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I Ching e il sogno di “Una vecchia scarpa”

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 Il caso della signora O e il mito di Cenerentola.

Lino Carriero

“Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte. Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.”

Amleto, W. Shakespeare

                Tempo fa venne in consulenza una signora, non più giovane, che chiameremo “signora O.”, dall’iniziale del cognome. La signora, a suo dire, si sentiva perseguitata da un sogno la cui scena principale si ripeteva da alcuni mesi. Beninteso, come vedremo in seguito, non le mancavano affatto motivi più realistici per reclamare un consulto, ma il sogno, sembrandogli fastidiosamente persistente, finì per catalizzare l’attenzione dei suoi interessi. Tuttavia, conscio che ogni manifestazione fenomenica “è” l’espressione del consultante, accettai la sua richiesta considerai il dono racchiuso in quel sogno come il bandolo da cui dar inizio al suo “prendersi cura”. Come spesso accade a chi non è coinvolto dalle proprie emozioni, quel sogno, anche a voi, si rivelerà da subito alquanto eloquente. Nel sogno, per mano della sorella minore, le venivano regalate un paio di scarpe. In verità era arduo considerare quel gesto un dono, tanto le scarpe erano vecchie, lacere e consunte.

Come ovvio, un tale gesto non avrebbe mai potuto procurare nella signora la benché minima gratitudine; tuttavia, senza profferir stupore o indignazione, la signora O., ogni volta sospendendo il giudizio ed ogni reazione emotiva (cosa che le riusciva assai bene nello stato di veglia), sempre accettava supinamente quello che agli occhi della sorella era considerato un dono assai degno. Del comportamento passivo la signora O. non era oltremodo stupita, quello di cui non si dava spiegazione era che la scena del singolare “dono”, non essendo compresa (supposi io in seduta), continuasse imperterrita a manifestarsi. Invitai, allora, la signora ad esprimere delle associazioni verbali sull’oggetto in questione – le scarpe – e, prima di consultare l’oracolo, facendo delle riflessioni sul simbolo della scarpa, finimmo presto a parlare della figura di Cenerentola e della famosa scarpetta. In seguito alla consultazione oracolare lo scenario onirico le divenne progressivamente più ricco di elementi in relazione tra loro e se stessa e il mondo in cui tali elementi “oggettualizzati” rappresentavano la natura della sua presenza nel mondo. L’esagramma con cui focalizzammo appieno la questione racchiusa nel sogno fu il 49°, Il Sovvertimento (La muta); la IV linea mobile lasciava presagire il mutamento prossimo nell’esagramma n. 63, Dopo il compimento. Rimandiamo a un successivo momento l’analisi completa delle sedute di counseling con la signora, soffermandoci ora, invece, sul suo sogno tanto come manifestazione fenomenologica ben realistica di sé, quanto al contempo come manifestazione della scarsa consapevolezza di sé. Ognuno può affermare che l’interpretazione di un sogno non sia così accessibile a chi non sia del “mestiere”, dovrebbe però sorgerci almeno il dubbio sul perché l’inconscio si diverta a mandarci sogni dal contenuto perfettamente colmo di significati riguardo al vissuto in questione, utilizzando però un linguaggio decisamente criptico per il destinatario, al punto tale da renderne di fatto vana l’apparizione, se non si fosse nel frattempo impegnati in un percorso di Counseling del Mutamento (un percorso di apparizioni e rivelazioni) nel quale solo il counselor esistenziale può reputare una scarpa onirica un dono del cielo e della terra, rappresentativo del proprio esser-ci, Dasein, tra il  Cielo e la Terra.[1] Personalmente, considerando l’essere umano un anthropos, ossia la manifestazione contestualizzata del suo essere – quella che Heidegger chiama “presenza esistentiva” – considero un sogno non una parte-di, proveniente-da (luoghi inconsci) e neppure simbolizzazioni-di o come-se, bensì ciò che il consultante “è”, in quanto crede di esserlo. Poiché crede di esserlo, “propriamente”, il sogno è l’espressione fenomenologica di sé nella mondanità esistentiva che Binswanger chiama Eigenwelt, “mondo proprio” o eterico dell’aria, che noi molto più tradizionalmente chiamiamo Anima. Binswanger afferma che:

“I mondi in cui questo esser-ci (Dasein) ha il suo “ci” (Da) sono dunque il mondo sulla terra, il mondo dell’aria e il mondo sotto e nella terra. Il movimento della presenza (l’essere umano) sulla terra è il procedere, quello dell’aria il volare, quello nella e sotto la terra lo strisciare. A ognuno di questi movimenti corrisponde una particolare forma di temporalizzazione e di spazializzazione…del proprio darsi qualitativo”.

 A ben vedere se, qualitativamente, il mondo della terra rappresenta il mondo della prassi, il progettarsi concreto, e quello aereo il mondo dei desideri, nel caso della signora O. il suo procedere creativo si  rappresenta con lo strumento assai terrestre delle scarpe vecchie.[2] Riguardo alla presunta vera natura dell’essere, quella riferibile al “proprio mondo” rispetto invece a quella che abbiamo in comune con gli altri, nel frammento 89, Eraclito afferma che:

Coloro che sono desti hanno un mondo, un mondo in comune, tra i dormienti, invece, ognuno si volge al proprio mondo”.

In virtù di ciò, e come abbiamo ora anticipato riguardo alla natura dei sogni, essendo questi una più che fedele espressione fenomenica di sé, il testo del sogno, oltre ad essere, in questo caso, il pre-testo per un responso oracolare, avrebbe espresso esattamente allo stesso modo gli stessi contenuti e con la stessa ermeticità con cui si espresse sincronisticamente l’oracolo dell’Yi Jing. Parlando di consapevolezza, però, prima ancora che di contenuti, sembra trattarsi in realtà di una questione di linguaggio: “linguaggio dimenticato” come afferma lo psicoanalista Fromm; fortunatamente conservato nelle simbologie dell’inconscio collettivo, ivi preservato dalla censura operata dall’angoscia contenuta nei propri vissuti apparentemente irrazionali. Riguardo al sogno della signora O. ri-troviamo “L’Immagine” dell’esagramma collegata all’immagine delle vecchie scarpe lacere, così, come a “La Sentenza”, una “sentenza” apparentemente inespressa, ma leggibile nella mancata adeguata reazione: l’indignazione repressa della signora O.  Allo stesso modo anche il testo del responso del 49° es. – immediatamente chiaro soltanto all’esperienza del consulente -, non si rivela altrimenti che come un sogno da svelare. Applicando allora la metodica fenomenologica dell’interpretazione dei sogni provammo, con libere associazioni, a meditare sul testo de La Sentenza del 49° es.; ossia sul come la signora avrebbe, prendendosi cura della natura del proprio essere, potuto “sovvertire” un destino  inautentico (ammesso che fosse stato tale), vissuto al pari di una Cenerentola nella famiglia della “propria” matrigna (cenere, il mondo sotto la terra, come lacerazione, delle relazioni interfamiliari). Dovete sapere che la signora O. è stata la prima di tre sorelle che, insieme al padre e per ben oltre la propria adolescenza, ha dovuto accudire in seguito alla prematura scomparsa della madre. La signora rivelò di esser stata, suo malgrado, una ragazza precocemente adultizzata cui non fu mai permesso di uscire dal ruolo pseudo-genitoriale di cui era stata investita (o così ha sempre immaginato riguardo alla sua modalità esistentiva nel mondo in cui venne “gettata”. Parliamo infatti di “vissuti”)[3]. A suo dire, come se ci avesse pensato la prima volta solo durante la prima seduta, l’accudimento delle sorelle non le permise mai di dedicarsi con cura a se stessa, anche e soprattutto nei termini della sana leggiadria femminile espressi nell’esagramma L’Avvenenza, in cui almeno “in piccolo le sarebbe stato propizio intraprendere qualcosa”. Similmente a Cenerentola, dai suoi racconti sembrava che fosse rimasta di fatto prigioniera di un ruolo subalterno al proprio mondo familiare, senza la possibilità di emanciparsi ed emancipare la propria autostima da questa fissazione nel tempo e nel ruolo sociale: entrambi immutabili (la temporalizzazione e la spazializzazione del proprio darsi qualitativo precedentemente accennato con Binswanger). Più che come una scarpa vecchia, all’età di sessant’anni, ora non riusciva a rappresentare in altro modo il suo esser-lacera. In verità nessuna espressione verbale sarebbe stata altrettanto efficace ed eloquente di quell’immagine. Si può comprendere quanto il sogno ripetuto le sia stato emotivamente insopportabile e perché abbia consultato un professionista motivando la richiesta d’aiuto esplicitamente in relazione al sogno. Il sogno, effettivamente, ben rappresentava la centralità del suo essere. Quest’ultima riflessione le scaturì dopo una lunga contemplazione de L’immagine de Il Sovvertimento sovrapposta all’immagine della scarpa.

