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L’ATTRAVERSAMENTO DELLA GRANDE ACQUA

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Lino Carriero

Preambolo
Pallino, consultante del filosofo
voce narrante del diario

"L’attraversamento della grande acqua"
"Breve storia dell’interpretazione dei sogni"

Il  mio nome non ha importanza, è solo un dato anagrafico. Potrei dire che il mio nome è Nessuno, oppure potrete chiamarmi Pallino, così come mi chiamano gli amici, per via della testa pelata e perfettamente sferica.

Ciò che sarà importante per voi, quanto lo è stato per me, è la testimonianza, contenuta in queste pagine, che furono in questo tratto della mia vita il diario di bordo. Diario di un doppio incontro: quello col mio inafferrabile e inaffidabile destino e quello con il mio personale consulente  filosofico, a cui darò il permesso di divulgare il resoconto della storia dei nostri incontri.

Il frutto dolceamaro di questa non più segreta sincronicità di incontri, sarà quello che anche voi coglierete. Pazienza se a qualcuno le mie vicende susciteranno derisione. Ad altri forse la pietà. Accetterò entrambe. Mi auguro, comunque, non l’indifferenza.

Fate attenzione però, nulla esclude che i miei sogni potrebbero risvegliare anche i vostri incubi.

No! Non abbiate paura che la mente ne venga sconvolta.

Semmai, fate come me, coglietene l’essenza come cibo per l’anima!

Quando cominciai due anni fa questa esperienza, non immaginavo certo che sarebbe stata una passeggiata, né un innocuo svolazzare fra i pensieri. Non credevo neppure di dover vivere in compagnia di una costante sensazione di stordimento, causata dal sottile stillicidio di dolore che la riapertura di certe ferite spesso provoca. Tuttavia anch’io ho attraversato la "Grande Acqua". Ora che sono sbarcato sull’altra sponda, quella della consapevolezza delle mie possibilità e della speranza, mi piacerebbe, miei compagni, offrirvi la mia esperienza come dono di conoscenza e solidarietà. Sia chiaro, non voglio illudere nessuno: alla fine sempre soli saremo. Ma posso assicurarvi che certe cose della vita, come la solitudine o gli abbandoni, perderebbero un po’ della pesantezza che annebbia i sensi, il cuore e la mente, se provaste come me a comunicarle e ad esternarle. E chissà che, anche per voi, non si metta in moto lo stesso mio processo, imprevisto e spontaneo, per cui da cosa nacque cosa. Non ero io del resto nella condizione di rimetterci alcunché. Era già da molto che la barca, confusa, annaspava perigliosamente tra i flutti della casualità e del fatalismo. Al momento avevo chiuso il destino ad ogni possibilità e la speranza del cambiamento lasciava il posto all’inerzia di un precoce invecchiamento, nel corpo quanto nello spirito.

Il fondo toccato e il vuoto di senso che traspariranno dalle mie vicende saranno un eloquente esempio.  L’incontro, non certo casuale, con la "Consulenza filosofica" ha permesso a quella zattera di farsi almeno barca, riscoprendovi l’esistenza di un inaspettato timone. Così la mia vita poté trovare la rotta smarrita. Certo, nulla poté e potrà garantirmi sempre lo stesso buon vento, ma mai come allora apprezzai l’ipotesi che un’Itaca fosse possibile anche per me. Sicuramente il mozzo che ero vi giunse, stremato, ma contento di elevarsi di grado. Altro che Americhe!

Mai premio fu più gradito quanto la scoperta di un nuovo mondo in me stesso.

Eppure, quando quella mia amica mi aveva raccomandato di provare, come lei, l’affascinante percorso degli incontri con il consulente filosofico, pensai subito alla solita nuova pratica di moda, sfornata dal supermarket della New Age delle filosofie naturalistiche.

-Ma no!-  diceva sicura di sé,  – Vedrai, è un po’ come andare dallo psicologo, ma si fa anche filosofia, in questo caso quella taoista dell’ I Ching . Ne rimarrai anche tu entusiasta. –

– Dovrò anche studiare per le interrogazioni? – le risposi, cinico come al solito.

