le basi di un nuovo tipo di banche che rispettassero la sharia.

Furono infatti gli studiosi della legge islamica e i leader religiosi a delinearne la struttura finanziaria. Alla base dell’economia islamica, quindi, c’è una joint-venture tra ricchi petrolieri musulmani e studiosi dei testi sacri. Il matrimonio tra potere finanziario e religioso è un fenomeno unico nell’economia moderna. Un’unione simile si sta delineando oggi tra banche occidentali e studiosi della sharia.

La finanza islamica si basa sulla collaborazione tra utente e gestore. Nasce dal concetto della umma, la comunità dei credenti, considerata un’entità unica, che cresce, pensa e prega all’unisono. L’umma è l’anima profonda dell’islam. La filosofia su cui poggia l’economia islamica è quindi la condivisione dei rischi: utente e gestore devono entrambi correre dei rischi.

Questa visione la distingue dalla finanza occidentale, che mira a massimizzare i profitti e a minimizzare le perdite con la diversificazione e il trasferimento dei rischi. Ma il denaro deve rendere e dato che il Corano non consente di pagare interessi, la finanza islamica trae profitto da affitti, diritti d’autore, guadagni sui commerci e vendita di beni. Quindi concettualmente l’economia islamica è l’opposto di quella occidentale, fondata sull’individuo e sulla ricerca di arricchimento personale.

Lo sviluppo della finanza islamica è stato favorito da due importanti crisi mondiali: il crollo delle borse asiatiche del 1997 e l’11 settembre 2001. La prima crisi ha prodotto un allontanamento, la seconda un netto rifiuto dell’economia capitalista. La Malesia, un paese profondamente musulmano, ha preparato la strada per questi cambiamenti.

nel bel mezzo della crisi asiatica, l’allora primo ministro della Malesia Mohamad Mahathir rifiutò l’intervento del Fondo monetario internazionale e attaccò le borse occidentali che speculavano sulla valuta, accusandole di voler indebolire un ricco paese musulmano.

A partire dal 1997, il paese si impegnò a costruire un sistema finanziario alternativo ispirato alla sharia. Quando Al Qaeda abbatté le torri gemelle, la Malesia aveva ormai sviluppato un sofisticato sistema bancario. L’attacco spinse molti investitori musulmani a islamizzare il loro portafoglio.

Temendo i controlli del Patriot act, le restrizioni sui visti e il possibile congelamento dei beni dovuti alla politica antiterroristica degli Stati Uniti, gli investitori musulmani cominciarono a rivolgersi ai paesi che offrivano i prodotti della finanza islamica, e la Malesia ne aveva una vasta gamma. Da allora il suo mercato finanziario ha vissuto un vero e proprio boom.

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sullo scontro verbale tra oriente e occidente, i promotori della finanza mondiale stringono alleanze proficue. Oggi il settore della finanza islamica è il più dinamico del mondo; tutti i prodotti occidentali possono essere trasformati in strumenti conformi alla sharia. La finanza islamica è innovativa e potenzialmente molto redditizia.

Opera in 70 paesi con un capitale che va dai 500 ai 700 miliardi di dollari ed è destinata a crescere in modo esponenziale. Con più di un miliardo di musulmani ansiosi di farne parte, gli analisti prevedono che nel 2008 gestirà circa il 4 per cento della ricchezza mondiale. Contrariamente a quanto si crede, la forza motrice di quest’espansione sono le banche occidentali.

I tre gruppi bancari ai primi posti nel 2005 sono stati l’Ubs svizzera (1.533 miliardi di dollari), il Citigroup statunitense (1.584 miliardi) e il gruppo Mizuho giapponese (1.296 miliardi).

I sostenitori dello scontro di civiltà forse non sanno che le loro banche si stanno riorganizzando in base alla legge islamica. Dovrebbero riflettere sulla lezione che ci viene dalla finanza internazionale: di fronte al denaro siamo tutti uguali.

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