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La rivincita dei “pigs”. Ora a guidare la marcia dell’Europa ci sono i paesi mediterranei

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Dal 2021 al 2023 fra un quarto e metà di tutta la crescita della Ue può essere accreditata a Spagna, Portogallo, Italia e Grecia. Ma attenzione, la ripresa è lenta. E per un vero cambio di passo bisognerà aspettare il risveglio del gigante tedesco

Al cinema la chiamerebbero “la rivincita dei Pigs”: un cartone animato, probabilmente, con i maialini del titolo alla riscossa. Nell’economia reale, i Pigs sono una fortunata invenzione del giornalismo anglosassone per definire i quattro Paesi (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) che, nella grande crisi degli anni Dieci, con i loro debiti stavano facendo saltare l’euro. Ma, ben presto, nel panorama europeo, la I di Irlanda è stata sostituita dalla I di Italia e i Pigs sono diventati, piuttosto, la banda dei reprobi dell’Europa meridionale: siesta e mandolini, economie arrugginite, debiti facili, sempre a caccia di scappatoie ed elemosine, eterna zavorra di un Nord Europa austero e competente, cocciutamente impegnato a far marciare il treno.

Fino ad oggi: l’alba di questo 2024 che vede quel treno rimettersi, finalmente, in moto, dopo 18 mesi ininterrotti di paralisi e ristagno. Nel primo trimestre, l’Eurozona ha registrato una espansione dello 0,3 per cento che, proiettata in ragione d’anno (come amano fare gli americani) corrisponde ad una crescita del Pil dell’1,3 per cento. L’economia europea non si muoveva con questa vivacità dall’estate 2022, in pieno rimbalzo Covid, a una incollatura dall’1,6 per cento registrato proprio da quegli Usa, di cui da mesi celebriamo il miracolo.

Ma ci sono novità sul treno. La locomotiva non è più tedesca. A tirare la marcia sono – sorpresa – i Pigs. In questo inizio del 2024, rispetto alla fine del 2023, Spagna e Portogallo sono cresciuti dello 0,7 per cento, l’Italia dello 0,3 per cento, la Francia dello 0,2 per cento. Anche il Pil tedesco è risalito dello 0,2 per cento rispetto all’ultimo trimestre 2023, ma, in realtà, più che di un passo avanti, si tratta solo di un recupero, per giunta parziale, dalla recessione che l’economia tedesca ha subito, ripetendo più volte il segno meno, l’anno scorso. E la riscossa dei Pigs, a contrasto con le battute a vuoto della Germania, non è, peraltro, una svolta di queste settimane. Fra il 2021 e il 2023, fra un quarto e metà di tutta la crescita della Ue può essere accreditata ai quattro Pigs.

La linea di demarcazione è l’era del Covid. Dal 2019 ad oggi – a parte il caso americano, con un Pil cresciuto dell’8,7 per cento – l’Italia ha conosciuto una espansione del 4,6 per cento, la Francia del 2,2 per cento. E la Germania? In tutto, in più di quattro anni, solo lo 0,3 per cento, una paralisi interminabile.

Il fattore determinante, forse, per il Sud dei Pigs, è stato proprio il sole. Il turismo, nelle economie mediterranee, vale oltre il 10 per cento del Pil ed è presto rimbalzato ai livelli prepandemia. Il ritorno in massa di americani e cinesi ha rimpolpato le casse dei Paesi meriterranei: nella primavera 2023, gli introiti sono stati superiori di un quarto a quelli della primavera 2019, pre Covid. Di contro, la Germania ha subito senza sconti tutto l’impatto delle crisi che si sono succedute in questi quattro anni: il calvario dell’energia, la guerra in Ucraina, le difficoltà con la Cina, le incertezze e i contraccolpi del passaggio all’elettricità per i suoi giganti dell’automobile. Un percorso a ostacoli, reso più difficile dai vincoli di bilancio che zavorrano gli investimenti pubblici tedeschi e, forse un po’, anche dallo svuotamento del mito degli operosi tedeschi. Anzi, degli operosi nordici, ignari di sieste e pennichelle. Le statistiche dicono che in Germania, mediamente, si lavora per 34,7 ore a settimana. In Danimarca 34,1 ore. In Olanda, poco più di 30. E quegli scansafatiche dei Pigs? In Grecia, l’orario medio effettivo è di 38,6 ore, in Portogallo di 39.8, in Spagna di 36,2 e in Italia di 36 ore. Si suda di più al Sud, dunque.

Attenzione, però, a non farsi prendere la mano dai trionfalismi. Le statistiche vanno maneggiate con cautela. I dati dicono che, in questo momento, l’Europa del Sud si sta portando sulle spalle l’Europa del Nord, ma è una ripresa a passo di lumaca. Per un vero cambio di passo, bisognerà aspettare che si risvegli proprio il gigante tedesco. E i numeri sugli orari di lavoro medi – come sempre con le medie – vanno esaminati controluce. Facile che, nel caso dei Paesi del Nord, la media sia fortemente influenzata dal largo ricorso al part time, soprattutto per il lavoro femminile.

La prudenza a livello economico non vale, però, sul piano politico. È qui che la rivincita dei mediterranei può esprimere tutta la sua carica mediatica. È un’occasione insperata, che va capitalizzata, per fare piazza pulita di miti e retoriche consolidati da decenni. Il cambio di locomotiva significa, infatti, che la superiorità dell’Europa del Nord non è inevitabile e scontata, che il modello economico-finanziario tedesco non è l’unico disponibile, come se l’austerità di bilancio fosse la risposta passe partout a tutti i problemi. Se ne rendano conto anche nei Paesi in cui fare il bagno in mare è un’avventura azzardata. 11 MAGGIO 2024
Fonte Link: repubblica.it