L’Immagine

Nel lago vi è fuoco: l’immagine del sovvertimento.

Così il nobile mette ordine nel computo del tempo e rende chiare le stagioni.

 

Quasi fosse un incantesimo, questa prigionia le determinò una dilatazione infinita del tempo piuttosto immutabile. Che il tempo del prendersi-cura-di non dovette sembrarle intimamente all’origine una condizione tanto spiacevole lo lasciamo per ora materia della psicoanalisi… In quel momento, invece, sembrava a noi giunta, con la vecchiaia della scarpa, l’opportunità di mettere a “fuoco” la “fluidità” temporalmente ciclica delle stagioni della vita. Sembra una coincidenza non casuale: il caso della signora O. con la spiegazione de L’Immagine in cui si raccomanda di suddividere in modo adeguato il corso del tempo, giungere esattamente dopo il nostro paragrafo sulla dimensione temporale del divenire dell’essere. Osservando l’aspetto della scarpa onirica sorge spontaneo rapportarne l’usura all’età cronologica della consultante; non è detto che kronos: l’età percepita fisicamente, coincida con l’età esperienziale: kairos, dove per esperienza intendiamo profonda conoscenza di sé nel proprio mondo. Capita di frequente ascoltare alcuni vantarsi soddisfatti di esser rimasti giovani, nonostante il tempo, senza accorgersi però, come accadde alla signora O., di aver bloccato, non il tempo, bensì la sua naturale stagionalità, come se l’inverno della senilità non avesse in Natura un senso o, verosimilmente, mettesse una gran paura. E infatti le scarpe erano vecchie ma, in virtù della funzione, soprattutto lacere. È comprensibile! Non è Heidegger a ricordarci che l’uomo è un essere-per-la morte? Non però in funzione di dimenticare la morte, morire per la morte; la morte è il naturale “compimento” propedeutico al mutamento. La morte induce al cambiamento attraverso la scelta di progettare un senso soggettivamente diverso quando l’esistenza non è vissuta come propriamente autentica. Molto comprensibilmente, però, non possiamo ignorare quanto la portata della perdita della madre abbia inciso sull’ “allentamento” della stagionalità del corso della vita sulla bambina indifesa che è stata la signora O. Parafrasando il celebre “Essere e Tempo” di Heidegger, l’essere in fondo “è” tempo. Tempo di aprirsi della “cura”, Sorge, per alcuni, mentre per altri tempo angusto dell’angoscia, Angst. Citiamo ancora Binswanger, da “Il caso Ellen West”, poiché la questione dell’accudimento e dell’identità femminile, come nel caso della signora O.,è tuttora argomento assai delicato e frequente tra le nostre consultanti. Le parole qui riportate dalla povera Ellen, fisicamente morta suicida ma non-vivente nell’anima già da un pezzo, a distanza di un secolo, sono terribilmente assai attuali quanto lo era la sua anoressia.

“Tutto è grigio e senza gioia da quando mi sono sepolta in me stessa e non posso più amare, l’esistenza è soltanto un tormento…Ciò che prima mi dava gioia ora è un compito, un qualcosa in sé privo di senso che mi aiuta a trascorrere le ore. Quel che prima mi sembrava lo scopo della vita, l’apprendere, il tendere a qualcosa e il portarlo a compimento, ora è un incubo tenebroso di cui ho paura.”[4]     

In sintesi meditando anche su La Sentenza del 49° esagramma, la signora O. potè comprendere che un sovvertimento della situazione, alquanto statica riguardo al divenire del suo essere, le sarebbe stato possibile solo scendendo a patti col senso di colpa nei confronti dell’ira covata, e repressa, contro i suoi familiari. Ma del resto, passato ormai qualche decennio dalla giovinezza, non le rimaneva altra via se avesse avuto fiducia nel suo sogno.

 

La sentenza

Il sovvertimento. Nel giorno stabilito incontrerai fiducia.

Sublime riuscita, propizio per perseveranza.

Il pentimento svanisce.

 

Avrebbe certamente “incontrato la fiducia nel giorno stabilito”. La fiducia in se stessa! Ma dapprima ciò che la signora O. cominciò a contemplare ne L’Immagine, fu un certo “ribollire” del sangue che già da un anno le procurava un’aggressività assai frustrante, soprattutto in ambito lavorativo, che lei cercava come poteva di tacitare ritenendola ingiustificata e inopportuna. Quel ribollire delle opposte polarità del fuoco sotto l’acqua del lago, che combattendo tra loro danno corso alla stagionalità dell’anno, fu con l’aggressività l’inizio del proprio sovvertimento della sorte cominciando a stabilire il giusto, seppur ritardato, ciclo della vita, senza sensi di colpa anacronistici. Un computo necessario ad individuare anche il giorno esatto della fiducia: il giorno dell’avvenuto sovvertimento e del ri-appropriarsi di sé: l’Ereignis, l’evento atteso – secondo Heidegger -.

Chiudiamo per un po’ la parentesi sul racconto delle fasi iniziali del nostro incontro e torniamo al concetto di consapevolezza e alla duplice dinamica del mutamento nelle dimensioni dello spazio e del tempo. Del successivo mutamento, quello nel quale il lungo ciclo della signora O. si portò a compimento (63° es., Dopo il compimento), parleremo successivamente. Teniamo ben presente, però, che ogni “prendersi cura”, essendo un progetto su di sé, deve darsi un obiettivo da portare a compimento, anche se, al dunque, ad essere importante non è più il singolo obiettivo quanto il compito stesso, la prassi, dell’“aver cura”. L’obiettivo della consultante era quasi di natura sintomatica, l’aggressività e la ripetizione del sogno, ma l’aver cura di sé presuppone una visione olistica di sé che va oltre il sintomo o l’effetto, al di là della salute e della patologia, laddove è il Senso a stabilire l’autenticità di un destino. Ricordiamo ancora che i consultanti sono portati a “oggettivare” qualsiasi cosa che li riguardi, dalle emozioni alle situazioni esistenziali, considerandoli, quando sgradevoli, una reificazione sintomatica, qualcosa che non appartenendo alla propria natura deve esser eliminato piuttosto che re-integrato. L’oggettivizzazione ha anche il “merito” di ridurre ognuna delle tre modalità esisitentive, corpo-mente-anima, alla sola sfera corporea. La reificazione di parti di sé non-integrate consentirebbe così quel fenomeno espulsivo che Heidegger chiama della “deiezione”, e che Freud argomenta a proposito della regressione alla fase anale. In questo modo il mondo terrestre, Umwelt, finisce per essere l’espressione fenomenologica di oggettivazioni dis-integrate: una paludosa discarica di “oggetti” espulsi come spiacevoli nel mondo quotidiano della veglia, il mondo – per Eraclito – a noi in “comune”. Successivamente vedremo come secondo la nostra competenza naturopatica il fenomeno della deiezione sia rappresentato nell’elemento Metallo e dall’azione del suo spirito Po, che influenza (fiore di Bach: Walnut) l’intestino crasso salendo dalla terra e venendo dal passato.   

