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Sicari, tangenti e affari a Chinatown I tre omicidi che scuotono Prato

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Omertà e dialogo ridotto tra le comunità. Su mille clandestini solo sette rimpatriati. I misteri dietro il trionfo del mercato sommerso. L’ambasciatore cinese in visita: troppi controlli

(corriere.it) Per dirla con Mao, la trasferta pratese di venerdì 25 del nuovo ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, non è stato un pranzo di gala. Le notizie che filtrano parlano di un confronto piuttosto acceso tra il diplomatico e il prefetto della città toscana, Maria Guja Federico. Anche il colloquio con il sindaco di centro- destra Roberto Cenni è stato a tal punto «franco» che la Lega Nord di Prato ha emesso un comunicato nel quale invita il ministro dell’Interno Roberto Maroni a protestare con Pechino e a chiedere il richiamo in patria dell’ambasciatore. Mai, nei pur delicati rapporti tosco-cinesi, la corda si era tesa tanto e il motivo è lampante: nel giro di pochi giorni a Prato si sono verificati tre omicidi, prima due sicari incappucciati hanno sparato alla testa di un imprenditore cinese e pochi giorni dopo alle 17 nella centrale via Strozzi un commando di giovani asiatici è entrato in una tavola calda e ha ammazzato a colpi di machete due connazionali.

Le indagini sono in corso e poco si sa. Non ci sono elementi fondati sul collegamento tra i due fatti di sangue e non c’è nemmeno una vera interpretazione su cosa stia succedendo nella Chinatown del Bisenzio, quali equilibri di potere si siano rotti. La sensazione però in città e in Procura è che dall’illegalità merceologica si stia marciando a grandi passi verso un sistema radicato di criminalità economica. E martedì 22 parlando in pubblico a 300 suoi concittadini (piuttosto preoccupati) il sostituto procuratore Laura Canovai ha usato parole molto dure: «La comunità cinese non ci aiuta, non collabora con le istituzioni». Xu Qiulin, l’unico imprenditore cinese iscritto alla Confindustria pratese, espressione di una borghesia asiatica in passato propensa al dialogo, parlando con la stampa locale ha espresso dubbi sull’ipotesi di uno sbarco in Toscana di cosche mafiose dall’Asia ma ha detto che ci sono in città «tanti giovani che sono sbandati, non si rendono conto nemmeno di dove vivono, anzi pensano di essere in Cina».

La visita dell’ambasciatore, seppur improvvisa e non sufficientemente preparata, avrebbe dovuto gettare acqua sul fuoco e porre le basi di una collaborazione. Invece ha sortito l’effetto contrario perché Ding Wei si sarebbe innanzitutto lamentato per i controlli anti-illegalità messi in atto dalle autorità di polizia e avrebbe espresso preoccupazioni per l’incolumità dei cinesi di Prato. Il prefetto non ha nascosto la sua irritazione e il successivo ping pong durato un’ora e mezza, a differenza dei tempi di Richard Nixon, non è stato sinonimo di diplomazia.

Dietro gli omicidi e i ferimenti di questi giorni (un altro giovane cinese che fa da interprete per i carabinieri è stato aggredito all’uscita dalla discoteca Siddharta), c’è la realtà del distretto tessile parallelo, di una Prato che si lecca le ferite della sua industria declinante e vede invece fiorire il business dei confezionisti cinesi, che importano il tessuto dal loro Paese e grazie all’attività dei laboratori clandestini riescono a vendere jeans e maglie a prezzi stracciati a camionisti e intermediari dell’Est europeo. Il tutto nell’apoteosi dell’economia sommersa: ogni giorno aprono 4 aziende cinesi e 2 chiudono, partite Iva che vanno e vengono, un giro d’affari di 2 miliardi di euro per più della metà in nero. A tingere di mistero e corruzione l’attività cinese è arrivata a fine marzo anche un’inchiesta della magistratura ribattezzata Permessopoli, che ha portato in carcere due capi della comunità, Bangyun Dong e Zhouwen Ye, il vice questore Fabio Pichierri, quattro poliziotti e due carabinieri. I ricchi cinesi, secondo l’accusa, pagavano i funzionari italiani per il rilascio di permessi di soggiorno e per avere soffiate sui controlli programmati dalle forze di polizia. I due stranieri sono ancora in carcere mentre Pichierri resta indagato ma è in libertà.

