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INTERVENTO DI EMILIO BALLETTO

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Prof. Emilio Balletto
(Unione Zoologica Italiana)

Idee per la tavola rotonda su: "Il reclutamento e formazione dei giovani ricercatori" (13 Novembre 2007 – Parma h 15:30-18:30)

INTRODUZIONE
È quasi pleonastico affermare che l’Università ha assoluto ed urgente bisogno di rinnovarsi: la stragrande maggioranza dei docenti è oggi di età avanzata e i prossimi anni vedranno il pensionamento di una parte cospicua di essi. Per contro, il reclutamento dei giovani procede in modo molto rallentato, specialmente, ma non solo, negli ultimi tempi. Il Ministro ha recentemente promesso nuovi posti di RU, che restano però ancora bloccati. Le Università e a volte le Regioni hanno iniziato ad occuparsi dei cosiddetti "progetti speciali" ma non sempre, per il momento, con successo.

Resta evidente che prima o poi il reclutamento dovrà riprendere e sarebbe bene che ciò avvenisse in modo abbastanza equilibrato da consentire uno sviluppo uniforme delle varie discipline, onde evitare che quelle a sviluppo più veloce possano di fatto venire a soppiantare le altre.

UN PO’ DI STORIA
Al momento in cui si è "creata" la figura del Ricercatore Universitario, circa 25 anni fa, ci si era prefisso che, almeno idealmente, un giovane potesse accedere a tale ruolo subito dopo (o poco tempo dopo) avere conseguito la laurea. Almeno per quanto riguarda le discipline biologiche non strettamente collegate alla Medicina, i corsi di laurea erano allora quadriennali (non esisteva ancora il dottorato di ricerca), il che significava che un giovane poteva essere reclutato nell’Università ad un’età compresa più o meno fra i 23 e i 25 anni. Diciamo prima dei, o intorno ai, 30 anni.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Molte cose sono cambiate con le lauree quinquennali, che hanno certo raggiunto lo scopo di aumentare la preparazione di base degli studenti, ma hanno causato tali ritardi nel conseguimento delle lauree da suggerire di passare ad un ordinamento diverso, che si suppone essere di tipo maggiormente "europeo".

In breve però, considerando le lauree triennali, i due anni di laurea magistrale e i tre (almeno) necessari, per conseguire il Dottorato di ricerca, l’età minima per accedere ai ruoli dell’Università si è allungata di almeno 4 anni (30-34). Ciò non sarebbe drammatico se corrispondesse ai fatti reali. Purtroppo l’esperienza ci insegna che i pochi fortunati che accedono a tale ruolo hanno ormai quasi sempre età superiori ai 40 anni.

COSA AVVIENE ALTROVE?
Nel mondo anglosassone l’accesso ai ruoli dell’Università si verifica in genere dai 10 ai 12 anni dopo il conseguimento del Dottorato. Il ruolo di RU non esiste che in Italia, cosa per cui, ad esempio negli Stati Uniti, l’accesso (conseguimento della tenure) avviene nel ruolo di Professore Associato, che per quanto diversamente pagato non differisce da quello di Ordinario, nelle Università nelle quali quest’ultimo esiste. In genere l’età di coloro che accedono alla tenure è un po’ minore che non da noi. Ciò dipende essenzialmente dal fatto che nel sistema americano e in quello inglese non si richiede che per accedere al Dottorato sia stato conseguito il Master. Si può accedere al Dottorato subito dopo il conseguimento della laurea e sebbene il Dottorato stesso frequentemente, in tali Paesi, richieda tempi più lunghi, molto ottengono la tenure prima, o intorno ai 40 anni.

COSA POSSIAMO ATTENDERCI A BREVE SCADENZA?
Da tutto ciò consegue che, in linea di principio, il "posto fisso" all’Università si finisce spesso con l’ottenerlo più o meno alla stessa età, sia in Italia, sia nel mondo anglofono. Al momento, nonostante la cosiddetta "Legge Moratti" sia disattesa a molti livelli (prevedeva, ad esempio precise scadenze temporali per l’espletamento dei concorsi), essa non è mai stata abolita e resta quindi in vigore. Con tutti i possibili ritardi burocratici, e fino ad una eventuale nuova legge, dobbiamo quindi aspettarci che il ruolo di RU vada presto in "esaurimento" e che anche da noi si finisca con l’accedere al posto fisso nell’Università al livello di PA.

