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Il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia

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Gian Carlo Marchesini

Appunti su una accalorata discussione per la scelta del titolo di un volantino…

Eravamo una decina riuniti nella sede di Rifondazione Comunista di via degli Ausoni in San Lorenzo: donne e uomini, giovani e anziani, alcuni militanti di Rifondazione, altri del PD, tutti iscritti alle sezioni ANPI attive sul territorio del Terzo Municipio. La riunione era convocata per discutere il programma delle iniziative decise per il 17 marzo, giorno anniversario del 150mo dell’Unità d’Italia, la loro organizzazione concreta, i testi dei manifesti da affiggere e i volantini con i significati della celebrazione da diffondere. Il punto specifico della discussione, che è durata oltre due ore, riguardava in particolare il taglio e quindi la scelta del titolo icasticamente riassuntivo del volantino di convocazione e annuncio della manifestazione – che si svolgerà il mattino al Verano davanti la tomba di Goffredo Mameli, il pomeriggio in una sala conferenze del quartiere dove sarà proiettata e commentata una scelta di sequenze di film dedicati al Risorgimento, seguita da una lectio magistralis di Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci.

Il punto su cui si è scatenata la discussione è stato questo: il titolo del volantino – e quindi il ben evidenziato senso esplicito della giornata – doveva essere "Risorgimento e Resistenza", oppure "Risorgimento e Resistenza, oggi"?  In tre ci siamo schierati per la seconda formulazione, sostenendo che la manifestazione dovesse sollecitare, ricordando principi e valori che hanno animato Risorgimento e Resistenza – unità del Paese, difesa della democrazia, antifascismo militante – una riflessione sullo stato di non buona salute che questi valori e principi mostrano oggi. Gli altri sei si sono schierati per la prima formulazione, fermamente contrari  all’esplicitazione fin nel titolo di quel perturbante "oggi". Uno, infine, riteneva opportuno che il titolo dovesse restare  "Risorgimento e Resistenza", seguito però dal  sottotitolo: "Quale il loro insegnamento oggi"?

Le motivazioni della maggioranza contraria all’apposizione esplicita della parola "oggi" erano che non bisognasse forzare in nessun modo senso e significato delle due importanti vicende storiche, che l’attualizzazione eventuale dovesse essere quindi lasciata alla libera volontà e capacità deduttiva dei partecipanti. Noi, favorevoli alla attualizzazione esplicita, ci siamo spesi argomentando che l’unità del Paese non è per nulla salvaguardata e sicura neppure oggi, stanti le spinte separatiste della Lega, e che mai come oggi i valori della democrazia e dell’antifascismo sono messi in discussione su più fronti – vedi il monopolio televisivo, il colossale conflitto di interessi, la legge elettorale indegna, il clima da regime e pensiero unico, le diseguaglianze, le ingiustizie, la corruzione,  e i privilegi crescenti, e quant’altro.     

Tutto vero, rispondevano gli altri, ma questa è occasione di celebrazione storica rigorosa e pura, basta quindi essere filologicamente corretti e completi, già i fatti  ricordati parlano più che chiaro, la gente non ha da essere catechizzata con riferimenti di attualità politica oggi fin troppo  problematica e aperta. La cosa singolare era che a sostenere questa posizione erano proprio  i giovani uomini e donne, tra  le quali ultime l’argomento principe addotto per espungere dal volantino la parola "oggi" è stato, letteralmente: è una parola che suona esteticamente sgradevole e brutta.  D’accordo con i sei, il presidente della sezione Anpi di San Lorenzo. Insomma, valori risorgimentali e resistenziali sì, ma rigorosamente rivisitati e ricordati nella cornice delle specifiche fasi storiche. Era più che sufficiente celebrare tali accadimenti in pubblico, senza pretesa di attualizzarli entrando nel pericoloso  e magmatico vivo della  situazione politica in atto.  Visto il permanere delle reciproche posizioni, si è passati alla fine al voto, e lì è prevalso il gruppo dei contrari all’agitarsi pericoloso di un incontrollabile fantasma politico evocato da quel temerario e spericolato "oggi". Il volantino di convocazione della manifestazione da parte dell’Anpi e delle altre forze democratiche sul 150mo dell’Unità d’Italia è stato varato quindi mondo e purgato da ogni attualizzazione giudicata inopportuna.

Ritenendo l’andamento della discussione e le posizioni manifestate un sintomo importante della situazione politica e culturale nostra interna, mi è sembrato opportuno testimoniarlo. Dopotutto questa discussione è avvenuta in un gruppo rappresentativo delle forze  democratiche e antifasciste di una porzione significativa della Capitale, non di un sobborgo periferico e rurale. Capitale che prima ancora di diventarlo ufficialmente, espresse negli ultimi giorni della Repubblica romana (luglio 1849) una sua Costituzione ritenuta, nella sua formulazione di valori e principi contenuti in 69 articoli, più avanzata di quella varata cento anni dopo. 