In tanto bailamme e in pochi mesi quasi tutti i protagonisti delle vicende sino-pratesi sono saltati. Sono cambiati da poco sia l’ambasciatore cinese a Roma (Sun Yuxu) sia il console a Firenze e anche in Questura sta arrivando da Livorno un nuovo capo al posto di Domenico Savi. Questo tourbillon non sembra però finora aver prodotto risultati, cambiando la formazione il risultato resta però lo stesso. L’unica buona notizia è che, in virtù del calo dell’euro, i prodotti tessili pratesi hanno ricominciato ad avere un po’ di mercato e le esportazioni nel primo trimestre del 2010 hanno fatto segnare +7,3%. Per il resto si naviga nel buio. L’idea avanzata qualche mese fa dal sindaco Cenni, proprietario dell’azienda di abbigliamento Sasch e quindi ottimo conoscitore del settore, di integrare i due distretti obbligando i cinesi a comprare il tessuto da Prato e impegnandosi a vendere i loro prodotti pronto moda a una grande catena internazionale tipo H&M non ha fatto nessun passo in avanti. Anzi, oggi sembra totalmente irrealistica. Ma anche la strada di un dialogo politicamente corretto tra le due borghesie, sostenuta con forza dal presidente della Provincia Lamberto Gestri (centro- sinistra) sembra sbarrata. Il tavolo italo-cinese non si riunisce più e anche le cinque associazioni della comunità si sono limitate, dopo gli ammazzamenti, a emettere un comunicato ma nessun cittadino asiatico ha collaborato finora con gli investigatori.

Visto che le Chinatown esistono dovunque e tutti hanno da imparare dai casi-limite ogni tanto arriva a Prato un inviato di testate internazionali. I francesi de Le Point, il New York Times e il Financial Times, persino Al Jazeera e se ne vanno (stupefatti) scrivendo che gli uffici di money transfer ogni giorno movimentano da Prato 1,2 milioni di euro diretti in Cina, un flusso continuo a fine anno dà la bella cifra di 500 milioni. Nel 2009, che per noi italiani è stato l’anno della recessione, il distretto cinese di Prato ha visto crescere del 13% le aziende, del 20% le importazioni di tessuti dall’ Asia e del 25% le rimesse verso casa. Cifre record nonostante da un anno si siano intensificati i controlli e su 156 ispezioni effettuate nei primi mesi del 2010 tutti i 156 laboratori sono risultati fuorilegge. Ma, come ha detto sconsolatamente il magistrato Canovai, dopo 5 anni di sequestri il fenomeno non è in diminuzione. Su mille clandestini fermati nel 2009 si è riusciti a rimpatriarne solo 7. Una beffa continua perché non declinando i lavoratori fermati nome e cognome e non potendo essere identificati, hanno di fatto l’opportunità di tornare nella clandestinità. L’unico spiraglio che la visita di Ding Wei ha aperto riguarda l’intenzione annunciata da parte della comunità cinese di stilare una lista di connazionali pericolosi da trasmettere al console fiorentino Zhou Yunqi e poi all’ambasciata per poterli rimpatriare. Una concessione che a Prato è stata interpretata come un’implicita ammissione di come nella Chinatown toscana si siano infiltrate bande criminali. In città comunque le autorità non hanno intenzione di mostrarsi buoniste e quindi è facile arguire che i controlli continueranno. Il lungo travaglio di Prato non conosce tregua.

Dario Di Vico
27 giugno 2010

La Toscanini