Home Economia e Finanza Cronaca Nera e Giudiziaria Sicilia, confiscato il tesoretto dell’ex re della sanità privata

Sicilia, confiscato il tesoretto dell’ex re della sanità privata

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Sigilli a cliniche, ville e terreni di Michele Aiello per 800 milioni

(lastampa.it) PALERMO – Quando era al culmine della sua fortuna economica gli avevano affibbiato il soprannome di «re Mida della sanità siciliana». Un epiteto azzeccato per chi, cominciando da piccoli lavori di edilizia, era riuscito a metter su un impero economico e a realizzare un centro diagnostico d’eccellenza a, Bagheria, regno del boss Bernardo Provenzano.

In effetti, per anni, tutto quello che Michele Aiello, 57 anni, ingegnere dai modi raffinati e dall’eleganza impeccabile, ha toccato si è trasformato in oro. Ne sanno qualcosa i giudici delle misure di prevenzione che oggi gli hanno confiscato tutto il patrimonio: 800 milioni – euro più euro meno – tra cliniche, imprese, ville, appartamenti, terreni e contanti. Un colpo durissimo a chi, secondo gli inquirenti, deve le sue fortune a Cosa nostra, e in particolare a Provenzano, che, a un certo punto, avrebbe deciso di investire capitali nella sanità privata e trovato nell’ingegnere la sua longa-manus. Non che Michele Aiello non se l’aspettasse.

Il sequestro dei beni, la condanna a 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa e il nuovo arresto disposto dalla corte d’appello erano già segnali chiari che l’impunità di cui aveva goduto era finita. Per anni, infatti, il re Mida della sanità privata siciliana, primo contribuente dell’Isola per lungo tempo, di fatto è riuscito a restare ai margini delle inchieste giudiziarie. Superate, indenne, le accuse del pentito Salvatore Barbagallo, che già nel 2000 parlò delle sue relazioni equivoche con Provenzano, finì nell’occhio del ciclone nel 2003, quando la procura di Palermo e i carabinieri scoprirono che, preoccupato di essere indagato, aveva messo su una vera e propria rete di spionaggio.

Al soldo dell’ingegnere sottufficiali della Finanza e del Ros, semplici assistenti giudiziari ed esponenti delle forze dell’ordine, interessati a piazzare nelle cliniche del re Mida figli e parenti, controllavano gli archivi della Procura per accertare che la fedina penale di Aiello fosse immacolata. Quella, però, fu solo la punta dell’iceberg. A Barbagallo si aggiunsero Nino Giuffrè, ex capomandamento di Caccamo, e una sfilza di pentiti, ultimo in ordine di tempo, Giacomo Greco, genero del boss di Belmonte Ciccio Pastoia. Dall’inchiesta, inoltre, venne fuori che, oltre a poter contare sui soldi di Cosa nostra, l’ingegnere, nel costruire le sue fortune, ebbe un concreto aiuto dall’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro.

Nel retrobottega di un negozio di abbigliamento di Bagheria Aiello e l’ex presidente della Regione, poi processato e condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, «contrattavano» i rimborsi da garantire alle prestazioni sanitarie del centro diagnostico di Bagheria, una clinica più simile a quelle svizzere che a quelle siciliane costata al servizio sanitario cifre da capogiro. Ora il centro diagnostico e tutte le altre attività dell’ingegnere sono state confiscate. Aiello è ricoverato nell’ospedale del carcere milanese di Opera in cui è detenuto. Dopo il primo arresto, a farlo uscire dalla cella fu la diagnosi di ‘favismò fatta dai consulenti dei suoi legali. La malattia sarebbe incompatibile con il regime carcerario. Una argomentazione ora al vaglio del tribunale del riesame che deciderà il 19 agosto le sorti dell’ex manager.