Riguardo alla distinzione tra gli stili cognitivi dei consultanti, quello dell’attaccamento al passato – lo stesso della signora O. – è il più frequente negli studi dei consulenti;[5] non per nulla Freud vi edificò la teoria regressiva relativa alla nevrosi.[6] Ogni qual volta il counselor si interroga su quali prospettive i consultanti legati al passato collochino la consapevolezza del loro futuro è assai facile che finisca per ipotizzare la via nevrotica e contorta del castigo. La simbologia della scarpa vecchia e usata ne è un esempio. Questo “oggetto” non è propriamente visto come il miglior rappresentante del rinnovamento, né un dono del Cielo da riconoscere, semmai è un surrogato ritorno ad un tempo, quello dell’infanzia, in cui ci si ricorda non ancora “segnati dal destino”, lacerati dalla storia. Quel tempo localizzabile nella condizione fisico-spaziale, sempre ricordata come felix, che Heidegger raffigura con Heimat, la propria “patria”, la terra della buona appartenenza degli avi, fenomeno che, anziché brulla e petrosa, fa sembrare verdeggiante ad Ulisse l’Itaca del suo eterno ritorno.

Riguardo alla nostra scarpa, infatti, come la signora O. non aveva neppure ipotizzato, al contrario di quanto afferma il testo della IV linea del 49° esagramma, per essi il  pentimento non svanisce mai. Si incontra sfiducia. Mutare l’ordinamento statale reca (sempre) sciagura.[7] Quasi tutte le questioni portate in consulenza dalle rappresentanti del gentil sesso, legate alla gestione sfortunata delle proprie relazioni sentimentali (Freud direbbe libidiche), in genere seguono questo tenore, variamente pessimista secondo le tonalità del grigio e del pallore: colore dell’elemento Metallo. Grigie poiché molte di queste questioni sono opacizzate, oscurate dalla non consapevolezza dei propri vissuti edipici; l’aver introdotto la storia di Cenerentola e del principe “azzurro” (…come il Cielo) ne è un preambolo.[8] La luce che in questi casi si desidera e si vorrebbe dalla consultazione oracolare è spesso confusa con la luce di un abbaglio: l’esistenza supposta dei principi azzurri capaci di far mutare lo status è spesso considerata con maggior fede che mutare più realisticamente l’ordinamento statale con un Sovvertimento rivoluzionario. Per usare una metafora ripresa dalla mitologia biblica, il genere femminile non finisce mai di affrancarsi dalla colpa del famoso “peccato”: aver voluto cogliere i frutti della conoscenza del Bene e del Male conserva in sé tuttora qualcosa di proibito. Aver perso il privilegio di risiedere nel giardino dell’Eden, possessori di ogni “bendidio” a disposizione ma privi della possibilità di una coscienza personale, per alcuni è considerato come un castigo, una cacciata vissuta come l’abbandono da parte del nostro progenitore, l’incomprensibile “essere gettati” in quella che appare come l’ingrata solitudine dell’individuazione, aspetto precedentemente affrontato con Heidegger dove angoscia esistenziale e ansia nevrotica sono fortemente correlati tra loro dal senso di colpa.[9] Per essi la nostalgia del ritorno (indietro nel tempo) prospettata forse dalla paura dell’emendamento della colpa è forte quanto la promessa del ritorno nell’incantata Genesi dei luoghi del mito biblico e della fiaba. Luoghi in cui essere non è sinonimo di scegliere (mele e derivati vari…).

 

“Io sono quando scelgo, e se non sono non scelgo” (Karl Jaspers)

 

Dice bene Jasper: se non sono non scelgo e quindi, delegando altri superiori a me (genitori, mariti, professionisti della patologia), non scegliendo non sono responsabile dei miei errori. Tuttavia, sappiamo che non scegliendo non posso conoscere me stesso e, di fatto, come potersene prendere “soggettivamente” cura.

Ma dove credi di andare con quelle scarpe antiche!” sembrerebbe, provocatoriamente, esclamare alla signora O. la voce interiore dell’anima. Altro che progetto futuro e mondo nuovo! Qui ci si potrebbe consegnare ad una mondificazione (modalità esistentiva dell’esser-ci) passata, già vissuta; più che un sovvertimento del destino questa sembra una restaurazione. Spesso molte consultanti abbandonate dal marito preferiscono una restaurazione del passato mitizzato piuttosto che un prender atto dell’impossibilità della situazione reale e prendersi cura della propria autenticità ri-scoprendola in una nuova progettualità di sé. Non è per amore come vorrebbero far credere, ma per la non attitudine a prendersi cura di se come soggetti esistenti e non come “oggetti mondificati”. Il desiderio a quel “prima-di” è spiegabile con la minor angoscia del “dopo-di” se questo si prospetta come un salto nel nulla-vuoto. Per progettare un ponte, che scavalchi il vuoto tra il “qua” con il “là”, serve un ingegnere, per pro-gettare un destino che colleghi il “prima” col “dopo” ci viene richiesto un certo proprio “ingegno”. In quel “prima” erano altri a stabilire in che mondo, e in che “ruolo” prestabilito vivere. Pensiamo all’Eden, sicuramente non angoscioso, ma anche all’inautenticità di Adamo ed Eva: chi non ha provato il male no sa “scegliere” per se il Bene, finisce, come loro due, per subirlo.  La loro cura di sé finisce per esser prestabilita come la stessa proibizione di essere autentici e “soggettivi” conoscitori di sé e del bene e del male. A questo punto  sarebbe opportuno occuparci di un termine chiave che ricorre assai spesso in Binswanger: Verweltlichung, “mondificazione”. Con questo termine lo psichiatra esistenzialista tedesco vuol sottolineare il senso di radicale decadenza nella vita in autentica – priva cioè della dimensione dell’esser-per-la-morte. Nel caso della signora O., che non è una schizofrenica come nel caso di Ellen West, la scarpa prossima alla morte le ricorda proprio che ognuno di noi è prossimo-alla-morte e perciò sempre in tempo ad esser prossimo all’autenticità. In Biswanger il termine, mondificazione, sta ad indicare una sorta di scadimento, per non dire di abdicazione nei riguardi delle più “proprie” possibilità esistentive, quelli che per noi sono i Mutamenti. Quasi un rinnegare se stessi, il proprio esser-ci come soggetto” autentico e libero di “poter-essere-sé” scaduto in una preconfezionata, e anestetizzata, forma “mondanizzata”, di essere posti nel mondo per sempre e im-muta-bilmente. Pro-gettare se stessi è pro-gettare le basi del proprio essere nel mondo, e a chi crede che ciò sia proibito, questi si consegna in ciclo situazionale stabilito una volta per tutte. Ma, grazie all’esser-per-la-morte, la morte della proibizione, a chiunque in verità è concesso di trascendere questo proprio essere, una scarpa vecchia, sorpassandolo con la “cura” e sovrastandolo con “amore”, secondo la metafora del ponte.  A questo punto della consapevolezza, andare “oltre” il bene e il male espresso sotto la forma del sintomo, sotto la forma mal-andata delle scarpe vecchie, equivale a vedere la realtà, propria, secondola lente dell’autenticità o dell’inautenticità. Nel qual caso la scarpa vecchia, come espressione veramente autentica della propria attuale inautenticità, può costituire lo specchio più fedele della propria realtà, da cui far scaturire la “cura”. Non un “oggetto da escludere, quindi, poiché solo fonte di angoscia. In un certo senso, la venuta in consulenza della signora O. è il primo passo “curativo” del veder la morte in azione su di sé, a partire dalla base terrestre, le scarpe. Il Mutamento in questo caso è quindi un permettere che la morte dell’immobilismo lasci il posto, lo pre-disponga all’avvenire. L’alba in cui sorgerà quel sole precedentemente ottenebrato sotto la terra.  