 Ad onor del vero l’esperienza con l’ I Ching l’avevo già fatta anni prima da una sedicente maga e in effetti ci aveva indovinato molto. Allora però quell’esperienza non lasciò il segno di oggi. Da lei infatti non ritornai più. Dovetti invece far passare molto tempo prima di accettare nuovamente la sfida e vincere lo scetticismo e la diffidenza verso tutto quel mondo che aveva a che fare col suffisso Psi-, visto il terribile ricordo delle mie prime sedute dallo psicologo. Dovete sapere che quando entrai nell’adolescenza l’impressione che tutti avevano di me era di una certa leggiadria, decisamente poco "maschia". Mia madre non faceva che ripetermi quanto fossi un tesoro di gentilezza e sensibilità. Due belle qualità, non c’è dubbio. Ma a lei, da cui avevo preso i tratti caratteriali, piacevo anche così. Ovviamente!

Per quel che mi riguarda, ciò per noi non fu mai motivo d’imbarazzo, finché qualcuno non cominciò a chiedersi come mai tardassi a fidanzarmi. Al compimento della maggiore età quelle malelingue delle consorelle di parrocchia della mamma credettero opportuno consigliarle di farmi vedere da uno psicologo, nell’eventualità che qualcosina in me fosse da correggere… prima che fosse troppo tardi. Per il mio bene, si intende! Mia madre se ne lasciò convincere e ben presto, prima che la pianticella  pendesse troppo da quel particolare lato, mi presentò ad uno psicologo che allora frequentava la chiesa. Persona molto stimata dal parroco, secondo le voci. Fu così che dovetti subire uno scandaloso tentativo di riconversione sessuale da parte di quel penoso psicoterapeuta, più bigotto di un prete. Forse, ora che ci ripenso, posso sospettare perchè egli frequentasse la chiesa con così tanta contrizione. Può darsi che io abbia capito male, ma l’impressione che ricavai dall’esperienza con la psicoterapia fu che la salute mentale, così come un sano comportamento, venisse definita in termini di adattamento e adeguamento dell’individuo alla società, come se questa fosse un’entità univoca e omologata ad un concetto prestabilito di normalità. Sarò stato forse ingenuo nel credere che la Psicologia dovesse mediare tra la società e i bisogni dell’uomo, aprendo strade di reciproco dialogo e comprensione?

Tuttavia così non fu. Solo con me stesso, compresi immediatamente l’avversione che avrebbe suscitato negli altri, e poi in me, quel diverso destino. La sensazione di essere continuamente considerato un figliol prodigo da ricondurre alla "loro" casa paterna cominciò ad essere per me inaccettabile.

E Dio solo sa quanto avessi sempre cercato la casa paterna, visto che sono stato orfano di padre!

Ugualmente sconcertante fu, a posteriori, la constatazione che nel XX secolo il concetto di bene e male della tradizione religiosa potesse diabolicamente insinuarsi dentro la moderna relazione tra salute e malattia, in senso manicheo. Da allora imparai a fidarmi più di me stesso che delle teorie salvifiche di chi non mette in discussione neppure se stesso. A parte la diffidenza radicata, mi convinsi così ad ignorare volutamente la possibilità di un percorso psicoanalitico, convinto prima dell’inutilità con me di cavar sangue da una rapa e, molto più in là, dall’atroce ipotesi che potesse venir a galla la verità dalla menzogna.

 Sia ben chiaro che dal filosofo fui trascinato più dall’entusiasmo della mia amica che dalla chiarezza delle sue informazioni riguardo la cosiddetta Consulenza filosofica.  Così per non rischiare di avere proprio io delle preclusioni, questa volta lasciai all’istinto la facoltà di decidere. Era evidente! Qualcosa alla lunga doveva esser maturato verso tale direzione. Quella pulce  introdottasi nell’anima mi condusse all’indirizzo della Consulenza Filosofica. Avete così scoperto che sono gay, anzi un maturo e solitario omosessuale cinquantanovenne, e questa era fino ad allora l’unica mia certezza.

