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Credit Suisse, il forziere svizzero che ha ceduto al lato oscuro della finanza globale

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Una sequela di investimenti sbagliati, rifugio di oligarchi e dittatori. Oggi è l’anello debole nel più solido dei Paesi
L’anello più debole nel più solido dei Paesi. Quello “Suisse”, che troneggia accanto al Credit della grande banca che è strettamente zurighese e insieme la più globale che si possa immaginare, non è un semplice aggettivo, ma un marchio di garanzia, il segno di un’identificazione totale tra la Confederazione e l’istituto fondato nel 1856 da Alfred Escher – politico liberale, imprenditore nelle ferrovie, perforatore del Gottardo e per l’appunto finanziere in cerca di capitali per le strade ferrate – che nasce come “Schweizerische Kreditanstalt”.

Ma è un marchio che porta con sé una maledizione. Che sia la proverbiale discrezione svizzera o che si tratti al contrario – come lamenta la tv nazionale sul proprio sito – “di una banca internazionale che ha perso di vista le sue radici svizzere”, quel che è certo è che da un bel po’ di anni il Credit, benché o magari perché Suisse, ha attratto troppi clienti con un passato o un presente oscuro ben compensato da forzieri senza fondo.

Così un primo della classe dall’imponenza fisica che non si discute – millecinquecento miliardi di franchi svizzeri gestiti nel 2022 – si è trasformato in un “bad boy” della finanza internazionale, presente in ogni scandalo, rifugio sicuro di oligarchi e dittatori, investitore seriale nei peggiori affari sulle due sponde dell’Atlantico e qualche volta pure del Pacifico, fonte inesauribile per gli appassionati di “Panama Papers” e affini.
La quotazione del titolo riflette la parabola della banca: quindici anni fa valeva oltre 80 euro, cinque anni fa era a 15, ieri a meno di un decimo di quel valore. La reputazione ha seguito la stessa curva, che per inciso somiglia pure a quella della redditività: il risultato netto del 2022 è stata una perdita di 7,3 miliardi di franchi, la peggiore da quindici anni.

E dunque, in un breve e tutt’altro che esaustivo elenco di scandali&pasticci che da tutto il mondo hanno calamitato i banchieri di Zurigo ecco, esattamente due anni fa il crollo di Archegos Capital Management: quello che è un semioscuro “family office” – immaginate un fondo di investimento tagliato su misura sartoriale per i super ricchi – fa il botto a Wall Street dopo aver effettuato investimenti per decine di miliardi su prodotti derivati, che possono essere molto redditizi se il mercato sale o disastrosi se il mercato scende. Il mercato, per l’appunto scende, e Bill Hwang, finanziere americano di origini coreane, finisce agli arresti. Tra i suoi principali finanziatori proprio Credit Suisse, che ci rimette 5 miliardi e mezzo di franchi, e la giapponese Nomura.

Nelle stesse settimane fallisce Greensill: mezza britannica e mezza australiana, creatura di Davi “Lex” Greensill, si proponeva come innovativo fornitore di servizi finanziari. Da Zurigo avevano deciso che ai clienti di Credit Suisse sarebbe convenuto investire in prodotti legati a Greensill; il risultato è un ristoro da 300 milioni che la banca deve pagare ai suoi clienti tra le censure delle autorità nazionali e internazionali. 15 MARZO 2023

Fonte Link: repubblica.it