Uscito dalla riunione, avviandomi verso casa, mi è venuto un pensiero: ma se noi non facciamo nostri, attualizzandoli nella pratica sociale attiva, l’esempio e l’azione di ventenni nostri avi illustri come Goffredo Mameli, tanto persuasi della validità dei loro principi  al punto da morirne ammazzati, a che serve che oggi celebriamo la loro memoria, anche filologicamente curata e corretta, nelle cerimonie di una giornata? Ma fosse oggi vivo Goffredo Mameli nel fulgore dei suoi vent’anni, sarebbe così preoccupato dalla parola "oggi"?  E ancora:  ma non è che, qui e oggi, noi dell’Anpi rischiamo la fine degli addetti alla conservazione, nel migliore stato di rassicurante imbalsamazione, del simulacro dei martiri risorgimentali e dei partigiani?     Poi ho attraversato qualcuna delle strade del quartiere facendomi largo tra la ressa di ragazzi e ragazze della comunità degli universitari che trascorrono le ore serali a stordirsi sui marciapiedi con alcol, sigarette  e quant’altro – meglio così che morti a vent’anni come Goffredo Mameli, dirà saggiamente qualcuno – , sono approdato sotto l’edificio destinato a diventare Casa della Memoria. Si innalza come guscio spettrale e vuoto, le finestre aperte come occhiaie di un teschio, perché Polverini, la governatrice, ha pensato bene di bloccare i fondi stanziati dalla Giunta regionale precedente. Ecco, mi sono chiesto: sarà questo il concreto "oggi" su cui è preferibile evitare di soffermarsi e riflettere? Ma quale migliore pro memoria di una Casa della Memoria inibita nei suoi scopi e ridotta a spettro, e di migliaia di giovani fantasmi come stormi di gabbiani in attesa stordita di chissà cosa?

e sulla manifestazione  per la Costituzione e la Scuola Pubblica.

In Piazza del Popolo ieri eravamo in tanti: metà, comunque, rispetto a quella promossa l’altra settimana dalle donne in difesa della loro dignità. E, a differenza di quella, con pochissimi giovani. Diciamo la verità: bella e necessaria, la manifestazione, ma partecipata da tanti attempati nonnetti e da molti insegnanti a cantare Va Pensiero malgrado Bossi, riconoscendoci nella condizione di esiliati. Ma forse non basta dire che si è per l’Italia unita, e per una scuola efficiente, e per  la difesa della Costituzione. Bisogna riuscire a dire qualcosa sul perché si vuole essere uniti, e d’accordo su cosa. E che è il caso di attuare la Costituzione intera e tutta. E dire anche che una scuola pubblica per essere valida non basta che sia adeguatamente finanziata, perché è necessario capire e intenderci sull’adeguata a cosa: forse all’apprendimento mnemonico-nozionistico ottocentesco rivendicato nel suo ultimo libro dalla insegnante torinese Mastrocola?

Berlusconi e i suoi hanno capito da tempo benissimo quali sono le casematte nemiche da espugnare e distruggere: la scuola pubblica è tra queste, con tutti quegli insegnanti che votano a sinistra; il pubblico impiego sindacalizzato; gli operai delle grandi fabbriche; la magistratura indipendente e autonoma. Siamo invece noi che non siamo riusciti, potendolo, a sciogliere il nodo del conflitto di interessi, né quello del monopolio televisivo, né l’altro di una legge elettorale indecente. Noi abbiamo voluto perdere, noi siamo stati incapaci di progettare e costruire e far funzionare una scuola pubblica all’altezza della sfida dei tempi, della globalizzazione e di internet; o di attuare la riforma seria di uno scandalosamente inefficiente sistema giudiziario. Berlusconi e i suoi, per quanto cialtroni e mascalzoni, si sono dimostrati indiscutibilmente  più  determinati e capaci. Tutto qui. E noi ora, le lacrime agli occhi, la mano al cuore, avvolti nel tricolore, cantiamo in coro con Vecchioni Chiamami amore: che è effettivamente una bella canzone, orecchiabile ed emozionante. E Va pensiero: che è senza dubbio un coro trascinante. Ma qui il problema forse è che bisogna imparare a cantare meglio, tutti uniti e con voce tonante, il Vaff…   ai corrotti e agli imbroglioni, al Pidielle e al suo premier.

La Toscanini