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INTERVENTO DI DONATO CHIATANTE

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Prof. Donato Chiatante
Università dell’Insubria,
Facoltà di Scienze MM.FF.NN.
Dipartimento di Scienze Chimiche ed Ambientali

La Società Botanica Italiana e le tematiche studiate dalla ricerca botanica.

I botanici italiani impegnati nei centri di ricerca universitari ed in quelli di altre istituzioni pubbliche e private aderiscono, nella quasi totalità, alla Società Botanica Italiana; questo fatto facilita il compito di parlare della condizione della ricerca botanica proprio facendo riferimento alla storia ed alle attività di questa associazione scientifica.

La Società Botanica Italiana conta attualmente circa 1300 Soci e di questi meno della metà sono "professionisti" della botanica e svolgono la loro attività in centri di ricerca; la restante parte è costituita da appassionati del mondo vegetale. Antesignana della Società Botanica Italiana è la Società Botanica Fiorentina che nasce a Firenze nel 1716 come la prima Società Scientifica al mondo a dotarsi di una struttura organizzativa di coordinamento delle attività di ricerca dei botanici attivi in un determinato territorio.

Con l’adesione della Società Botanica Fiorentina alla giovane Accademia dei Georgofili fondata a Firenze nel 1753 come la prima Accademia Agraria d’Europa, si realizzano i primi contatti della ricerca botanica con ricerche affini sebbene allo studio di problematiche di tipo agronomico. Inoltre, la necessità sentita dalla ricerca botanica di condividere valori comuni con i ricercatori attivi in altre discipline scientifiche è dimostrata dal fatto che i botanici partecipano assiduamente ed attivamente ai Congressi degli Scienziati Italiani sin dalla prima riunione convocata nel 1839. Proprio durante le prime due riunioni nell’ambito del Congresso degli Scienziati Italiani viene messo a punto il progetto di fondare una rivista che avrebbe dovuto avere il nome di "Giornale Botanico Italiano". I dettagli per la pubblicazione di questa rivista scientifica vengono decisi a Lucca nel 1843 durante la V riunione degli Scienziati Italiani. Quella rivista è attiva ancora oggi come rivista internazionale di botanica ed è dotata di impact factor. Con una simile "tradizione culturale" di collaborazione con altre componenti della cultura scientifica, non desta stupore il fatto che la Società Botanica Italiana dal 1907 fino al 1946 abbia costituito una parte integrante della Società per il Progresso delle Scienze, organizzandosi come una sezione di questa associazione e partecipando attivamente a tutte le sue riunioni scientifiche. Dopo il 1946, ed essendo il numero dei ricercatori botanici cresciuto con l’avvento dell’università di massa, è stato necessario tenere autonome riunioni scientifiche; tuttavia, persiste ancora oggi nella nostra associazione un sentimento di profondo legame con la Società per il Progresso delle Scienze. La nostra associazione si distingue da altre associazioni scientifiche anche perché annovera tra i propri soci la presenza di un discreto numero di ricercatori botanici stranieri. Questa peculiarità della Società Botanica Italiana deriva da due fattori: 1) la presenza sul territorio nazionale di un terzo degli Orti Botanici europei (e tra questi i più vecchi e più belli del mondo che costituiscono un riferimento mondiale per questo settore delle scienze botaniche); 2) l’esigenza dei ricercatori botanici di ignorare i confini politici delle nazioni alla ricerca di "erbe rarissime" da studiare ed includere nel proprio erbario.

