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L’ITALIA: UN PAESE REFRATTARIO ALLA SCIENZA

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«Ho visto svanire tante speranze: l’ultima indagine Ocse ci pone oggi in retroguardia per la ricerca e lo sviluppo a livello di Grecia e Ungheria. Siamo diventati i fanalini di coda». Secondo Valerio Castronovo, Ordinario di Storia Contemporanea nell’Università di Torino, l’Italia ha visto un’inversione di tendenza dagli anni ’70. La classe politica non ha capito il valore della ricerca di base, è mancata una strategia di innovazione, è emersa una inerzia della classe imprenditoriale, formata per il 95 per cento da piccole imprese, che non possiedono attitudini e risorse per finanziare progetti di sviluppo a medio e lungo periodo. «Sarebbe auspicabile che più imprese si mettessero insieme per lo studio della ricerca». La proposta avanzata sarebbe quella di istituire una rete informatica e banche dati per comunicare ciò che avviene nei laboratori. Ma il male dell’Italia è che non c’è il clima favorevole alla cultura scientifica. Ad esempio vi sono pregiudizi per l’uso dell’energia nucleare per impegni civili, gli Ogm sono ricerche sperimentali, non sono pochi i problemi nella ricerca genetica, per i termovalorizzatori, la fecondazione. «Siamo il frutto di una cultura sociale di un Paese refrattario alla scienza, che si sta precludendo il futuro con le sue stesse mani». Altro dato su cui riflettere è la continua diminuzione dell’iscrizione a facoltà scientifiche.

«Cibo, sport e pettegolezzi: bisogna fare un pensiero a lungo termine sul livello culturale» Roberto Vacca, dell’Università degli Studi La Sapienza di Roma ha criticato il disastro della cultura generale e la mancanza di controllo di qualità nelle scuole.

Per il rapporto imprese e ricerca il modello da seguire è quello Finlandese dove si è riusciti a creare una collaborazione in rete per lo scambio di informazioni: "Oggi bisogna saper fare impresa virtuale, economia di rete."
L’importanza della comunicazione scientifica è fondamentale per la crescita della consapevolezza sociale. Si assiste però a situazioni sconcertanti: "Chi sa le cose non le sa dire, chi sa dire spesso non dice niente".

A dare una testimonianza numerica è stato Franco Gori, Presidente della Federazione Italiana di Matematica Applicata. «In Italia si investe l’1,1 per cento del prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo, una percentuale di finanziamenti complessiva, non solo pubblica, dove rientra anche l’investimento delle imprese che conta circa il 50 per cento: dunque si spende poco e le imprese, seppur piccole investono tanto». Le cifre come aveva anticipato Vacca sono irrisorie confrontate ad esempio con la Finlandia che vede un investimento del Pil in ricerca e sviluppo del 3,4 per cento e un investimento da parte delle imprese di oltre il 70 per cento. Ma il problema non riguarda tanto la quantità degli investimenti, ma l’inefficienza del sistema: «Anche se si aggiungessero risorse a un sistema che non funziona bene, non è detto che questo migliori». Non c’è certezza sui fondi, sul reclutamento, sui meccanismi di accesso al termine dell’Università, e non c’ è certezza sulla valutazione.

«Didattica e formazione: bisogna creare una base comune per la biotecnologia. Esiste, è solida e va divulgata per permettere il flusso di studenti tra i diversi atenei».
Nelson Marmiroli, Ordinario di Biologia applicata dell’Università degli Studi di Parma, ha sottoposto il problema didattico della biotecnologia, un settore vivace tra gli ultimi nati in Italia, ma di grande attualità. Altro obiettivo, già in fase di attuazione è quello di rafforzare il rapporto fiduciario tra Università e impresa attraverso dottorati di ricerca e master.
«Le biotecnologie, un settore al centro dello sviluppo economico che hanno permesso il passaggio dall’imitazione all’innovazione» ha sottolineato Leonardo Santi, Presidente del Comitato di Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’interesse verso la biotecnologia nasce dalla natura intrinseca di unione di competenze diversificate che genera fermento ma necessita anche il superamento delle separazioni possibili, per Santi, attraverso la costituzione di un gruppo di consultazione.

Dove è arrivata la ricerca ecologica e ambientale?
«Agli ultimi posti; ecologia e ambiente sono scienza da rotocalco quando succedono i disastri». Pierluigi Viaroli, Presidente Società Italiana di Ecologia ha evidenziato la mancanza di finanziamento pubblico per la ricerca ambientale, una scienza trasversale a molti settori che necessita di continuità, ma che fino ad ora ha prodotto una conoscenza a singhiozzo «manca la consapevolezza della sua imporanza».

La sessione si è conclusa con l’intervento di Cesare Azzali, Direttore Generale dell’Unione Parmense degli Industriali: «Basta con le analisi, le colpe e le lamentele: bisogna fare proposte concrete dandosi pochi obiettivi, ma propulsori di una rinascita. Le radici della crisi odierna sono tante, profonde e distribuite. Se passiamo il nostro tempo a dire chi ha dato il contributo maggiore all’attuale degrado non si risolve nulla; ognuno si faccia carico della propria "mafia".
Bisogna ridare ai giovani il senso della responsabilità perché possano competere a livello qualitativo creandosi una identità di contenuti».

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