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“Internet informazione, disinformazione, diffamazione. Quali conseguenze sul piano giuridico?”

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Sabrina PERON
avvocato in Milano

Sommario: 1.- Internet: informazione e disinformazione – 2.- Diffamazione via internet: applicabilità dell’art. 595 c.p.c. 3.- Il problemi di  giurisdizione e competenza territoriale nel caso di diffamazione via internet 4.- L’inapplicabilità della disciplina sulla stampa ad internet 5.- La responsabilità dell’internet provider

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1.- Internet: informazione e disinformazione

1.a.- Informazione

Prima dell’avvento di internet i mass-media erano un sistema chiaramente definito ed articolato attraverso la «distribuzione di massa di un messaggio unidirezionale one-to-many, da uno a molti»[1]. Internet, invece, realizza una sistema di «reti di comunicazione orizzontale, che comprende lo scambio multimodale di messaggi interattivi many-to-many, ossia da molti a molti, sincroni e asincroni»[2]. Internet, quindi, per le sue «caratteristiche di poliedricità ed interattività, si rende mezzo potenzialmente idoneo a fungere contemporaneamente da mezzo di informazione e di comunicazione e da luogo virtuale nel quale possono realizzarsi innumerevoli altri rapporti»[3].

Oggi è diventato quasi un luogo comune dire che la diffusione di massa di internet ha dischiuso sfide inedite al mondo dell’informazione, realizzando una circolazione e comunicazione di dati di ogni genere, a qualsiasi distanza e con la massima velocità (oltre che con costi limitati).

Quest’estrema duttilità, rende internet un formidabile canale mediatico in grado di stravolgere la logica dei mezzi di comunicazione di massa "classici".

Va però detto che pur trattandosi di un medium rivoluzionario, ciò non determina che i contenuti e gli effetti dei suoi messaggi siano necessariamente rivoluzionari[4]. Anche se, ovviamente, accade che internet venga utilizzato (e percepito dalla collettività degli utenti) come strumento di controinformazione per realizzare nuove forme di mobilitazione politica, nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica[5]. Ciò sul presupposto che «quel che è assente dai media lo è anche nell’opinione pubblica, pur potendo essere frammentariamente presente a livello individuale»[6].

Ad esempio, è stato osservato come nelle «nostre società, la politica è in primo luogo una media politics, una politica dei media», che diventano una sorta di trafficanti dell’opinione pubblica[7]. Difatti, i meccanismi del sistema politico da tempo si sono adattati ai «media, al fine di ottenere più sostegno, o almeno la minore ostilità possibile, da parte dei cittadini, assurti a consumatori nel mercato politico»[8], con conseguente sottrazione di capacità ed analisti critica, connaturata alla nozione di opinione pubblica, riconosciuta anche dalla nostra giurisprudenza. Difatti, proprio con riferimento al ruolo riconosciuto all’opinione pubblica la Corte di Cassazione, ha affermato che laddove la nostra Costituzione prevede che "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", ciò presupporrebbe, come condizione per il pieno e corretto esercizio di detta sovranità, che la «stessa si realizzi mediante tutti gli strumenti democratici», tra i quali rientra anche «con posto e funzione preminenti», il diritto di informazione. Ne seguirebbe quindi che  il «popolo può ritenersi costituzionalmente sovrano (…) in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico»[9]. Laddove per pubblica opinione, si intende «l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio»[10], essa quindi non è «semplicemente opinion, non deriva da una pura e semplice inclination, ma dalla riflessione privata sui public affairs e dalla loro pubblica discussione»[11].

Con specifico riferimento all’informazione on-line, è evidente che internet funge contemporaneamente sia come mezzo di pubblicazione/diffusione, sia come mezzo di comunicazione individuale, interpersonale e di massa.

Da un lato, quindi, la rete viene utilizzata per fornire le informazioni più svariate: ad esempio l’uso «generalizzato dei motori di ricerca, dei social network e delle piattaforme digitali di condivisione dei contenuti ad accesso libero, ed alimentate dall’attività di uploading degli stessi utenti/fruitori di servizi, hanno amplificato a dismisura  la facilità di immissione di contenuti (anche illeciti) e reso più agevole la loro reperibilità e percezione, ben oltre la popolarità dello spazio web dove i contenuti erano stati (eventualmente) originariamente collocati»[12].

Dall’altro lato, viene utilizzata dagli utenti per attingere informazioni, nell’eventualità  di reinserirle nel circuito della rete attraverso siti web, blog, social network e forum di discussione.

Ne segue che «l’informazione in rete è unica nel suo genere perché c’è una multi-direzionalità delle comunicazioni, ovvero l’interazione fra chi pubblica e chi legge, rendendo la rete un mezzo simultaneo di pubblicazione e di comunicazione. In altre parole, a differenza dei media tradizionali, in rete ogni utente può ricevere e trasmettere informazioni»[13].

Con la particolarità che:

  • l’informazione non viene distribuita ma messa a disposizione dell’utente che la preleverà – in tutto o in parte – solo se vorrà;
  • gli utenti possono utilizzare i mezzi più disparati per comunicare, informare e manifestare il proprio pensiero, non solo tramite la parola scritta, ma anche tramite immagini (statiche – fotografie, fumetti – e in movimento, video, etc.) e suoni (file audio, podcast). Tra i mezzi quelli che al momento vanno per la maggiore, in via esemplificativa ricordiamo oltre ai "tradizionali" siti web anche i blog, i social network, e you tube.

Dunque, grazie ai sistemi telematici (ed alla convergenza di internet, comunicazione mobile e diffusione della banda larga) è attualmente in corso il passaggio da una comunicazione di massa ad una comunicazione che è sempre di massa ma personalizzata (fatto di sms, blog, podcast, wiki, social network, etc. etc.), la c.d. mass self-communication, dove l’utente in qualche modo «confeziona» le informazioni che più lo interessano in una sorta di collage scelto tra dati, informazioni, immagini, audio inviategli o reperite nella rete; utilizzando tali informazioni per proprio uso personale o – a sua volta – mettendole a disposizione di soggetti terzi, magari con l’aggiunta di propri commenti ed opinioni (scritte, sonore o video).  In tal modo il potere comunicativo di internet arriva ad investire tutti gli ambiti della vita sociale[14]. Rendendo possibile la «varietà illimitata e l’origine in larga parte indipendente della gran parte dei flussi di comunicazione che continuamente fanno e disfano la produzione di significato locale e globale nell’opinione pubblica»[15].

1.b.- Disinformazione

Da tutto ciò può anche seguire che i nuovi mezzi di informazione di massa, portino –  sotto certi aspetti – a contribuire alla realizzazione di un «presente continuamente invaso dal presente». Un presente incessantemente «invaso da una informazione che cambia ogni giorno e ci fa dimenticare le notizie del giorno prima»[16], cosicché alla fine siamo al corrente di tutto ma rischiamo di non essere criticamente informati su nulla.

Sotto un altro profilo, le nuove forme di comunicazione di massa, possono realizzare una «cassa di risonanza» (o una gogna mediatica qualora il contenuto sia diffamatorio) perpetua: una qualunque informazione immessa nella rete viene poi  ripresa e riciclata, rimbalzando (teoricamente all’infinito sia nel tempo che nello spazio virtuale con possibilità di concretizzazione anche in quello reale, come accade quando un’informazione nata in internet venga ripresa e diffusa nei mezzi di comunicazione tradizionali) da un sito all’altro, navigando all’interno di blog, transitando nei social network, etc., etc. Ogni informazione a sua volta produce un suo particolare contenuto, che fa in qualche caso fa anche smarrire il significato originario dell’informazione.

Sul punto si ricorda che anche l’Autorità Garante per la Privacy ha più volte precisato che il trattamento dei dati personali in ambito giornalistico deve essere effettuato nel rispetto dei limiti dell’essenzialità dell’informazione con riguardo a fatti di interesse pubblico, da valutarsi anche con riguardo al lasso di tempo eventualmente trascorso, e ciò avuto riguardo anche a quanto disposto dall’art. 11, lett. e), Codice Privacy, in forza del quale i dati personali possono essere "conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati".

In particolare, con specifico riguardo alla diffusione su siti web di dati personali, l’Autorità Garante ha osservato come "decorsi determinati periodi, la diffusione istantanea e cumulativa su siti web di un gran numero di dati personali relativi ad una pluralità di situazioni riferite ad un medesimo interessato", possa "comportare un sacrificio sproporzionato dei suoi diritti e legittimi interessi"[17] , e ciò, soprattutto, quando si tratta di fatti ormai risalenti nel tempo (e proprio a questo riguardo è stato osservato come nei social network i profili individuali degli utenti, altro non siamo che dei meri "pacchetti" di informazioni[18]).

Difatti, il peculiare funzionamento di internet può condurre alla diffusione di un gran numero di dati personali riferiti a un medesimo interessato e relativi a vicende anche risalenti nel tempo e dalle quali gli interessati stessi hanno cercato di allontanarsi, intraprendendo nuovi percorsi di vita personale e sociale che però, per mezzo della rappresentazione istantanea e cumulativa derivante dai risultati delle ricerche operate mediante i motori di ricerca, rischiano di riverberare comunque per un tempo indeterminato i propri effetti sugli interessati come se fossero sempre attuali; e ciò, tanto più considerando che l’accesso alla rete internet e il successivo utilizzo degli esiti delle ricerche effettuate attraverso gli appositi motori può avvenire per gli scopi più diversi e non sempre per finalità di ricerca storica in senso proprio[19]. In altre parole vi può essere una legittima aspettativa della persona ad essere dimenticata dall’opinione pubblica e rimossa dalla memoria collettiva, invece che essere costretta a "galleggiare" in un eterno presente[20].