Detto ciò il contributo al “prendersi cura di sé” della signora O. non sarebbe stato certamente quello di una “cura” calata dall’alto, come magari avrebbe segretamente desiderato. Bisognava indagare sulla natura della sua presenza storica nel mondo, rintracciare le caratteristiche, passate, di quella che per lei era la patria da ritrovare e in cui ri-trovar-sé. L’uomo, il consultante, non chiede di essere gettato in quell’altrove di cui non ha mai supposto l’esistenza; gli sembrerebbe un esser-ci alieno in cui alienare la storicità del proprio esser-stato-nel-mondo. Cenerentola potrebbe anche diventare una manager di una ditta specializzata in pulizie, invece è alla figura della principessa che tende, e con successo. Non siamo noi a prestabilire, altrimenti ricadiamo in una forma di “cura” che reintroduce nella modernità la metafisica: ci costituiremmo, come depositari del giusto e del bene, come figure professionali per volere della divinità metafisica mai morta nel pensiero di un certo modo di fare della “tecnica”. Ahimè!

Qui si aprirebbe una polemica che è meglio non istigare.

Forte delle possibilità offertaci dalla fiaba di Cenerentola provai, insieme alla signora O., ad utilizzare la simbologia della scarpa come fosse il filo di Arianna nel suo labirinto temporale dalla memoria frammentata. Il filo l’avrebbe ri-condotta in quel luogo, ben rimosso, dove le si era spezzato l’incantesimo che le aveva permesso di sostenere come vera un’esistenza forse non più autentica o mai stata autentica, seppur reale. L’esperienza insegna che se di trauma si tratta non occorre andare troppo indietro per rintracciarlo. Potrebbe essersi riprodotto in sogno la notte precedente: nella lingua tedesca, quella che ha sostenuto lessicalmente la psicoanalisi, con il termine Traum si traduce sia trauma che sogno. Non a caso un evento è traumatico nella misura in cui si è sperimentata l’impossibilità di sostenerne psichicamente la chiara elaborazione. Molta dell’energia di questo incantesimo la ritroviamo, perciò,  intatta nella coazione a ripeterne le scene mascherandone gli aspetti più violenti, tale per cui, nell’attesa del ritorno della terra promessa, o di uno stare autenticamente con i piedi saldi in terra, anche la signora O. sicuramente non sarebbe stata perseguitata soltanto dal Traum della scarpa onirica, ma anche da fantasmi ben più fastidiosi, o nevrotici. Fastidiosi nella loro assurda presunzione di esser svelati, e riconosciuti, come proprie parti autentiche; ostinati anche a costo di far apparire senza veli ciò che la signora O. al momento era: fosse anche lo stato di riduzione a scarpa vecchia (ma questo all’inizio era difficile crederlo un dono del Cielo). A proposito di subdola persecuzione (come ella credeva), ricordiamo che intrinsecamente al carattere della consultante, così come al 49° esagramma[10], è presente una ragazza terribilmente potente da cui tenersi alla larga: Il Farsi incontro, la quale più la si scaccia o la si carezza, più la sua reale, ma inespressa, esistenza ci si fa ostinatamente incontro. Come si evince dall’esagramma intrinseco, n. 44, tutto nella signora O. assume i toni della persecuzione vittimistica. Molto presumibilmente, finché il mito persiste intatto, nessun mutamento sarà mai attraente quanto l’avvento di una terra promessa. Ovviamente il mito veicola in sé sempre la stessa massima considerazione da parte di quella figura edipica, mitizzata come messianico principe azzurro, tanto appagante da giustificare la sofferenza, patita nel silenzio, della rinuncia del libero arbitrio (all’opposto del giorno in cui ci si conferirà fiducia e ci verrà permesso di scegliere). Dove avrebbe condotto il filo della vecchia scarpa non tardò a palesarsi, essendo questo il suo segreto intento. Le proposi così di percorrerne le tracce assumendo contemporaneamente il fiore di Bach Honeysucle (nota 101). L’esercizio terapeutico che le consigliai prevedeva che la signora O. dovesse passeggiare ripetutamente davanti a vetrine di negozi di calzature per vedere se qualche modello le suscitasse particolari fantasie. Nel caso che ciò fosse accaduto, se l’avesse desiderato, gratificandosi, avrebbe potuto acquistarle. Dopo due mesi di estenuante disamina, la signora O., “gettata” in quel nuovo mondo, confidò di aver trovato irresistibili un paio di scarpe, ma di non aver potuto acquistarle. Non era obbligata a farlo, e non le comperò, tuttavia ciò la costrinse ad elaborate giustificazioni nei miei riguardi. Qualora il primo motivo che addusse,  l’eccessivo costo, non fosse stato sufficiente al giudizio del counselor, la signora si cautelò con una insindacabile giustificazione di riserva di natura anatomica. Le calzature in questione, un paio di scarpe da sera assai giovanili e sensuali, dal procace tacco a spillo, mal si conciliavano con il consueto gonfiore dei suoi poveri piedi. Di nuovo l’impossibilità era indice di non meritare ciò che per altri è consuetudine o diritto: decidere e scegliere. L’ipotesi di rinnovare lo stile del proprio essere, cominciando simbolicamente dall’abbigliamento – l’apparire – fu una mia provocazione stimolata dal fatto che il “sovvertimento” enunciato dall’esagramma era veicolato da una muta. Cambiar pelle, quindi, come atto, dimostrativo per se stessa – scelgo ergo sum – della possibilità di essere fautrice del proprio destino, che al contempo le permettesse di comunicare all’esterno i nuovi propositi costruttivamente estetici. La comunicazione esteriore del suo cambiamento non era certamente volta alla velleitaria necessità dell’apparire, quanto, come anche afferma Heidegger, per ri-esplorare, comunicando a sé, le caratteristiche del proprio esser contestuale socio-affettivamente: il farsi pubblici nel mondo come annunciazione del nuovo esser-ci nel mondo. Quel mondo, e non altri, in cui, suo malgrado, è costretta ad esser-ci e che da lì lei ri-chiede il ri-appropriarsi della propria soggettività. Probabilmente l’esperienza del counseling  in cui la “gettavo” su sua richiesta non le avrebbe ri-chiesto particolari ansie, se non il fastidio di lunghe camminate; presumevo che finché avremmo percorso i sentieri misteriosi del simbolico (finché la profondità dell’obiettivo era nota solo a me) la sua coscienza non avrebbe alzato barriere eccessivamente difensive. Per quanto riguarda l’esperienza dell’angoscia, sicuramente, come ipotizza Heidegger, doveva essercene quel minimo atto a rendersi conto della fragile precarietà del nostro esser-ci-per-la-morte, condizione necessaria per attivare il sano meccanismo della “cura”: l’occuparsi di sé. Lo scopo del counseling non è certamente quello di impedire di riconoscere la verità dei propri disagi con l’inganno di facili appagamenti. Sicuramente il fatto stesso che il counseling non sarebbe stato in grado di promettere null’altro che lei stessa non fosse in grado di ottenere, deve aver in parte contribuito al fatto stesso che la signora non mi portò “in dono” le fatidiche scarpe trovate in vetrina. L’alleanza con il proprio consulente si fonda su ben altri presupposti e quindi, non potendomi permettere di essere io colui che le avrebbe porto la fatidica scarpetta del desiderio, fiducioso, attendevo che giungesse l’evento in cui quel “fenomeno” onirico venisse riconosciuto come dono assai più autentico dell’oggetto rappresentato solo simbolicamente. Nell’attesa, le scarpe scelte rimasero nella loro vetrina; verosimilmente piedi più adolescenti le avrebbero calzate.  Nel frattempo, riguardo a quelle scarpe, puntuali, cominciarono a emergere particolari molto interessanti. Il primo fu che ella non sapeva come e dove avrebbe potuto indossare scarpe che sembravano fatte apposta per essere oggetto di pubblico sfoggio. Cominciò così, di fatto, a parlarmi del mondo in cui credeva di vivere ai margini. La signora O. non venne in consulenza solo per via del sogno ripetuto, quanto per la strana e incomprensibile circostanza per cui spesso e volentieri colleghi e amiche la accusavano di essere immotivatamente aggressiva con loro (Il Farsi incontro[11]). Questo fatto le procurava un certo isolamento sociale, a lei che si era sempre occupata degli altri prima che di se stessa. Finché non si aprì una porta fino ad allora rimasta ben chiusa: non comprò le scarpe perché non avrebbe avuto un cavaliere con cui andare “al gran ballo”. Il de-butto non era poi un’ipotesi malvagia di gettar-si nuovamente nella mischia “mondana”. È necessario dire che la consultante, da qualche anno, era ritornata signorina. Il marito, innamorato di una donna più giovane, l’aveva abbandonata. E pensare che, a suo dire, come accaduto con le sorelle minori, per il marito più che una moglie era stata una madre, paziente e disponibile alle sue gravi necessità. La memoria di un passato che sembrava lontano negli anni era in verità il fantasma (molto reificato nella figura del marito bisognoso) ben presente, nel presente, del blocco del libero fluire del suo destino.