Dopo aver parlato dell’antica tradizione della ricerca botanica italiana di essere aperta a scambi culturali sia con altre discipline scientifiche sia con ricerche di altre nazioni, è necessario fare un veloce cenno alla tipologia di interessi scientifici tradizionalmente presi in considerazione. Nella prima metà dell’ultimo millennio, la ricerca botanica ha avuto uno sviluppo strettamente collegato con quello della ricerca medica. Entrambe queste tipologie di ricerca scientifica condividevano l’uso del "Giardino dei Semplici", presente negli orti botanici, come laboratorio comune. Non è un caso che i botanici fino all’inizio del secolo trascorso fossero anche medici. Per questo motivo, fino al 1700 prevale nella ricerca botanica l’interesse per la floristica, la tassonomia, la fitochimica e l’etno-botanica. Con l’epoca dei grandi viaggi e con l’esplorazione si aprono altri orizzonti scientifici della ricerca botanica con il fiorire della botanica tropicale e della botanica forestale. Dopo la fusione della Società Botanica Fiorentina con l’Accademia dei Georgofili avvenuta alla fine del 1700 iniziano le ricerche applicate all’agricoltura, che porteranno alla nascita della fisiologia vegetale che ha avuto una grande espansione proprio a partire dall’inizio del 1900. Dal 1930 compare nella ricerca botanica italiana l’interesse per lo studio della distribuzione territoriale della vegetazione che darà vita alla ricerca fito-geografica e fito-sociologica. Sempre nel 1900 le innovazioni tecnologiche disponibili nei laboratori consentono di aprire la ricerca a nuovi settori di indagini quali: la citologia vegetale, la palinologia, la genetica, la biochimica e la biologia molecolare. Il futuro lascia già intravedere per i prossimi decenni l’apertura ad ulteriori sviluppi della ricerca botanica nel settore delle biotecnologie vegetali e della botanica nello spazio. Quest’ultimo interesse scientifico della botanica sta crescendo esponenzialmente per poter soddisfare l’esigenza dell’uomo di dotarsi, durante i suoi lunghi viaggi di esplorazione planetaria, di un ambiente bio-rigenerativo autosufficiente che dovrà includere piante adattate all’assenza di gravità o in condizioni di microgravità. Questi numerosi interessi scientifici della ricerca botanica non hanno caratterizzato solo lo studio delle piante superiori ma sono stati applicati anche a muschi, felci, alghe e funghi. Oggigiorno, si deve parlare della ricerca botanica come di un insieme complesso di molteplici interessi scientifici.