In tal modo si possono formare delle false credenze in ordine alla verità delle informazioni in circolazione nella rete e/o nei mezzi di comunicazione tradizionali, che finiscono con l’attribuirsi veridicità reciproca. In tal modo vi è altresì il rischio che si formino false credenze in ordine alla verità delle informazioni in circolazione nella rete e/o nei mezzi di comunicazione tradizionali, che finiscono con l’attribuirsi veridicità reciproca: la c.d. «cassa di risonanza», si cui sopra si accennava ed i cui effetti sono stati esaminati anche dalla Corte di Cassazione[21]. Col rischio che l’informazione macini come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti (ed altri distorti), dicerie, circostanze irrilevanti, nonché falsi indiscutibili[22].

Del resto se si pensa al termine verità essa, da un lato, è un fatto di cui si ha fede, assunto come vero senza alcuna riflessione critica; dall’altro lato, è ciò che si scopre nel saper pensare, nell’esercitare un’attività di ragionamento critico.

Questa ambiguità, inevitabilmente si riflette in quello che, giornalisticamente parlando,  viene definita come "verità della notizia". Quest’ultima, difatti, viene assunta (almeno tendenzialmente) come vera da parte del pubblico dei lettori sul presupposto di una "relazione fiduciaria"[23] con il mezzo mediatico in generale e con il giornalista in particolare, il quale ultimo si pone come una sorta testimone affidabile (e possibilmente imparziale) dei fatti che racconta e che chiede, pertanto, di venire creduto. In altre parole, i mass-media (tutti i mass-media) presuppongono una "promessa di verità" che ha lo scopo di produrre un "effetto di credenza" tra il pubblico dei lettori. Accade quindi che i mass-media, creati col fine di rappresentare la realtà finiscono per diventare essi stessi realtà[24], dimenticando che la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio della realtà dei fatti accaduti[25]. Non a caso la cassazione ricorda come possa accadere che il fatto riferito non sia vero e, tuttavia, ciò non esclude che possa essere vero, e risaputo, che lo si racconti, costituendo così, di per se stesso, a magari anche un fatto di pubblico interesse [26]. Sul punto un paragone calzante potrebbe essere quello della caverna di Platone dove i prigionieri non possono vedere altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete, ora «se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?», per tali persone la «verità non puà essere altro che le ombre degli oggetti superficiali»[27]

Si può quindi affermare che il modo in cui il pubblico recepisce una notizia, ha, da un lato, la polarità passiva della veritas, giacché occorre far affidamento sulla "verità" dei fatti pubblicati dai mass-media (anche perché, nella quasi totalità dei casi, sugli avvenimenti riferiti, il lettore non ha – né potrà mai avere – esperienza diretta); dall’altro lato, possiede la polarità attiva dell’alètheia, dato che l’informazione così ottenuta è strumentale alla formazione dell’opinione pubblica, ossia a «l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio»[28].

Non va difatti dimenticato che nelle moderne società democratiche, l’attività di formazione della pubblica opinione svolta dai mass-media – i quali sono «luogo di raccolta, di produzione e di archiviazione della parola pubblica»[29] –  riveste un ruolo di primaria importanza (di «cane da guardia»[30], secondo la definizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), poiché in tal modo i «cittadini possono esercitare i diritti costituzionalmente sanciti per la loro democratica partecipazione alla vita politica, economica e sociale del paese»[31].

Da ultimo si chiede cosa rimane  di quella marea di informazioni – impastate di verità, di mezze verità, di "bufale" e di falsità – di cui veniamo quotidianamente sommersi, quando sfogliamo le pagine dei giornali, facciamo zapping televisivo e navighiamo nelle acque accattivanti di internet, saltabeccando tra spots pubblicitari e reclames di "consigli per gli acquisti" (… senza dimenticare che le notizie false in tutte le loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende – hanno da sempre riempito la vita dell’umanità[32]). Cosa rimane dunque  se è vero che – come osservava divertito Derrida – le cose importanti del pensiero e della vita non le troveremo mai raccontate sui media, perché come disse il Signore ad Abramo, «nel momento in cui gli diede l’ordine di salire sul monte Moria insieme ad

Isacco e all’asino per compiere il peggiore dei sacrifici … soprattutto: niente giornalisti! (…). Niente mediatori tra noi, nessun media tra noi. E’ necessario che la prova che ci tiene uniti non diventi una notizia. E’ necessario che questo evento non diventi una notizia. Né buona né cattiva»[33].

Vediamo ora come è stato affrontato tutto ciò nella giurisprudenza che si sta formando in materia.

2.- Diffamazione via internet: applicabilità dell’art. 595 c.p.c

L’art. 21 della Costituzione, sancisce  il principio che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Internet, in quanto mezzo di comunicazione di massa, rientra a pieno titolo nella tutela di cui alla norma costituzionale.

La prima importante ed ovvia conseguenza sul piano giuridico, è che anche per la rete la libertà di manifestazione del pensiero soggiace solo ai  ben noti limiti, rappresentati dalla tutela della persona umana (e parimenti tutelati dalla Costituzione agli articoli 2 e 3)  i quali si concretizzano nella tutela del diritto all’immagine, al nome, all’onore, alla reputazione, alla riservatezza.

E’ difatti fuori discussione che con internet si possano commettere reati di manifestazione del pensiero (anzi secondo la Cassazione è «addirittura intuitivo»[34]), quali, esemplificativamente, ingiurie, diffamazioni, vilipendi, diffusioni di scritti immagini o disegni osceni, istigazioni ed apologie di reati, etc.

Anche per le informazioni diffuse via internet occorrerà quindi procedere al necessario bilanciamento tra i diritti di rango costituzionale. Con la conseguenza che in internet il diritto di informazione ben potrà esercitarsi anche qualora ne derivi una lesione dell’altrui reputazione, prestigio o decoro, a condizione che si tratti di un argomento di pubblico interesse (c.d. pertinenza), che siano rispettati i limiti dell’obiettività e della correttezza della forma espressiva (c.d. continenza) e che l’informazione sia sostanzialmente veritiera; quest’ultimo in uno con il conseguente dovere di esaminare, verificare e controllare – in termini di adeguata serietà professionale – la consistenza della relativa fonte di informazione[35].  Peraltro l’onere di controllo della fonti non «può ritenersi assolto nel caso in cui la notizia sia già stata pubblicata da altri, qualora la fonte non dia garanzie di certezza e quindi, a maggior ragione, non può ritenersi adempiuto (…) laddove la notizia era stata acquisita da internet, dal passaggio sui telefonini e dalle voci che su di essa circolavano»[36].

Si consideri altresì che, «rilevanza sociale, verità obiettiva e continenza esigono rispetto anche da chi diffonde via internet una notizia pur non essendo giornalista»[37]. Difatti se è vero che il diritto di cronaca e di critica che spettano, ex art. 21 cost., ad ogni «individuo uti civis e non solo ai giornalisti o a chi svolge professionalmente attività di informazione», è altrettanto vero che in questo caso si è comunque sottoposti «all’osservanza di limiti, rappresentati dalla rilevanza sociale dell’argomento, dalla verità obbiettiva dei fatti riferiti e dal rispetto della continenza nelle espressioni utilizzate»[38].

Sempre la Cassazione[39] ha ritenuto che nel caso di diffamazione commessa tramite internet, la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale e, quindi, ben può configurarsi il delitto di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3 c.p. («offesa recata (…) con qualsiasi altro mezzo di pubblicità»)[40]. In questo senso si è espressa anche qualche corte di merito: ad esempio, il Tribunale di Bari ha ritenuto costituire ipotesi di «diffamazione aggravata col mezzo della pubblicità, la creazione di un sito internet di fantasia, recante immagini di contenuto erotico, al quale venga associato il nome ed il recapito telefonico di persona realmente esistente»[41].

Ai fini della consumazione del delitto di diffamazione, invece, qualora la condotta diffamatoria venga posta in essere con l’utilizzo di un sito internet, è necessaria la prova della effettiva diffusione all’esterno del messaggio con la sua percezione da parte di terzi, dovendo, in mancanza di tale prova, ritenersi integrata l’ipotesi del tentativo, giacché con l’apertura del sito e l’inserimento delle notizie e dei messaggi diffamatori si realizza una condotta tecnicamente idonea e volta, in modo non equivoco, a diffonderli nel web[42].

In altre parole, la «diffamazione, che è reato di evento, si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web, nel momento in cui il collegamento viene attivato»[43].

Di diverso avviso sembrerebbe però essere la giurisprudenza più recente laddove stabilisce che  quanto al requisito della pluralità dei percettori di messaggi diffamatori, questo è da «ritenere presunto, qualora le espressioni siano inserite in un sito internet, che è per sua natura destinato ad essere normalmente visitato da un numero indeterminato di soggetti, analogamente a quanto si presume nel caso di un tradizionale giornale a stampa, nulla rilevando l’astratta possibilità che la sua conoscenza sfugga a tutti o a determinati soggetti»[44].