Un mutamento di habitus di questa portata non si realizza certamente con la facilità di un cambio di scarpe: pur restando sul piano fenomenico, i piedi potrebbero tornare a “gonfiarsi” di acqua alla prima occasione. Il lago a “ribollire” per il fuoco sottostante. L’esplosione, o la liquefazione (vedi Z. Baumann) come perdita di forma prestabilita o almeno stabilizzante. Quando parliamo di mutamento consapevole questo dovrà mettere radici in profondità, nel tempo, profondo esattamente fin nel punto in cui il divenire si andò bloccando, “paludandosi” di acqua. Che il divenire si possa bloccare non vuol dire che si fermi anche l’esistenza; è un fenomeno molto eloquente nei casi di depressione o, per meglio dire, di Ristagno: il 12° esagramma, quello in cui Cielo e Terra non comunicano più tra loro ed ogni cosa raggela anziché giungere a compimento: la maturazione. È il “ristagno esistentivo” di cui ci parla Binswanger: “In luogo di una maturazione esistentiva nel senso di un’autentica realizzazione di sé nella prospettiva del futuro, si manifesta anche qui la supremazia del passato, il movimento in circolo, l’arresto esistentivo, quale tratto regressivo.”[12]

 Sebbene il primato dell’avvenire risulti compromesso, la vita continua ma non nell’espressione della propria autenticità. Esattamente nella stessa proporzione esistente tra un bel vestito e lo straccio che potrebbe diventare o tra una bella scarpa ed una vecchia e sfondata. Bisogna avere, concedere, fiducia alla propria essenza, alla propria autenticità, poiché è solo ad essa che dovremmo render conto nella formazione della nostra autentica identità; altrimenti più che di progetto, parliamo solo di ruoli, come di maschere del teatro greco da indossare come da copione. Uno junghiano direbbe che l’ombra (Il Farsi incontro), è fondamentale per conoscere quanto persona siamo diventati. Se proprio il senso del Bene ci è labile, allora conoscere il Male (l’angoscia) può essere l’altro modo valido per comprendere assai meglio il concetto del Bene…E nulla è più malefico del ristagno nel vuoto esistentivo. Se il mondo, infatti, perdesse il suo carattere appagante (le scarpe col tacco a spillo), se sempre meno l’uomo trova qualcosa su cui poggiarsi (la presa sul terreno con buone scarpe) e progettarsi e su cui comprendersi, se il mondo si mostrasse come svuotamento, sfiancamento, collasso, materia ridotta a cenere e nulla in noi fosse capace di proiettarsi avanti, bensì ci si ripiegasse sul mero esser-stato, nel quale fosse impedito il comprendersi in base a qualcosa di nuovo (il fuoco che ritorna nuovamente a ri-bollire l’acqua ristagnante e i piedi che si gonfiano come a voler diventare colonne di sostegno), tutto questo significa, come così efficacemente si esprime la lingua parlata (anche nel caso delle scarpe vecchie e sfondate) che niente più si muove e tutto rimane “ancorato” al passato. Nulla di ciò che ci è intorno, nel mondo, è capace di scuotere il ristagno esistentivo, lo “spaesamento”, neppure se venissimo obbligati a frequentare negozi alla moda…   

Nella Bibbia il principio della saggezza è il timor di Dio (Ge 39-9), nell’Yi Jing è ben descritto dallo scuotimento divino del 51° esagramma: L’Eccitante.

Lo scuotimento che sale dal grembo della terra per il manifestarsi di Dio produce spavento nell’uomo, ma questo timore di Dio è propizio, poiché fa sì che possano seguire allegria e gioia. Quando si è imparato interiormente cosa siano paura e tremore si è corazzati contro il terrore proveniente da influssi esterni. (l’angoscia di esser nuovamente gettati in un mondo esterno ad ogni mutamento richiesto ma non desiderato).[13]

Nel giorno (forse in conseguenza del counseling) in cui si ottenesse la fiducia[14], la consapevolezza potrà farci apparire dura la realtà; è difficile che una favola sia in grado di venir a lungo in aiuto alle reali angosce dell’uomo adulto e maturo. «Questo spaesamento erode costantemente l’esserci e minaccia, sia pure inesplicitamente, la sua quotidiana esistenza. In questo senso la vita quotidiana, quando inautentica, è una fuga perenne davanti all’angoscia. Pertanto, afferma Heidegger: «il non sentirsi a casa propria deve essere concepito come il fenomeno più originario». Perciò l’angoscia, racchiude la possibilità di un’apertura dell’essere, di una sua reale comprensione, per il fatto che isola, che ci restituisce l’autenticità, o per lo meno ce ne rivela la possibilità.

Meglio uscir di casa e accettare un incarico.

Quanto questo costituisca un rischio che valga la pena correre, lo si potrà valutare solo quando, sopravvissuti, si è fatta l’esperienza dell’attraversamento della grande acqua. Però, se “attraversando”  – e la vita ci impone sempre un viaggio all’aperto – scoprissimo che anche le vesti più belle danno stracci, come riportato dal testo della IV linea dell’es. 63, quella da cui la signora O. è entrata provenendo dalla IV linea dell’es. 49, basterà tutto il giorno esser prudenti, donde la prudenza è un derivato della coscienza e del timor di Dio. Senza la prudenza, pensando che bastasse dichiarar conclusa, una volta come fosse per sempre, quella lunga fase negativa, si ricadrebbe nuovamente nel ristagno (es. 12), come avverte il 63° es.: Dopo il compimento. Questo andrebbe visto come il privilegio di esser padroni unici della nostra sorte. Lo stesso, invitante, rischio di scoprire che non è uno yacht, come avremmo voluto credere, quella barca – la nostra barca – che va avanti con le falle: le ferite della vita,  turate da semplici stracci.[15]        

Il destino non è un castigo ineluttabile; anche per un cristiano il perseguimento della via del bene emenda l’attraversamento della valle di lacrime dovuta al peccato originale. Ma se ci astrae dal ciclo del divenire di Cielo e Terra non possiamo che essere il risultato del nostro passato, mai compiutosi. Il solo tenersi alla larga dal Male non è sufficiente di per sé per dir di operare per il Bene, anche se propedeutico. Fare il bene è una scelta consapevole che implica la decisione netta di una rinuncia o di far tesoro del valore della rinuncia (il sacrificio sospeso di Abramo).