La situazione della ricerca botanica nel sistema universitario e negli enti pubblici e privati
Anche per la botanica la distinzione tra ricerca di base e ricerca applicata è veramente difficile da fare dal momento che l’una è chiaramente di supporto all’altra. Più semplice è la distinzione tra la ricerca botanica collegata alla didattica universitaria che è svolta in centri di ricerca (sia essi universitari che appartenenti ad altri enti) e la ricerca indipendente dalla didattica e più strettamente collegata con la produzione di servizi. Dal punto di vista quantitativo occorre dire che in Italia la prima tipologia rappresenta la parte più cospicua della ricerca botanica attiva, mentre la seconda è veramente quasi inesistente. Per questo motivo, di seguito sarà esaminata più in dettaglio la prima e citata solo brevemente la seconda.
La ricerca botanica presente nel sistema universitario italiano è da ritenersi attualmente di buon livello; questo é dimostrato dall’interpretazione dei dati bibliometrici ottenibili mettendo correttamente in relazione il numero di lavori scientifici pubblicati con il numero di ricercatori complessivamente attivi nel settore. Allo stato attuale, nel sistema universitario italiano sono attivi poco più di 450 ricercatori botanici suddivisi nei tre ruoli: ricercatori, professori di prima e seconda fascia. Questo dato numerico, già di per sé esiguo, diventa ancora più interessante quando esso viene rapportato al numero complessivo di ricercatori del sistema universitario nazionale che sfiora ormai la cifra di 60.000 unità. Emerge dai dati la scarsità di risorse umane impegnate nella ricerca botanica in Italia ed i risultati ottenuti dalla ricerca botanica diventano allora più apprezzabili e lo sono ancora di più se consideriamo, oltre alle scarse risorse umane, anche la scarsità di risorse economiche proveniente sia da enti pubblici che privati. A questo proposito basta citare che le ricerche botaniche non sono mai state incluse in nessuno degli elenchi ministeriali che designavano gli ambiti di finanziamento prioritari. Sono superflui i riferimenti critici alle modalità di erogazione dei finanziamenti PRIN, unica fonte che dovrebbe avere l’obiettivo di finanziare la ricerca detta "di base" e che per le sue storture è invece colpita da feroci critiche da parte di una vasta parte del mondo della ricerca italiana. Conviene solo citare il dato numerico: negli ultimi anni i finanziamenti PRIN a sostegno della ricerca botanica (nelle annate migliori!) ammontano a poche decine di migliaia di euro assegnati a 2 o 3 progetti di ricerca. Avendo sullo sfondo questi dati numerici di grandi limitazioni è ora possibile fare qualche veloce considerazione generale sulla situazione attuale della ricerca botanica. Queste considerazioni esamineranno da una parte lo sviluppo della ricerca botanica nel panorama universitario degli ultimi decenni e dall’altra la sua relazione con la didattica. A proposito dello sviluppo, si deve constatare che la ricerca botanica a livello nazionale non è cresciuta proporzionalmente con il tasso di crescita fatto registrare dal sistema universitario. Un livello di presenza adeguato della ricerca botanica è stato mantenuto nelle sedi universitarie storiche, almeno fino al momento della introduzione ed applicazione delle ultime riforme riguardanti l’autonomia didattica, economica e regolamentare delle singole sedi. Successivamente, anche nelle sedi storiche è cominciato un indebolimento che ha portato progressivamente alla situazione molto preoccupante che in alcune delle sedi storiche la ricerca botanica sta ormai scomparendo del tutto. Più articolato è il caso delle sedi universitarie di nuova istituzione. Per quanto riguarda queste sedi, occorre prendere atto del fatto che la ricerca botanica non ha ottenuto una pianificata espansione. In diverse sedi universitarie di recente istituzione la ricerca botanica è assente completamente e vive di "luce riflessa" dalle grandi sedi, con docenti supplenti o a "contratto" che non hanno interesse a far sviluppare in quelle sedi una ricerca botanica. Questo è il risultato di una mancanza di un progetto complessivo che avrebbe potuto (e dovuto!) garantire a queste nuove sedi universitarie di poter avere uno sviluppo "autonomo" ed "adeguato" allo svolgimento delle proprie finalità di didattica e di ricerca. Alla luce di quanto sperimentato in altre nazioni, probabilmente anche nel nostro sistema universitario italiano sarebbe stato più opportuno attuare un decentramento di tipo tematico delle sedi universitarie. Probabilmente le istituzioni di nuove sedi universitarie avrebbero dovuto essere basate sulla tipologia di vocazione del territorio ed essere sostenute, almeno inizialmente, da un organico e da strutture per la ricerca adeguate a svolgere i compiti richiesti dall’istruzione di livello universitario. Nonostante questi difetti di impostazione, laddove si sono create le condizioni locali ideali per uno sviluppo adeguato delle scienze botaniche, si è ottenuta la nascita di un embrione di ricerca botanica a volte anche di buon livello. Tuttavia anche in questi casi particolari, la ricerca botanica è rimasta isolata dalle altre tipologie di ricerche scientifiche ed è quindi venuto a mancare quell’elemento che costituisce il fondamento essenziale della grande potenzialità della ricerca botanica svolta nelle grandi sedi universitarie. Una seconda considerazione emerge direttamente dall’analisi della modalità di applicazione delle riforme della didattica universitaria. Negli ultimi 8 anni ben 3 successive riforme hanno interessato la didattica svolta nell’università italiana. Queste riforme hanno avuto due obiettivi principali: a) correggere i difetti introdotti con lo sviluppo recente del sistema universitario italiano ed il tentativo di decentramento per decongestionare i grandi atenei; b) integrare il nostro sistema universitario nello scenario nuovo e più ampio di un sistema universitario europeo. La rapida successione di tre riforme ha comunque creato confusione sia negli utenti (gli studenti) che nel corpo docente; la conseguenza è stata che