In un caso di utilizzo del social network, facebook, il Tribunale di Monza ha deciso che «coloro che decidono di diventare utenti di "Facebook" sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto»[45]. Osserva il Tribunale come l’aver postato un messaggio offensivo in bacheca, seguito dall’inserimento di alcuni commenti, è dimostrativo del «carattere pubblico delle offese arrecate, rincoducibili in modo diretto ed immediato», al convenuto (che per tale motivo veniva condannato al risarcimento dei danni non patrimoniali quantificati in € 15.00,000)[46].

Inoltre, costituisce reiterazione via internet di illecito diffamatorio la divulgazione sull’archivio on line del sito di un giornale di un articolo giornalistico che, pubblicato sull’edizione cartacea dello stesso giornale ed implicitamente attributivo della carriera di un’attrice alla disponibilità sessuale dalla medesima manifestata nei confronti dei superiori, sia già stato giudicato diffamatorio, con riferimento alla versione cartacea, da una precedente sentenza, non rilevando in contrario che l’accesso all’archivio sia possibile soltanto agli abbonati e, dunque, verso pagamento di un corrispettivo, influendo tale circostanza sulla estensione, ma non certo sulla configurabilità dell’illecito[47].

In particolare, la disponibilità on-line dell’archivio informatico (oggi resa possibile grazie ai numerosi progressi tecnologici), «non può essere assimilata alla tradizionale consultazione dei giornali su supporto cartaceo nelle emeroteche: i limiti di orario e di tempo propri di quest’ultima con la necessità di chiedere e ottenere svariati volumi e di effettuare le ricerche pagina per pagina con risultati comunque incerti, non si rinvengono nelle nuove ricerche on-line che forniscono in pochi attimi un risultato certo, ovunque ci si trovi a qualunque ora e in qualsiasi giorno». Ad avviso del Giudice ambrosiano, tale «accessibilità incomparabilmente più rapida, veloce ed estesa, costituisce una forma di nuova ed ulteriore diffusione del pezzo, idonea ad amplificarne anche le potenzialità lesive». Il Tribunale ha altresì accolto la richiesta del diffamato di eliminare dall’archivio informatico l’articolo diffamatorio, sul presupposto che la rettifica di dati informatici registrati in una banca dati, e funzionale alla cessazione di una loro illecita divulgazione, è comunque prevista dalla normativa in materia di privacy e che l’equiparazione tra pubblicazione cartacea e telematica è prevista ai soli fini della legge 62/2001, recante provvidenze economiche per l’editoria, e non anche ai fini dell’estensione alle testate telematiche delle garanzie di cui godono quelle cartacee ex art. 21 Cost. [48].

3.- Il problemi di  giurisdizione e competenza territoriale nel caso di diffamazione via internet

Se la commissione del reato di diffamazione via internet appare pacifica ed intuitiva, non altrettanto pacifiche appaiono le altre problematiche riguardanti la giurisdizione, la competenza territoriale.

Per quanto concerne il problema della giurisdizione vediamo che la prima decisione emessa al riguardo, muovendo da presupposto che il reato di diffamazione si «consuma non al momento della diffusione del messaggio offensivo, ma al momento della percezione dello stesso da parte di soggetti che siano terzi rispetto all’agente ed alla persona offesa»[49], ha ammesso la giurisdizione del giudice italiano tutte le volte in cui nel nostro Paese vi siano dei soggetti  che – connettendosi via internet  con il sito – abbiano preso cognizione del carattere diffamatorio od offensivo di quanto ivi pubblicato, consentendo così la verificazione dell’evento.  In particolare ad avviso della Corte di Cassazione[50]: «qualora l’immissione sia avvenuta all’estero, trova applicazione, ai fini della perseguibilità del reato in Italia, la regola dettata dall’art. 6, 2º comma, c.p., dovendosi intendere come "evento" del reato la percezione del messaggio diffamatorio nel territorio nazionale da parte di una indistinta generalità di soggetti abilitati ad accedere al sistema Internet, nulla rilevando che tra costoro vi sia o possa esservi lo stesso soggetto diffamato».

Tale soluzione pur se ineccepibile dal punto di vista del nostro ordinamento, rischia però di produrre una proliferazione di procedimenti per il medesimo messaggio. Al riguardo è stato osservato che considerare come potenziali fori competenti tutti gli Stati in cui viene letto un messaggio, potrebbe determinare, fra gli altri effetti paradossali, (quali ad esempio i plurimi processi e le differenti decisioni cui sarebbe esposto l’autore), una multiforme e non conoscibile qualificazione penale del fatto, circostanza questa che suscita «particolare disagio nella materia dei reati di opinione, a tutela della riservatezza e de buoncostume, in cui i singoli ordinamenti presentano notevoli divaricazioni di tutela e diversità di modelli sanzionatori»[51]. Altresì, non vanno sottovalutate eventuali lungaggini e difficoltà di esecuzione all’estero di una sentenza resa nel nostro Paese.

Una volta determinata la giurisdizione italiana a conoscere illeciti diffamatori commessi via internet, occorre poi individuare il giudice territorialmente competente in Italia.

Una recente decisione delle sezioni unite della Corte di cassazione ha statuito che «nel caso di lesione di diritti della personalità per mezzo di trasmissione televisiva – ma si tratta di principio estensibile alla competenza su tutte le domande di risarcimento dei danni derivanti da pregiudizi dei diritti della personalità recati da mezzi di comunicazione di massa – la competenza territoriale deve essere del giudice del luogo di domicilio (o della sede) della persona.  Difatti, la duplice esigenza di attribuire rilievo non alla mera potenzialità dannosa, ma al pregiudizio effettivo, e di individuare un unico luogo certo in cui si possa ritenere sorta l’obbligazione risarcitoria, consente di superare l’indirizzo risalente che, nel caso di lesione della reputazione per mezzo della stampa, ha identificato tale luogo con quella di pubblicazione attribuendo valore decisivo anche in tal caso al domicilio (e alla residenza) dei danneggiato, come luogo in cui certamente e principalmente si è verificato il danno risarcibile»[52].

La Suprema Corte, chiamata a valutare in sede civile il foro competente per il danno da diffamazione a mezzo internet, per la prima volta statuiva che il foro alternativo di cui all’art. 20 c.p.c. doveva ritenersi quello del giudice del luogo del domicilio del soggetto leso, in quanto luogo in cui si sono verificati i danni morali o materiali[53].

Secondo tale decisione, il luogo in cui si verifica l’evento dell’offesa alla reputazione è, in astratto, quello in cui è avvenuta la «prima "visita" del sito o lettura della comunicazione inoltrata nelle pagine web riservate al newsgroup». Tuttavia – considerata l’impossibilità di individuare il luogo in cui è avvenuta la prima visita[54] e criticata la soluzione che proponeva che, nel caso di divulgazione di una notizia via internet, la lesione dovesse ritenersi verificata in tutti i luoghi in cui era avvenuta la diffusione della medesima (giacché in tal modo si sarebbe caduti nel «grave inconveniente di rendere estremamente "ambulante" la competenza territoriale, attribuendo all’attore una discrezionalità tale da sfociare in una libertà assoluta») – la Suprema Corte riteneva di poter individuare, quale criterio certo, il luogo in cui ha il domicilio il soggetto che ha subito i danni patrimoniali e morali. Difatti, essendo il «domicilio "la sede principale degli affari e degli interessi" (art. 43, c.1, c.c.) è quello il luogo "principale" in cui si sono verificati gli effetti negativi dell’offesa alla reputazione»[55] (rimanendo ovviamente fermi sia l’altro foro facoltativo di cui allo stesso art. 20 c.p.c., sia i fori generali di cui agli artt. 18 e 19 c.p.c.).

Tale nuovo indirizzo veniva successivamente confermato da due ulteriori decisioni: la prima in una fattispecie di diffamazione televisiva[56]; la seconda, in un caso di diffamazione perpetrata tramite dispacci di agenzia giornalistica[57].

4.- L’inapplicabilità della disciplina sulla stampa ad internet

La giurisprudenza che si è formata in questi ultimi anni ha escluso l’applicabilità del regime penalistico della Legge sulla stampa (l. 47/1948) o sulla radiotelevisione a internet.

Difatti nella nozione di stampa non può essere ricompreso quello di telematica, ostandovi il tenore dell’art. 1, L. 47/1948 il quale dispone che «sono considerati stampa o stampati (…) tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinati alla pubblicazione». Ora, il messaggio diffuso per via telematica, viene «sì riprodotto, ma non con mezzi tipografici e similari. E quando si materializza attraverso tali mezzi non vi è più una pubblicazione, ma un uso privato»[58].

Secondo una recente sentenza, affinché possa «parlarsi di stampa in senso giuridico  (ai sensi della ricordata L. n. 47 del 1948, art. 1), occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium non realizza: a) che vi sia una riproduzione tipografica (prius), b) che il prodotto di tale attività (quella tipografica) sia destinato alla pubblicazione e quindi debba essere effettivamente distribuito tra il pubblico (posterius)»[59]. Peraltro, il «fatto che il messaggio internet (e dunque anche la pagina del giornale telematico) si possa stampare non appare circostanza determinante, in ragione della mera eventualità, sia oggettiva, che soggettiva. Sotto il primo aspetto, si osserva che non tutti i messaggi trasmessi via internet sono "stampabili": si pensi ai video, magari corredati di audio; sotto il secondo, basta riflettere sulla circostanza che, in realtà, è il destinatario colui che, selettivamente ed eventualmente, decide di riprodurre a stampa la "schermata"»[60].

