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C’è la carestia, e l’Etiopia cede le sue terre

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Una superficie più grande della lombardia finirà nelle mani di società straniere. Nessun vincolo alle multinazionali che coltiveranno il terreno: molte produrranno biocarburanti e altre esporteranno i prodotti alimentari

(corriere.it) Un pezzo di continente vacilla, e in parte cade: mentre la gente non ha più né acqua né cibo, un governo africano fa affari con società straniere cedendo parte delle terre agricole. Molte di queste saranno destinate alla produzione di vegetali da trasformare in biocarburanti, oppure alla coltivazione di prodotti da esportare sul mercato internazionale. «Dappertutto nel Corno d’Africa la gente sta morendo di fame – ha scritto nei giorni scorsi il segretario dell’OnuBan Ki Moon. Una combinazione catastrofica di guerra, prezzi alti e siccità ha lasciato più di 11 milioni di esseri umani in uno stato di bisogno disperato».

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, «720 mila bambini sono a rischio di morte imminente a causa di malnutrizione acuta grave», per una delle più drammatiche crisi alimentari degli ultimi decenni. E l’Etiopia, uno dei Paesi al centro di questo dramma nel quale ogni giorno più di 2 mila persone arrivano stremate al campo profughi di Dolo in cerca di salvezza, sta attuando un piano avviato nel 2009che prevede per i prossimi anni la cessione di 35 mila chilometri quadrati di terra, una superficie più estesa dell’intera Lombardia, ad aziende straniere che – come ha spiegato il ministro dell’Agricoltura Abeda Deressa: «potranno utilizzarle per un periodo compreso tra 50 e 99 anni». «La domanda è così forte – ha proseguito Deressa – che difficilmente riusciremo a soddisfarla. Sono 1.311 le richieste ricevute, la più grande della quale è di 300 mila ettari, avanzata da una società indiana». Parte di queste terre saranno sottratte alle tribù locali. Secondo il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, il sistema alimentare globale è a «un passo dalla crisi completa».

La Valle dell’Omo e le sue tribù                        

LE SOCIETÀ STRANIERE – A essersi accaparrate ampi tratti di terra situata nell’area del fiume Omo nel sud-ovest dell’Etiopia, ancora non coinvolta nella carestia, secondo una denuncia dell’associazione internazionale che tutela le popolazione indigene Survival International, sono imprese malesi, coreane e anche due italiane, tra cui la Fri-El Green Power. La società italiana avrà a disposizione 30 mila ettari nella zona vicina al confine con il Kenia e abitata dalla tribù dei Daasanach. «Abbiamo cambiato la nostra idea iniziale di coltivare piantagioni destinate alla produzione di energia trasformandole in coltivazioni estensive di prodotti alimentari – ha precisato Josef Gostner, amministratore delegato della società italiana -. Produrremo mais, soia, palma da olio e canna da zucchero che saranno totalmente destinati al mercato interno dell’Etiopia e saranno così di aiuto a fronteggiare sia i periodi emergenza alimentare durante le carestie, sia a sostenere nei periodi normali le popolazioni che vivono lontano dalle zone fertili della Valle dell’Omo».
«Questo genere di prodotti alimentari non servono quando è in corso una carestia perché hanno un basso contenuto proteico – obietta Gianfranco De Maio, responsabile medico di Medici senza frontiere -. Di fronte alla malnutrizione grave dei bambini, primi soggetti a rischio in questi casi, come è stato ribadito di recente anche nel Programma alimentare mondiale, servono prodotti ad alto contenuto proteico, cioè prodotti di derivazioni animale, prima di tutto il latte, con i quali si possono preparare composti di pronto impiego e facile assorbimento. Non è affatto vero che aumentando la produzione estensiva si faccia fronte alle crisi alimentari».

Un villaggio Hamar (Survival)

LE POPOLAZIONE INDIGENE – Nella Valle dell’Omo parte dei 90.000 indigeni che vivono da sempre in questa regione rischia di essere allontanata per fare spazio alle coltivazioni estensive. «Questi popoli non sono né “arretrati” né hanno bisogno di essere “modernizzati” – commenta Stephen Corry, direttore generale di Survival International. Essi appartengono al XXI secolo esattamente come le multinazionali che stanno cercando di accaparrarsi le loro terre. Costringendoli a diventare manovali, con ogni probabilità la qualità della loro vita peggiorerà drasticamente e saranno condannati alla fame e all’indigenza, esattamente come accade a molti dei loro connazionali. Vanno rispettati i loro diritti, che sono peraltro sanciti dalla costituzione etiope oltreché dalla leggi internazionali». In questo contesto, aggiunge l’antropologo Marco Bassi dell’università di Oxford, che ha studiato a lungo le popolazioni locali: «il processo di esproprio in corso è di una scala tale da far ritenere che interi gruppi etnici verranno privati della loro dignità e trasformati in masse di mendicanti costretti a lavorare nelle piantagioni in condizioni di semi-schiavitù».

LA DIGA E LO STOP DELL’UNESCO – Il progetto agro-industriale varato dal governo nella regione viaggia di pari passo, o forse meglio dire segue, quello per la costruzione di una serie di dighe sul fiume Omo, tra cui la controversa Gibe III ad opera dell’ azienda italiana Salini Costruttori, destinata a diventare una delle più grandi dell’Africa. Alla realizzazione della diga seguirà la costruzione di centinaia di chilometri di canali di irrigazione, che devieranno il corso di acque indispensabili agli indigeni e altererà il livello del lago Turkana al confine tra Etiopia e Kenia. Queste operazioni priveranno le tribù delle esondazioni stagionali del fiume, che alimentano e rendono possibile le loro coltivazioni. L’Unesco, alla fine di giugno, ha ufficialmente chiesto con una lettera al governo etiope l’immediata sospensione del progetto di Gibe III, anche alla luce di una relazione sui danni ambientali prodotti da questo colossale progetto, realizzata dalla Banca africana per lo sviluppo, che infatti non ha più dato seguito alla richiesta di finanziamento del governo etiope. La stessa scelta è stata presa anche dalla Banca europea degli investimenti. Al loro posto sono arrivati investimenti cinesi.
La popolazione locale ha subito intimidazioni volte a impedire il passaggio di informazioni agli esterni o ai giornalisti, e non è mai stata adeguatamente consultata. Una persona che ha recentemente visitato la zona ha raccontato a Survival che governo e polizia stanno usando la mano pesante con gli indigeni: «Vivono nella paura, temono il governo, ma non vogliono rassegnarsi a scelte che cancelleranno per sempre il loro stile di vita». L’Unesco si è apertamente schierata in difesa delle loro ragioni e, soprattutto, della natura dove abitano da sempre.

Stefano Rodi
03 agosto 2011(ultima modifica: 05 agosto 2011 07:18)

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