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Riflessioni circa il rapporto dell’uomo con la natura.

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Franco Gabotti

Nell’affrontare un trattamento testuale dobbiamo servirci di definizioni che ineluttabilmente rinchiudono i concetti in gabbie letterarie: tanto più saremo capaci di assicurarci la libertà dalle gabbie delle definizioni, tanto meglio potremo guardare ai concetti senza pregiudiziali devianti.

Un concetto, allo stato nascente forse non ha definizioni, almeno fino al momento in cui sorge la necessità di presentarlo ovvero di descriverlo in una confezione esprimibile e riconoscibile attraverso la convenzione della letteratura. Al momento della pura intuizione, in una fase neuronale, il concetto è ancora un lampo, proprio come la scarica elettrica della sinapsi che lo ha generato, ma subito dopo, la necessità di renderlo fruibile, ci costringe a vestirlo con una dizione verbale che ne tradisce pericolosamente il profilo.

Ma ogni definizione porta inevitabilmente con sé esperienze e retaggi culturali che ne forzano l’interpretazione.

Questo tipo di incongruenza sorge ogni volta che si sente la necessità di andare a discutere in un campo asettico dal punto di vista delle contaminazioni ideologiche e linguistiche.

Cercherò di indagare dentro me stesso e di liberare la passione per l’argomento che ha come primo germe di cristallizzazione la parola natura, e lo farò rimanendo vicino alla fonte di ispirazione, cercando di ignorare ogni esperienza diretta ed indiretta che sia capace di deviare l’espressione dal suo concetto secco; quando necessario ricorrerò all’espressione compressa nella sintesi di necessarietà e sufficienza.

Incontro subito il pericolo di inciampare in un contesto che prevede la partecipazione di tutta una schiera di contributi emotivi. Si tratta di un fronte molto nutrito che ancora tenta di ibridare e di deviare la logica concettuale per sporcarla di un ingrediente che, per definizione, tanto ragionato non è.

Se dovessi riassumere l’intero trattamento in una frase direi che in natura non esiste nulla che sia contronatura.

Ciò che accade, tra i fenomeni visibili e quelli non visibili, è derivato da una consequenzialità che non potrebbe essere diversa da naturale: l’unico giudice inconfutabile nel certificare la possibilità di qualsiasi accadimento è proprio l’oggetto della nostra conversazione: la natura, allora se una cosa succede, se un fenomeno ha luogo, direttamente ovvero indirettamente, indotto o provocato, di movimento primario o trascinatore, oppure di movimento secondario o trascinato, significa che esso è sicuramente naturale, appartiene alla natura, risponde ad una legge che, da qualche parte, ha residenza nella logica naturale.

In altre parole ciò che non è naturale, semplicemente, non succede.

Ad enunciarlo sembra un concetto scontato, ma poi si scopre che non appare del tutto banale puntualizzarlo, dal momento che la disputa umanistica che si muove attorno al dibattito del rapporto tra uomo e natura cade continuamente nella trappola tesa da una logica di convenienza unilaterale.

La logica unilaterale è costituita, quasi invariabilmente, da quella suggerita dal punto di vista dell’uomo: è il punto di vista privilegiato perchè, nella conversazione l’uomo è sempre l’unico invitato, e perciò anche l’unico attore presente e molto raramente egli è capace di assumere prospettive che lo spazzino via dallo scenario, tanto è presuntuoso da considerarsi, nel bene e nel male, il centro di riferimento per stabilire ciò che è bene e ciò che è male per il mondo intero.

Se una prospettiva fenomenologica sarà favorevole alla sopravvivenza ed al benessere umano, essa sarà buona per la natura, se invece aprirà scenari più o meno negativi all’umanità, allora la prospettiva sarà non solo maligna per l’intera natura, ma potrà essere addirittura contronatura.

Non c’è nulla di nuovo: campeggia, come sempre, l’omocentrismo, a costo di esprimersi in antitesi scientifica. Ma già, anche la scienza è un dominio culturale dell’uomo stesso: nasce dall’uomo per una sua esigenza di evoluzione apprenditiva e ad essa, tranne rare eccezioni, non è concesso liberarsi dal guinzaglio ideologico: questo ci insegnano quotidianamente le pratiche di fedi religiose, che con la scienza non hanno nulla a che vedere, se non per farci a pugni.

Tanto più si va alla sintesi centrale del discorso, tanto maggiormente si complicano e si moltiplicano le sue sfaccettature, tanto è che a questo punto dovremo definire niente meno che il bene e il male.

