Home Argomenti Florance L’ospite inatteso

L’ospite inatteso

125
0

Gian Carlo Marchesini

La scena più bella e importante del film  L’ospite inatteso, di Tom McCarthy, è per me quella ambientata in un angolo del Central Park dove abitualmente si ritrovano gli amanti delle percussioni sul tamburo africano. Lì viene invitato dall’ospite siriano, che  nell’arte di cavare ritmi travolgenti dallo djembé è maestro, anche il protagonista del film, sessantenne professore universitario americano vedovo e da lungo tempo  sentimentalmente solo. L’anziano docente ha conosciuto il giovane siriano e la sua ragazza senegalese in circostanze fortuite, e ha accettato di ospitarli temporaneamente nel proprio appartamento. E’ cosi nata tra loro una curiosità iniziale, una graduale conoscenza, una stima reciproca e un’amicizia dapprima timida e circospetta, poi crescente e robusta. Dicevo della scena di musica e percussioni al Central Park. 

Ebbene lì, vinte le comprensibili resistenze, l’anziano professore cede e si lascia  coinvolgere nella travolgente sessione musicale prodotta da un gruppo di percussionisti di diversi paesi, colori, etnie. E così come lui, via via altri del pubblico che si raccoglie intorno si abbandonano alla gioia del ballo, a risate e applausi, e sono adulti e bambini, ragazze e ragazzi, donne e uomini con facce, pelli, colori, età,  culture e provenienze le più diverse e disparate,  tutti uniti e catturati dal  ritmo sprigionato dai tamburi, vero linguaggio irresistibile perché di matrice universale.   L’anziano professore dagli occhi azzurri e l’aplomb irreprensibile dell’intellettuale di lunghissimo corso, alla madre del suo giovane ospite accorsa perché il ragazzo è finito in un centro di detenzione in quanto clandestino, confessa che lui da vent’anni all’università continua a insegnare senza più slancio e motivazione lo stesso identico corso, e il saggio che da anni sta cercando di scrivere non ha più per lui alcun senso, la sua vita è del tutto vuota, vissuta sulla spinta dell’inerzia, delle abitudini e del puro istinto di sopravvivenza.  L’ospite inatteso è un film che con delicatezza di toni, con linguaggio cinematografico attento ai dettagli, agli sguardi, alle sfumature e ai silenzi, parlando di drammi di persone e di vite particolari e specifiche, in buona sostanza dice:  caro mondo anglosassone colto e benestante, guarda che tu, immerso nella tua  abbondanza, hai in realtà perduto il senso della vita. Fingi di occuparti seriamente di cose estremamente importanti, in realtà hai perso il contatto con le emozioni e i sentimenti, con la gioia di vivere, con la partecipazione solidale con gli altri e con il mondo. Solo se saprai aprirti ai diversi da te, capaci di contatto con la vita e a volte bisognosi di soccorso, solo se calerai il ponte levatoio del tuo corrusco castello, e deciderai di uscirne e di fare entrare, potrai salvarti. Altrimenti sarai forse ancora per un po’ ricco di risorse e competenze, di case e automobili, ma sempre più privo del battito del sangue e del cuore, del ritmo e della musica, chiuso alla curiosità e al piacere, all’incontro con il nuovo e il diverso. Insomma,  Tom Mc Carthy con il suo bel film dice che anche il ritmo vitale e festoso dello djembé può rimettere l’anima in movimento. E, dati i tempi,  concorderete che è metafora importante.

Previous articleIl Comune e la crisi
Next articleCIMITERO PER ELEFANTI