Come è ormai tipico dei tempi attuali, lo scioglimento della trama dialettica intertemporale, la texture del divenire, tra passato, presente e futuro genera un agghiacciante e solitaria sospensione della consapevolezza del destino; slegati tra loro, identità, senso e direzione vagano smarriti nello spazio e nel tempo dell’alienazione. Nell’alchimia medioevale occidentale il “precipitato”, la sospensione, giaceva in fondo all’alambicco come residuo dell’Opus alchemica: l’essenza depurata e concentrata. Ne L’Immagine del 50° es: Il Crogiolo, si afferma che anche nell’uomo c’è un destino che conferisce la forza alla sua vita. E quando si riesce ad assegnare alla vita e al destino il posto che loro compete, si consolida il destino, poiché allora vi è una diretta consonanza tra vita e destino. E la consonanza e la consapevolezza sono reciprocamente frutto l’una dell’altra. In questo caso si sperimenta l’esser gettati in noi stessi: la coerenza, propizia per perseveranza, ne è la cifra interiore, la nobiltà la grazia che ci si fa incontro attraverso L’Avvicinamento. In questo esser consonanti tra sé e il mondo, come stando nel mondo come la casa “patria”, nelle sue dimensioni temporalizzanti e spazializzanti, sta il segreto del prendersi cura e del favorirlo da parte di chi è chiamato a farlo professionalmente. La scarpa vecchia della signora O. corrisponde al crogiolo con i manici rotti: in entrambi i casi l’uso ne risulta impedito, ma la consapevolezza di ciò fa risaltare la scarsa consonanza nella sua esistenza tra vita e destino, tra strumento e funzione. Ma non bisogna sottovalutare il terzo elemento: la direzione da imprimere al destino consonante. La direzione richiama l’attenzione ai contesti esistenziali. Abbiamo usato il termine contesto esistenziale e non socio-culturale. Comunque sia, ovunque sia, il saggio è sempre nella piena realizzazione; deserto o montagna non lo spaventano. Per contesto esistenziale intendiamo quel luogo in cui convergere le mete del destino; quel luogo-non-luogo in cui ovunque siamo gettati è casa nostra, poiché il primo habitus è ovunque in se stessi. Ulisse tornò trasformato sempre alla stessa petrosa e insignificante isola di Itaca. Ma la fama delle vicende di questo piccolo re travalicarono i tempi più di un qualsiasi imperatore romano. In questo senso il destino personale ha bisogno di un tempo che non sia solo cronologico: il divenire dell’essere, così come di spazi in cui esser-ci che non siano solo impersonali contesti sociali in cui esser gettati. L’esperienza consonante, poiché consapevole di queste due dimensioni, dà di più della loro somma. Essendo frutto dell’autenticità personale essa è vera perché in sé stessi, viandanti nella vita, Senso coincide con Direzione e Destino con Mondo; l’altezza spirituale di questa constatazione crediamo possa giustificare un tale uso delle maiuscole. Frequentemente, in sede di counseling, assistiamo a fenomeni di alienazione informe del destino personale, uno scollamento di senso tra vissuti e destino, non solamente o principalmente dovuti a fattori psicologici, quanto invece proprio alla crescente disaffezione filosofica per il concetto di viandante del mondo, sostituito, come afferma Bauman, da mondi contestuali in rovina, originariamente edificati su appartenenze sociali, ora sovrastati da un fluire confuso che tutto e tutti rende indistinto.

Distinguer devi e poscia unire.

L’autenticità, tanto cara a Heidegger, può edificarsi solo attraverso l’esperienza del viaggio: l’andare incontro al di-venire in nome dell’evento ad-venire. Ma il viaggio nella molteplicità dei mondi per renderci autentici esige la consapevolezza della diversità, dell’alterità. Questo getta chi non è preparato a ri-conoscere sé nell’altro o sé dall’altro nell’angoscia della solitudine. Se, all’inizio del Novecento dilagava l’isteria dovuta, per Freud, al disadattamento libidico, attualmente ciò che determina la genesi dei disturbi psicologici è di natura esclusivamente esistenziale (non ha salute e cammina disturbato), ed è il disadattamento a un mondo che sfugge alla propria interiorità, che impedisce l’esercizio, il curarsi, della perseveranza della saldezza e della rettitudine. Quasi si rifiutasse di essere interiorizzato, si rifiutasse di essere percorso, ciò che si intende con La Grande Acqua da attraversare. Se consideriamo che abbiamo creduto una conquista la morte della metafisica: Dio è morto, la logica conseguenza è iscritta nell’affermazione di Silesius: “Oltrepassando Dio, (il viandante) in un deserto andare”.

Recita La Sentenza del 56° esagramma: Il Viandante.

Il viandante. Riuscita per piccolezza.

Al viandante perseveranza è salutare.

…Il viandante non ha fissa dimora, la sua patria è la strada. Perciò deve curarsi di essere interiormente retto e saldo, di trattenersi solo in luoghi convenienti e di frequentare solo persone buone. Allora egli ha salute e può camminare indisturbato per la sua strada.

Quando, nella consulenza, all’oracolo, vengono rivolte domande con richieste riguardanti l’auspicato ritorno del proprio amato o amata, spesso, inconsapevolmente, il responso positivo serve più a tranquillizzare il richiedente che tutto tornerà come prima (o quasi), dove quel prima non sottintende mai l’elaborazione delle motivazioni dell’avvenuta separazione, bensì una rimozione magica della realtà; parlare di un incidente casuale, riferendosi alla separazione della coppia, sarebbe la stessa cosa. Infondo, suo malgrado, anche per Penelope l’Odissea fu una lezione di autenticità (il germe di vita). L’ignoranza per causa degli attaccamenti esteriori, le proiezioni, conducono alla morte della coscienza. Dipendendo dall’oggetto esterno, come dallo psicofarmaco per la patologia mentale, abdicando al possesso e all’espressione di una propria identità, chiudiamo la porta del cuore alla luce dell’Essere: l’“Io sono”. Parafrasando G. Vico, cogitando, possiamo al massimo verificare che esistiamo, non certo sapere ciò che siamo.

La forza del luminoso deve agire vivificando dall’esterno. Ma la vita non può essere destata se all’interno non c’è già un germe di vita… La forza della verità interiore deve aver raggiunto un alto grado prima che il suo influsso si estenda anche a simili creature.

Il 61° esagramma: La Verità interiore, si riferisce a porci e pesci, gli animali meno spirituale e quindi meno soggetti a qualsiasi influsso. Questo paragone rimanda alla trasformazione in porci dei compagni di Ulisse caduti sotto l’influsso della maga Circe. A differenza di Ulisse, i suoi marinai, poco inclini alla spiritualità avevano smarrito la propria missione (il non-senso di un estenuante attraversamento marino li aveva sfiniti esistenzialmente). Nessuno di loro, riporta Omero, dialogava con gli dei e solo dagli dei poteva giungere la forza e il Senso di una così tremenda tribolazione. Il Senso, noto solo ad Ulisse, l’uomo nobile fatto di virtute et conoscenza, non era altrimenti legato che ad un ritorno, nostos. Un ritorno ai luoghi del prima – Itaca, terra promessa – ma trasformato dal tempo dell’esperienza e dalla Verità interiore, che come vento che spazza la superficie del lago, manifesta gli effetti visibile dell’invisibile (il non ancora accaduto, il probabile possibile: il mutamento). E un ritorno alla sposa promessa: Penelope, la parte yin che da senso alla sua definitiva permanenza su Itaca. La Verità interiore è a disposizione di tutti, chiunque se può “occupare”, ma non tutti ne colgono l’importanza. Ma è liberandoci dal passato, come attaccamento alla Terra Promessa dell’incoscienza infantile, che sapremmo vedere come rinnovato ciò che è agito dalle trasformazioni del tempo. Liberandoci dal passato, come coatta catena di colpe, che giunti al presente del qui e ora, si potrà immaginare, sperare, come un futuro di possibilità pur continuando a vivere nell’Itaca di sempre: la patria casa. Il mutamento diviene possibile nella sua molteplicità, seppur perfettamente regolato all’interno dell’Essere dalle regole dei riti e dei ruoli come descritto ne La Casata, (l’importante esagramma di riferimento sia per le questioni matrimoniali che per l’unione mistica dello sponsus: lo yang, con la sponsa: lo yin, celebrate nei riti dell’Alchimia.   