Si può pensare che il bene e il male abbiano origine contestualmente alla nascita del vivente poiché questi, dal momento del suo esordio, esprime una forte necessità: la sopravvivenza.

Ma, se mi riesce di generalizzare estendendo il concetto a tutto il pensabile di cui sono capace, direi che il postulato che ha ancora priorità sulla sopravvivenza è la felicità.

Termine che frequenta con maggiore consuetudine le pagine poetiche piuttosto di quelle filosofiche, la felicità realizza un concetto continuamente a divenire ed a perfezionarsi: piuttosto che una condizione è una tensione, un filo che lega il vivente ad un approdo che sta all’infinito, la felicità è il fantasma di un aquilone che tende il filo verso un punto dell’universo che non si raggiunge, ma che chiama, e che spesso si sposta.

Certamente la felicità contiene, come sottoinsieme, anche la necessità di sopravvivenza, che costituisce forse il primo dei bisogni da soddisfare per avvicinarsi all’approdo.

Se, per convenzione, intendiamo dare un’origine al vivente, ma con l’onere di introdurre una grandezza importante come il tempo, possiamo ipotizzare che con la formazione dei primi aminoacidi incomincia a prendere iniziativa la tensione alla felicità e tutto quanto si organizza in un laboratorio di progresso che sviluppa progetti felici sempre più articolati seguendo la spinta originata da un presupposto big-bang collocato all’origine del tempo.

Direi che, in questo contesto, liquidiamo con la parola spinta, l’idea che esista qualche motivo per cui le cose acquistino una dinamica; in realtà si tratta forse dell’argomento da posizionare esattamente al centro, proprio dove inevitabilmente dovremo lasciare una grande vacanza che sarà l’anello mancante tra la ricerca scientifica e quella spirituale: un debito che gli uomini con i loro limiti difficilmente riusciranno ad onorare.

Tutto ciò che si contrappone alla realizzazione dei progetti felici si configura come male, mentre il resto diventa bene.

Ma nell’evoluzione degli aminoacidi i soggetti si replicano e si diversificano, all’inizio per differenze infinitesimali, in seguito sempre più macroscopiche, fino a determinare le specie e le categorie le quali diversificano anche i loro comportamenti, le azioni e le interazioni con l’ambiente e con le altre specie e le altre categorie.

Diventa prevedibile il fatto che le tensioni verso la felicità diventino a loro volta diverse per i soggetti diversi che si affacciano sulla scena della vita.

In altre parole alcune tensioni verso la felicità si trovano in antitesi con altre tensioni di altri soggetti, allora si arriva addirittura a prospettive felici in antitesi tra di esse, per cui il bene di alcuni si configura come il male per altri; ma l’uomo infine emerge sugli altri viventi per la quantità dei progetti felici realizzati e, se è vero che tra i progetti felici si trova anche quello dell’affermazione, ecco che l’uomo si afferma su una parte dei soggetti a lui direttamente concorrenti per affinità ambientale.

Nell’affermazione di sé l’uomo trascinerà anche l’affermazione dei suoi progetti felici, ed allora anche l’affermazione della sua prospettiva di bene e di male, imponendo la sua convenienza a tutti i soggetti con i quali condivide una infinitesima parte dell’universo spaziale e temporale conosciuto.

Nel preciso momento descritto ed in tale preciso modo nasce la necessità di sopraffazione: la tensione alla felicità giustifica l’imposizione della propria convenienza: la giustificazione non è ancora una legittimazione, ma dapprima l’uomo è ancora rozzo ed insensibile ai sentimenti di solidarietà nei confronti delle vittime della sua sopraffazione.

Poi l’uomo diventa un organismo molto evoluto e complesso intellettualmente, tanto è vero che in esso compare anche una coscienza, e quindi un tappeto culturale in cui coltivare le diverse componenti della coscienza.

Ma la coscienza ben presto diventa sofferente a causa dell’esercizio delle sopraffazioni e

l’uomo è giusto in tempo per fare maturare appositamente una delle componenti della propria coscienza: la spiritualità.