In quel primo incontro il consulente dovette faticare un po’ nel contenere la mia ansia mista a diffidenza, ma il ghiaccio fu rotto dalla gentilezza e dall’amore con cui egli mi accolse e comprese il fatto che la mia confidenza con un approccio filosofico alla vita andava irrobustita non poco se volevamo andare avanti.

 – Non abbia timori, dopo le prime necessarie delucidazioni, comprenderà strada facendo, come lo è stato per gli altri, che non sarà delle Filosofie ma della sua filosofia che parleremo. Sappia che anch’io, come lei con me, dovrò entrare in un mondo nuovo. Unico! – 

    Beh! Le premesse non erano male, così come l’ambiente in cui egli riceveva. Eravamo comodamente sdraiati sui due divani, posti l’uno di fronte all’altro, circondati dalle librerie che ricoprivano tutte e quattro le pareti del salone. Spesso nelle nostre confabulazioni lo sguardo si perdeva sulla distesa di libri. Titoli per me quasi tutti sconosciuti. Tuttavia la cosa più sconcertante era che spesso egli si alzasse per estrarvi quei testi, richiesti dalla situazione, leggendone dei passi salienti come se, a mia insaputa, avessero contenuto la storia della mia vita. Su uno scaffale c’era un piccolo mappamondo medioevale, su un altro un piccolo sestante, su un altro ancora un orologio antico e una clessidra. Spazio e tempo, osservai distratto, nel bel mezzo di una sua appassionata lettura. Un giorno vi notai anche un candelabro a sette braccia. – È una menorah ebraica! –

Fu quella l’unica volta che, riservato com’era, fece una confidenza circa il mistero degli oggetti esposti. Difficile dimenticare quella stanza, in cui ogni parete aveva una porta ad arco al centro esatto della rispettiva libreria. Tranne la porta da cui si accedeva dall’ingresso, mai seppi dove conducessero le altre tre. Giunto al terzo incontro, non saprei dirvi da dove mi derivasse tale sospetto, ma mi convinsi che la sala fosse dedicata al numero quattro. Quattro le pareti infatti, quattro le porte, le librerie e le lampade a piantana poste nei rispettivi quattro angoli. Osservando bene, anche i due divani, situati al centro, erano contrapposti in modo tale da occupare lo spazio di un quadrato, interno alla sala. Pur non sapendone la funzione, era evidente che quella combinazione avrebbe favorito una certa relazione energetica tra le persone. Esse, sedute sul divano, viste da qualunque prospettiva, si trovavano esattamente in un centro perfetto. Forse metafisico, perché no!

Eppure non capisco perché proprio il numero quattro e non il cinque, il sei o il sette. Sembrava proprio una provocazione all’intelligenza o alla mia curiosità, così come a quella di tutti gli ignari che come me si ritroveranno a mettere occhi e piedi in questo luogo. Sembrava che questo quattro, cui si giunge evidentemente con l’osservazione aritmetica degli elementi presenti, più che un numero potesse essere il risultato algebrico di una realtà misteriosamente inconcepibile e che come tale non ci si dovesse arrivare per la via dell’addizione, bensì per via di una disciplina che non è l’aritmetica. Mi piacque allora immaginare che la cosa riguardasse più un mistero di quelli legati a un antico Grande Segreto, che sempre si rinnova di secolo in secolo.

Eppure sarebbe bastato chiedere al consulente, cosa che non feci, il perché di tale disposizione numerica. Invece la mia pudica reticenza compì un inaspettato miracolo. Incomprensibilmente, dai recessi della mia memoria giunse una scena natalizia di una tombolata familiare. La terna era appena uscita ed io, allora bambinetto alle prime armi con quel gioco, feci casualmente la mia prima vincita. Una quaterna!

Ma da quella disposizione degli oggetti e della sala, non si poteva non avere la sensazione che  nulla fosse lì a "caso". L’impressione che ne ricavai fu che la mia presenza trovasse, ogni volta lì, la sua naturale disposizione in un ordine, misterioso ed invisibile, senza mai alterarlo. Come quando si andava in chiesa e d’istinto si sapeva sempre dove andare a disporsi. Infatti, proprio l’assenza di una scrivania, di una segretaria e di una sala d’aspetto, di un lettino terapeutico, in quel rigore minimalista, stava a significare che si era lì come in un tempio.