Parimenti viene esclusa l’estensibilità alla telematica della legge che disciplina il sistema radiotelevisivo (l. 223/1990), sul presupposto che la nozione legislativa di «trasmissione» non comprende servizi di comunicazione che operano su richiesta individuale, con la conseguenza che «si può ritenere che siano assoggettabili al regime della L. 223/90 solo quelle trasmissioni radiofoniche o televisive che vengono diffuse attraverso una rete telematica con modalità analoghe e quelle della diffusione via etere e cioè con una programmazione continua determinata dall’emittente e non alterabile dal ricevente nel suo contenuto e nella sua disposizione cronologica»[61].

Peraltro, anche a seguito dell’emanazione della legge n. 62 del 7 marzo 2001 ("Nuove norme editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416"), si ritiene che «l’eventuale assolvimento degli obblighi previsti dalla normativa sull’editoria non varrebbe a mutare la disciplina applicabile al reato di diffamazione e, in mancanza di un esplicito rinvio da parte del legislatore»[62].

In definitiva, occorre «riconoscere la assoluta eterogeneità della telematica rispetto agli altri media, sinora conosciuti e, per quel che qui interessa, rispetto alla stampa. D’altronde, non si può non sottolineare che differenti sono le modalità tecniche di trasmissione del messaggio a seconda del mezzo utilizzato: consegna materiale dello stampato e sua lettura da parte del destinatario, in un caso (stampa), irradiazione nell’etere e percezione da parte di chi si sintonizza, nell’altro (radio e TV), infine, trasmissione telematica tramite un ISP (internet, server provider), con utilizzo di rete telefonica nel caso di internet»[63].

Dall’impossibilità di ricondurre il fenomeno di internet alla nozione di stampa, discende che per tutte le ipotesi di dichiarazioni diffamatorie contenute in un sito internet non sarebbero applicabili né l’art. 13, L. 47/1948, che punisce la diffamazione a mezzo stampa, né l’art. 30, 4° comma, L. 223/1990, che sanziona la diffamazione commessa tramite trasmissioni radiofoniche e televisive[64]: si sostiene, difatti, che essendo internet un mezzo di informazione del tutto peculiare, non può essere estesa in via analogica (stante il divieto di estensione analogica in malam partem[65], fondamentale estrinsecazione del principio del nullum crimen sine lege, enunciato dall’art. 25, comma 2, Cost.) la disciplina dettata per la stampa.

In questo contesto non possono inoltre trovare applicazione gli articoli 57 (responsabilità del direttore responsabile)[66], 57 bis (responsabilità dell’editore), 58 (responsabilità dello stampatore) del codice penale.

La Corte di cassazione ha altresì avuto modo di precisare che i "forum on line" «non possono essere qualificati come un prodotto editoriale, o come un giornale "on line", o come una testata giornalistica informatica. Si tratta, infatti, di una semplice area di discussione dove qualsiasi utente, o gli utenti registrati, sono liberi di esprimere il proprio pensiero, ma non per questo il "forum" resta sottoposto alle regole ed agli obblighi cui è soggetta la stampa, come indicare un direttore responsabile per registrare la testata, o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che la Costituzione riserva solo alla stampa»[67].

Tuttavia, prendendo le mosse dall’interpretazione evolutiva in qualche modo sottesa a tale ultima sentenza, laddove lasciava intendere che probabilmente sarebbe stato possibile giungere a risultati diversi nel caso di un «forum strutturalmente inserito in una testata giornalistica diffusa per via telematica, di cui costituisca un elemento e su cui il direttore responsabile abbia la possibilità di esercitare il controllo (così come su ogni altra rubrica della testata)», alcune recenti sentenze delle corti di merito hanno espresso un orientamento parzialmente difforme a quello sin qui descritto.

In particolare, secondo il Tribunale di Milano, la «nozione di stampa dei nuovi mezzi di espressione del libero pensiero (quali newsletter, blog, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei e così via)», non può prescindere «dalle caratteristiche specifiche di ciascuno di essi». In questo contesto qualora «un sito sia destinato a contenere pubblicazioni giornalistiche concernenti notizie, comunicati e orientamenti finalizzati a formare l’opinione pubblica», è possibile «l’equiparazione tra articolo su supporto cartaceo ed articolo su supporto telematico». Ne seguirebbe che sarebbe possibile estendere anche «al prodotto editoriale pubblicato su supporto informatico» le «garanzie costituzionali previste in materia di sequestro di stampa»[68]. In questo senso, anche il Tribunale di Padova ha ritenuto ammissibile l’equiparazione dei «prodotti su supporto informatico destinati alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico a quelli cartacei e quindi la ricomprensione dei primi, in quanto prodotti editoriali, nella nozione di stampa; ciò va affermato in particolare con riferimento alle testate telematiche per le quali venga richiesta e ottenuta la registrazione, adempimento specificamente previsto per giornali e periodici. L’obbligo di recare le indicazioni di cui al 2° comma dell’art. 2 L. 47/48 e di depositare i documenti di cui al successivo art. 5 e di avere quindi una struttura analoga a quella del giornale o del periodico cartaceo non può che comportare l’assimilazione anche sotto il profilo giuridico di tale prodotto telematico a quello cartaceo, al quale è sicuramente equiparabile sotto il profilo del contenuto e della destinazione alla pubblicazione»[69].

Contro tale interpretazione evolutiva è stato correttamente osservato che se è vero, «che i periodici cartacei godono della maggior tutela di cui al terzo comma dell’art. 21 Cost. unicamente previa iscrizione al registro della stampa, non pare né logico, né giustificabile in un’ottica interpretativa, sia pure in via evolutiva riconoscere, tale guarentigia agli editori di giornali on-line che volontariamente abbiano optato per non avvalersi della facoltà d’iscrivere la testata on line, loro riconosciuta dal Legislatore (legge n. 62/2001)». Anche perché in tal modo i «periodici on-line godrebbero dei limiti al sequestro imposti dalla Carta costituzionale, senza tuttavia soggiacere ai correlati adempimenti ricadenti invece sui periodici cartacei ed espressamente evocati dall’inciso contenuto nell’art. 21 Cost. che fa salvi i casi: "per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi"».  In definitiva, in tal modo le testate on-line non registrate finirebbero col «giovarsi di un regime di maggior tutela, non solo non previsto dalla Costituzione ma addirittura superiore rispetto a quello applicabile ai giornali (cartacei ed on line) debitamente iscritti nel registro della stampa»[70], essendo questi obbligati ad avere un direttore responsabile che risponde dell’omesso controllo ex art. 57 c.p..

Con particolare riferimento all’art. 57 c.p. una recente pronunzia ha escluso qualsiasi tipo di coinvolgimento in capo al direttore di una testata telematica, sul presupposto che il reato di «omesso controllo ex art. 57 c.p., non è realizzabile da chi non sia direttore di un giornale cartaceo». Difatti, secondo il Giudicante, l’art. 57 si riferisce specificamente alla informazione diffusa tramite la "carta stampata". La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l’interpretazione "storica" della norma»[71].

Difatti, la giurisprudenza non solo ha più volte «l’insussistenza dell’obbligo di registrazione presso la cancelleria del tribunale e, più in generale, l’illegittimità di ogni applicazione alle comunicazioni via internet della disciplina penale sulla stampa. e anche l’editore di una pubblicazione telematica richiedesse ed ottenesse la non obbligatoria registrazione, tale adempimento non assumerebbe rilevanza ai fini dell’applicabilità degli art. 57 e 57 bis c.p. L’eventuale assolvimento degli obblighi previsti dalla normativa sull’editoria non varrebbe a mutare la disciplina applicabile al reato di diffamazione e, in mancanza di un esplicito rinvio da parte del legislatore, non sarebbe applicabile il regime penalistico della legge sulla stampa»[72].

5.- La responsabilità dell’internet provider

 

Come si è detto nella parte iniziale le «caratteristiche "aperte" della rete di reti, peraltro, con la connessa facilità di immissione di contenuti (anche) illeciti, lesivi di diritti di terzi, si univano ad una elevata potenzialità dannosa degli illeciti internettiani, stante la diffusione policentrica e globale che il contenuto è in grado di assumere in tempo reale. Tale elevata potenzialità dannosa, unita ad una non certo agevole identificabilità dell’autore effettivo della condotta illecita, realizzata attraverso l’immissione nel nuovo circuito informativo, aveva fatto ipotizzare, seppur a livello teorico, il possibile coinvolgimento degli ISP (e segnatamente di quelli di hosting, in considerazione della loro attività di memorizzazione tendenzialmente duratura delle informazioni, che potrebbe far presumere una maggior possibilità di controllo e/o di intervento sugli stessi»[73].

Il caso più recente e noto relativo alla responsabilità dell’internet provider è quello noto come il caso "Google – Vividown", caso che ha avuto un grande clamore mediatico, nel quale il Tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google per violazione della normativa sul trattamento dei dati personali assolvendoli però dal reato di diffamazione.

I fatti sono noti: nel 2006 fu inserito da Google video un filmato nel quale un minore affetto da sindrome down veniva picchiato e denigrato da alcuni compagni di scuola.