Dalla spiritualità alla religiosità il passo è breve perchè il tappeto culturale è ora sufficientemente evoluto da consentire la nascita di frutti molto sofisticati, ed è proprio la religione che offre all’uomo il supporto utile a legittimare i comportamenti di sopraffazione sul complesso delle sue alterità, e la religione ha il compito di essere credibile e premiante, perciò gli insegna che il mondo è stato creato sulla misura delle sue esigenze e lo fa servendosi delle suggestioni di imbonimenti e simbolismi nello stesso tempo rassicuranti ed autoritari. Senza le prescrizioni religiose escogitate sulle opportunità di convenienza, la coscienza dell’uomo si sarebbe continuamente ed inopportunamente interrogata sulla malvagità crescente dei suoi comportamenti, mentre, in seguito, la fede religiosa arriva a fornire addirittura nuove indicazioni alle quali agganciare il filo della tensione alla felicità: l’uomo viene manipolato da altri uomini in nome di un attore immaginato: dio.

Dietro alla nascita della tensione alla felicità, si nasconde la presunzione dell’esistenza di dio che prende forma da un’interpretazione del verbo essere, nel senso che il verbo essere nasconde una serie infinita di significati e di strati fisici e temporali, ovvero di dimensioni dell’essere, che l’uomo, non essendo in grado di immaginare, e tanto meno comprendere, semplifica in modo ingenuo e grossolano con l’accezione più intuitiva dell’idea di esistenza: quella verificabile attraverso i sensi che ha a disposizione. In particolare l’uomo avverte la necessità di rendere omaggio al concetto della sua esistenza in vita e assimila questo ad un dono che, infine, ed in modo infantile, immagina che a sua volta presupponga un donatore: ecco che si spiega la necessità di individuare, a tutti i costi, e in tutte le variabili delle correnti teologiche, un’entità cui attribuire l ruolo di donatore sul quale scaricare un ingiustificato debito di riconoscenza.

Dio è associato al concetto di origine, nel senso che si vuole anteporre cronologicamente qualche cosa di preesistente all’origine ed al quale potere attribuire il merito dell’origine stessa : ciò avviene in luogo di almeno due semplificazioni che soffrono dell’ingenuità drammatica dell’uomo e della sua incapacità di astrarsi dalle sue percezioni sensorie ed intellettive: la semplificazione del concetto di tempo e la semplificazione del concetto di essere.

Se mi fosse concessa una parentesi digressiva utile a chiarire che cosa intendo per semplificazione dei due concetti, direi che il tempo e l’essere, come essi vengono percepiti dai viventi, non sono principi primordiali, ma lo sono come una delle accezioni interpretative possibili che diventano, di conseguenza, dei postulati falsi.

La dimensione nella quale interpretiamo l’impasto tra tempo ed essere costituisce una verità, ma questa, a sua volta, avrà una serie infinita di variabili perchè il tempo e l’essere si impastano in altrettante variabili combinazioni.

Pure se l’affermazione è tutt’altro che originale, è opportuno enunciare, come conseguenza logica, che la verità non è unica e meno che mai è quella percepita nel modo più evidente.

Al vivente, in quanto tale, rimane la percezione di una sola dimensione del vivibile perchè la propria coscienza di sé lo costringe ad una prospettiva drasticamente riducente.

La coscienza di sé risulta, in qualche modo, il momento discriminante in cui appare la propria prospettiva: un attimo prima della sua realizzazione, che potrebbe identificarsi con la nascita dell’individuo, la prospettiva era quella di una sorta di grande coscienza collettiva che costituisce ciò che definiamo natura; l’attimo successivo del momento di crescita come vivente, fa sparire la prospettiva totale per incarnare il vivente in una sorta di monocolo in cui esso vede sé stesso come elemento dotato di una possibile e relativa autonomia dalla natura.

Ancora una volta restringo il significato in una frase quasi buffa: la natura sa tutto, mentre l’uomo, un fenomeno tutto sommato trascurabile nell’economia totale e che da essa ha preso momentanea autonomia, è costretto ad assemblare faticosamente un sapere basato su percezioni ridotte e fallaci perchè al momento della sua nascita perde la coscienza collettiva.

Nonostante una serie nutrita di approssimazioni concettuali, ma che infine si giustificano legittimandosi a vicenda, l’uomo si costruisce una prospettiva che fa funzionare il concetto di tempo, di esistenza e di contesto ambientale in modo che l’esperienza possa suffragare e storicizzare il suo rapporto con la natura.

In virtù di questa serie di approssimazioni la convenienza dell’uomo si sovrappone a quella della natura, ma tutto il complesso delle convinzioni si regge su un’ipotesi di origine che viene ricercata in modo bilateralmente divergente: da una parte si sviluppa l’indagine scientifica, e dall’altra quella religiosa, ma l’approccio delle due procedure è sostanzialmente diverso.

