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ALLUCINAZIONI SU “ANGEL FACE” (Otto Preminger, 1952)

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Jean Simmons and Robert Mitchum in Angel Face

Michele Ruggerini

Rivedere "Angel face" è rivedere il volto del cinema.

Film pianificato, miniaturizzato, parlato più che agito, mai vissuto; il cinema-Preminger sembra sempre andare indietro, verso l’abisso: crudele Preminger.

In riverse, certe macchine fanno di questi scherzi.

Ri-vediamo le figure:Robert Mitchum è Frank Jessup, glaciale nell’occhio, guidatore di ambulanze; incontrerà Diane Tremayne, ricca figlia viziata, menade di finta pace e, naturalmente, finto angelo.

Robert Mitchum senza emozione, pulsante nella sua nullità irritante, eppure unico motore e movente per Diane nunzio dagli intenti criminogeni.

Il piano è uccidere la matrigna, oggetto d’ossessione della ragazza, ma per i due niente accadrà "secondo volontà". La rivendicazione di un ruolo da amante nei confronti del proprio padre condurrà i due killer "provetti" (in provetta) alla prova dello sfacelo finale: uno schianto sulla terra,nella dura roccia americana, che sa di celluloide ma echeggia di cellula-e sangue.

Come in "Laura", i personaggi sono spettri.

E’ una sensazione: la patina è la stessa delle sculture.Nulla si muove e tutto sembra più reale del reale. Come nel puro cinema.Non un cinema di occhi (Hitchcock), né un cinema di danze macabre (Kubrick); è un cinema di sonni.

Sonni tardoantichi,le memorie dell’orologio che si frantuma.

Diane Tremayne scopre Jean Simmons, al termine del dirupo roccioso.

Perché i freni non esistono più, il possesso diventa dispossesso, in un rito forte che sà di sadomasochismo, ed il tempo assume la cronologia dell’infinito, dove a regnare è il paradosso, l’andare avanti all’indietro.

Può capitare così che la macchina sia essere umano,che la morale sia salvaguardia del peccato, che il peccato si muti in gloria, che i fantasmi parlino (o meglio, non parlino) con facce d’angelo e corna di demone.

Il tempo, quello è il tempo di Otto Preminger.

Il tempo del sonno, appunto. E’ il tempo della crudeltà umana, del tornare acquatico di uomini, e donne, verso la loro stabile deriva.

Frank Jessup e la debolezza impervia. I brividi corrono sulla schiena, i "topos"del noir: la dark lady,l’anti-eroe, il fallimento, la caduta.Religione in pellicola.

E’ un film parlato,come dicevo: il sistema scorre sul verbo, ma sono piccoli, insignificanti gesti a concludere il racconto, e sono gli stessi a rivoltare il piano dei piccoli insignificanti gangster.

C’è pure il ridicolo: si muove negli inutili tentativi. Nella sua crociata verso la conquista della Casa, Diane sacrifica tutto. L’amore, quello non l’ha mai vissuto.

E’ il dramma che (non) vive Diane: il dramma del fantasma.

Frank Sinatra (The man with the golden arm,1955), James Stewart (Anatomy of a murder, 1959), Dana Andrews e Gene Tierney (Laura,1944), fratelli e sorelle di sogni irrequieti-le molteplici notti del registra austriaco.

Diane Tremayne, potremmo definirla una succube. Essa infesta gli incubi di Frank, vive nell’incubo che crea, si nutre della debolezza dell’uomo spossessato.

La società è complice di delitto,come in certi grotteschi kubrickiani. Essa stessa si nutre delle illusioni di uomini privati dal desiderio e dalla salvezza.

Diane è un angelo che vola a testa in giù,poiché ciò che dovrebbe portare,la grazia,si decodifica in abisso.

L’abisso degli angeli incompleti, luciferini, donne nel seme del male e del bene, frontiere di mondi, sonni profondi.

La volontà è nemesi. O meglio, è nihil, nulla. L’uomo è alla mercè di sé stesso, delle sue pulsioni, delle sue fiamme di peccato. La retta via è diritta, la via del cinema, o almeno del noir, è sempre "detour", deviata, perversa.

"Angel face", o "Seduzione mortale" (traduzione banalizzata, banalizzante, banale-irriverente) è questo, e molto altro.

Una re-visione da ri-provare.

Un grande film sull’orlo di un precipizio.