Come abbiamo visto, però, questo può essere un falso problema: quel che conta davvero, almeno da questo punto di vista, è piuttosto:

1. a che età avviene l’accesso ai ruoli
2. con che titoli
3. con quali meccanismi

1. A che età
Come abbiamo visto, l’età potrebbe stabilizzarsi attorno ai 40. È quindi molto più importante stabilire:

2. Con che titoli.
Da almeno un paio d’anni, le Società scientifiche di tipo "naturalistico" hanno iniziato ad occuparsi di questo problema, in modo differenziato per i vari ruoli ricopribili (RU, PA, PO). Il metro di giudizio proposto, almeno in questo caso, è basato sulla produzione scientifica precedente. Ciò significa evidentemente che ci si attende che il "candidato" abbia già fornito, con la propria ricerca, contributi scientifici alla sua disciplina, considerati abbastanza importanti da garantire il suo ingresso nei ruoli.

In un futuro magari in parte utopico potremmo aspettarci che le Società scientifiche di settore vengano investite ufficialmente del compito di fornire linee guida in materia, le quali potrebbero anche assumere valore relativamente vincolante, se questa fosse una scelta ministeriale.

3. Con quali meccanismi.
Se possiamo vedere il problema "ricercatori si" / "ricercatori no" in termini nominalistici, più o meno allo stesso modo possiamo anche vedere il concetto di "concorso universitario" come qualcosa di facilmente superabile. In fondo i concorsi sono un’altra fra le mille peculiarità italiane, di quelle che in molti altri Paesi sono viste come assolute stranezze.

Un importante problema nasce dal fatto che in Italia l’istruzione universitaria è quasi interamente a carico dello Stato. Questa è di per sé un’ottima cosa, ma contribuisce a far sì che le nostre Università competano fra loro molto più per il favore dei Politici che per quello degli Studenti.

Sia il mantenimento, sia l’eventuale abolizione dei concorsi presentano però un problema molto importante. Una caratteristica negativa della nostra Università consiste nel fatto che, anche al di là della maggiore o minore fondatezza delle roventi lettere pubblicate su Nature qualche anno fa, è un dato di fatto che il sistema si presta facilmente al mantenimento dello status quo. I gruppi di ricerca finiscono col perpetuarsi così come sono, reclutando i loro stessi allievi ogni qualvolta ciò sia possibile. Ciò vale in ugual misura tanto per i gruppi internazionalmente molto produttivi, quanto per quelli che lo sono pochissimo. L’unica cosa importante rischia di essere la loro forza accademica.

Questa, in linea di principio, non sarebbe necessariamente una peculiarità italiana. Lo stesso meccanismo potrebbe manifestarsi ovunque, se solo fosse possibile. Nel mondo accademico anglosassone vale però una regola semplice, non scritta, ma molto raramente disattesa:

"nessuno può ottenere la tenure nella stessa Università nella quale ha conseguito il Dottorato".

Applicarla in Italia (es. "proposta Ruberti") farebbe nascere, fra gli altri, un problema finanziario: gli stipendi universitari da noi non sono abbastanza alti e molte Università, al momento, non sarebbero pronte ad offrire alloggio ai loro Docenti, neppure per un periodo di transizione. In molti casi, tuttavia, quest’ultimo problema potrebbe essere superabile entro tempi ragionevoli.

Il finanziamento della Ricerca
In termini sociali, il processo di formazione universitaria è lungo, molto costoso e solo marginalmente coperto dalle tasse annuali. Se davvero esso ha anche lo scopo di creare i futuri ricercatori e non soltanto di contribuire alla licealizzazione degli Italiani, può sembrare paradossale che si insegni ai potenziali futuri ricercatori a fare ricerca (tramite il dottorato), li si impronti ad occuparsi delle loro discipline e poi, una volta entrati nel sistema università, si dica loro "ora, se vuoi fare quello per cui ti ho reclutato, i soldi te li devi cercare, se non li trovi ti dirotti su qualche argomento che paga anche se non esattamente centrato con la tua competenza". Se i ricercatori sono la forza qualificata dell’azienda ricerca italiana sarebbe quanto meno corretto che l’azienda che ti assume ti desse i mezzi necessari per fare il lavoro per cui ti ha assunto. Si parla molto, oggigiorno, della possibilità che la ricerca scientifica possa essere finanziata, in parte, dall’industria.

È certo vero che il sistema produttivo italiano, così fortemente basato sulla piccola e media impresa, non si presta sempre molto ad un approccio di questo genere. Molte industrie, piuttosto che sviluppare nuovi costosissimi brevetti, trovano meno oneroso avvalersi di quelli degli altri.

È tuttavia anche vero che molte attività a costo relativamente basso, ad esempio in campo ambientale, dalla ricerca ecologica a quella di conservazione biologica (e molte altre) potrebbero benissimo essere finanziate da privati, così come avviene in molti Paesi del mondo. Il ritorno, per le attività produttive che seguono questa via, è solo d’immagine. Spesso però anche l’immagine può assumere la sua importanza. Il problema, in Italia, è in quel che si usa chiamare "credito fiscale" per la ricerca e alla durata temporale del credito medesimo. Poche industrie sono disponibili ad investire interamente a fondo perduto.

 

Emilio Balleto
emilio.balletto@unito.it