Mentre la scienza è disponibile alla rettifica e ad aggiornarsi ad ogni scoperta progressiva, la religione deve dare una risposta di fede che sia dogmatica e, fin dalla sua origine, definita e definitiva, pena una grave imprecisione che metterebbe in cattiva luce lo stesso creatore di turno e tutta la sua teologia di corredo.

Alle religioni non resta che affidare le loro verità a scritture, eventi mitologici, narrazioni metafisiche e interventi profetici che ne fanno sprofondare lontano le origini nei modi più fantasiosi e surreali ed insabbiandole in ambiti storici remoti e fumosi, improbabili, ma contemporaneamente diventate inconfutabili in nome della cultura di una società storica e delle sue correnti di forze e di poteri trasversali.

L’umanità costruisce un’etica di comportamento che presenta una facciata ricca di positività nei confronti della natura, ma nel frattempo è persa la memoria dei tempi remoti in cui non solo sarebbe stato impensabile contare una gerarchia tra i viventi, ma anche tra viventi e non viventi.

Anche la gerarchia è un frutto culturale, e attorno ad essa prende forma l’architettura sociale:

nella gerarchia della terra l’uomo viene subito dopo dio e questi si esprime attraverso i suoi profeti e sacerdoti: il cerchio si chiude esprimendo drammaticamente l’arroganza dell’umanità.

Oggi che ragioniamo sul rapporto tra uomo e natura abbiamo bisogno di un attimo di concentrazione per realizzare che, in realtà, tra uomo e natura non esiste soluzione di continuità, eppure il concetto di convenienza è attribuibile soltanto all’uomo in virtù della sua condizione di vivente.

La difficoltà aumenta se proviamo a ricercare una traccia di convenienza che sia attribuibile alla natura una volta estrapolata dai viventi.

Giunto a questo punto della successione logica ho la sensazione di toccare un aspetto rilevante e contemporaneamente destabilizzante per quanto riguarda il concetto di natura, ma senza traccia di vivente e senza traccia di convenienza scompaiono anche il bene ed il male: essi non hanno identità biologica, perciò non esistono.

Nello stesso modo non esiste il bello e il brutto e tutto ciò che è riferibile al processo culturale che forma gran parte dei nostri pensieri.

Ripercorrendo a ritroso l’evoluzione dei viventi, come a bordo di una macchina del tempo, potremmo immaginare il momento in cui scompare, nel regresso temporale, il concetto di convenienza, e ci ritroviamo puntualmente ancora nel momento della formazione del primo aminoacido, forse qualche teoria potrebbe regredire ulteriormente alla chimica inorganica, ma all’interno di una particella atomica, ovvero anche subatomica, come potremmo concepirvi un concetto di convenienza, dove è già difficile concepire un qualsiasi concetto?

Siamo arrivati a ragionare sulla convenienza, sul bene ed il male: ricorrendo a basi scientifiche, possiamo trasferire il principio di lettura applicandolo a dimensioni sufficientemente piccole da escludere l’esistenza biologica e dove i fenomeni avvengono perchè governati da leggi fisiche, perciò riconducibili ad una tipicità naturale.

Nello stesso modo possiamo estendere la speculazione alle dimensioni maggiori, dove la presenza dei viventi terrestri viene minimizzata: nello spazio dell’universo si verificano quotidianamente fenomeni che, agli occhi degli uomini, appaiono enormemente scellerati e distruttivi e sconvenienti.

La natura non subisce malvagità, devastazioni, esplosioni di mondi, di stelle o di galassie, implosioni di materia nei di buchi neri, compressioni in enormi campi gravitazionali: la natura semplicemente non subisce perchè essa è ciò che si verifica.

Ma la natura è allora anche l’uomo, con le sue tristezze, con le sue guerre, con il suo inquinamento e persino la sua presunta devastazione della natura.

Semina disperazione il naufragio di una petroliera che provoca inquinamento e sciagura ambientale, ma un cormorano che muore ricoperto di petrolio e che, visto nelle immagini di un telegiornale, rappresenta un aspetto della stupidità degli uomini, non è null’altro che un evento in un contesto di azioni naturali di chimica e fisica, come lo sono le nascite e le morti di tutti i viventi: ogni giorno miliardi di miliardi, remote ed insospettate.