Come si può intervenire con il counseling esistenziale riguardo alla compulsività del passato sempre presente?

Nel setting del Conseling del Mutamento è possibile ricreare, come un microcosmo, l’incontro-confronto tra il vissuto riportato del consultante, una realtà invero “vissuta” come fenomeno, e una realtà (La verità interiore) rivelata fenomenologicamente a partire dall’interpretazione ermeneutica del responso oracolare. Seppur tale confronto è spontaneo, esso non è facile, poiché, mettendone in risalto i termini, rappresenta quasi una provocazione alla contrapposizione interna al consultante. Nessun seme viene gettato su un campo di erbacce e nessuna grazia può esser compresa appieno senza dapprima aver dissodato i cuori. Ma ciò che, come un farmaco (pharmacon in greco voleva dire sia farmaco che veleno) permette di sanare, superare le difficoltà del consultante, le stesse non superate nella vita quotidiana, è proprio il tempo. Il tempo che in quanto “passato” è stato veleno, può nel locus actus[16] del Counseling del Mutamento essere adoperato omeopaticamente come rimedio salvifico. Alludiamo al tempo come al tempo dell’esperienza progettuale, dell’esperienza prima ignorata, autenticità altrimenti negata. Con il tempo è possibile ricominciare a prendere coscienza, memoria, e attraverso il ricordo, chiedere nel qui e ora a voce alta (sapendo di essere ascoltati) non solo interiore, “chi ero quello che dovrò ri-essere ri-appropriandomi?”

 Quindi se “essere è tempo”, potremmo affermare con un verbo temporale che se recordor[17] ergo sum: “Chi ero per esser quello che sono ora e che non sarò già più domani?”

La nostra storia è racchiusa in un “crogiuolo”, il nostro esoterico mondo interiore, tenuto pulito nel fondo e saldamente afferrabile per i manici nell’atto di rimescolare le componenti del prodotto esperienziale che è il nostro spirito (nel momento in cui chiediamo di affrancarci dalla condizione di porci e pesci: dal “mondo” dei pesci e dei porci). Questo è il momento in cui, nella consulenza, al counselor spetta la funzione diabolica di porgere la prospettiva di poter cogliere il frutto prima proibito: la mela del bene e del male, le due entità in cui è racchiusa la conoscenza cui tende l’Yi Jing.[18] Se la cura è redentiva, nel caso della signora O., bisogna tornare al peccato originale, anche là dove la mela fosse rappresentata da una scarpa. “So di non sapere” non rappresenta più l’alibi della rinuncia a sapere, bensì la spinta iniziale all’autentica conoscenza di sé come in un battesimo della rinascita. Nella descrizione del 4° es: La Stoltezza giovanile (ignoranza perdonabile poiché il non sapere è ancora legato all’impossibilità dell’esperienza) si allude alla rinascita del corso delle acque dopo che il flusso, fuoriuscito dalla vena interna alla montagna, “generi” come fonte una sorgente. Vediamo qui, come nella consulenza, un passaggio dalle oscurità alla chiarezza della luce; due esistenze in una, interdipendenti l’una dall’altra; nel tempo e nella funzione vincolate al destino superiore del naturale corso delle acque, tale per cui l’acqua che era in cielo finisce in terra e dal mare vi risale.

L’attaccamento al narcisismo infantile, la stoltezza giovanile dei non giovani, può decidere per noi se il futuro debba o meno essere il tempo dell’apertura, dopo la chiusura del compimento: apertura al nuovo e al mutamento. Le forme del tempo in cui siamo rimasti fissati, Freud docet, costituiscono dunque il contenuto stesso nelle simbologie in cui sguazzano i nostri vissuti narcisistici. Esempi esplicativi ne abbiamo dalle forme temporali delle ambientazioni storiche che emergono dai nostri sogni. La scarpa vecchia della signora O. non ci ha mai rivelato la sua forma autentica. La signora non riuscì mai a darne una forma originaria, come se non l’avesse mai avuta, o avesse avuto timore di riconoscerla tanto diversa dal misero stato in cui era ridotta. Verosimilmente l’originale doveva aver uno splendore simile a quella in vetrina; se non altro perché nuova. E infatti, sembrò quasi che l’esser consunta, “l’esser per la morte”, fosse la caratteristica che simbolicamente la scarpa volesse trasmettere: il tempo non è infinito per gli esseri umani. La scarpa è destinata a morire, e se mutamento (di condizione) deve esserci, allora il concetto della finitezza umana deve esser chiaro. In ciò nessun altra scarpa sarebbe stata più credibile di quella logora ricevuta in sogno. Il Cielo e la Terra non avrebbero potuto mandarle un dono, “provvidenziale”, più autentico di quello.

Ogni percorso umano giunge a compimento con la metafora della consunzione delle scarpe: occorreranno nuove scarpe con cui percorrere il prossimo cammino.[19] Solo nelle favole il tempo è infinito, per sempre. Per sempre è l’effetto dei malefici, come lo scioglimento degli incantesimi; anche il bacio dei principi riporta le addormentate (addormentate nella consapevolezza) tra le braccia di nuove dipendenze. Ritorniamo ancora un po’ alle traduzioni del significato della muta di cui al 49° esagramma. Nell’I Ching di Wilhelm l’ideogramma significa in origine una pelle d’animale che cambia nel corso dell’anno con la muta. Se ne può dedurre che si allude a un mutamento in armonia col corso del tempo: l’anno. Le due figure che compongono l’esagramma, Li, il Fuoco e Tui, il Lago, rappresentano due figlie minori di cui una anziana. Ma mentre nell’es. 38, La Contrapposizione, formato dalle stesse figure, la diversa disposizione genera solo contrasto insanabile, ne Il Sovvertimento (la Muta) la più giovane, il Lago, prende il sopravvento sulla vecchia. Questa ipotesi riportata durante una seduta suscitò nella signora O. un’interessante equazione: “donna vecchia sta a donna giovane come la scarpa vecchia a quella bella nella vetrina del negozio”.  Quello, pensai, fu l’inizio del sovvertimento delle politiche familiari. Nell’I Ching dell’edizione di Eranos riguardo a Il Sovvertimento si afferma che: “La caratteristica principale della situazione è lo spogliarsi di un rivestimento protettivo superato per consentire un rinnovamento.” Se ne può dedurre che ci si riferisca alla liberazione di una struttura mentale ad uso difensivo non più funzionale dato che la nuova veste non corre alcuna minaccia. Ge, il termine cinese corrispondente all’italiano “sovvertimento”, indica anche un’armatura di cuoio, da cui durezza, chiusura. Ma sappiamo anche che Tui: il Lago, si traduce anche come bocca, apertura, contatto, scambio, passaggio, libero, gioioso e che insieme al trigramma Cielo fa parte dell’elemento Metallo. Sappiamo anche che l’elemento Metallo, che si esprime attraverso la pelle, rappresenta il ritmo nei passaggi temporali del prima e del dopo nelle funzioni dei meridiani del Polmone (l’accoglienza del nuovo esterno) e dell’Intestino crasso (l’eliminazione del vecchio ormai scoria interna). A qualcuno non sfuggirà che le parti consunte della scarpa vecchia della signora O. sono principalmente quelle in pelle: la suola. Il ritmo nutrimento-scoria dona la consapevolezza della trasformazione del transitorio in essenziale: il necessario che permane, come dall’es. 50, Il Crogiolo.  Non è un caso che l’uno sia l’esagramma successivo dell’altro.