le finalità stesse delle singole riforme sono state largamente disattese. In aggiunta alla confusione, non è stato dato il tempo necessario per studiare ed interpretare i risultati dell’applicazione delle riforme stesse poiché questi risultati richiedono un certo numero di anni prima di essere disponibili in modo quantitativamente significativo. Non sorprende quindi che alcuni difetti sostanziali introdotti nella didattica universitaria non siano stati eliminati neanche dalle riforme che si sono susseguite. Da un esame fatto in tutte le sedi universitarie diffuse sul territorio nazionale, risulta evidente che in alcune sedi é stato possibile attivare dei corsi di laurea nelle classi delle scienze naturali ed ambientali con ordinamenti didattici caratterizzati da una limitatissima presenza (quasi assenza!) di contenuti botanici. Questa assurda anomalia deriva dalla metodologia seguita per la formazione degli ordinamenti didattici e che prevede che il percorso formativo sia delineato, con l’attribuzione di compiti didattici, ad un elenco di discipline spesso non affini. Questo meccanismo ha dato adito al prevalere di logiche di rapporti di forza esistenti tra i diversi settori scientifico disciplinari presenti nelle Facoltà ed inclusi nello stesso elenco, a scapito di una corretta programmazione del percorso formativo. Aggiustamenti di questa situazione saranno difficilmente ottenibili anche con l’attuazione delle recenti direttive di riforma proposte in questi ultimi mesi, dal momento che è stato lasciato intatto il meccanismo discrezionale di scelta delle attività didattiche da elenchi di settori scientifico disciplinari. Anche nella definizione dei parametri che saranno presi in considerazione dagli organismi preposti al controllo ed alla valutazione della didattica universitaria svolta dagli atenei, manca l’elemento che avrebbe potuto indurre le Facoltà a porre rimedio alle situazioni didattiche veramente paradossali. E’ ovvio a questo punto che laddove non viene consentito il nascere di una concentrazione di risorse didattiche caratterizzate da certe competenze scientifiche, non potrà certamente mai svilupparsi neanche la ricerca che a quelle competenze didattiche è strettamente correlabile. Il risultato sarà quello che in qualche sede continuerà ad esserci una didattica di scienze botaniche senza che essa sia sostenuta da una ricerca; pertanto continuerà ad essere tradito in quelle sedi l’elemento principale che dovrebbe contraddistinguere l’istruzione universitaria. Uno spiraglio di cambiamento potrebbe derivare in futuro dalla realizzazione della proposta del MUR di riorganizzazione della ricerca italiana non più secondo i canonici 370 settori scientifico disciplinari presenti oggigiorno, bensì secondo un limitato numero di aggregazioni più ampie ispirate al modello di catalogazione della ricerca adottato dal Consiglio Europeo delle Ricerche. In conseguenza di questa riorganizzazione, diventerebbe probabilmente obbligatorio avviare una revisione della modalità di formazione degli ordinamenti didattici dei corsi di laurea in modo che sia prevista l’attribuzione di crediti didattici alle specifiche tipologie di contenuti formativi piuttosto che ad una generica lista di settori scientifico disciplinari.
A riguardo della ricerca botanica svolta in enti non direttamente collegati con la didattica universitaria, esiste una storica tradizione di collaborazione tra ricerca botanica universitaria e ricerca botanica svolta in alcuni centri del CNR. Questa collaborazione è stata connotata da intensi scambi culturali con obiettivi scientifici comuni che hanno spaziato dal campo delle applicazioni per l’agricoltura fino alle esplorazioni dell’Artico e dell’Antartico. La ricerca botanica è stata sponsorizzata dal CNR con la creazione di propri Centri (o Istituti) di Ricerca dedicati allo studio di aspetti fisiologi e morfologici delle piante. Numericamente più bassi e meno intensi sono stati gli scambi scientifici realizzati tra i ricercatori botanici universitari e quelli inseriti nei laboratori dell’ENEA. Un terzo settore che ha avuto a disposizione dei ricercatori botanici indipendenti dalle strutture universitarie è quello riferibile alla rete dei musei nazionali che ormai include anche gli orti botanici ed i giardini storici. In tutto questo settore prevale la ricerca botanica di tipo tassonomico, etno-botanico e dedicata allo studio della conservazione ex-situ della biodiversità vegetale. Un piccolo numero di ricercatori botanici è presente negli enti regionali e nei ruoli del Corpo Forestale dello Stato.
Per quanto concerne la ricerca botanica strettamente collegata alla produzione di servizi intendiamo riferirci a quella ricerca fatta da soggetti autonomi che operano fuori dagli istituti universitari e che producono una ricerca non strettamente funzionale alla didattica. Ci riferiamo quindi a quei soggetti che esercitano la "professione di botanico" nel mondo produttivo. La tradizione tutta italiana di consentire agli ordini professionali di schiacciare l’autonomia degli operatori che in quegli ordini non si riconoscono, opprime i laureati delle discipline naturalistico-ambientali con il risultato che diventa difficile ricavare una professione libera di ricercatore botanico quanto basta per la produzione di un livello di reddito soddisfacente. Questa situazione è molto grave anche perché dal punto di vista della qualità della ricerca possibile, esistono condizioni di preparazione scientifica dei nostri laureati che potrebbero consentire la nascita di un livello di ricerca diffusa nel mondo produttivo di ottima qualità. Uno stimolo al cambiamento potrebbe venire dai mezzi di diffusione che dovrebbero cominciare a smettere di considerare vera ricerca solo quella realizzata nelle strutture universitarie o in enti di ricerca legalmente riconosciuti. La ricerca botanica in campo ambientale e territoriale prodotta da botanici non universitari, offrirebbe a molti giovani laureati di scienze naturali ed ambientali l’opportunità di svolgere una attività professionale indipendente lontano dai centri di ricerca istituzionali.