Se si vuole speculare sui sentimenti e sulle emotività che l’evento suscita possiamo infine classificarli, pure essi, tra fenomeni di elettrochimica celebrale; abbiamo già avuto occasione di valutarli come processi prodotti da organismi estremamente complessi: nulla a che vedere con una natura che soffre.

L’uomo, e più in generale il vivente, sulla terra è la terra stessa in uno stato di allotropia tale da determinare il vivente: una condizione di rarità, relativamente alla massa materica che costituisce l’universo.

Esiste una questione che riguarda il bene dell’umanità nella molteplicità delle azioni e delle conseguenze legate ad eventi imputabili alle attività umane, ma è una questione relativa all’uomo stesso, e non si può dire che l’uomo possa influire positivamente oppure negativamente sulla natura per la quale il bene, e la convenienza sono concetti privi di un senso.

A proposito della tensione alla felicità come accezione attribuibile alla natura, un istante prima della comparsa del primo aminoacido, personalmente lascio ancora una possibilità di argomentazione, ma occorrerà ancora pensarci lungamente: dallo spiraglio della porta socchiusa su tale prospettiva, forse, si potrebbe intravedere la luce di un progetto felice molto importante, se non totale, ma è troppo difficile da immaginare, e comunque sicuramente collocato in un contesto nel quale l’umanità avrebbe un ruolo pressoché insignificante.

A dirla tutta, ritornando a generalizzare, ci imbattiamo ancora una volta nell’origine della spinta primordiale: l’effetto che ha generato un inizio, razionalmente parlando, avrà pure avuto una causa, ma non sono sicuro che questo tipo di razionalità, così scontata, sia sempre verificabile; in ogni caso si tratta della disputa sulla presunta esistenza di dio.

Per quanto le intuizioni mi hanno concesso, ho sviluppato il presente trattamento ponendomi in un osservatorio esterno a quello consentito dalla condizione umana, con la convinzione che, dove maggiore è l’astrazione da essa, tanto meglio si attinge ad una fonte di pensiero disilluso e disinfettato da paradigmi culturali: se avessi potuto mi sarei trasferito, per produrre le mie riflessioni, in una galassia lontana migliaia di anni luce dalla terra.

In un prossimo capitolo proverò a sviluppare un pensiero circa la qualità del rapporto uomo-natura nell’attualità e nel futuro prevedibile, adottando invece una prospettiva ontologica ricondotta alla condizione umana.

Altrettanto si potrà fare per ipotizzare un ruolo inerente alla ricerca condotta nella sfera della spiritualità laica e nella ricerca scientifica ed artistica che ci possano aiutare ad immaginare uno scenario naturale nel quale possa l’uomo riconoscersi in una luce di responsabilità etica, sociale e politica.
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L’ostruzionismo del dubbio

L’uomo abita un microcosmo che, pensato relativamente all’universo, risulta dimensionalmente insignificante: viene da pensare che anche l’uomo sia insignificante nell’economia del mondo che si prospetta immaginabile.

Di una simile situazione non ci è dato di calcolare gli eventuali vantaggi o svantaggi, d’istinto viene ancora da pensare che anche queste due categorie di conseguenze contingenti siano altrettanto insignificanti, ma di questo passo sarà ben difficile trovare una questione che ci riporti traslati in un contesto di relatività nel quale risulti accettabile argomentare ancora sull’umanità, ad argomentare ancora su qualcosa.

In realtà stiamo sfiorando il baratro nel quale perdono senso le dimensioni, i significati e addirittura i significanti, sperimentiamo la vertigine del più profondo nichilismo nella quale i pensieri svengono stramazzando sulla tautologia del pensiero precedente che li ha generati, e tutto ciò per avere provato a misurare, in termini numerici, il diametro dell’umanità con il calibro dell’universo.

L’universo ha sicuramente, anzi, forse ha una dimensione fisica e non si sa bene che cosa contenga; l’umanità, che verosimilmente è prerogativa esclusiva della terra, è portatrice, oltre che della sua dimensione fisica, anche di un gradiente che ha sviluppato attraverso l’evoluzione di progetti felici: la poesia.

Si può dire con ragionevole, ma non assoluta tranquillità, che l’universo contiene l’umanità, e allora anche la poesia, motivo per cui possiamo anche intuire che l’universo non è estraneo alla poesia.

Gli insiemi che stiamo considerando non sono forse tutti commensurabili secondo le intuizioni di cui siamo capaci, ma possiedono una logica di contenuti e contenitori che può essere giustificata dalla geometria.

