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Riflessioni sul rapporto arte- natura

Antonella Gandini

Penetrare più a fondo il mondo della visione mettendo in scena la relazione complessa che distingue i concetti di "natura" ed "artificio", è ciò che ha motivato la riflessione artistica animando dibattiti in ogni campo.
Nel tempo, i due aspetti citati sono stati variamente interpretati ed hanno subito radicali mutamenti.
Infatti se per alcuni l’arte è sinonimo di artificio adducendo che solo quanto è stato interpretato ed ha subito una metamorfosi dal naturale è arte, per altri invece, solo ciò che è riconducibile alla natura, alla sua bellezza e perfezione, può essere considerato tale; dunque, la natura è stata vista, in maniera alterna, sia come espressione del brutto, del disordine accidentale oppure come forza creatrice dello straordinario e del sublime, evocando conseguentemente differenti valori a seconda del gusto prevalente, del tempo e luogo di riferimento .
Simili aspetti ricondotti ai limiti ed agli effetti dell’immagine artistica di cui si "consuma" la percezione, hanno influenzato la concezione del "bello" alimentando l’idea che sia l’arte a creare una seconda "natura" capace di forzare i limiti posti e violarne i confini.
Nell’attualità, quanto mai sottoposta a incessanti sollecitazioni, l’arte, ha cercato nell’ibridazione dei linguaggi un possibile superamento delle citate opposizioni. Aspetti che in passato sembravano inconciliabili come il naturale e l’artificiale sono ora difficilmente distinguibili e non più separabili.
La tecnologia mediatica ha assecondato esperienze artistiche che si avvalgono dell’ibridazione dei linguaggi stabilendo una duttile relazione tra la realtà referente e la sua trasformazione, identificando o rendendo irriconoscibili gli aspetti peculiari dell’una e dell’altra.
Ci apprestiamo a considerare l’arte come il modo più efficace per individuare i contrasti fra un aspirazione del tutto legittima alla coerenza e all’impegno conservativo della "naturalità" e le domande pressanti sui cambiamenti, sulle trasformazioni, sulle sue manipolazioni tecnologiche nonché genetiche.
Ma quale natura stiamo indagando? C’è mai stata una reale differenza fra natura e cultura, fra natura e artificio? Non sono forse questi aspetti legittime conseguenze di un rapporto controverso ma costante con la natura?
Un’ulteriore considerazione viene posta se si colloca l’arte nel territorio di "confine" che le compete. Poiché a differenza della scienza non ha l’obbligo di dare risposte "certe" ma di avanzare interrogativi, può ritenersi libera di considerare come osannate conquiste tecnologiche, nascondano nell’applicazione impropria, cocenti sconfitte dell’uomo.
A questo proposito si rende sempre più necessaria una riflessione sulle ingenue adesioni che sono rese incondizionate alle dogmatiche certezze della scienza e delle religioni.
Accogliendo con accorto scetticismo ma con altrettanta sistematicità la propria funzione, l’arte radicalizza il "dissenso", provoca interrogativi, e mostra come sia pericolosa l’omologazione degli individui.
In questo senso se l’arte non ha concretamente risolto questioni ha potuto, però, dimostrare di possedere una spiccata funzione sociale in grado -all’occasione- di rendere sensibile il sistema alle problematiche sollevate.
Sul piano creativo, l’accelerazione produttiva e il consumo dell’oggetto artistico, resi possibili dalle nuove tecnologie, hanno messo a dura prova la teoria secondo cui l’arte sarebbe il mezzo più efficace per dar luogo ad un’opera immutabile e incorruttibile.
Per effetto di questa spinta le poetiche hanno modificato i propri valori.
Le tecniche elettroniche hanno mostrato aspetti inattesi della natura, trame invisibili all’occhio umano. Ad esempio, l’estetica dei frattali ricompone attraverso la ben nota teoria del caos la tessitura dell’ignoto, la bellezza dell’organico e la sua molteplicità, l’ordine nel caos, la sua possibile identificazione con un ordine naturale. Qualsiasi elemento è divenuto utile alla "bellezza" che l’arte riconosce anche nell’autoreferenzialità della materia e nell’essenzialità della sue forme.
Il senso di fragilità e corruzione che pervade il mondo vegetale, il rapido passaggio che si attua tra vita e morte, non è distante dalla percezione dell’effimero e del relativo che percorre l’arte contemporanea che adotta un concetto di bellezza rivelatore del senso d’inquietudine che percorre la nostra epoca. Ciò motiva, per quanto mi riguarda, un atteggiamento estetico in bilico fra la permanenza dell’oggetto e la sua sopraffazione: insomma, una visione ibrida, espressa da un metalinguaggio.
Il mondo naturale e quello artificiale non sono altro che le facce di una stessa medaglia: lo dimostra il rapporto che stabiliamo con la realtà percepita. In gran parte essa è ormai costituita da immagini di consumo che ci appaiono con modalità simili a quelle con cui percepiamo gli oggetti reali, ma con un’aggravante di senso: la consapevolezza della loro "natura altra ".
Lo stupore che proviamo di fronte a questo tipo d’immagini non è quello della curiosità o necessità che induce a denotare particolari della realtà quotidiana, ma è singolare, e sperimentalmente provato, che la riproduzione in immagine di un oggetto provochi una reazione emotiva talvolta più intensa della vista dell’oggetto stesso. Pare che questo fenomeno trovi la propria giustificazione nell’incertezza attraverso la quale riconosciamo un significato "naturale" alla realtà. Il senso che attribuiamo alle cose è complesso e legato in larga misura alla persistenza di ricordi e immagini nella nostra memoria che diviene forza attiva dell’espressione artistica.
Attingere dunque, all’immaginario per ritrovare quella natura di cui ognuno di noi fa parte, liberandoci dal dover riferire alla descrizione, per riflettere invece, sulle nostre possibilità deduttive, destabilizzando l’ovvietà della visione e cercando i limiti comunicativi dell’immagine.

La Toscanini

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