La ricerca botanica e la Società per il Progresso delle Scienze

Le considerazioni sopra esposte mettono in evidenza una situazione di estrema frammentazione e debolezza della ricerca botanica, sia nel settore universitario che in quello ad esso esterno. E’ evidente che le difficoltà che affliggono la ricerca botanica siano anche le stesse comuni a molte altre discipline scientifiche e che la consapevolezza di questa situazione è ormai diffusa nella società civile. Non è un caso infatti, che lo stato della ricerca e dell’università italiana sia fatto oggetto di continuo dibattito negli organi nazionali di stampa. Questa situazione dovrebbe preoccupare molto i nostri uomini politici, perché essa mette a rischio il livello generale della preparazione scientifica dei nostri giovani e con questo la possibilità di restare agganciati a quelle nazioni più progredite che nei settori della cultura scientifica si stanno muovendo con più determinazione e con grandi investimenti economici. In questo scenario, sarebbe augurabile che la Società per il Progresso delle Scienze si sentisse oggi chiamata, mentre celebra il suo centenario, ad assumere a livello nazionale un ruolo importante di stimolo e coordinamento della discussione di queste problematiche con l’obiettivo di individuare e suggerire i metodi adeguati per risolverle. La finalità futura dell’azione della Società per il Progresso delle Scienze dovrebbe assomigliare molto da vicino a quella svolta dalla Società che riuniva gli scienziati italiani durante la fase storica del Risorgimento Italiano. A quel tempo, quelle riunioni misero in luce il vantaggio derivante dal discutere collegialmente delle esigenze e delle problematiche di tutte le componenti scientifiche presenti nella cultura dei vari stati presenti lungo la penisola italiana. Quel coordinamento è stato importante ed è probabilmente alla base dei successi ottenuti poi nel XIX e nel XX secolo dalla ricerca italiana ad esempio nel campo delle scienze chimiche e fisiche. Per lo svolgimento di questo compito, i ricercatori botanici italiani si dichiarano da subito disponibili a collaborare nuovamente in modo attivo con la Società per il Progresso delle Scienze.

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