Tuttavia serve ora una geometria capace di assemblare nello stesso contesto, ordini di grandezza fisici con altri ordini di grandezza virtuali, oppure un’intuizione che sappia immaginare e convertire come virtuale qualsiasi grandezza e che in tale modo annulli definitivamente il concetto di dimensione: sarebbe la vera rivoluzione capace di sradicare il pensiero da un pragmatismo che ne ostacola il volo, sarebbe come scoprire improvvisamente che il tempo e lo spazio non esistono, sarebbe come comprendere che cosa vediamo veramente quando apriamo gli occhi e cos’altro ci nasconde la prospettiva del nostro sguardo.

Ed invece eccoci condannati a misurare tutto con un metro che va da qui a là, separando diligentemente le unità fisiche da quelle astratte, la materia dal pensiero, il certo dal probabile, con il risultato che, confrontando la nostra realtà di umani con l’immanenza dell’universo, ci troviamo a prendere in considerazione qualche cosa che appare come un piccolo granello di pulviscolo che vive un attimo nella storia del tempo.

Che cosa succede? Ritorniamo a parlare di dimensione, che ha una parentela diretta con il verbo essere, e con il tempo.

Dimensionare significa occupare uno spazio, e quando si occupa uno spazio si è e quando si è lo si rimane per un certo tempo.

Considerando lo spazio ed il tempo come soggetti virtuali, ridotti a temi, potremmo concludere che anche essere costituisce un tema virtuale, il ché non è davvero poco.

Esiste forse qualche cosa ancora indefinibile che impasta la scienza fisica con la filosofia e che riordina tutto, e quindi anche sé stesso: ciò che sperimentiamo potrebbe essere un risultato che ha un legame esclusivo con il proprio punto di applicazione.

Siamo infine chiamati certamente a definire il termine tutto: potrebbe anche essere dio.

Chiaramente la razionalità non è prerogativa di queste note, ma se si dovesse in qualche modo fare ricorso ad essa per raccordarla impropriamente, e attraverso un tentativo disperato, con l’immaginazione alla quale ci costringono le nostre astrazioni, potremmo chiamare in causa la teoria degli insiemi: tutto contiene tutti gli insiemi, ma tutto è anche visibile in un solo colpo d’occhio solo se guardiamo in un caleidoscopio divino nel quale gli insiemi si vedono assemblati in un determinato disegno. Spostandosi di posto sarà come ruotare il caleidoscopio e l’effetto sarà quello di vedere nuove combinazioni degli insiemi: le combinazioni sono allora le diverse dimensioni di ciò che intendiamo come reale.

Se ci muoviamo nello spazio le dimensioni fanno ruotare il caleidoscopio, perciò nello spazio cambiano anche le leggi che governano il nostro pensiero e, probabilmente, anche le leggi della scienza fisica non sono indifferenti al punto di loro applicazione; se poi riusciamo a concepire lo spazio come virtuale, scopriamo come disarticolata e vaporosa diventa infine qualsiasi ipotesi di pensiero.

Passando attraverso un approccio umanistico, e avvalendoci di un supporto che fonda le basi nell’arte concettuale, abbiamo intuito l’esistenza di un universo olistico: una teoria scientifica accreditata che giunge alla stessa conclusione partendo dallo studio dei quanti e che, puntualmente, implementa il concetto di coscienza nella dimensione umana come la conseguenza di un fenomeno quantistico.

Non è certamente un caso che lo studio dei quanti sia nato dalla necessità di spiegare teorie intuite dalla scienza moderna e che la realtà non è in grado di verificare, infatti tutti i ragionamenti presenti fin qui nel testo sono volti alla percezione intuitiva di una fenomenologia assolutamente al di fuori della portata sensoriale.

Nulla risulta più affascinante di uno studio che porta la valenza scientifica e creativa ad operare e ad indagare in una dimensione impercettibile: laddove un determinato fenomeno non è spiegabile con il materiale conoscitivo a disposizione, ci riserviamo pur sempre l’ardire di immaginare supporti teorici che sono ancora da scoprire e di farli, nonostante tutto, funzionare perfettamente per aprirci un mondo di nuove possibilità.

Non possiamo giungere ad alcuna conclusione perchè abbiamo ormai posizionato i ragionamenti su un postulato che mette in dubbio la realtà e non ci resta che una condizione di schizofrenia che ci permetta di considerare la vita come umanamente accettabile ma non vera nel senso di un assoluto che si posizioni al di sopra di qualsiasi tutto.