Sessanta petroliere russe al mese: garantiscono miliardi a Putin e minacciano le coste italiane. Ma non vogliamo fermarle: ecco perché
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Le entrate da petrolio gonfiano le casse (e l’ego) del nuovo zar. Come costringere il Cremlino a ridurre la propria assertività
l cosiddetto «piano di pace» russo-americano di questi giorni è un documento straordinario. Molti europei osservano che quel progetto premia il Paese aggressore e punisce la vittima; la sua intera architettura mina alle fondamenta il principio più importante del diritto internazionale, secondo il quale i confini di uno Stato non possono essere spostati con la forza. È vero che affaccia l’ipotesi di offrire all’Ucraina delle garanzie di sicurezza, ma esse appaiono vaghe e comunque le potenze occidentali le hanno già fornite a Kiev in passato, per poi ignorarle.
Queste osservazioni sono di Mark Champion di Bloomberg, che continua: il piano «equivale alla capitolazione forzata dell’Ucraina in nome della conquista e del profitto, è la bozza di un moderno patto Molotov-Ribbentrop nel quale l’interesse di una parte nella partizione dell’Ucraina è territoriale e l’interesse dell’altra, commerciale. In una parola, è una vergogna».
Concordo, per quanto possa valere. Eppure ripetersi queste valutazioni o cercare affannosamente di inseguire gli Stati Uniti con un piano alternativo – come i governi europei hanno fatto ieri sera da Ginevra – non sposta una realtà che conosciamo, ma rifiutiamo di riconoscere: se ancora una volta siamo stati presi di sorpresa, se continuiamo a subire i diktat degli altri attori del sistema internazionale per poi cercare di rimediare senza una strategia, senza convinzione, è solo colpa nostra. Si può deprecare il cinismo di Donald Trump. Si può ripetere – correttamente – che Vladimir Putin ricorda sempre di più un tipico dittatore fascista della prima metà del ‘900 nella sua fase aggressiva. Ma questa ennesima crisi diplomatica e la situazione drammatica dell’Ucraina ce le siamo tirate addosso da soli. Guardiamo ai mari che ci circondano, e capiremo perché.
Houthi uno, Europa zero
Lo stretto di Bab el Mandeb all’ingresso del Mar Rosso verso Suez ha una larghezza di 25 chilometri nel punto più stretto eppure gli Houthi, una milizia tribale, bloccano da due anni il 70% dei transiti da e verso l’Europa. Invece lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. In altri termini, gli Houthi dello Yemen – senza economia, senza divise, senza Stato – dimostrano una capacità di proiettare la loro potenza sullo scacchiere internazionale superiore a quella dell’Europa. Persino loro.
Sono provocatorio? Naturalmente. Ma è passata da un pezzo – dopo tutti questi morti, dopo questa distruzione – la fase del linguaggio diplomatico. I fatti contano di più. E dicono che dopo che l’Unione europea ha messo sotto sanzioni circa seicento petroliere al servizio dell’industria del greggio russa, dopo i tetti al prezzo e dopo quasi quattro anni di misure sugli idrocarburi di Mosca, tutto non va nel migliore dei modi. I dati che sto per presentare sono elaborati dall’economista ucraino Andriy Klymenko e dalla sua squadra del centro studi Black Sea News, attraverso un controllo dei flussi di traffico delle petroliere russe da tutte le fonti disponibili.
Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: ventuno milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, ventidue milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico, da cui parte almeno la metà di tutte le spedizioni di petrolio russo verso il resto del mondo dai porti di Primorsk (a nord-ovest di San Pietroburgo) e Ust-Luga (a sud-ovest di San Pietroburgo). Questa rotta è la principale fonte di finanziamento dell’aggressione all’Ucraina. Ai prezzi attuali vale circa fatturati per 55 miliardi di euro all’anno. La seconda rotta più importante muove da Novorossisk nel Mar Nero verso il Bosforo e i Dardanelli e vale circa il 20% dell’export; ma questo porto di carico delle petroliere russe è relativamente vicino al confine ucraino e sempre più esposto ai bombardamenti delle forze di Kiev, ha già subito seri danni e non è più affidabile per alimentare la macchina da guerra del Cremlino. Anche le rotte artiche (da Murmansk), dell’Estremo Oriente (attorno a Sakhalin) o gli oleodotti verso la Cina o l’Ungheria non hanno un’importanza paragonabile al Baltico.
Fonte Link: corriere.it