Il caso deciso dal Tribunale di Milano riguardava solo i soggetti responsabili di Google Italia e Google Inc., imputati dei reati di diffamazione (in forma omissiva) a carico del minore e dell’Associazione ViviDown (espressamente menzionata nel video) e l’illecito trattamento dei dati personali.

Al riguardo il Tribunale, anzitutto ha statuito che «non esiste un obbligo di legge codificato che imponga agli internet provider un controllo preventivo delle innumerevoli serie di dati che passano ogni secondo nelle maglie dei gestori o proprietari dei siti web, e non appare possibile ricavarlo "aliunde" superando d’un balzo il divieto di analogia "in malam partem" e dunque, pur non essendovi dubbio che costoro – a maggior ragione se qualificabili come "content provider" – possano e debbano essere ritenuti potenzialmente responsabili della violazioni della disciplina in tema di privacy, non appare conforme alle situazioni di fatto e di diritto finora esistenti, renderli per ciò solo corresponsabili di altro reato di diffamazione  (ma non solo) derivabile dal contenuto del materiale caricato»[74].

Sula base  di tale presupposto, il Tribunale ha escluso che in capo al content provider potesse riconoscersi la responsabilità per diffamazione (è ovviamente fuori discussione tale responsabilità in capo al soggetto che ha immesso il contenuto diffamatorio nella rete). Per il giudice ambrosiano difatti non sarebbe «conforme a tali prescrizioni (ma anche alla possibilità logica ed umana di intervento sulla rete), far derivare l’esistenza di tale obbligo di intervento dalla violazione di una legge che non abbia per oggetto tali condotte e che sia stata emanata a copertura di comportamenti diversi da quello contestato. In altre parole, pur non essendovi dubbio che il gestore o proprietario del sito web qualificabile come   "content provider" possa e debba essere ritenuto potenzialmente responsabile della violazione del DL sulla privacy (per le ragioni che si sono esposte precedentemente e che trovano un appiglio diretto alla esistenza di una norma specifica), non appare conforme alle situazioni di fatto e di diritto finora esistenti, renderlo per ciò solo corresponsabile di altro reato di diffamazione (ma non solo) derivabile dal contenuto del materiale caricato»[75].

Continua il Tribunale affermando che la «responsabilità penale degli ISP, mancando una precisa legislazione in materia che li equipari alle produzioni stampate o alle reti televisive, non può essere costruita al di là dei canoni interpretativi ed applicativi dell’attuale quadro normativo (quadro a cui si è recentemente aggiunta la Legge sul commercio elettronico – D.Lg. n. 70/2003 – che, tuttavia appare applicabile soltanto agli host provider e nei limiti oggettivi identificati dalla stessa). Sarà possibile considerarli responsabili dei contenuti dei file sugli stessi caricati (soprattutto nel caso si tratti di hoster attivi o content provider) solo nel momento in cui si provi la consapevolezza del fatto delittuoso, al di là della esistenza di posizioni di garanzia non mutuabili da altri settori dell’ordinamento».

Al riguardo  è stato scritto che la sentenza del Tribunale di Milano offre un importate contributo a rafforzare quella giurisprudenza liberale e garantista, che rifiuta automatiche estensione della responsabilità, da cui periodicamente, nella materia del diritto dell’informazione è tanto qualche giudice di merito»[76].

Ciononostante tuttavia il Tribunale di Milano ha ritenuto violato l’art. 167 D.Lgs. 196/2003 perché se è vero che il nostro ordinamento non impone un obbligo di controllo, impone però all’hosting provider un dovere di corretta informazione agli utenti circa gli obblighi gravanti ex lege. Dovere che non sarebbe stato assolto da Google.

In tal modo si è fondato l’obbligo di controllo dell’hosting provider, non sul D.Lgs. 70/2003 che stabilisce la responsabilità d questi soggetti, bensì su quella dei  dati personali.

Ora l’art. 13 196/2003  prevede che il titolare informi l’interessato circa le caratteristiche del trattamento cui intende sottoporli. Ora tale disciplina regolare il rapporto che si instaura fra chi accoglie il dato e colui al quale il dato appartiene e che riguarda la a sua persona. Non sembra però rintracciabile un diverso obbligo cui fa riferimento il giudice. Una previsione come quella richiesta dal tribunale porrebbe a carico di Google  un onere di formare da un punto di vista giuridico i consociati e questo tipo di obbligo non può essere coercibile.

Sull’argomento si segnala anche la decisione del Tribunale di Trani, secondo il quale «sussiste il dovere, in capo al titolare e amministratore di un sito Internet, di operare una verifica sulla antigiuridicità del materiale ivi inserito e di cancellare contenuti illeciti e lesivi dell’altrui onore e reputazione (fattispecie di messaggi diffamatori anonimi  pubblicati in un forum e non rimossi dal web master)»[77].



[1] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, in http://www.caffeeuropa.it/socinrete/castells.pdf

[2] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[3] C. DI LELLO, Internet e costituzione: garanzia del mezzo ed i suoi limiti, in Dir. inf., 2007, 897.

[4]  M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[5] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[6] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[7] Cfr. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Editori Laterza, Bari, 2002, 210.

[8] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[9] Cass. pen., 09.07.2010, n. 16236, in De Jure Giuffrè.

[10] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Editori Laterza, Bari, 2002, 104.

Lo stesso J. Pulitzer, già aveva scritto che «un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare, gli errori del governo, e una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello» (così J. PULITZER, Sul giornalismo, Bollati Boringhieri, 2009, 101.

[11] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, cit., 109.

[12] L. BUGIOLACCHI, (Dis)orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità degli internet provider (ovvero del difficile rapporto tra assenza di obblighi di controllo e conoscenza dell’illecito), in Resp. civ. prev., 2010, 1568 l’attività di indicizzazione dei motori di ricerca «aumenta enormemente la visibilità di contenuti immessi inizialmente in rete su siti magari non dotai di particolare diffusione e notorietà presso il pubblico degli utenti della rete».

[13] A. RANDAZZO, Informazione e Internet, in http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/04/

informazione-e-internet.html.

[14] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[15] M. CASTELLS, Comunicazione, potere e contropotere nella network society, cit.

[16] Così, E. MORIN, nell’intervista Appello per la filosofia. Riflessione critica e specialismo, Napoli, Vivarium, 19 maggio 1993, in www. emsf.rai.it, il quale osserva come nella televisione «un’idea caccia l’altra, l’informazione caccia l’altra (…). In una trasmissione non si rispetta il ritmo di un’idea, ma il ritmo di un programma».

[17] Cfr. Garante privacy, 07.07. 2005, n. 1091915, in www.garanteprivacy.it.; Garante Privacy, 10.12.2004, n. 1116068, in www.garanteprivacy.it.

[18] D. DENBY, Influencing people, in New Yorker, 2010, reperibile on-line http://www.newyorker.com/arts/critics/atlarge/2010/10/04/101004crat_atlarge_denby : «Karl Marx suggested that, in the capitalism age, we began to treat one another as commodities. The social network suggests that we now treat one another as packets of information».

[19] Garante Privacy, 08.04.2009, n. 1617673, in www.garanteprivacy.it., in tale decisione l’Autorità ha ritenuto che «l’adozione di misure volte a non rendere indicizzabile attraverso i motori di ricerca documenti attinenti a fatti di cronaca risalenti nel tempo pubblicati sui siti di informazione (ferma restando la loro reperibilità nell’archivio interno al sito stesso), può assicurare il giusto bilanciamento tra esigenze di completezza dell’informazione e di ricerca storica su tali fatti e quelle di salvaguardi dei diritti fondamentali della persona». In senso conforme si veda anche Garante Privacy, 24.12.2009, n. 28070, in www.personaedanno.it.

[20] Cass. pen., Sez. V, 17.07. 2009, n. 4501, in Resp. civ. prev., 2010, 1060, con nota di S. Peron, La verità della notizia tra attualità e oblio.

[21] Cfr. Cass. civ., 24.04.2008, n. 10686, in DVD Foro it.: «a carico del cronista sussiste sempre il limite  della verità  della notizia che egli ha il dovere giuridico di controllare per  evitare  che  la stampa si traduca in una "cassa  di  risonanza" delle   offese   alla  reputazione,  anche  se  non   condivise   dal giornalista»; Cass. pen., 08.04.1999, Canapini, in Ced Cass., rv. 213176: il giornalista «partecipa alla diffamazione con il proprio contributo causale e ne risponde secondo lo schema del concorso di persone nel reato, ove il fatto non sia giustificato dallo ius narrandi collegato al limite della verità della notizia, che egli ha il dovere di controllare, per evitare che la stampa diventi "cassa di risonanza" delle contumelie e delle malevoli critiche di terzi»; Cass. pen., 20.10.1983, Scalfari, in Giust. pen., 1984, II, 655: «la pubblicazione anche fedele delle dichiarazioni di terzi, che siano lesive della reputazione altrui, costituisce veicolo tipico di diffusione della diffamazione; a questa il giornalista partecipa con apporto causale predominante e ne risponde, entro lo schema del concorso di persone nel reato, qualora il fatto non sia giustificato dall’esercizio dello jus narrandi, collegato al limite della verità della notizia, che egli ha il dovere giuridico di controllare, per evitare che la stampa, deviando dalla sua retta funzione informatrice, si trasformi in "cassa di risonanza" delle offese della reputazione».

