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Cultura da mangiare?

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CARLO VITALI

Italia fanalino di coda: Lasciamo parlare le cifre

(Classic Voice) gennaio 2011 – “Bambole, non c’è una lira”. “La cultura non si mangia”. Di simili volgarità da avanspettacolo si compiace da noi il discorso di regime, sforzandosi di trasformare in senso comune la nozione che la cultura sarebbe un lusso da tagliare in tempi di vacche magre. All’estero la vedono altrimenti, e stupiscono che un paese come il nostro non dedichi più risorse a quello che appare un investimento assai proficuo. I dati della più recente ricerca UE “Economy of Culture” (2009), elaborati da StageUp e Ipsoa, ci forniscono questa situazione:

Con tutte le approssimazioni connesse alle stime macroeconomiche, si calcola che se l’Italia investisse in cultura quanto la media dei competitors

europei potrebbe avrebbe un ritorno sul PIL intorno ai 140 miliardi.

Ma c’è la crisi e i tagli s’impongono, si predica a giorni alterni da tutte le tribune. Bene: anche in epoca di tagli i paesi virtuosi lo sono ciascuno a suo modo. La Francia, storico campione di centralismo, dedicherà ai beni culturali 7,5 miliardi per il 2011 (+2% rispetto al 2010 e lo 0,90% della spesa pubblica aggregata). La Germania, a Costituzione federalista, ne erogherà 1,5 tramite il governo centrale ma 11 mediante i singoli Länder e Comuni. Nell’Inghilterra Tory, dove gli stanziamenti viaggiano sull’1,20% della spesa statale, si taglierà il 30% al bilancio dell’Arts Council e il 15% ai musei nazionali, ma il 2011 è stato proclamato “Year of corporate giving”, onde fomentare con opportuni incentivi un settore privato che già contribuisce con 150 milioni di sterline l’anno. Il governo vuole aggiungerne fino ad 80 nell’arco di 5 anni, così da raddoppiare la somma col sistema dei “matching grants”: una sterlina pubblica per ognuna offerta dai privati. La lezione va meditata: se il pubblico non finanzia il privato finanzia ancor meno.

E l’Italia di Bondi & Tremonti? Buona ultima con 1,5 miliardi, pari a circa 0,21% della spesa pubblica, prima taglia e poi promette di reintegrare Fus e agevolazioni fiscali, mentre il Tesoro continua ad incamerare il 100% sulla bigliettazione dei musei, i fondi lotto e altre entrate del MiBac per restituirne meno della metà. Colpa di tanta rapacità sarebbe, afferma Bondi, la Finanziaria Prodi del 2008. Sia pure, e nel frattempo cosa ha fatto lui per rovesciare una tendenza ben più antica? Nel decennio 2000-2009 la spesa del Ministero è scesa del 31% in termini reali. Il calo delle risorse è stato costante, salvo che per la spesa corrente (leggi: stipendi alla burocrazia). Il MiBac offre oggi il panorama desertico di un ministero senza portafoglio, dove le società “private” e le gestioni speciali d’emergenza possono occultare poste di bilancio per coprire la discrezionalità della spesa. Ma questo è altro discorso, sul quale speriamo di tornare quanto prima con dati e proposte.