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NON DIMENTICARE DI RUSCIO

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Walter Pedullà

(ilmessaggero.it) Anche in narrativa chi bene incomincia è a metà dell’opera. Alcuni narratori imbroccano le prime trenta pagine e vivono a lungo di rendita; altri imbroccano il primo dei dieci racconti del volume e sono indimenticabili per un anno. D’Arrigo invece paga ancora una lunga – bellissima –  descrizione in lingua italo-calabro-sicula di Horcynus Orca, sulla quale molti lettori si sono bloccati per decenni. Di incipit che spiazzano con erto linguaggio si può morire.

Rischia analogo destino Cristi Polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, 307 pagine), ristampa e riscrittura del romanzo di un marchigiano che nella poesia si era allenato ad essere originale con ogni traslato. Nessuno tuttavia si spaventi dinanzi a una prosa che ricorda il "nuovo realismo" degli Anni Settanta: non è neorealismo. Più dei "franchi tiratori" i cosiddetti selvaggi, neosperimentalismo calcolatamente "senza lettere", ma non sia più neoavanguardia. Non lo è, il lettore vada oltre le apparenze iniziali. Di Ruscio nasconde le abbondanti e ben selezionate letture sotto una sempre più frizzante superficie i visioni, interpretazioni, metafore, con cui raccoglie intorno alla propria vita quanto gli è successo dagli Anni Trenta ad oggi. Datata sarà l’epoca, non il libro: lo giura su ogni frase il persistente piacere della lettura.

Secondo Di Ruscio, nell’orologio più delle ore – il tempo lungo della storia?- contano i minuti. Inesauribile è la sorpresa delle emozioni intellettuali nelle centinaia di episodi che fanno la serialità a partire da un uomo che ha visto di tutto e che strafede per fazioso punto di vista o per nostalgica lungimiranza. Gide rimproverava ai narratori d’avanguardia di voler vincere un premio a ogni parola? Nel Luna Park di Luigi Di Ruscio si colpisce il bersaglio con idee che trasgrediscono per trasgressione, con grappoli d’immagini che non temono di scandalizzare e con parole nate deformi per lacerante forcipe mentale.

Tutti questi capelli fanno straripante chioma ricciuta, ma. Col passare delle pagine, a due terzi, il romanzo incanutisce, mostra gli anni l’estremismo politico, serviva qualche scorciatoia o uno shampoo. Comunque occhio da visionario e fiuto da animale letterario di talento su una bella testa. Non tagliatela, non spegnete la voce del vecchio narratore scappato in Norvegia per non integrarsi nella nostrana narrativa d’evasione.

(25 maggio 2009)