E dunque, secondo le disposizioni che ricevetti dal consulente nell’incontro preliminare circa i principi della "Consulenza filosofica", io avrei potuto esprimere liberamente i miei pensieri su un qualsiasi argomento o problema, con lo scopo di favorire e stimolare le mie riflessioni sul mio abituale modo di pensare, oltre che su ciò che penso.

Il consulente affermava, se non ricordo male, quanto un certo uso stereotipato delle parole possa condurre alla cristallizzazione dei pensieri, correndo l’ignaro rischio di rimanere prigionieri di uno schema cognitivo rigido, di un orizzonte mentale limitato, superficiale e sclerotizzato. Problematizzando, invece, tra il dubbio e il senso critico, avrei avuto l’opportunità di imparare a riconoscere per tempo quella certa errata tendenza a produrre le parole come espressione di inconsapevoli pre-concetti, reinterpretando i concetti al di là del senso comune troppo spesso intrappolato nelle contestualità. Egli mi fece intendere come tale  libertà possa allargare quegli specchi di significato che sono le parole su cui ri-flette il pensiero, permettendo alle "idee" di uscire dalle rigide gabbie delle rappresentazioni semantiche. Si trattava di porre un limite all’eccessiva influenza delle inevitabili contestualità sociali e culturali, sviluppando una accresciuta consapevolezza dei loro eventuali effetti di alterazione della realtà sulla nostra soggettività.

Sulla mia soggettività!

Proprio perché sono considerazioni molto impegnative per le mie possibilità, esempi del possibile schematismo dell’Io, del mio Io, li avrete quando vi racconterò l’esperienza che facemmo insieme utilizzando l’oracolo del Libro dei Mutamenti, ovvero l’I Ching, riguardo al mio modo di interpretare i sogni o di comprendere eventi poco chiari della mia vita. Fui avvisato dal consulente che il linguaggio ermetico e segreto dell’antico testo, come constaterete anche voi, costituisce proprio un originale stimolo all’ampliamento della capacità di pensiero e insieme una provocazione per le mie certezze razionali. Per la logica occidentale il linguaggio di questo, come qualunque altro oracolo, potrebbe risultare irrazionale, come lo è ormai quello della poesia, ma tutto si può dire tranne che non sia logico e coerente. E, con la logica e la coerenza del sacro libro, il mio pensiero pigro e corto dovette, suo malgrado, confrontarsi. A questo punto sarebbe doveroso spiegarvi la filosofia taoista che c’è dietro l’I Ching e la sua tecnica misteriosa, ma non la conosco profondamente e né saprei spiegarvi quel minimo che ricordo. Tuttavia diventerà ben presto, facilmente familiare anche a voi, come lo fu per me, quel lanciare le tre monete cinesi nel piattino con cui si da inizio alle procedure oracolari. 

Se l’ho capito anch’io, vuol dire che è più facile di quanto si pensi! 

– La tecnica la capirà strada facendo – diceva sempre il consulente.  

Allora quel giorno, vinto l’imbarazzo, non avendo nessuna questione urgente su cui far luce, cominciai a raccontare una giornata tipo, neanche tanto particolare poi. Perdonatemi se è questa la giornata che mi venne in mente, ma il caso volle che andai a finire su certi argomenti non proprio edificanti. Vi chiedo solo una doppia dose di pazienza e pietà, perché il contenuto dei miei vissuti potrà risultare un po’ indigesto a certi palati fini. Chiudete un occhio per i contenuti e lo stesso occhio anche per lo stile narrativo, non sarò mai uno scrittore! Sono stato un valente ingegnere e i miei scritti sono stati quelli dei progetti industriali.

Ora che sono pensionato, scrivendo, sento il bisogno di dire qualcosa cui tengo molto.

Speriamo che almeno il fine giustifichi l’incerto mezzo.

La Toscanini