[22] Cfr. G. D’AVANZO, Così colpisce la fabbrica dei Dossier, in La Repubblica, 11.10.2010, consultabile: http://www.repubblica.it/politica/2010/10/11/news/dossier_d_avanzo-7933677/?ref=HRER1-1

[23] O, più polemicamente, di una «credulità strutturale», di una «manifestazione di fede al cospetto della cosa in sé», così J. DERRIDA, «… soprattutto: niente giornalisti!», Castelvecchi, 2006, 22-23, il quale con specifico riferimento al mezzo televisivo, così continua: «Quando si vede non c’è più bisogno di credere. Ma il vedere è sempre organizzato da una struttura tecnica (mediatica e mediatizzate) che presuppone il ricorso alla fede. Il simulacro della diretta. Il "live" vi fa credere a ciò cui non riuscite a credere: avete davanti la "cosa in sé", state assistendo alla guerra del Golfo, ecco i reporter che sono là con le loro telecamere e che vi trasmettono, in diretta, senza alcun intervento, né interposizione tecnica (…). Come per miracolo c’è un giornalista in attesa di riprendere e di riportarvi la presenza in sé della cosa, senza filtri,m senza selezione né niente. Ora sappiamo benissimo che simile affermazione deriva da una conoscenza minima di quella che in realtà è la televisione, che non c’è mai nessuna diretta. Tutto viene montato in una frazione di secondo, dentro studi in cui si può al tempo stesso inquadrare, cancellare, ricostruire, truccare».

[24] Secondo J. BRAUDILLARD, Il virtuale ha assorbito il reale, in http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm: «i media si frappongono in maniera tale fra la realtà e il soggetto, che, mi pare, non ci sono più interpretazioni possibili in quanto l’informazione rende l’accadimento incomprensibile. L’evento storico non si sa più cosa sia quando passa attraverso i media, in breve si ha una transustanziazione di questo tipo in tutto ciò che i media fanno, così che ne risulta quel che io chiamerei una simulazione, un simulacro, e perciò non esiste più né il vero né il falso: non si sa più quale sia il principio della verità. Questo è certamente un dato importante; ma infine, c’è davvero bisogno della verità? In fin dei conti, l’obiettivo dei media non è stato forse di eliminare effettivamente il principio morale e filosofico della verità, per installare al suo posto una realtà completamente ingiudicabile».

[25] Cfr. D. MARCONI, Per la verità, Einaudi, 2007, 9.

[26] Cass. civ., 19.01.2007, n. 1205, in Corriere giur., 2007, 1550: «il significato di "verità oggettiva della notizia" va inteso sotto un duplice significato, potendo tale espressione essere intesa sia nel senso di "verità del fatto oggetto della notizia", sia nel senso di "verità della notizia intesa come fatto in sé" e perciò indipendentemente dalla verità del suo contenuto, anche in una tale ultima accezione identificando gli estremi del possibile esercizio del diritto di cronaca; a tal fine, tuttavia, occorre innanzitutto che la propalazione della notizia riferita costituisca essa stessa e di per sé un "fatto" così rilevante nella vita pubblica che la stampa verrebbe meno al suo compito informativo se ne tacesse, ed inoltre che il cronista metta bene in evidenza che la "verità" non si estende anche necessariamente al contenuto di quanto riferito ma si limiti a registrare il fatto storico in sé considerato che la notizia circoli pubblicamente e riferisca anche la fonte di propalazione».

[27] Platone, La Repubblica, Libro VII, Biblioteca Universale Laterza, 1993, 229 – 230.

[28] J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Editori Laterza, Bari, 2002, 104.

[29] J. DERRIDA, Breve storia della menzogna, Bari, 2006, 61.

[30] La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito il ruolo di «cane da guardia» svolto dall’informazione all’interno delle democrazie europee (cfr., da ultimo, CEDU, 06.05.2003, in Cass. pen. 2003, 11, 3566, con nota di A. TAMIETTI, Libertà di espressione della stampa e diritto all’onore delle persone diffamate nella giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo).

[31] Cass. pen., 03.06.1983, Saviane, in Giust. pen., 1984, II, c. 69. Secondo una risalente decisione della Cassazione l’interesse pubblico inerisce ad una funzione di tipo educativo «diretta ad orientare la pubblica opinione, ad ispirare ai lettori norme utili di esperienza e di vita» (così Cass., sez. un., 14.11.1958, Cozzi, in V. Zeno-Zecovich – M. Clemente – M. G. Lodato, La responsabilità professionale del giornalista, CEDAM, 1995, p. 368), così come ad una funzione moralizzatrice della vita pubblica (Cass. pen., 05.03.1960, Abbatemaggio, ivi, 370). Secondo Cass. pen., 26.05.1983, Paolucci, in Giust. pen., 1984, II, 197, il pubblico deve essere esattamente informato ed avere la possibilità di «orientarsi, di esprimere un proprio giudizio sugli avvenimenti e sulle persone che ne sono i protagonisti, di trarne le debite conclusioni e, all’occorrenza di assumere, nelle forme e nei modi di legge, tutte le iniziative atte ad ottenere il rispetto e la tutela di principi etici e giuridici che sono alla base della vita di un popolo in un determinato momento storico».

[32] Cfr. M. Bloch, Storici e Storia, Einaudi, Torino, 1997, 11.

[33] J. Derrida, «… soprattutto niente giornalisti!», cit.,5, «…niente confessori, ovviamente,né psicoanalisti! (…). E tutto ci fa immaginare che Abramo l’avesse capito a perfezione dal momento che si preparò a obbedire …».

[34]Cass. pen., 27.12.2000, P.M. in proc. contro ignoti, in Resp. civ.,  2001, 309.

[35] Cfr., Cass. civ., 03.03.2010, n. 5081, in Dir. giust., 2010, «il diritto di cronaca è legittimamente esercitato se il giornalista riporta la verità oggettiva – o anche solo putativa – della notizia. L’esposizione dei fatti deve essere il frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca, il cui onere probatorio in sede processuale grava sul giornalista unitamente a quello del riscontro delle fonti utilizzate».

[36] Trib. Torino, 11.06.2010, in De Jure Giuffrè.

[37] Cass. pen., sez. V, 01.07.2008, n. 31392, in D&G 2008, che così continua: «solo l’esistenza di tali presupposti, infatti, attribuisce efficacia scriminante ai diritti di cronaca e critica da chiunque e con qualsiasi mezzo esercitati» (in una fattispecie, nella quale la Cassazione ha annullato con rinvio, sia pur ai soli fini civili, un verdetto d’appello che aveva assolto una donna dal delitto di diffamazione aggravata in danno di un’importante azienda chimica per aver pubblicato su un sito ambientale il contenuto di una denuncia da lei presentata all’autorità giudiziaria nei confronti della predetta società; per la Corte, infatti, il giudice di secondo grado avrebbe dovuto accertare se l’imputata – nell’immettere la notizia "in rete" – aveva rispettato i parametri elaborati dalla giurisprudenza per mettere al riparo dalla perseguibilità chi fa informazione anche in maniera critica).

[38] Cass. pen., 01.07.2008, n. 31392, in  Dir. inf., 2008, 808.

[39]Cfr. Cass. pen., , 27.12.2000, P.M. in proc. contro ignoti, in Resp. civ.,  2001, 308 ss.

[40] Cass. pen., 11.06.2010, n. 30065, in De Jure Giuffrè.

[41] Trib. Bari-Molfetta, 18.02.2003, in Dir. e giustizia, 2003, 23, 83. Conforme anche: G.I.P. Trib. Oristano, 6 giugno 2000, in Giur. merito, 2003, 1477, secondo cui «nell’ipotesi di diffamazione commessa attraverso internet, non sono applicabili né l’art. 13 l. n. 47/1948, che punisce la diffamazione a mezzo stampa, né l’art. 30, 4º comma, l. n. 223/1990, che sanziona la diffamazione commessa tramite trasmissioni radiofoniche o televisive, ma può configurarsi il delitto di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, 2º e 3º comma, c.p., consistente nell’attribuzione di fatti determinati mediante "altri mezzi di pubblicità"».

[42] Trib. Teramo-Giulianova, 30.01.2002, in Guida dir., 2002, 17, 75. Più precisamente in tale sentenza si osservava quanto segue: «nella diffamazione a mezzo internet quanto alla visibilità del messaggio va evidenziato che nessun sito può essere raggiunto per caso. E’ necessario conoscerlo o quantomeno procedere ad una precisa interrogazione di un motore di ricerca. Il motore di ricerca è a sua volta un sito, all’interno del quale è possibile consultare degli elenchi aggiornati periodicamente, che contengono delle brevi recensioni di ogni sito web e consentono di raggiungerlo grazie ad un collegamento ipertestuale. E’ quindi palese che il sito attivato poteva essere consultato solo da chi lo avesse cercato oppure del tutto casualmente, avesse seguito una interrogazione all’interno dei motori di ricerca utilizzando parole chiave contenute nel sito. Orbene sul punto ha ragione la difesa del prevenuto quando afferma che non vi è prova che ciò si sia in concreto verificato né, è da aggiungere vi sono elementi indiziari o argomenti fondati su dati esperenziali affidabili che possano consentire di affermare la verificazione dell’evento (come sarebbe ad es. nel caso di una trasmissione televisiva). Vero è che il responsabile dell’ufficio legale in servizio all’epoca del fatto ha riferito di aver appreso da alcuni clienti e da alcune filiali periferiche che su un sito internet vi erano messaggi diffamatori nei confronti della banca, ma quanto alle notizie apprese dai clienti l’assunto è rimasto del tutto generico e non verificabile sul piano probatorio, così che resta accertato che l’ufficio legale venne informato della cosa dalle filiali ovvero da strutture interne all’istituto che non possono ritenersi soggetti terzi percettori del messaggio offensivo. In definitiva manca la prova della realizzazione dell’evento rappresentato dalla effettiva diffusione del messaggio con percezione da parte di più persone ed in tale situazione, secondo i principi generali del diritto penale, deve ritenersi integrata l’ipotesi del tentativo, in quanto con l’apertura del sito e l’inserimento di notizie e messaggi di cui si è detto realizzo una condotta idonea tecnicamente e volta in modo non equivoco a diffonderli».