Futuro: avvenire, passato: venuto e presente: qui e ora, costituiscono dunque, non solo per la filosofia esistenzialista ma in primis per la filosofia oracolare dell’Yi Jing, un fenomeno unitario che chiamiamo divenire temporale. In questa struttura “temporalizzante”, che è la struttura della decisione, di voler esser-ci in qualsiasi contesto si venga gettati dal destino, si rivela il senso della Cura. In questa unità si rileva un carattere costante della temporalità dell’esistenza, costituito dal movimento serpeggiante della via del Tao: ora di qua ora di là, ora a destra e poi a sinistra di una stabile centratura mai localizzabile staticamente. La dinamica apparentemente casuale di un simile moto si visualizza nella correlazione storica dei propri esagrammi oracolari in cui i Mutamenti fanno spazio al tempo, prendendo la direzione dell’avvenire posteriore, dell’anteriore passato e della presente situazione. In Essere e tempo Heidegger afferma che questi fenomeni relazionali denotano la temporalità come “estasi”, come “essere fuori di sé” dell’uomo[20]: il tempo non è una cornice che si aggiunge alla vita, ma il modo in cui l’uomo, diversamente dall’animale che di ciò non si “cura”, proietta nel futuro l’immagine migliore dell’autenticità che sperimenta nel qui e ora per ripetere un passato instancabilmente affamato di senso unitario, così che del Senso l’ultima definizione data risulti sempre la più autentica. L’esser-fuori: l’immaginare l’avvenire è l’estasi che da la direzione alla vita, così come accade nel counseling; in entrambi i casi “pro-iettare” rende piacevole il “pro-gettare” esistenziale. Gratificante è l’incontro con il Senso, etimologicamente simile all’esser colti dalla “grazia”. Entrambi: Senso e Grazia, fanno di noi, ontocentricamente, il mondo autentico in cui essere gettati.

Anche alla luce del caso della signora O., principalmente il ruolo del consulente del mutamento dovrebbe essere quello di ri-aprire, ri-svegliare, tener deste quelle possibilità di autenticità, innate in ognuno di noi, che altrimenti, lasciato a sé (forse) il consultante terrebbe troppo socchiuse, richiudendosi nella propria paranoia che dell’estasi è l’opposto. Il fatto stesso che la signora si sia rivolta a un consulente: uno sconosciuto, è di per se un’apertura. Aprire, come di una cassaforte, è anche aprire il passato là dove le aperture sottintendono ferite. Ri-aprire il passato per restituirlo al futuro. In ogni senso è pedagogica cura di sé: salvare e redimere, continuo esercizio formativo per sopportare l’infinito ritorno come il più naturale e desiderabile dei percorsi. Spontaneo come dovrebbe essere l’esser consapevoli della distinzione tra il vivente e il vissuto.

Semplice come l’andare a capo alla fine di un capitolo.         

 



[1] Si confronti l’incipit di “Il linguaggio dimenticato” di Erich Fromm: “Se è vero che la capacità di dubitare è il principio della saggezza, tale verità è una triste considerazione sulla saggezza dell’uomo moderno. Quali che siano i meriti della nostra cultura letteraria e universale, è certo che abbiamo perso la facoltà di dubitare. Si presume che tutto sia noto – se non proprio a noi stessi, almeno ad alcuni specialisti incaricati di sapere ciò che a noi è sconosciuto. Infatti l’essere perplessi è una sensazione sgradevole – un segno di inferiorità intellettuale.” E. Fromm, Il linguaggio dimenticato, pag. 7, Bompiani, 1995

 

[2] Binswangwer: Il caso Ellen West, pag. 62.

[3] Investire fu esattamente il termine usato dalla consultante. Per una stessa condizione ci si sarebbe potuti esprimere anche con il termine ingabbiare, esprimendo così indirettamente un giudizio ben diverso da ciò che si intenderebbe con investitura. L’essere investiti, di un ruolo, rimanda però ugualmente alla storia della povera Cenerentola molto probabilmente divenuta una principessa.

[4] Il caso Ellen West, pag. 34.

[5] Nell’esagramma, in alto, è presente il trigramma Lago che in M.T.C. corrisponde all’elemento Metallo (senso dell’alternanza equilibrata dei ritmi: tanto dei fluidi quanto del fluire del tempo), e insieme al Cielo, ai meridiani di Polmone e intestino crasso. In questo caso la funzione di lasciar andare, evacuando metaforicamente il passato, è ben espressa dal fiore di Bach: Honeysucle, che D. Kramer pone in evidenza nell’elemento Metallo e di cui Walnut: fiore dell’ipersensibilità è il fiore cosiddetto esteriore.

[6] S. Freud, Tre saggi sulla sessualità, 1905. Saggio in cui si ipotizza che il carattere specifico della nevrosi dipende dal livello di repressione pulsionale, in conseguenza della quale la nevrosi assume i caratteri specifici della regressione a determinate fasi libidiche dell’infanzia.

[7] Con la signora O. ci vollero anche non poche sedute di cristalloterapia: facemmo le meditazioni sui testi con una chiastolite andalusite. Per l’atteggiamento di sfiducia in se indossò una lepidolite. Con una crisocolla imparò ad esternare le sue ragioni con la dovuta convinzione. Passare dalla paura del futuro alla speranza è propriamente l’azione terapeutica del fiore di Bach, Gentian, anch’esso secondo Kramer facente parte dell’elemento Metallo.

[8] Marie Louise von Franz, allieva di Jung ha trattato la correlazione in “Il femminile nella fiaba”.

[9] Lucio Della seta, Debellare il senso di colpa, Ed. Marsilio, 2005.

[10] Sappiamo che in ogni esagramma esiste al suo interno, nascosto ma svelabile, un esagramma definito intrinseco. Definibile come inconsciamente alla base.

[11] La ragazza potente de Il farsi incontro è la donna Chicory nella floriterapia di Bach.

[12] Il caso di Ellen West, pag. 77.

[13] Timore e tremore è una delle principali opere del filosofo danese Søren Kierkegaard, pubblicata nel 1843 con lo pseudonimo di Johannes de Silentio. Il titolo fa riferimento ad una frase tratta dalla paolina Lettera ai Filippesi (2-12): «Quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore». Timore e tremore mostra un’interpretazione originale del sacrificio di Isacco da parte di Abramo (Genesi, 22) ed utilizza la vicenda come un’occasione per discutere i problemi fondamentali della filosofia morale e della teologia, come la natura di Dio e della fede.

 

[14] Come ipotizzava la IV linea mobile dell’es. 49.

[15] Commento alla stessa linea, L. d. M.,  III libro, pag. 690.

[16] Luogo atto, part lat. di agere, agire: setting come luogo predisposto ad un altro tipo di agire.

[17] Il verbo ricordare deriva dal latino re-cord-ari: rimettere nel cuore (memoria, ricordo). In MTC il “cuore” funzione rappresentata nel meridiano corrispondente all’elemento Fuoco, regola la funzione della consapevolezza. Quindi il tempo rimesso nel cuore come ricordo determinerebbe la consapevolezza.

[18] Il simbolo della mela come simbolo della proibizione è stata la scarpa vecchia della signora O.

[19] La metafora delle scarpe consunte mi permette di rammentare una nota vicenda del dr. Bach. Quando Bach, avendo rinunciato all’attività di omeopata, lasciò la città di Londra per trasferirsi nel Galles alla ricerca di un nuovo modo di fare terapia, portò con sé una valigia di strumenti e medicinali. Giunto in un paesino del Galles ai margini della foresta, con gran stupore si rese conto di aver confuso valigie e di aver, invece, preso una valigia contenente soltanto scarpe. Comprese così che quelle sarebbero state lo strumentario necessario per la nuova impresa. Necessario per mesi e mesi di lunghe camminate che l’attendevano, dovendo scoprire nella foresta le 38 piante da cui ricavare le essenze della nuova terapia scoperta: la floriterapia del dr. Bach.

[20] Estasi: dal greco èkstasìs, “distrazione della mente”, “uscir fuori di sé”