In questo senso anche: Trib. Genova, 29.01.2001, in Giur. merito, 2003, 1477.

[43] Cass. pen., 21.06.2006, Cicino, in Ced Cass., rv. 234528.

[44] Cass. pen., 22.04.2010, n. 34916, in De Jure Giuffrè. Conforme anche Cass. pen. 04.04.2008, n. 16262, ivi.

[45] Trib. Monza, 02.03.2010, G.U. Calabrò, in Resp. civ. prev., 2010, 1566. Il Tribunale di Monza ben analizza il funzionamento di facebook laddove ne tratteggia brevemente la storia («trattasi di un c.d. social network ad accesso gratuito fondato nel 2004 da uno studente dell’Università di Harward, al quale, a far tempo dal settembre 2006, può partecipare  chiunque abbia compiuto dodici anni») ed il funzionamento: «in soli pochi anni ha assunto i connotati di una vera e propria rete sociale destinata a coinvolgere, in modo trasversale, un numero indeterminato di utenti o di navigatori internet. Questi ultimi partecipano creando profili contenenti fotografie e liste di interessi personali, scambiando messaggi (privati o pubblici) ed aderendo al gruppo di c.d. amici (…). Facebook, come detto, include alcuni servizi trai i quali la possibilità per gli utenti di ricevere e inviare messaggi e di scrivere sulla bacheca di altri utenti e consente di impostare l’accesso ai vari contenuti o alle stesse categorie di informazioni inserite nel profilo medesimo (…). E’ peraltro nota agli utenti di "Facebook" l’eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso, trattasi dell’attività di c.d. "tagging" … che consente, ad esempio, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure e-mail e conversazioni in chat, che di fatto sottrae questo materiale dalla disponibilità dell’autore e sopravvive alla stessa sua eventuale cancellazione dal social network» (p. 1565).

[46] Trib. Monza,  02.03.2010, G.U. Calabrò, in Resp. civ. prev., 2010, 1566 – 1567.

[47] Trib. Milano, 16.10.2004, n. 11848, in Dir. inf., 2004, 855.

[48] Al riguardo, tuttavia, si veda Garante Privacy, 08.04.2009, n. 1617673, in www.garanteprivacy.it, il quale ha ritenuto che «l’adozione di misure volte a non rendere indicizzabile attraverso i motori di ricerca documenti attinenti a fatti di cronaca risalenti nel tempo pubblicati sui siti di informazione (ferma restando la loro reperibilità nell’archivio interno al sito stesso), può  assicurare il giusto bilanciamento tra esigenze di completezza dell’informazione e di ricerca storica su tali fatti e quelle di salvaguardia dei diritti fondamentali della persona» (conforme anche Garante Privacy, 24.12.2009, n. 28070, in www.personaedanno.it).

[49]Così,  Cass. pen., 27.12.2000, P.M. in proc. contro ignoti, in Resp. civ.,  2001, 308 ss.

[50] Cass. pen., 27.12.2000, P.M. in proc. contro ignoti, in Resp. civ.,  2001, 308 ss.

[51] Così G. CORRIAS LUCENTE, Il diritto penale dei mezzi di comunicazione di massa, CEDAM, Padova, 2000, 285.

[52] Cass., Sez. Un., 13.10.2009, n. 21661, in Resp. civ. prev., 104.

[53] Cass. civ. [ord.],  08.05.2002, n. 6591, in Foro it., 2002, I, 1982: la Corte, convinta dell’opportunità di individuare, anche per i fatti illeciti commessi via internet un foro territoriale che non si presti ad arbitrii di parte e che risulti il più possibile oggettivo e predeterminabile, riformava la precedente decisione emessa dal Tribunale di Lecce secondo il quale, in caso di «fatto illecito commesso via internet, il forum commissi delicti sarebbe quello del luogo dove si trova il server sul quale sono caricate le pagine contenenti le dichiarazioni offensive e, nel caso in cui manchino prove certe riguardo all’ubicazione del server, la competenza andrebbe radicata presso il foro del luogo di residenza del danneggiante». La sentenza è stata pubblicata con nota di F. DI CIOMMO, Art. 20 c.p.c. e illeciti commessi tramite Internet (una regola a valere per tutti i mezzi di comunicazione di massa?), il quale osservava come ciò dovrebbe valere anche per le «pubblicazioni editoriali tradizionali», auspicando una rivisitazione dell’intera materia , tale per cui quando il «fatto illecito, con qualunque mezzo commesso (editoria tradizionale, elettronica, telematica, radiotelevisiva), produce danni-conseguenza, il locus commissi delicti, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., sarà sempre quello in cui si è prodotto il danno prevalente e dunque, "verosimilmente", quello del domicilio del danneggiato. Tale conclusione consentirebbe di fare, una volta per tutte, chiarezza sulla competenza territoriale alternativa in caso di fatto illecito, così restituendo alla giurisprudenza in materia quella organicità e quella coerenza di cui essa sembra, attualmente, difettare. In altre parole, la pronuncia in epigrafe potrebbe costituire l’occasione per rimeditare il problema in parola e, finalmente, fornire una soluzione in grado di far operare gli stessi principî in relazione ad ogni tipo di illecito realizzato a mezzo stampa, radiotelevisione o internet».

[54]La Corte peraltro rilevava, come non fosse sostenibile che tesi la pubblicazione della notizia andasse «correlata all’allocazione della stessa, che viene effettuata sul server del provider. Infatti, a parte il rilievo che il provider, anche se con sede in Italia, può avere servers in ogni posto del mondo e che non è dato sapere, quanto meno dal danneggiato, su quale server sia stata allocata la notizia, proprio per quanto sopra detto, l’immissione della notizia sul server è attività che compie il danneggiante offensore, e finché, non viene visitata da terzi, nessuno la conosce» (Cass. civ. [ord.],  08.05.2002, n. 6591, in Foro it., 2002, I, 1984).

[55] Cass. civ. [ord.],  08.05.2002, n. 6591, in Foro it., 2002, I,  c. 1984.

[56] Cass. civ. [ord.], 01.12.2004, n. 22586, in Resp. civ. prev., 2005, 1375, con nota di S. PERON, Le nuove regole della competenza territoriale in materia di diffamazione televisiva. La decisione è stata annotata anche da F. ROLFI, Il nuovo orientamento della cassazione in tema di competenza per diffamazione tramite mass media, in Corriere giur., 2005, 639, ss.

[57] Cass. civ. [ord.], 23.09. 2005, n. 18665, in DVD Foro it.

[58]Così, testualmente, V. ZENO-ZENCOVICH, La pretesa estensione alla telematica del regime della stampa: note critiche, in Dir. inf., 1998, 15, ss.

[59] Cass. pen., 16.07.2010, n. 35511,  in www.personaedanno.it.

[60] Cass. pen., 16.07.2010, n. 35511, in www.personaedanno.it.

[61] V. ZENO-ZENCOVICH, La pretesa estensione alla telematica del regime della stampa: note critiche, cit., p. 19. In senso conforme anche: G. CORRIAS LUCENTE, Il diritto penale dei mezzi di comunicazione di massa, cit., 262, secondo il quale «alla nozione di televisione non sono, comunque, riconducibili i servizi di comunicazione che operano su richiesta individuale accessibili per internet».

[62] Uff. Indagini preliminari  Isernia, 04.06.2010, in De Jure Giuffrè

[63] Cass. pen., 16.07.2010, n. 35511, in www.personaedanno.it.

[64]Cfr. Trib. Oristano, 25.05.2000, in Foro it., 2000, II, 663, con nota di C. RUSSO, Internet, libertà di espressione e regole penali: spunti di riflessione a margine di una pronuncia in tema di diffamazione:  nell’ipotesi di «dichiarazioni diffamatorie contenute in un sito web non si applica né l’art. 13 l. 47/48, che punisce la diffamazione a mezzo stampa, né l’art. 30, 4° comma, l. 223/90, che sanziona la diffamazione commessa tramite trasmissioni radiofoniche e televisive, ma può configurarsi il delitto di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, 2° e 3° comma, c.p., consistente nell’attribuzione di fatti determinati mediante «altri mezzi di pubblicità» (nella specie, il reato è stato escluso perché i fatti in questione sono stati ritenuti privi di concreta attitudine diffamatoria nei confronti del querelante)». La sentenza è stata pubblicata anche con nota di P. COSTANZO, Ancora a proposito dei rapporti tra diffusione in Internet e pubblicazione a mezzo stampa, in Dir. inf., 2000, p. 659.

[65] Difatti, si ricorda che ai sensi dell’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale «le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati».

[66] Rileva G. BUONOMO, La responsabilità penale, in I problemi giuridici di internet, a cura di TOSI E., Giuffrè, Milano, 2003, 604: «l’articolo 57 del codice penale, se applicato anche nel caso di diffamazione per via telematica, comporterebbe la responsabilità (penale) per il direttore o il vice-direttore responsabile (…). E’ evidente il fine cui tendono i sostenitori della tesi della responsabilità diretta del "gestore-direttore": per la persona offesa è certamente più facile ottenere giudiziale tutela nei confronti del (certamente noto) fornitore di servizi, piuttosto che nei confronti del (non sempre noto autore del fatto). A questo punto basterebbe ricordare che il divieto di analogia nell’interpretazione della legge penale (art.14 della disposizione sulla legge in generale) esclude l’applicazione degli articoli citati al di là dei  casi espressamente considerati dalla norme incriminatrice (direttore del periodico a stampa) per chiudere la discussione». Per la giurisprudenza, in questo senso si veda: App. Roma, 11.01.2001, in Dir. inf., 2001, 31: «l’art. 2 l. 47/1948 prevede l’obbligo di un direttore responsabile solo per i giornali a stampa, il quale assume i relativi doveri a seguito della prescritta registrazione; alla edizione telematica dello stesso giornale, non costituendo stampato e non essendo assoggettato a registrazione, non sono estendibili in malam partem le responsabilità previste dalla legge penale per il direttore responsabile dell’edizione a stampa».

[67] Cass. pen., 11.12.2008, n. 10535, in Foro it., 2010, II, 95 (con nota di M. CHIAROLLA, Riflessioni intorno al concetto di prodotto editoriale digitale), continua la Corte, gli «interventi dei partecipanti al forum in questione, invero, non possono essere fatti rientrare nell’ambito della nozione di stampa, neppure nel significato più esteso ricavabile dalla L. 7 marzo 2001, n. 62, art. 1, che ha esteso l’applicabilità delle disposizioni di cui alla L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 2 (legge sulla stampa) al "prodotto editoriale", stabilendo che per tale, ai fini della legge stessa, deve intendersi anche il "prodotto realizzato… su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico". Il semplice fatto che i messaggi e gli interventi siano visionabili da chiunque, o almeno da coloro che si siano registrati nel forum, non fa sì che il forum stesso, che è assimilabile ad un gruppo di discussione, possa essere qualificato come un prodotto editoriale, o come un giornale on-line, o come una testata giornalistica informatica. Si tratta quindi di una semplice area di discussione, dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli altri soggetti autorizzati ad accedere al forum, ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole ed agli obblighi cui è soggetta la stampa (quale quello di indicazione di un direttore responsabile o di registrazione) o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che l’art. 21 Cost., comma 3, riserva soltanto alla stampa, sia pure latamente intesa, ma non genericamente a qualsiasi mezzo e strumento con cui è possibile manifestare il proprio pensiero. D’altra parte, nel caso in esame, neppure si tratta di un forum strutturalmente inserito in una testata giornalistica diffusa per via telematica, di cui costituisca un elemento e su cui il direttore responsabile abbia la possibilità di esercitare il controllo (così come su ogni altra rubrica della testata)».

[68] Trib. Milano, 21.06.2010, in Guida dir., 44, 28, con nota di  J. A. Dudan – C. Melzi d’Eril, In assenza dei presupposti previsti dalla norma inapplicabili le garanzie sulla non sequestrabilità, secondo i quali pur ritenendo corretto ammettere la «possibilità di dilatare la regola dell’articolo 21, terzo comma della Costituzione dagli stampati ad altre e nuove forme di espressione obiettivamente simili. Non sembra viceversa altrettanto corretto introdurre condizioni ulteriori, non contenute nella disposizione originaria. Il collegio amplia il divieto di sequestro al "prodotto editoriale" – e quindi anche ai testi diffusi tramite internet, a esso riconducibili – ricordando come quest’ultimo debba rispettare i requisiti individuati dalla legge stampa per i periodici. Con ciò tuttavia, sembra non avvedersi che (…) la disposizione il cui ambito va esteso on riguarda affatto i periodici, né è contenuta nella legge n. 47 del 1948; si tratta viceversa dell’articolo 21, terzo comma della Costituzione, che si riferisce alle più generale categoria degli stampati».

[69] Trib. Padova (ord.), 01.10.2009, in Foro it., 2009, I, 3225. Conforme: Trib. Milano, 16.05.2002, n. 6127, (in Resp. civ. prev., 2004, 214, con nota di S. PERON, Sull’applicabilità della normativa del sequestro di stampati alle testate telematiche), secondo il quale «alla luce della complessiva normativa in tema di pubblicazioni diffuse sulla rete internet, risulta ormai acquisito all’ordinamento giuridico il principio della totale assimilazione della pubblicazione cartacea a quella diffusa in via elettronica, secondo quanto stabilito esplicitamente dall’art. 1 della legge 62/2001. Tale definizione incide ed amplia quella contenuta nel Rdlgs 561/1946, secondo cui non si può procedere al sequestro delle edizioni dei giornali, di pubblicazioni o stampati – contemplati nell’editto della stampa 26 marzo 1848 n. 695 – se non in virtù di una sentenza irrevocabile».

[70] Così, I.P. CIMINO, Art. 21 della Costituzione ed i limiti al sequestro dei contenuti (multimediali) nelle pubblicazioni telematiche e nei prodotti editoriali, in Dir. inf., 2009, 772.

[71] Cass. pen., 16.07.2010, n. 35511, in www.personaedanno.it. In questo senso anche la giurisprudenza di merito: Trib. Milano, 12.05.2003, n. 4153, inedita, secondo il quale è «incompatibile con le modalità di diffusione delle pubblicazioni mediante internet, che avvengono attraverso la collocazione di dati ed informazioni trasmessi per via telematica tramite l’utilizzo di rete telefonica al server di un c.d. provider o webmaster, accessibile a migliaia di utenti contemporaneamente presso il quale le informazioni restano a disposizione dei diversi siti in modo tale che ciascun interessato può leggerle e conservarle mediante il proprio computer; ne consegue che non potendosi applicare analogicamente o estensivamente la definizione di stampa richiamata dell’art. 57 c.p. alle condotte diffamatorie commesse mediante internet il direttore responsabile deve essere assolto perché il fatto non sussiste»; Trib. Bologna, 18.02.2010, n. 508, in De Jure Giuffrè, «all’ipotesi di diffamazione a mezzo internet non è applicabile la normativa prevista in ordine alla diffamazione a mezzo stampa, atteso che diversamente verrebbe violato il principio generale del divieto di interpretazione analogica in "malam partem" che vige in materia penale».

[72] Uff. Indagini preliminari  Isernia, 04.06.2010, in De Jure Giuffrè.

[73] L. BUGIOLACCHI, (Dis)orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità degli internet provider (ovvero del difficile rapporto tra assenza di obblighi di controllo e conoscenza dell’illecito, in Resp. civ. prev., 2010, 7/8, 1568.

[74] Trib. Milano, 12.04.2010, n. 1972, in Guida dir., 2010, 25, 20 con nota di C. Melzi d’Eril – G. Vigevani.

[75] Trib. Milano, 12.04.2010, n. 1972, in Guida dir., 2010, 25, 20.

[76] C. MELZI D’ERIL – G. VIGEVANI, Nelle motivazioni di condanna della sentenza violazione della privacy per mancato consenso,  in Guida dir.,  2010, 25, 20, quali auspicano un intervento del legislatore «che rafforzi gli obblighi di controllo sull’identificazione di chi scrive o immette filmati in rete; disegni con maggiore chiarezza l’obbligo  di notice and takedown, specificando quali segnalazioni siano sufficienti a porre in capo al provider l’obbligo di riduzione dei contenuti illeciti; adatti la normativa sul commercio elettronico alle nuove forme di comunicazione  sorte nell’ultimo decennio, ragionando sulla qualificazione giuridica di soggetti quali motori di ricerca o i social network. Il tutto nel rispetto del principio cardine della normativa italiana e comunitaria sul commercio elettronico, ovvero l’insussistenza di un obbligo generale di sorveglianza, e nella consapevolezza che il diritto di parola si esercita liberamente intingendo il pennino nell’inchiostro, ma anche caricando un filmato sulla piattaforma di una multinazionale della comunicazione».  In senso contrario L. BUGIOLACCHI, (Dis)orientamenti, cit., tale impostazione «non può essere accolta. Ciò in quanto, sebbene il provider compia qualcosa in più del suo dovere di mero intermediatore, diventando un provider attivo, in questo caso collegando attraverso la creazione di link pubblicitari, le informazioni riguardanti gli inserzionisti alle schermate di Google Video, ed effettuando quindi una attività di gestione, indicizzazione e organizzazione dei contenuti immessi sulla piattaforma, peraltro al fine di aumentare il proprio ritorno economico».

[77] Così Trib. Trani, 04.10.2008, in Foro it. 2009, I, 2865, con nota redazionale di M. CHIAROLLA, che evidenzia come non constino «precedenti editi nei medesimi termini, posto che il caso di specie fa riferimento al proprietario e web master (amministratore) del sito, figure assai  diverse dal provider».